"In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato, o se ingoio"

Onda su onda...

Adriatico, un mare oltre le nazioni

Si è svolto ad Ancona il 15 ottobre scorso il Forum della Macro regione Adriatico Ionica. Aveva per titolo “Il vento di Adriano: le comunità adriatiche a confronto”. Si è trattato di un evento preparatorio di Expo 2015, l'esposizione mondiale dedicata al tema della nutrizione del pianeta che si svolgerà a Milano l'anno prossimo e nella quale i territori avranno una particolare visibilità. Che ciò avvenga in una prospettiva sovranazionale come le macroregioni europee (Baltica, Danubiana, Adriatico Ionica e Alpina) prefigurano, mi sembra una cosa niente affatto trascurabile. Riporto qui di seguito il mio intervento.

 

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Archivio “Onda su onda”

Primo piano

  • Articolo 18, un dibattito fuori dal tempo

    di Michele Nardelli

     

    (30 settembre 2014) L'acceso dibattito sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (vedi allegato) non mi piace affatto. Lo ritengo datato e fuorviante, funzionale ad uno scontro simbolico fra due approcci entrambi fuori dal tempo ma che ancora segnano la dialettica politica italiana.

    Sia chiaro. Considero la Legge 300 del 1970, lo Statuto dei Lavoratori, fra le più significative conquiste di civiltà che il ciclo di lotte degli anni '60 abbiano prodotto, consolidando sul piano legislativo quel che si era costruito nel conflitto sociale sul piano delle relazioni industriali e sindacali.

    Prima di allora, infatti, era l'arbitrio. Tranne che in alcune grandi aziende dove i rapporti di forza erano favorevoli ai lavoratori, nel vasto tessuto industriale ed artigianale del paese il datore di lavoro aveva prima di allora piena padronanza, disponendo attraverso il licenziamento di un'arma di ricatto molto forte. Con l'introduzione del principio di “giusta causa” venne invece sancita la sindacabilità del licenziamento, con riferimento alle aziende che avevano più di quindici dipendenti. 

    Lo Statuto dei lavoratori

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  • Quel che il referendum in Scozia ci racconta...

    di Michele Nardelli

    (19 settembre 2014) “Il regno è salvo”, dicono con un sospiro di sollievo a Londra, ma hanno ben poco di cui rallegrarsi. Perché l'esito del referendum scozzese, in un primo momento sottovalutato e che successivamente ha fatto tremare i polsi ai poteri forti della City, va oltre i numeri ufficiali che dicono a maggioranza “no alla secessione della Scozia”.

    A guardar bene il successo dei promotori va oltre i dieci punti di differenza fra i favorevoli e i contrari. Per l'attenzione internazionale che ha avuto, per l'altissima affluenza che ha registrato (solo qualche mese fa nel Regno Unito per il Parlamento Europeo aveva votato il 36% degli aventi diritto), per gli impegni in senso autonomistico che il referendum ha strappato al centralismo londinese (e non solo per la Scozia), questo voto lascia il segno. Evidenziando un aspetto forse meno considerato in queste ore ma che a mio avviso assume un valore cruciale, la crisi degli stati nazionali.

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  • Al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina

    L'arcivescovo emerito Desmond Tutu, in un articolo esclusivo per Haaretz, chiede un boicottaggio globale contro Israele e invita gli israeliani e i palestinesi a guardare oltre i rispettivi leader per una soluzione duratura della crisi nella Terra Santa.

    di Desmond Tutu

    Le scorse settimane hanno visto iniziative senza precedenti da parte dei membri della società civile in tutto il mondo contro l'ingiusta, sproporzionata e brutale risposta di Israele al lancio di missili dalla Palestina.

    Se si mettessero insieme tutte le persone che lo scorso fine settimana si sono riunite per chiedere giustizia in Israele e Palestina - a Città del Capo, a Washington, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino e a Sidney e in tutte le altre città - si tratterebbe probabilmente della più grande protesta attiva da parte di cittadini a favore di una singola causa che ci sia mai stata nella storia del mondo.

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  • Angelus Novus

    Mentre guardo attonito le immagini che provengono da Gaza mi vengono in mente le parole con le quali Walter Benjamin descriveva il proprio tempo.

     

    «C'è un quadro di Klee che s'intitola 'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

  • Un modo diverso di declinare la pace

    (12 marzo 2014) Oggi si conclude il mio mandato di presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Un'esperienza molto bella ed intensa della quale vorrei ringraziare le molte persone che, con il loro impegno e intelligenza, l'hanno resa possibile. Il bilancio di cinque anni di lavoro lo potete trovare su questo sito. Ho provato a sintetizzarne il significato in questo breve scritto.

    di Michele Nardelli

    Un marinaio genovese del XVI secolo che diviene “Sinan kapudan pascià”, il fiulin “vegni gio con la piena” nella Milano degli anni '50 che “tacà sul respingent” di un tram scopre un mondo senza limiti, il poeta maledetto che intravede in una delle sue “illuminazioni” quel che sarebbe accaduto con l'industria della morte nel “tempo degli assassini”.

    Tre immagini fra le tante, attraverso le quali abbiamo proposto una originale declinazione di quelle parole – pace e diritti umani – che nella foschia di questo tempo strano hanno smarrito il loro significato e la loro capacità di comunicare.

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  • «Presenti al nostro tempo»

    La relazione di Michele Nardelli all'assemblea del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

     

    (14 dicembre 2013) Siamo così giunti alla conclusione del mio mandato come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Un'esperienza bella e stimolante che ho cercato di interpretare con sensibilità, dedizione e pensiero. "In direzione ostinata e contraria" ha commentato Erica Mondini citando Fabrizio De Andrè nel corso dell'ultima sessione dell'assemblea del Forum svoltasi stamane a Palazzo Trentini.

    Del resto, bastava scorrere il materiale consegnato ai numerosi partecipanti per comprendere l'intensità ma anche la qualità del lavoro svolto in questi quasi cinque anni, un bilancio del quale la mia relazione è parte integrante.

     

    La relazione di Michele Nardelli

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  • Tornare alla terra

    S'intitola "Terra madre. Filiere corte, fondi rustici, animazione territoriale, certificazione di qualità nell'azione legislativa di Michele Nardelli".

    E' una sorta di rapporto sul lavoro svolto sul tema dell'agricoltura nella legislatura che si è appena conclusa, ma insieme una proposta per mettere al centro dell'azione del futuro governo del Trentino il territorio, le sue vocazioni e la qualità delle sue produzioni.

    Tornare alla terra, un progetto politico.

    L'opuscolo sull'agricoltura

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  • Fare meglio con meno, il mio manifesto programmatico

    "Fare meglio con meno". Il mio manifesto programmatico

    Non è un bilancio del lavoro svolto e nemmeno il libro dei sogni. E' uno sguardo sul Trentino fra passato, presente e futuro. Un po' come l'idea di "Fare meglio con meno": l'essere orgogliosi di quel che abbiamo realizzato in questi anni riuscendo a tenerci lontani dalle politiche del rancore, il vederne le criticità e l'essere esigenti con noi stessi, la consapevolezza che con minori risorse finanziarie dovremo dare il meglio di noi, valorizzando il patrimonio di sensibilità, di competenze e di esperienze di ciascuno.

    Il mio manifesto programmatico

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Perturbare la pace
Prima guerra mondiale

(21 ottobre 2014) Presenti al proprio tempo. Ho usato queste parole, nel dicembre scorso, a conclusione della mia esperienza, bella e stimolante, alla presidenza del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Descrivendo così il tratto distintivo di un percorso nel quale ho – ma è più giusto dire abbiamo – cercato di far uscire la pace dalla retorica banalizzante in cui da tempo si è cacciata.

Un lavoro impervio. Non solo perché oggi la guerra continua ad essere il modo normale con cui si regolano i conflitti, ma anche perché il pacifismo si è arenato nei propri rituali, incapace di rompere gli steccati della propria autoreferenzialità.

Ci abbiamo provato, non so con quale esito. Certamente testimoniando che c'è un modo diverso di declinare la parola "pace", indagando la guerra fin dentro la banalità del male. Una strada originale che ha avuto il merito di intercettare le grandi questioni del nostro tempo, dallo “scontro di civiltà”, al cruciale tema del “limite”, all'elaborazione del Novecento nel centenario del “secolo degli assassini”. "Perturbare la pace" abbiamo detto, riprendendo la straordinaria suggestione di James Hillman.

Ora, nel vedere riproposta la marcia per la pace Perugia Assisi con il suo stanco rituale di parole d'ordine che nella loro astrattezza divengono retorica, provo una distanza crescente. Dietro la festa delle bandiere arcobaleno c'è a guardar bene un vuoto profondo, tanto nell'incapacità di tentare risposte alle aree di crisi in grado di condizionare l'agenda dei governi, come nel dotarsi di una agenda propria per sottrarsi alle continue emergenze e costruire – nel pensiero come nell'agire quotidiano – una consapevolezza ed un sentire diffuso. Per non parlare delle miserie umane che pervadono anche questi luoghi, quasi un tabù per i chierici della pace.

Penso che la pace richieda quello stesso cambio di pensiero di cui ha bisogno l'umanità per immaginare un futuro diverso dalla guerra di tutti contro tutti che la limitatezza delle risorse e l'indisponibilità a rivedere i propri stili di vita pongono in essere. E penso che il mondo della pace non abbia bisogno di anestetici per sentirsi meno solo.

Un terribile amore per la guerra
copertina
James Hillman
Un terribile amore per la guerra
Adelphi

 

«C'è una battuta in una scena del film Patton, generale d'acciaio, che da sola riassume ciò che questo libro si propone di capire. Il generale Patton ispeziona il campo dopo la battaglia. Terra sconvolta, carri armati distrutti dal fuoco, cadaveri. Il generale solleva tra le braccia un ufficiale morente, lo bacia e, volgendo lo sguardo su quella devastazione, esclama: "Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita"...»

«...I soldati sopravvissuti a una battaglia dichiarano, al ritorno, che quello è stato il momento più ricco di senso della loro vita, di un senso che ne trascende ogni altro...»

«... Scrivere di guerra rende più vicina la guerra, e anche la morte. Arriverò ad accompagnare il mio scritto fino alla fine? O sarò interrotto a metà strada? Facciamo che il libro sia un atto propiziatorio, un'offerta agli dei che governano queste cose... Strano che quello che suppongo sarà il mio ultimo libro approdi sulle rive di questo tema...»

Riconoscere la Palestina. Per fondare su altre basi un nuovo processo di pace.
Haifa

(16 ottobre 2014) Il Parlamento del Regno Unito vota a larga maggioranza la proposta del riconoscimento dello Stato di Palestina. Un'espressione dal forte valore politico, quand'anche non vincoli l'azione del Governo britannico. Qualche giorno fa era stato il Governo svedese a pronunciarsi per il suo riconoscimento, provvedimento che aveva un'immediata efficacia nelle relazioni diplomatiche fra i due paesi.

In questo modo i paesi che riconoscono lo Stato di Palestina sono 121, mentre altri 30 hanno un rapporto diplomatico con l'autorità nazionale palestinese pur non riconoscendo formalmente lo Stato di Palestina. Fra questi l'Italia. Per questa ragione ho aderito nei giorni scorsi ad una petizione con la quale si chiede al Governo italiano questo passaggio politico formale.

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Breviario Mediterraneo

Predrag Matvejević

Breviario Mediterraneo

Garzanti, 2006

 

I traffici dei mercanti, le migrazioni delle anguille, fughe di popoli e nascita di idee, leggende, architettura, storia, paesaggi.
Predrag Matvejević


 
Il libro che ti devi portare in una vacanza mediterranea, per comprendere l’intreccio straordinario di parole, saperi, profumi fra oriente ed occidente.

Genova, non è la pioggia ad averla ridotta così...
Gustav Klimt

(13 ottobre 2014) Fra le città italiane, Genova è una di quelle che ho più di altre nel cuore. Per la sua storia intrecciata di naviganti e mediterraneo, per quanto ha saputo esprimere sul piano culturale, per la frequentazione che ho avuto della città della lanterna negli anni '80 e le amicizie che pure mi rammarico di non aver coltivato a dovere. Vederla quindi in questi giorni nuovamente piegata dal fango mi addolora.

No, non è la pioggia ad averla ridotta così. Certo, il cambiamento climatico in atto e la sua tropicalizzazione hanno il loro peso, qui come in tante altre parti di questo paese bello e fragile alle prese con un dissesto idrogeologico che l'attraversa di lungo in largo. Ma la fragilità, a Genova come altrove, è il prodotto dell'agire dissennato che in nome dello sviluppo e del profitto hanno cementificato il territorio, reso impermeabili i letti dei corsi d'acqua oltretutto preda dell'incuria, lasciato andare in malora il faticoso lavoro di ingegneria rurale ed urbana che erano i terrazzamenti e i muri a secco, fatto scempio delle antiche “crêuza de mä”1, le mulattiere di mare che portavano alla collina e delle quali ci ha raccontato Fabrizio De Andrè.

Un modello che da tempo ormai si mostra in tutta la sua insostenibilità e sul quale sarebbe bene che avvenisse una riflessione, magari cercando le strade per tornare sui nostri passi. Perché la responsabilità di quanto avviene in queste ore non lascia scampo: riguarda chi ha pianificato il territorio, chi ha fatto lobby per rendere edificabili aree fragilissime, chi ha deciso le cubature ammissibili, chi ha rilasciato le licenze, chi ha fatto le perizie avvallando quelle scelte, gli imprenditori che hanno speculato, la politica che ha lisciato il pelo agli interessi privati, chi doveva esercitare una funzione di controllo, chi non ha avuto il coraggio di tornare indietro.

No, non è solo la mancanza di piani di emergenza che pure hanno a che fare con la partecipazione e la coesione sociale, come l'esperienza della Protezione Civile trentina dimostra. Qui è necessario cambiare rotta, smetterla di associare il futuro alla crescita, lavorare sulla riqualificazione del territorio e delle aree urbanizzate (compreso il patrimonio edilizio), se necessario abbattere e ripristinare le situazioni precedenti. Un altro modo di pensare, rispetto al quale nessuno si può chiamare fuori. Altrimenti correremo dietro a sempre nuove emergenze e grida ipocrite, “rimuovendone l'essenza”.

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Per un'alleanza sull’acqua
Acqua, fonte di vita

di Emilio Molinari

L’obiettivo della ripubblicizzazione dei servizi idrici si è arenato in un vicolo cieco. A tre anni dal referendum solo Napoli ha trasformato il servizio da SPA in house ad azienda speciale.

I successi del movimento stanno: nell’aver fermato la Multiutility del Nord, respinto a Cremona il tentativo di far entrare i privati nella gestione in house, impedito ad ACEA di vendere altre quote, nello scorporo dell’acqua a Trento e si spera a Reggio Emilia e aperto in Toscana la discussione, sullo scorporo da Acea....

L’ostilità dei governi e l’attacco allo stesso referendum erano scontati. Ma ciò non spiega il perché del vicolo cieco in cui si è arenato il movimento.

Credo sia tempo di rivedere criticamente, non il contenuto della ripubblicizzazione in sé, ma la strategia con la quale è stato perseguito, improntata al rigido spartiacque della coerenza al vincolo quasi ideologico dell’eliminazione delle SPA in house. Prescindendo dalla lettura della realtà, dai rapporti di forza, dalla capacità di farsi capire dalla gente, dai limiti stessi presenti nel risultato referendario che, al di la della volontà degli elettori, di certo fermava l’obbligatorietà all’ingresso dei privati.

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Appunti di viaggio nell'Europa di mezzo
Kozarac, 1996. La moschea

 

di Michele Nardelli

(Questo reportage si riferisce ad un mio recente viaggio balcanico ed è stato pubblicato su questo sito nel corso di sei diverse puntate. Ho pensato di farne un solo racconto per chi avesse perso qualche puntata e per poterne ricavare una visione d'insieme)

Premessa

Dal mio ultimo viaggio balcanico è passato grosso modo un anno. Non più di tanto dunque, ma nell'agosto scorso fu una puntata veloce nel corso della prima navigazione danubiana di "Viaggiare i Balcani" in occasione della conferenza sul significato del “buono, pulito e giusto” nel valorizzare l'unicità di questo pezzo d'Europa. Non ho dubbi, questo pezzo d'Europa mi manca.

Non è questione di nostalgia, la cosa che mi è mancata è stato soprattutto lo sguardo strabico che la precedente frequentazione mi aveva aiutato ad avere, quella lettura dell'Europa che mi aiutava a comprendere con maggiore nitidezza i processi della modernità che l'hanno attraversata negli anni cruciali seguiti alla caduta del muro di Berlino. Era questa, del resto, la mia risposta a quanti in passato mi chiedevano ragione di questa particolare attenzione verso i Balcani. Come spesso vado dicendo attorno al centenario dell'inizio della prima guerra mondiale, non è affatto un caso che il Novecento, il “secolo degli assassini” che ancora non abbiamo sufficientemente elaborato, sia iniziato e si sia concluso in quel di Sarajevo.

Passa da qui la costruzione dell'Europa politica. Passano da qui le forme più acute della post modernità seguita al fallimento della sperimentazione politica e sociale che è stato il comunismo reale. Passano da qui le forme più aggressive della deregolazione che poi si riverberano nel resto d'Europa nei modi più svariati, dallo sfruttamento della persona alla criminalità organizzata. Passa da qui quel processo culturale di imbarbarimento che permette di vivere tutto questo come naturale, spesso suffragato dalla più o meno consapevole adesione ideologica al turbocapitalismo.

Ecco, in questo racconto di viaggio, attraverso le immagini e le parole raccolte, vi parlerò di tutto questo.

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Una diversa prospettiva
La copertina

 

Ugo Morelli

Il conflitto generativo

Città nuova, 2014

 

È possibile guardare e vivere il conflitto come fatto positivo? Nel suo saggio “Il conflitto generativo” pubblicato da Città Nuova, Ugo Morelli ci introduce ad approccio nuovo ed originale.

Nel linguaggio di ogni giorno e non solo, quando si dice conflitto si intende guerra. Guerra e violenza, pertanto, restano egemoni su vari piani e in particolare nel linguaggio ordinario e nella narrazione storica. Sono proprio la parola “conflitto” e le fenomenologie che essa indica a non avere cittadinanza nel linguaggio e nella prassi. Il conflitto, infatti, è costantemente confuso con la guerra. Quando si dice conflitto, di solito, si intende guerra, indifferentemente.

Non emerge una domanda di conoscenza rispetto alla distinzione tra guerra e conflitto. Né si afferma ancora il bisogno di conoscere rispetto agli incontri tra differenze, culture, interessi, individuazioni e appartenenze diverse, orientamenti e spiegazioni del mondo. Tende anzi a prevalere la negazione. Eppure la conoscenza potrebbe essere la via per riconoscere la generatività del conflitto e la sua distinzione con l’antagonismo e la guerra, con le conseguenti opportunità per la creazione della cooperazione e della pace.

 

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Il continuo posticipare il tempo dell’amore…
contro l\'omofobia

 

di Federico Zappini

“Per tutti, anche per i più fortunati, l’amore comincia necessariamente con una sconfitta.”
Hermann Hesse

Forse dobbiamo prenderla proprio come scrive Hermann Hesse – come una sconfitta necessaria – ma la decisione della Giunta Provinciale di sospendere e posticipare la discussione a proposito della legge sull’omofobia è un brutto segnale.

Non tanto per l’allungamento dei tempi – si è atteso molto, non sarebbero questi mesi a fare la differenza – quanto per il come questa scelta si è realizzata. Si era di fronte alla possibilità di trovare la quadratura del cerchio, sulla base di un’interlocuzione tra cittadini e istituzioni (difficile, macchinosa eppure efficace) capace di portare a un passo dalla conclusione un processo iniziato da lontano, con una proposta di legge d’iniziativa popolare firmata da migliaia di persone.

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La Prima Guerra Mondiale continua ancora nel vicino Medioriente
Betlemme, inizio \'900

di Adel Jabbar

(29 settembre 2014) L’area del vicino oriente (comunamente e erroneamente chiamato medioriente) è stata uno degli scenari principali della Prima Grande Guerra. L’intervento dell’Impero Ottomano - che al tempo controllava quei territori a fianco dell’Impero Austro-ungarico e della Germania (gli Imperi centrali) - determinò enormi cambiamenti, ridisegnando nuovi asseti statuali e nuove aree di influenza.

All’interno dell’establishment ottomano c’erano tre orientamenti riguardanti la scelta che avrebbe dovuto prendere l’impero relativamente alla propria collocazione nella guerra: la neutralità, l’adesione allo schieramento delle Potenze Alleate (sostenuta da esponenti che avevano avuto esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna). Entrambe le posizioni erano minoritarie mentre la maggioranza, che rappresentava la terza posizione, era propensa a far parte delle Potenze Centrali: di conseguenza l’Impero ottomano scelse di aderire a questo secondo schieramento.

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Brahmi, il trentino che sfida i jihadisti
Saadi Brahmi e Michele Nardelli

(26 settembre 2014) "Ho paura, ma vado". Saadi Brahmi, fratello di Mohamed, il deputato del partito popolare ucciso poco più di un anno fa , vive da 23 anni a Trento ma questa mattina prenderà l'aeeo per tornare in Tunisia. Si candida alle elezioni a Sidi Bouzid, dove è nata la rivoluzione dei gelsomini.

E' questo l'incipit del servizio di Simone Casalini che appare oggi (ieri per chi legge) sul Corriere del Trentino dedicato alla scelta dell'amico Saadi di partecipare alla vita politica del suo paese d'origine in un passaggio particolarmente delicato per il Mediterraneo e per il vicino Oriente. Ho salutato Saadi mentre era all'areoporto, augurandogli un esito positivo ma anche assicurandolo nel mio sostegno personale e, per quanto possibile, della comunità trentina di cui è stato ed è protagonista attivo.

(nella foto la conferenza stampa che abbiamo tenuto lo scorso anno dopo l'assassinio del fratello di Saadi Brahmi)

Il servizio di Casalini

Per un Trentino libero dall'amianto
Fiore appassito

(19 settembre 2014) Il Corriere del Trentino di ieri riprende, dopo l'intenso dibattito sulla questione "filiere corte" e l'attuazione della LP13/2009, un altro tema importante che nella scorsa legislatura è stato oggetto di un'apposita iniziativa legislativa di cui sono stato il promotore, quello dell'inquinamento da amianto.

In prima pagina e poi con un ampio servizio, il Corriere del Trentino fa un bilancio della Legge 5/2012 a due anni dall'approvazione, dal quale risulta il risanamento di circa mille edifici dalla presenza di eternit. Un risultato positivo, certamente, ma che richiede un'azione di informazione e di finanziamento più sistematica per il risanamento del nostro territorio dalla presenza di amianto e la riqualificazione del nostro patrimonio edilizio. Ecco l'articolo di ieri. Mentre oggi e nei prossimi giorni prosegue il confronto sulle pagine del Corriere.

L'articolo del Corriere

La Catalogna verso l'indipendenza?
Spagna

Giovedì prossimo la Scozia va alle urne nel referendum sulla secessione dalla Gran Bretagna. Un passaggio delicatissimo che i sondaggi danno in equilibrio fra favorevoli e contrari. Il voto sarà trasversale rispetto agli schiaramenti tradizionali, nel quale il federalismo europeo (quello che in questi mesi abbiamo sintetizzato con lo slogan "territoriali ed europei") sembra schiacciato e privo di consenso. Il tema è di grande attualità e investe diverse regioni europee, dove si confrontano nuovi centralismi e vecchie piccole patrie. Per questo mi sembra importante la riflessione che l'amico Steven Forti ci ha inviato in queste ore.

di Steven Forti
(ricercatore presso l’Instituto de Historia Contemporanea dell’Universidade Nova de Lisboa e presso il CEFID dell’Universitat Autònoma de Barcelona)

(14 settembe 2014) Non è possibile comprendere ciò che sta succedendo in Catalogna estrapolando la questione catalana dalla situazione di crisi generale che sta vivendo la Spagna in questo ultimo lustro. Anche perché i dati macro e micro dimostrano che la Catalogna è stata colpita tanto quanto la Spagna dalla crisi economica e che le ricette applicate per “uscire dalla crisi” dal governo regionale catalano – guidato dal conservatore Artur Mas dal novembre del 2010 – sono state le stesse applicate poi da Rajoy e sono iniziate ancora prima.

Come spiega bene il già citato professor Vicenç Navarro, “si deve capire che le politiche che si stanno applicando in Catalogna e in Spagna sono il sogno delle destre, sia di quella catalana sia di quella spagnola”. Ossia, privatizzare, smontare lo stato sociale e abbassare i salari. Sia in ambito statale sia in ambito locale, infatti, tra il 2010 e il 2012 – ed anche in seguito in alcuni casi – CiU ha appoggiato il PP e viceversa, arrivando a facili accordi sull’applicazione di drastiche misure di austerity. La “luna di miele” tra i due partiti è finita però nel settembre del 2012: da quel momento sono state le bandiere a prendere il sopravvento in entrambi i lati dell’Ebro, senza però portare a un cambiamento nella strategia neoliberista di entrambi i governi.

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Cooperazione internazionale: nuova legge, vecchi sguardi
vascello

di Mauro Cereghini *

“Vascello corsaro” è l’immagine con cui il sottosegretario agli Affari Esteri Lapo Pistelli ha presentato il nuovo corso della cooperazione allo sviluppo italiana, ridisegnata da una legge di riforma nell'agosto scorso. Un veliero non gigante – la crisi costringe a volare bassi – ma agile a muoversi nei difficili mari internazionali. Che tradotto significa meno burocrazia nella cooperazione, decisioni più rapide ed efficienti, gioco di squadra e coerenza di scelte tra attori diversi ma “uniti sulla stessa barca”.

Tra volontà e risultato, però, c’è spesso uno scarto, ed è quanto emerge anche dalla lettura di questa legge. A Pistelli va riconosciuto il merito di aver portato in fondo una riforma arenatasi più volte nelle legislature precedenti. Il suo vascello tuttavia appare ondeggiare tra buoni propositi e mediazioni al ribasso, tra timide innovazioni e trite riproposizioni del passato.

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Filiere corte, la legge da attuare
Casaliva

(7 settembre 2014) Il Corriere del Trentino di oggi dedica un'intera pagina alla LP 13/2009 sulle filiere corte. E' stata la mia prima legge, approvata nel corso della XIV legislatura, ma che ancora - nonostante l'approvazione del piano attuativo - deve trovare piena applicazione. Grazie al Corriere che ha la sensibilità di andare a vedere come i provvedimenti legislativi approvati vengono seguiti dalla nuova Giunta. Riporto qui di seguito una breve nota che il Corriere mi ha chiesto sull'argomento.

 

La Legge Provinciale n.13 del 3 novembre 2009 è sicuramente il più importante provvedimento sull'agricoltura approvato nel corso della XIV legislatura provinciale. Sarebbe però sbagliato pensare la LP 13 come una legge di settore. Si tratta infatti di un provvedimento multidisciplinare che investe – oltre all'agricoltura – l'economia, l'industria agroalimentare, il commercio, il turismo, la sanità, l'ambiente, la scuola e la formazione professionale.

Un'immagine dell'articolo del Corriere

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Ballata per la figlia del macellaio
La copertina

Peter Manseau

Ballata per la figlia del macellaio

Fazi Editore, 2009

 

"Una fiaba ironica e lieve sul valore della vita e della letteratura"

 

«Ho capito che il fanatismo e la terra si nutrono a vicenda. Prima avevamo la Terra Promessa, la desideravamo ardentemente; quando la ottenemmo, lottammo per tenercela. Non avrei mai creduto che avrei detto una cosa simile, ma dopo aver combattuto per essa, e dopo averla lasciata, non credo che la desidererò più. Mi sembra quasi che starne lontani sia la cura per quella particolare forma di pazzia».

Romania, l'isola ottomana di Ada-Kaleh, paradiso affondato

Romania: l'isola ottomana di Ada-Kaleh, paradiso affondato

Ada-Kaleh, cartolina d'epoca

 

Fichi alle noci, torrone, sorbetto alla menta... un profumo orientale caratterizzava in passato Adah-Kaleh, minuscola e leggendaria isola nel Danubio, stretta tra Romania e Serbia. Non esiste più da un mattino del 1971, fatta sparire dall'uomo

(Tratto da Les Nouvelles de Roumanie e pubblicato originariamente da Le Courrier des Balkans il 29 agosto 2014 e da Osservatorio Balcani Caucaso)

In passato, a tre chilometri a valle di Orsova, Ada-Kaleh, isolotto lungo poco più di un chilometro e mezzo e largo cinquecento  metri, era brulicante di vita. Vi viveva una comunità d'origine turca di un migliaio di persone. Piccoli artigiani e commercianti che proponevano nelle loro botteghe profumi di petali di rose, gioielli e prodotti provenienti dall'Oriente.

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I buoni siamo noi
La copertina del libro
Luca Rastello
I buoni
Chiarelettere, 2014

 

Il nuovo libro di Luca Rastello. Un romanzo, ma anche una denuncia sull'insostenibilità e sull'ipocrisia del mondo no profit. Un attacco alla bontà che genera potere, seguito da molte polemiche per i nomi che lascia intendere. Una recensione.

di Mauro Cereghini

Avrei voluto scrivere de "I buoni", l'ultimo libro di Luca Rastello, come di un romanzo. E dire della sua capacità di catturarti, di avvolgerti nella lettura pur prendendoti a schiaffi quasi ad ogni pagina. Dalle fogne di Bucarest alle fabbriche abbandonate delle nostre periferie urbane, ti getta addosso il fango di un'umanità scartata. La fatica di tante anime fragili, dello psicologo in bilico sulla sua identità sessuale, della ragazza madre dagli occhi sempre tristi, dei bambini rumeni malati di aids. Eppure persone vive, sguardi veri.

E poi parlare del racconto di chi li aiuta, del lato oscuro dei buoni per professione, dei volontari e degli operatori sociali. Anche loro ritratti nella nuda concretezza, fatta di quotidiani compromessi più che di nobiltà e princìpi. Un'immagine lontana dalle riviste patinate, con le rubriche fisse sul sociale-equo-solidale che fa tanto chic. E libera dalle retoriche politicamente corrette delle "operazioni bontà" e delle "partite del cuore", versioni televisive della carità più pelosa. Quella che lava con qualche avanzo di portafoglio le cattive coscienze, permettendo loro di continuare a farsi i fatti propri.

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Chi vince e chi perde
c\'era una volta la Palestina

di Michele Nardelli

(27 agosto 2014) Un accordo fra Hamas e Governo israeliano sembra essere stato raggiunto. Ora gridano vittoria ma basterebbe fare un bilancio delle vite spezzate, dei feriti e delle distruzioni per prendere atto che – come sostiene Marcello Flores nell'intervista a Repubblica che riportiamo qui sotto – hanno perso tutti. Qualcosa di vero però c'è nella reciproca valutazione di vittoria: vengono legittimati i “signori della guerra”, da una parte e dall'altra.

L'obiettivo di Israele era quello di delegittimare ulteriormente l'Autorità Nazionale Palestinese perché preferiscono che i palestinesi siano identificati con i fondamentalisti per portare ancora più a fondo l'operazione di sottrazione di territorio palestinese che, peraltro, riguarda più la Cisgiordania che Gaza. Ben sapendo che con l'impresentabilità internazionale di Hamas potrebbero aver più facilmente mano libera per nuove prossime operazioni militari a Gaza, a Gerusalemme est e nei territori dove sono previsti muovi insediamenti illegali.

Dall'altra parte Hamas appare agli occhi della popolazione palestinese (non solo di Gaza) il soggetto che ha ottenuto la tregua e che ha fatto parzialmente aprire il valico di Rafah con l'Egitto, ottenendo un allentamento dell'embargo verso la Striscia di Gaza. Il che era avvenuto anche nel 2012, ma poi rimangiato dal governo di Netanyahu.

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Alla cieca
Claudio Magris
Alla cieca
(Garzanti, pp. 335, 18 euro)

"Del mio fato no me lagno, go trovà un altro bagno". Potrebbe essere sintetizzato in queste poche parole la tragedia del Novecento raccontata da Salvatore Cippico (o anche Cipiko o Čipiko), un comunista triestino che dopo la guerra di Spagna conosce il campo di concentramento di Dachau e l'internamento con i "Monfalconesi" nel bagno penale di Goli Otok, il gulag titino, per finire in manicomio. In questi giorni ho riletto "Alla cieca" di Claudio Magris: poche volte ho sentito un libro così vicino. Ogni volta che parlo della necessità di "scollinare il Novecento" penso che questo straordinario romanzo della storia andrebbe usato come lo strumento per l'elaborazione del nostro recente passato. Imperdibile.

recensione

Il fondo stretegico di 500 milioni di euro per lo sviluppo locale al via
Beni comuni

Il Fondo stretegico per lo sviluppo regionale che avevo proposto con una mozione nel 2012 sta decollando. Nei giorni scorsi se ne è parlato in sede di stesura del bilancio di variazione 2014 delle Province Autonome di Trento e di Bolzano e nelle commissioni competenti. A breve l'approvazione del regolamento ed entro anno l'attivazione. Quando ne proposi la costituzione, l'avevo definito uno strumento della finanza di territorio. In allegato un mio intervento in forma di editoriale per un quotidiano locale.

(3 aprile 2014) Con una deliberazione di variazione al bilancio di previsione 2014, presentata dal presidente Ugo Rossi, la Giunta provinciale ha stanziato 75 milioni di euro per il Fondo Strategico del Trentino-Alto Adige. L'impegno finanziario da parte della Provincia autonoma di Trento segue la decisione della scorsa settimana con cui è stata approvata la struttura del Fondo, a cui contribuira' con altri 75 milioni la Provincia autonoma di Bolzano, il fondo previdenziale Laborfonds, Pensplan e altre strutture finanziarie che hanno aderito o aderiranno. Al fondo potranno aderire poi tutti i fondi di previdenza locali al fine di orientare flussi di risparmio generati dal sistema locale verso investimenti strategici per lo sviluppo del territorio; non ci sono limiti alla partecipazione dei privati.

L'editoriale

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