"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

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Andrà tutto bene, se…
Un salto di fede © Adtamo

di Federico Zappini *

Nell’ultimo pacco di libri che è arrivato e ho aperto in libreria – ormai due giorni fa, il prossimo sarà immagino tra diverso tempo – c’era Un’altra fine del mondo è possibile, scritto a sei mani (e una miriade di cervelli) da Pablo Servigne, Raphaël Stevens, Gauthier Chapelle. Non è un testo pessimista, anzi. Si trova nella collana Visioni, scelta editoriale lungimirante dell’Istituto Treccani. Una serie di volumi importanti, alcuni fondamentali.

Alcune cose si vedono bene solo con occhi che hanno pianto”. La citazione di Henri Lacordaire – illuminante – che introduce un ragionamento articolato che tenta di partire da dove siamo (sull’orlo di un precipizio, da prima della comparsa del Covid19) per metterci nelle condizioni di arrivare a un’altra fine, intesa non come tragedia ineluttabile ma come opportunità di attivarsi per un Mondo diverso e migliore. “Per ripensare il modo in cui vediamo il mondo, cioè l’essere nel mondo.” La chiamano collassosofia.

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Stato di eccezione
Campo di Jesenovac

di Simone Casalini *

Il tempo della città è sospeso, scardinato. È saltata l’organizzazione interna, il metro unico che la regola, il moto perpetuo che cambia solo alle leggi dell’economia. Il “tempo vuoto e omogeneo” descritto da Walter Benjamin, modellato dal capitalismo, si è insabbiato. Si sono annullate anche le coordinate culturali, i diagrammi del pregiudizio che si espandono ora con altre direttrici. Nemesi del virus. Anche se i soggetti vulnerabili restano tali, ultimi anche nell’epidemia. Con il loro recipiente di pietà sempre più vuoto, accasciati lungo le vie del centro, o nella resilienza quotidiana di una disabilità o nella diagonale della precarietà e della massa, quella che non può rispettare le misure di sicurezza. La malattia conserva le gerarchie, non omologa.

L’emergenza sta generando, come è ovvio, visioni differite, binarie, contrastanti. “Nulla sarà più come prima” è un verdetto che si depone con facilità perché l’emozione è viva e pulsa. Ma, a parte la lacerazione della morte, è improbabile che il coronavirus spinga il sistema economico e sociale in un punto di caduta tale da rovesciarne gli addendi. Non è avvenuto nemmeno con la Grande crisi del 2008 che ha stimolato una manutenzione o poco più. E ora le imprese chiedono un Piano Marshall per uscire dal buio dell'isolamento e la politica offre pacchetti di resistenza che servono a mitigare la traversata nell’epidemia, a ricomporre lo status quo. Il Covid-19 non aprirà e non chiuderà un ciclo storico-economico.

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Chiudere subito lo stabilimento degli F-35 e tutti gli impianti delle produzioni militari
F35 orgoglio italiano

Lo chiedono Sbilanciamoci!, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo all'indomani del Decreto che ha ulteriormente ridotto le attività produttive in Italia a causa del coronavirus

Il DPCM del governo entrato in vigore il 23 marzo esclude dal blocco delle attività produttive le fabbriche che realizzano sistemi d'arma e tra questi lo stabilimento di Cameri dove vengono assemblati i cacciabombardieri F-35. Il settore industriale “aerospazio e della difesa” è stato infatti incluso tra le categorie delle attività strategiche e dei servizi essenziali.

La Campagna Sbilanciamoci!, la Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo chiedono l'immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d'arma.

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Resta a casa e riscopri il piacere delle qualità del tuo cibo
Il broccolo di Torbole

Carissimi,

questi giorni, d’obbligatoria presenza a casa che risulta impegno prioritario per tutti, offrono anche l’opportunità di cercare e riscoprire nella cucina casalinga le qualità del cibo che possono contribuire alla tutela ambientale e alla prevenzione sanitaria, anche delle malattie infettive. E’ utile ricordarlo perché fin dai tempi di Pasteur si sa che tali malattie dipendono, si dal contatto con il microbo o il virus, ma anche dal loro terreno di coltura. E’ il terreno che alimentiamo dentro di noi e nel quale possiamo rafforzare l'energia di difesa col nostro cibo di qualità.

Ma come? Ecco un decalogo di indicazioni.

1. Devi garantirti un apporto quotidiano di fibre vegetali soprattutto di cereali integrali, fibre che fanno funzionare bene l'intestino. La fibra nutre i microbi "amici" (vedi ad es. quelli della pasta madre del pane) in un intestino sano dove anche il sistema immunitario è sano e ci difende dalle infezioni. Usa quindi, quando ti è possibile, pane integrale invece di pane bianco, polenta di mais integrale, zuppa di orzo

2. Cerca e preferisci cibi freschi, locali e prodotti con disciplinari attenti ad evitare l’eccesso di concimi chimici e l’uso di pesticidi pericolosi, meglio “biologici”.

L'appello in grafica

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Perché proprio qui?
Bergamo. La colonna di camion dell'esercito per trasportare le salme dei defunti

Raccolgo dal sito www.rivistailmulino.it questa “Cartolina da Bergamo” che mi è stata segnalata dall'amica Luisa.

di Paolo Barcella*

(18 marzo 2020) Vivo nell'epicentro del contagio, a pochi chilometri dall'ospedale di Alzano, cuore del disastro bergamasco. Mi limito a fornirvi qualche dato sul presente in cui vivo, molto materiale, qualora non vi fosse giunto proprio tutto, da Bergamo.

I morti – come sostiene anche il sindaco Giorgio Gori – sono molti più di quelli che vengono conteggiati, perché non tutte le persone che muoiono hanno avuto un tampone. Infatti, già da domenica 8 marzo, gli ospedali della città non riescono più a ricoverare tutti, quindi c'è chi resta – o viene fatto rimanere – a casa a curarsi l'infiammazione fino a quando può. I morti sono così tanti che il crematorio di Bergamo non regge i ritmi e sono terminate le scorte di urne funerarie. Il padre di un fraterno amico rianimatore è morto il 13 marzo e ha avuto come data per la cremazione il 23 marzo. Ci vogliono oggi dieci giorni o più per cremare un uomo, nonostante il crematorio lavori a ritmo serrato. Le bare rimangono nelle case per 4 giorni, perché anche le pompe funebri e gli spazi cimiteriali sono al limite. Nel cimitero di Bergamo accumulano bare su bare, e le piazzano dove possono, in tutti gli spazi coperti a disposizione.

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Se Vaia non è un caso è ora di svegliarsi
Vaia nelle valli dolomitiche

"Il monito della ninfea" è il libro di un realismo che evita l'ideologia e si affida alla verità dei dati per dire quanto sia urgente affermare una cultura del limite per frenare la corsa verso il baratro ambientale. Lo hanno scritto Michele Nardelli e Diago Cason ripercorrendo i luoghi del drammatico shangai degli alberi nell'area dolomitica. Ma non è un viaggio tra alberi spariti. E' un viaggio nel mondo che si gioca il futuro.


di Carmine Ragozzino *

 

(24 febbraio 2020) Da Cassandra in poi – ma forse anche prima - la storia del mondo è una storia di allarmi ignorati, bistrattati, maltrattati, confutati. È una storia di lacrime. Sempre postume. Di coccodrillo. Il pianeta è un gambero: grande quanto tutti i continenti. Prima il pianeta andava all’indietro. A passo lento. Adesso, oggi, corre. E corre verso il baratro.

E chi s’azzarda, caparbio, a mettere in guardia? Deve fuggire la “sindrome di Cassandra”. Per Wikipedia è “la condizione di chi formula previsioni pessimistiche ma è convinto di non poter fare nulla per evitare che si realizzino”.

Michele Nardelli e Diego Cason - due storie parallele di intrecci ideali tra Veneto e Trentino, un’identica sensibilità che sarebbe riduttivo definire “solo” ambientale – schivano la “sindrome di Cassandra”. Lo fanno nel loro Il monito della ninfea, Vaia, la montagna, il limite”.

Il loro è un libro – documento. Pagina dopo pagina inquieta un po’ di più: cruda verità dell’incontrovertibile. I dati prima delle considerazioni, ma nemmeno un dato senza una considerazione. “Il monito della ninfea” è un libro che parte da “Vaia”. Parte dallo “shangai” degli alberi abbattuti a milioni quel 29 ottobre 2018: boschi ridotti a nulla, il paesaggio di due regioni sconvolto e stravolto. La sicumera – pubblica e privata - costretta ad una lezione di precarietà. Non si sa come e quanto possa essere servita.

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«Il monito della ninfea» su youtube
Un'immagine del video
 
 
Un libro sulle conseguenze ambientali e sociali della tempesta Vaia. Un libro sul nostro tempo e sulla nostra insostenibilità.
 
«... lungo quel limes che, nel trascorrere dei mesi, andava accomunando la tempesta Vaia all'acqua alta a Venezia, lo sciogliersi dei ghiacci dell'Artico o della Marmolada al fuoco che devastava l'Australia e la foresta amazzonica, il formarsi inarrestabile di immense magalopoli e l'insorgere di insidiose patologie come il coronavirus... a pensarci, facce diverse della medesima insostenibilità».
 
 
Un video da far girare: https://youtu.be/qVa6CFMy7Vw
 
 
"Il monito della ninfea. Vaia, la montagna il limite", nelle librerie oppure www.lineagraficabertelli.it

 

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