«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Patto progressisti e democratici per l'Italia.

Terremoto

Bersani: Patto progressisti e democratici per l'Italia. Primarie aperte entro l'anno, mi candiderò

Relazione del segretario Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale 

(giugno 2012) La nostra Direzione riprende dopo il rinvio per il terremoto in Emilia, Mantova e Rovigo. E' una vicenda drammatica, una ferita profondissima. Esprimiamo qui il cordoglio per le vittime, la solidarietà per i colpiti, la consapevolezza per l'enorme gravità dei danni, per il colpo alla vita civile, sociale, alla produzione e anche all'identità di quei luoghi magnifici.

Esprimiamo anche la nostra ammirazione e il ringraziamento per tutti coloro - i volontari, gli amministratori, i dipendenti pubblici che sono raramente citati - che si stanno prodigando nel soccorso, fin dalle prime ore. E un grazie particolare dalla Direzione del Partito Democratico ai nostri militanti, ai nostri segretari di circolo, ai nostri dirigenti regionali e locali, ai nostri amministratori, da Vasco Errani fino ai presidenti delle Province, a tutti i sindaci, che sono sempre e tutti in prima linea e fanno vedere coi fatti che cos'è la politica.

Il nostro partito sta mettendo a disposizione le sue strutture, raccoglie fondi e organizza le feste e gli appuntamenti politici in funzione dell'emergenza.

Purtroppo sarà una vicenda lunga e difficile: noi ci saremo sempre, anche quando si saranno spenti i riflettori. Ci saremo, così come non verremo meno al nostro impegno per le popolazioni colpite dalle calamità in questi anni, a cominciare dall'Aquila. Rinnovo alle popolazioni dell'Emilia, di Mantova e Rovigo, colpite dal terremoto, tutta la nostra vicinanza e il nostro affetto.

Vorrei ora alzare lo sguardo della Direzione su alcune questioni internazionali: in Italia non c'è sempre spazio per questi temi, cosa che indica il ripiegamento su se stesso di un paese come il nostro. Almeno un cenno invece è necessario. Poco lontano da noi, l'autocrate siriano sta massacrando la sua gente, l'opposizione è divisa più che mai, non si vede ancora una via d'uscita. Per questo credo che si debba assolutamente togliere le protezioni internazionali ad Assad, a partire da quelle di Russia e Cina. E se abbiamo una qualche voce verso quei paesi - e l'abbiamo, a cominciare dalla Russia stessa - facciamola sentire con più forza, rendiamo più chiara e più stringente la nostra sollecitazione.

Per il sud del Mediterraneo vale quello che ha detto qualcuno, secondo me in modo intelligente: le rivoluzioni puoi farle con un tweet, ma le transizioni democratiche no, e il processo che le avvia, è lungo e faticoso. In Tunisia, in Marocco e con i limiti evidenti in Algeria, il processo va avanti; in Libia si dovrebbe andare a votare i primi di luglio, dopo molti rinvii, in una situazione instabile e difficile. In ogni caso è un bene che si proceda verso il voto.

Il percorso elettorale va avanti in Egitto in mezzo a tensioni e anche a vere e proprie sorprese. Resta quello un paese cruciale, bisogna sostenere lo sforzo che si sta facendo. Nel Golfo è tutto fermo o quasi.

Intanto in questi mesi un problema enorme e nuovo: sotto la spinta delle rivoluzioni dei paesi del Sahara, nell'Africa sub-sahariana - cinquemila chilometri tra Mali e Somalia - si sta aprendo un'area assolutamente permeabile a qualsiasi infiltrazione o stabilizzazione di fenomeni radicali non controllabili. Ci sono stati quattro colpi di Stato in cinque anni. Sarà il prossimo gravissimo problema che emergerà, anche nell'opinione pubblica.

Nell'insieme, in quest'area è sul fronte sociale che le risposte non arrivano e, pur nella crisi, sarebbe opportuno che l'Europa e l'Occidente prestassero più attenzione. Questa mattina, il nostro Ministro degli Esteri riferisce di un incontro con il ministro francese Fabius per ri-orientare le politiche di cooperazione dell'Unione Europea in modo rafforzato e prioritario su quest'area, perché è evidente che se le risorse arrivano solo dal Golfo prima o poi da lì non arriveranno solo aiuti arriverà la politica.
Mi fermo qui per dire però che noi continuiamo col nostro Dipartimento, coi nostri Gruppi parlamentari, l'opera preziosa di collegamento con tutte le forze di ispirazione democratica che si muovono in quell'area. Credo che dobbiamo dire che, in occasione della stagione delle Feste e delle nostre iniziative, e pur in un clima che attualmente non favorisce l'attenzione su questi temi, il Partito Democratico deve tenere un tratto distintivo su questo fronte internazionale e, quindi, raccomando anche alle nostre organizzazioni che non manchino di incoraggiare occasioni di discussione.

Cerco ora di stare ai punti essenziali per favorire una discussione aperta, libera, per rendere chiare le decisioni che dovremo prendere responsabilmente e che, secondo una buona consuetudine, è giusto si consolidino, o meno, con un voto.
Primo punto. L'avvenimento politico nazionale di maggior rilievo, dopo l'ultima Direzione, sono state le elezioni amministrative. Sono emerse ragioni per noi di vera soddisfazione in un quadro generale che suggerisce preoccupazioni vere, che non ci sfuggono.

Da noi mai nessun trionfalismo, mai nessuna faciloneria; noi respingiamo queste accuse perché da anni denunciamo l'avvitarsi della crisi democratica con la crisi sociale. La nostra analisi, le nostre proposte partono sempre da lì e - come dirò - siamo preoccupati, ma non abbiamo accettato e non accettiamo di discutere queste preoccupazioni con chi nega l'evidenza dei fatti e non si fa sfuggire l'occasione per tentare di mettere comunque il Partito Democratico fra i problemi e non fra le possibili soluzioni. Perché questo è il punto sul quale non sono consentite da parte nostra ingenuità e non è consentito il "rompete le righe".

Spero ricorderete le prime ore dopo gli scrutini: abbiamo sentito su tutti i canali televisivi cose allucinanti, nostri rappresentanti costretti ad alterarsi per affermare che due più due fa quattro. Allora, i dati stavano su una sola tabella: per tacere dei piccoli comuni e riferirci solo a quelli sopra i 15 mila abitanti, noi ne amministravamo 44 e ora ne amministriamo 98, la popolazione amministrata da noi è più che raddoppiata.

Cos'è questa ? Una sconfitta? Un pareggio? Per tacere della qualità di questi risultati al nord, al centro e al sud! Allora vuol dire che non ci sono problemi? No, ma questo significa dire che noi siamo in campo e siamo dalla parte delle soluzioni per questo Paese, non dalla parte dei problemi. O ancora non si vede che sono in tanti quelli che vorrebbero far senza di noi, senza la nostra autonomia? Devono convincersi che non è possibile, dopo di che si discute amichevolmente e in modo aperto. Quando ci sono dei passaggi cruciali, bisogna tenere fermo il punto.

A proposito della tv - una nota a margine - quel che è avvenuto, è avvenuto tranquillamente su tutte le reti pubbliche, primo, secondo e terzo canale. Ora, un cittadino che paga il canone credo abbia diritto di sapere chi ha vinto le elezioni, di saperlo da un giornalista e da una tabella e non da un confuso esito di una zuffa tra contendenti politici. E, ancora incidentalmente, colgo l'occasione per ribadire la decisione che abbiamo preso qui: , l'ho ribadito al presidente Monti. Con una governance come quella attuale, qualsiasi persona si scelga, la Rai non potrà non dico vincere, ma nemmeno lontanamente ingaggiare una nuova sfida industriale, non potrà far valere le risorse che ha, non potrà garantire un pluralismo che non sia spesso una lottizzazione dozzinale.

Noi non intendiamo essere corresponsabili di questa deriva. C'era tempo e modo di riformare la Rai. Lo si è fatto per le pensioni! Il Pdl ha posto il veto, il Governo non ha voluto o saputo superarlo. Se il Governo farà qualche positiva scelta noi lo apprezzeremo, ma con questa legge noi non ci stiamo. I partiti escano dalla Rai, la Rai sia ordinata secondo il codice civile, riceva dal Parlamento i paletti fondamentali della sua missione, la configurazione moderna di un servizio pubblico. Noi non facciamo l'Aventino, noi apriamo una questione! Affronteremo il tema della prospettiva industriale della Rai, rafforzeremo un osservatorio, luogo non solo di monitoraggio, ma anche di denuncia e di mobilitazione sul tema del pluralismo. Affronteremo così con i fatti - e dimostrandolo con i fatti e non più con le sole parole - che appena toccherà a noi, saremo in grado di risolvere il problema. Così come risolveremo - fatemelo dire - il problema di tutti i meccanismi di nomina, per renderle credibili.
Adesso vengo all'Italia, ai problemi che stanno davanti a noi e che sono emersi con evidenza anche nell'appuntamento elettorale.

Non possiamo ragionarne se non partendo dall'Europa e purtroppo siamo costretti a ragionare sempre e solo attorno ai problemi economici, che sono in realtà una derivata del grande tema politico e cioè il progressivo indebolimento, fino al rischio di collasso, dell'orizzonte europeo: un tema di civiltà, di prospettiva democratica e di modello sociale che si disperde nelle mani della nostra generazione.

Un passaggio storico. Dopo aver detto al mondo come si chiudono secoli di guerra dandosi la mano, dopo aver mostrato un modello, un punto di equilibrio fra economia e società, noi europei adesso siamo diventati muti davanti al mondo, siamo diventati un problema, un elemento di incertezza grave, mentre - ecco una drammatica contraddizione - ormai la nuove generazioni possono solo cercare nell'orizzonte europeo sempre più sfocato una chiave di futuro, di speranza, di modernità.
Ormai c'è poco da fare. La credibilità di un colpo di reni politico e culturale ce la giochiamo nel pieno della crisi: cioè dalla possibilità che dalla dimensione europea venga un visibile aiuto per i problemi che bussano alla porta di casa dei cittadini.
La dinamica è chiara: le ricette europee per affrontare la crisi che si è aperta nel 2008 sono state assolutamente inadeguate.
Nel paese, mano a mano più esposto, si sta verificando un avvitamento fra austerità e recessione e fenomeni galoppanti di radicalizzazione politica, di sfiducia, di distacco e populismo e, quindi, di indebolimento della governabilità. Austerità, recessione, ingovernabilità si danno la mano.

L'ortodossia euro-tedesca - uscendo dall'ipocrisia, francamente non so neanche se si può più parlare di politica europea - garantisce inappellabilmente un meccanismo di contagio, prima finanziario, poi nell'economia reale, nella recessione, e infine contagio politico e culturale. Forme di contagio che poco a poco si stanno allargando al mondo perché partono dalla piattaforma economica più grande del mondo.

Lo diciamo da tempo a tutti i nostri interlocutori nazionali e internazionali: è in cammino il meccanismo dei dieci piccoli indiani. Nel frattempo si sono costituiti nuovi blocchi di forze che, nel breve, guadagnano da questo meccanismo: i movimenti finanziari speculativi sono in grado di togliere sovranità ad ogni singolo paese e trarre profitto dai paesi man mano al margine. Fanno così i predatori nella savana, vedono quello che si stacca dal gruppo, per farne la prossima vittima.
In Germania e negli immediati dintorni arrivano temporanei benefici dalla crisi altrui, benefici che impediscono alle loro opinioni pubbliche di vedere un orizzonte che in realtà è distruttivo per tutti.

Non mancano segnali di resistenza a tutto questo, non mancano forze che si muovono in una direzione nuova: il fenomeno critico di radicalizzazione politica e di frammentazione è emerso anche in Francia, ma è stato efficacemente contrastato dai socialisti francesi, e messo al setaccio, anche nelle legislative, da un sistema elettorale che ricompone piuttosto bruscamente in chiave della governabilità. Ha vinto Hollande scegliendo un profilo europeo, un profilo di sobrietà, un profilo attento alla realtà sociale, e attraverso meccanismi di partecipazione, e combinando esperienza e freschezza.

L'Spd vince in Nord-Reno Westfalia, noi vinciamo le Amministrative: esiste una essenziale piattaforma dei progressisti europei, che può prendere maggiore credibilità, che può diventare una strategia alternativa. Continueremo a lavorarci con le forze progressiste europee, nel Parlamento europeo come stiamo facendo efficacemente. Ma voglio dirlo con chiarezza e vorrei venisse fuori da questa Direzione: non abbiamo più tempo, bisogna che la Germania si muova, che l'Europa si muova, bisogna che ci siano alcune decisioni.

Lo stiamo dicendo al Governo italiano: nell'immediato bisogna rendere sostenibili gli impegni che la Grecia si è presa e che vanno rispettati. L'uscita della Grecia dall'euro non è pensabile, è un pensiero da apprendisti stregoni; poi, è necessario fronteggiare efficacemente la crisi delle banche spagnole senza scaricarla sugli Stati; terzo, bisogna almeno annunciare il rapido allestimento di un fondo europeo di riscatto sull'extra-debito secondo le proposte di Visco, dei consiglieri della Merkel, riprese dal governatore della Banca d'Italia, accettate dall'Spd, con un meccanismo vantaggioso per tutti, anche per la Merkel e per quella Germania che ancora non accetta gli eurobond. Altre proposte sono più che utili. Penso alla famosa tassa sulle transazioni finanziarie che, oltre a far giustizia e alleggerire il carico sul lavoro, riconcilierebbe immediatamente le opinioni pubbliche alla dimensione europea. Altre proposte su fondi strutturali, sulla BEI e sui project bond sperimentali, sono buone ma non sufficienti per dimensione o per tempistica. Quindi, dal Consiglio europeo di giugno deve arrivare una decisione, guai ci fosse un fallimento.

E deve arrivare su quel Consiglio europeo una pressione molto alta delle forze progressiste, democratiche, ecologiste, popolari consapevoli, e una pressione forte dei governi.
Ora, il nostro Governo ha anche un altro compito, quello di avanzare, in ragione della maggiore o minore portata delle decisioni europee, una questione italiana, perché fra i grandi paesi o, se si vuole, fra i paesi in recessione, siamo gli unici a avvicinare la mano, nel 2013, al pareggio di bilancio. Gli unici con un avanzo primario di questa portata. Se la nostra recessione di aggrava, ed è già pesante, sarà un problema in più per l'Europa. Gli obiettivi di rigore non sono in discussione, ma abbiamo bisogno di qualche margine per affrontare la recessione, da utilizzare immediatamente per gli investimenti e sul fronte sociale e della domanda interna.

La tensione nel Paese è molto alta, lo sappiamo. Io non voglio portare cifre, dico solo che non ce ne sono di positive, né adesso e nemmeno nell'immediata prospettiva e questo determina uno stato di scoramento, di sfiducia, a volte anche di rabbia impotente di gran parte dei cittadini, un risentimento forte verso la politica, una politica che assume caratteri indistinti.
L'esigenza di rigore viene compresa, e è compreso anche - lo si vede dal risultato della Destra - il fallimento di anni disastrosi nell'azione di governo che pure vanno sempre ricordati, ribaditi, sottolineati perché la colpa non si scarichi sul pompiere, che pure può fare qualche sbaglio: la colpa va a chi ha appiccato il fuoco! Quel che manca è qualche segno, anche limitato, di una possibile prospettiva positiva; quel che manca è la sensazione che si stia operando con criteri forti di equità e che il carico sia distribuito davvero con giustizia. E' su questo che bisogna caratterizzare meglio l'azione di governo: fiducia ed equità.
Nell'incoraggiare l'azione di governo, ho ribadito la necessità non solo ovviamente ad agire, ma anche dal guardarsi dagli annunci. Sono, per esempio, molto preoccupato per l'andamento della discussione attorno alla crescita perché c'è bisogno che risposte anche limitate abbiano carattere di pertinenza, di immediatezza. Qualche segno deve venire in una situazione ovviamente difficile: dobbiamo trovare i margini e qualche segno concreto. Ad esempio i pagamenti alla pubblica amministrazione: meglio qualcosa subito che tutto chissà quando, sapendo che non possono fare "una tantum" ricominciando come prima il giorno dopo.

Si è parlato del 55% per il credito d'imposta, poi il 55% diventa il 50% e forse dura sei mesi. Non va bene, così! Benissimo il recupero di spendibilità dei Fondi europei - per il sud, non solo per il sud - il rafforzamento del ruolo del Fondo sociale europeo, anche se si tratta della spendibilità di una parte di soldi che c'erano e che in buona misura non ci sono più.

Bene riaccendere i riflettori sul tema dell'università e della scuola: siamo pronti a discutere serenamente, ma sapendo che ci sono già dei capaci, dei meritevoli che hanno diritto alla borsa di studio e che non ce l'hanno e sapendo realisticamente che i bravi, i migliori, il mercato li vede, solo che si tratta per lo più del mercato estero. Siamo pronti a ragionare, discutiamo, cerchiamo di capirci per bene!

Ci sono questioni da risolvere. Per esempio gli esodati: abbiamo sempre detto che c'è un buco nella riforma; 65 mila sono una prima tappa, bisogna affrontare quel che resta, per risolvere il problema. Anche per quel che riguarda i Comuni dobbiamo individuare qualche margine per l'investimento, qualche possibilità per attrezzare gli sportelli sociali. Non è accettabile che quando non eravamo in recessione i Comuni avevano due miliardi sul Fondo sociale e ora in piena recessione non hanno più un soldo. Se poi togli i trasferimenti prima che arrivi l'Imu, si fa fatica a pagare gli stipendi!
Fatemi dire una parola sulle politiche industriali. Abbiamo perso 15 punti di produzione industriale dal 2007 ad oggi. Si tratta, come dice anche Confindustria, di un processo in corso completamente trascurato negli ultimi tre anni. Stiamo ai casi più eclatanti: che cosa dice l'azionista sul piano industriale di Finmeccanica? Non mi pare che vada bene. Dove s'è nascosta la Fiat? La componentistica dove va? La nostra siderurgia, il made in Italy a che punto è? Qual è precisamente il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti? Chiedo di discuterne smontando l'assurda teoria per cui se discuti in commissione parlamentare o se fai il tavolo coi sindacati e con le forze sociali, non concludi niente. Non è vero!

Noi abbiamo fatto enormi ristrutturazioni, pesantissime; abbiamo fatto le principali liberalizzazioni, dallo "spezzatino" dell'Enel fino alla liberalizzazione delle ferrovie, ogni volta discutendone nelle commissioni parlamentari, o nei tavoli con i protagonisti consapevoli che la discussione ti aiuta a fare meno errori. Se sottolineo questo punto è perché sento che sul tema industriale sta montando un problema serissimo.

Fiscalità. La macchina dell'Imu è pronta, ci si accorgerà ben presto che va aggiustata. Abbiamo proposte serie che partono dai valori di mercato, alla creazione di una imposta personale sui patrimoni immobiliari, al trasferimento dell'imposta ai Comuni. Intanto mi chiedo: l'aumento dell'Iva possiamo o no evitarlo? Questa è una domanda cruciale. Sia chiaro che bisogna trovare un modo per non caricare troppo, altrimenti abbiamo visto che i consumi diminuiscono e quindi anche le entrate dall'IVA.
La spending review va bene: ci sono enormi margini di riqualificazione della spesa pubblica, ma c'è solo un ragionevole margine di risparmio. Anche lì, non facciamo annunci che poi diventano non credibili. Lavoriamo seriamente.
Quindi, il nostro è un incoraggiamento, un'esigenza di incisività, di concretezza nell'azione di governo, di presidio a cominciare dall'agenda di governo. Al primo posto, le questioni del lavoro, della piccola impresa, dei cittadini più esposti.
Il nostro messaggio è che, se è vero che i conti devono tornare, si possono far tornare anche senza approcci troppo ragionieristici.

Questi nostri stimoli al Governo noi li proponiamo apertamente e lealmente e nella piena consapevolezza della difficoltà enorme del momento e del carico enorme che il presidente Monti si è preso per l'Italia e per il quale sentiamo ancora di doverlo ringraziare. Ringraziando, assieme a lui, il Presidente della Repubblica Napolitano, che non fa mai mancare la sua fattiva attenzione ai nodi cruciali a cui il Paese è di fronte.

Lo dico con nettezza, dopo le discussioni anche di questi giorni. Abbiamo detto prima di tutto l'Italia. L'Italia è fuori pericolo? E, oggi più di ieri, è fuori pericolo l'Europa? Noi non daremo segnali di instabilità, perché conosciamo i rischi interni ed internazionali. Ma sappiamo anche che non tutto è nelle nostre mani. Noi non siamo maggioranza in questo Parlamento e vediamo e sentiamo le tensioni. Ma per noi - lo ribadisco - la legislatura si chiude nel 2013 con questo Governo.
E vengo così alla situazione politica. Già due Direzioni fa affermai - e mi pare ci trovammo a convenire - che all'incrocio fra crisi democratica e crisi economica e sociale, ribollivano sotto la pelle del Paese tensioni molto forti e un disamore che difficilmente avrebbe potuto essere interpretato in prospettiva da una normalizzazione moderata, magari tecnocratica o interna a giochi di establishment. Allora mettemmo in guardia dall'idea, che poteva suggestionare qualcuno, di ricavare spazio dall'indebolimento di chi, come noi, rivendicava una sua autonomia politica, una responsabilità politica di avere un progetto per il Paese. E giudicammo, piuttosto, che quel disamore, quel distacco avrebbe potuto portare di nuovo a posizioni semplificatrici, che il dato prevalente segnalasse di nuovo esplosioni populiste in cerca d'autore. Già allora dicemmo che non sarebbe stato un pranzo di gala, come qualcuno mostrava di credere: non era un'analisi sbagliata e c'è stata, piuttosto, un'ulteriore accelerazione.

Il discredito della politica ha ricevuto e riceve ulteriore spinta da cronache a volte sconvolgenti, mentre la recessione accelera e arrivano i primi effetti anche delle misure fiscali. La propensione all'astensionismo si è confermata nelle ultime elezioni e in quel quadro si è segnalata la precipitazione di fatti politici nuovi, di cui le rilevazioni - qualche volta anche un po' costose - segnalavano la tendenza, ma non la dimensione. E questo ci insegna a fidarci un po' del nostro orecchio più che, a volte, degli andamenti dei sondaggi.

La Destra paga con un vero e proprio crollo, con proporzioni che hanno pochi precedenti, in alcuni casi nessuno. La ragione di fondo dei risultati di Pdl e Lega sta certamente nell'esito fallimentare di quasi un decennio di governo. Un fallimento che non poteva e non può essere ovviato tirando un po' il fiato, facendo del mimetismo al riparo del governo Monti. A questo si è unita l'incapacità, forse l'impossibilità di sviluppare per la destra una reazione credibile all'esaurirsi della fase precedente. Un esaurirsi segnato, fra l'altro, da un evidente malcostume.

Qui c'è il punto su cui da sempre insistiamo: come si voleva dimostrare, non è facile uscire da un partito personale. Né con Berlusconi, né senza Berlusconi, né con Bossi, né senza Bossi. Questo è il dilemma, di fondo ben difficile da risolvere!
Teniamo fermo questo punto, che è sistemico: se i partiti non hanno un codice vero e trasparente di partecipazione, possono portare non solo loro stessi ma anche il Paese allo sbandamento. Ora quell'elettorato di centrodestra non è certo scomparso, ma non sarà facile riorganizzare il loro campo alle condizioni di ieri, condizioni che richiederebbero una sintesi fra pulsioni che si accentuano, regressive e perfino reazionarie, e illusioni liberali o moderate.

Se è finito il berlusconismo allora è finita anche quella sintesi e si affacciano, infatti, seppure in modo ancora confuso, ipotesi di scomposizione, mentre la Lega mostra di voler intraprendere in solitudine una traversata del deserto (anche se l'abbiamo vista al guinzaglio e silenziosa nelle ultime due o tre votazioni parlamentari, a cominciare da quelle al Senato).
Quella sintesi naturalmente si può riproporla: credo che in qualche forma, magari mimetica, Berlusconi proverà a riproporla, ma non credo in modo convincente. A noi tocca seguire l'evolvere delle cose, cercando di non dare vantaggi tattici alla riorganizzazione della Destra stando immobili, perché quando non hai identità te la può dare un nemico!

Non c'è dubbio che una parte significativa dell'elettorato di centrodestra è confluita su Grillo. In particolare dove era in gioco la possibilità di sconfiggere noi al secondo turno, dopo il drammatico crollo della Destra al primo. Certo, in molti casi abbiamo sofferto anche del fatto di esserci predisposti per un confronto con la Destra, non con 5 Stelle. E nei cinque casi tre li abbiamo persi, due li abbiamo vinti. E guardando questi casi si sfata qualche luogo comune. C'è un posto dove con uno di 70 anni abbiamo battuto un grillino di 25. Lo dico non perché voglio mettere ovunque quelli di 70 anni! Sto dicendo che la cosa è più complicata. Non c'è solo il tema dei candidati più o meno azzeccati. Diciamo, intanto, che abbiamo visto che una parte dell'elettorato di destra, piuttosto che venire con noi, va con Grillo. Prendiamo intanto questo dato. Bisogna saperlo e siccome lo sa anche Grillo, il suo trasversalismo aumenterà. Il Movimento 5 Stelle ha una ragione propria: nasce su domande che interrogano anche noi - l'ho detto più volte - in particolare nelle nuove generazioni: internet, territorio, temi ambientali, sobrietà e rinnovamento della politica, forme di democrazia più diretta. Ma il movimento di Grillo si è trovato a svolgere anche un'ulteriore funzione che l'ha ingrossato e può ingrossarlo: una volontà di generale rivolgimento, una voglia generica di cambiamento che non intende farsi fermare dalla domanda "Cambiamento per che cosa?". Quindi qualcosa di profondo, che non se ne andrà come una nuvola e che riguarda la profondità della crisi, perché anche la differenza tra nord e sud del Paese, a proposito dei grillini, si spiega. Perché al sud - fatemelo dire così in modo semplificato - la crisi, che è drammatica, ha un aspetto quantitativo: quanti anni di crisi al sud! Al nord ha un aspetto qualitativo; si vedono cose che nessuno aspettava mai nella sua vita di vedere, per le quali cui non c'era nessuna esperienza. Quindi, uno sbandamento molto forte.

Dobbiamo anche ricordare che il fenomeno ha avuto un impulso mediatico fortissimo e il più delle volte totalmente acritico. Noi non abbiamo guerre da fare a 5 Stelle; ma a un partito (perché di questo si tratta) che viene dato per secondo o terzo nel Paese, a questo partito sarà consentito chiedere chi è e che cosa intende precisamente fare sui problemi veri che il Paese ha, senza limitarsi alla raccolta differenziata? Sulla raccolta differenziata ci arriviamo anche noi e non solo in Emilia, in Toscana, ci arriviamo anche a Salerno, ci arriviamo a San Giorgio a Cremano. Ci arriviamo!

Cerchiamo piuttosto di parlare dei temi che riguardano la prospettiva profonda del Paese! Perché c'è una domanda da fare agli italiani: dopo tanti anni, noi vogliamo ancora una politica che vive delle domande, che accumula domande, che costruisce consenso sulle domande? Perché è questo che abbiamo avuto! Mai sulle risposte, se non in modo favolistico, propagandistico e allusivo! E sarà permesso, dopo tutti questi anni, chiedere a una formazione politica qual è la sua democrazia interna, avendo risposte leggibili per tutti e non chiuse in un tabernacolo, perché la rete può aiutare le decisioni, la democrazia, la trasparenza, ma non è in se' la democrazia e la trasparenza. E su questi temi 5 Stelle deve dire qualcosa di più preciso e dare qualche prova in più.

E' ovvio che una risposta efficace alla sfida verso un cambiamento, che non sia avventuristico e qualunquistico dipende anche da quello che facciamo noi, dalla capacità nostra di proporre un cambiamento credibile. Quindi se non possiamo scimmiottare risposte semplificatrici, tuttavia non possiamo ignorare l'esigenza di cambiamento che c'è: è forte, è sentita, ha delle basi reali, non è immaginaria.

Eccoci, dunque, al Pd. Il punto di fondo è che le nostre responsabilità sono aumentate. Noi siamo passati in pochi mesi da un ruolo di opposizione a un difficile ruolo di cardine della governabilità senza poter governare e adesso, nel pieno di questa fase, siamo chiamati ad organizzare il campo dell'alternativa e ad indicarne il percorso. Questo tocca a noi e, dopo i risultati elettorali europei nazionali, tocca a noi in modo più chiaro; all'appuntamento amministrativo, pur non senza contraddizioni e limiti, abbiamo mostrato come partito una forte tenuta, in una posizione politica scomoda, in un momento di sconvolgimento degli assetti, di radicale sfiducia nella politica. Non era scontato. Tutto questo è avvenuto rinsaldando la nostra unità e mostrando univocità e impegno comune, di cui dò atto a tutti e che non va assolutamente disperso. Ora, tocca a noi innanzitutto presidiare questa fase di transizione.

Quindi nei prossimi mesi, nella lealtà al Governo, noi terremo un forte profilo sui temi sociali, del lavoro e dell'equità; mostreremo un'iniziativa determinata sul rinnovamento dei partiti e delle istituzioni. Il dimezzamento del finanziamento ai partiti è un fatto. Dopo molta demagogia, è un'iniziativa che abbiamo guidato, prodotto e voluto; ed è un fatto che questi soldi, conclusa la discussione in Senato, andranno ai terremotati.

Tutto questo non basta: bisogna andare avanti con la legge sui partiti, per la riduzione del numero dei parlamentari. Naturalmente, mentre lavoriamo negli spazi stretti di questa difficile transizione, tocca al Pd prendere la guida del percorso di alternativa. Un percorso che richiede proposta politica, richiede progetto e scansione logica e temporale.
La proposta politica ce l'abbiamo e la teniamo ferma: centrosinistra di governo aperto ad un patto di legislatura con forze democratiche civiche e con forze moderate; patto di legislatura fra progressisti e moderati per la ricostruzione del Paese. Centrosinistra di governo significa: 1) patto di governabilità, cioè cessione di sovranità: in caso di controversie fondamentali si va a maggioranza in riunione congiunta dei gruppi; 2) proposta comune verso forze autonome di centro disponibili ad un patto di legislatura. E' questo il famoso centrosinistra di governo.

C'è un corollario che noi rivolgiamo all'Italia dei valori e al collega Di Pietro: l'ovvia condizione di base, ma non ci sarebbe bisogno di dirlo, è il rispetto reciproco e il saldo ancoraggio costituzionale. Veda un po' il collega Di Pietro se vuole insultarci e attaccarci ogni giorno o fare l'accordo, se vuol mancare di rispetto alle Istituzioni della Repubblica o se vuole fare l'accordo, perché le due cose assieme non stanno. Decida! O l'una o l'altra!

Le forze democratiche e moderate - che potranno anche essere in fase di riorganizzazione - a cui ci rivolgiamo sono quelle sinceramente europeiste, pronte a discutere di riforme, della democrazia e del patto sociale su salde base costituzionali e che si ritengono, nella fase storica e politica attuale, alternative alla destra e alle pulsioni populiste e regressive che corrono in Italia e in Europa.

Non gli stiamo proponendo un'ammucchiata, stiamo proponendo un patto di legislatura! Questo è sempre stato chiaro nella nostra proposta, il Pd ha il dovere della proposta. Adesso spetta agli altri. Io registro solo che, siccome questa proposta nacque sulla base di un'analisi, di una previsione dell'andamento della crisi italiana, questa proposta sembra ogni giorno sempre meno velleitaria e sempre più realistica davanti ai problemi che avremo nella prossima legislatura. Ora bisogna capire che cosa gli altri vogliano fare: come commentano le nostre proposte? Ne hanno un'altra credibile per il Paese? Perché di questo si tratta!

Come si darà forma a questa sostanza politica, a questa proposta? Le si darà forma a seconda del meccanismo elettorale, anche questo mi sembra abbastanza banale. Ma la sostanza e la proposta sono lì. Ora serve il nuovo meccanismo elettorale. Quindi siamo alla legge elettorale. Ma ho bisogno di fare una premessa politica che a miei occhi è dirimente. Quando dico tocca a noi, so bene che non tutto è nelle nostre mani, a cominciare dall'agenda dei prossimi mesi che è piena di incognite, ma noi dobbiamo ragionare sulla base della nostra prospettiva, ovvero il 2013. Saranno mesi nei quali la questione sociale rimarrà molto acuta: abbiamo davanti mesi di recessione. Bisogna saperlo. E quindi mesi nei quali non è facile prevedere un miglioramento dei rapporti fra politica, opinione pubblica e azione di governo. Non è facile prevedere un attenuarsi della tensione che c'è nel Paese.

Saranno mesi nei quali si affolleranno vere o presunte novità politiche, restyling di vario genere. Addirittura partiti per procura, cioè partiti il cui capo non si presenta, si mette il burka e se lo toglie quando gli fa comodo, tentativi vari di mettere a frutto i vuoti d'aria che si sono aperti e di farli sfociare in soluzioni populiste. Insomma, di tutto e di più, secondo la disastrosa tradizione dell'eccezionalismo italiano che non ti porta mai da nessuna parte e ti fa sempre perdere un giro! Siamo largamente ancora lì. Sullo sfondo cosa apparirà?

Sullo sfondo apparirà sempre più chiaro che la legislatura successiva, la prossima legislatura, dovrà occuparsi ancora della salvezza dell'Italia e dell'Europa. Una legislatura difficile, dirimente per le prospettive del Paese e della nuova generazione, perché non avremo alle spalle un problema risolto. Se ci va bene saremo fuori dal rischio, diciamo dalla prognosi riservata.
Se in un sommovimento così profondo, se in acque così mosse, qualcuno pensasse che il compito nostro potrebbe esaurirsi o nel giostrare su accorgimenti tattici o nei rapporti politici, o perfino su temi nobilmente programmatici, secondo me sbaglia. Quando dico tocca a noi, intendo tocca a noi mettere il consenso che abbiamo sul punto principale della questione, un punto che sta tra politica e popolo, nella faglia che si è aperta fra gran parte dei cittadini e il sistema, e che nel profondo, secondo me, è un bisogno di sentirsi comunità e l'impossibilità di esserla perché la grande traduttrice, colei che traduce l'individuo nella comunità e cioè la politica, ha un suono che non arriva, che tantissima gente non sente. Questo è il punto. E' questo che mi fa dire noi non staremo fermi, ci muoveremo.

Non lasceremo erodere il consenso che abbiamo, lo investiremo rischiando qualcosa come succede sempre per un investimento. Ecco, dunque, il percorso che io vi propongo e lo dico chiaro perché sia possibile una discussione chiara.
Primo punto - per intervenire su quella faglia, su quel distacco, su quella frattura - la legge elettorale. Adesso basta! Districhiamo il nodo che si è inviluppato tra riforma elettorale e costituzionale. Il semipresidenzialismo non è la nostra opzione, noi siamo per un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, per un ruolo forte del governo, per una funzione preziosa di equilibrio del presidente della repubblica. Ovviamente, il semipresidenzialismo è un'opzione legittima, ma non è comunque percorribile in questo scorcio di legislatura. Inutile negarlo. Lo stesso Pdl, nei suoi emendamenti, riconosce l'esigenza di leggi di attuazione non banali, a cominciare dalla legge sul conflitto di interessi, che non potrebbero essere lasciate nelle varie ed eventuali. La strada, dunque, non è percorribile; non si mostri - facevo prima cenno alla Lega - di voler perseguire questo iter o di far finta di volerlo proseguire con dei colpetti, dei voti a maggioranza perché nella situazione in cui siamo potrebbe perfino apparire ridicolo.

L'abbiamo detto più volte e lo ribadiamo: per noi la prossima legislatura sarà una legislatura costituente, siamo pronti a prenderci l'impegno ad una discussione di fondo, anche trovando assieme le vie ed eventualmente gli strumenti, per formalizzare questo impegno. Si liberi, quindi, la legge elettorale dai condizionamenti.
Lo ripetiamo, per noi e non solo per noi - abbiamo sentito tanti commentatori - il doppio turno di collegio ha una sua rinnovata credibilità dal punto di vista della chiarezza politica, della percezione dei cittadini, del contributo che può dare in termini di composizione e, quindi, di governabilità: un tema che sta emergendo in modo accentuato. Non necessariamente questo sistema ha conseguenze dirette sugli assetti costituzionali. Questa è la nostra proposta. Speriamo si capisca che non è per noi; già molti hanno fatto notare che noi avremmo più vantaggio da altre soluzioni. Ma noi ancora una volta pensiamo all'Italia.
Detto questo, noi non diciamo o così o ci teniamo il porcellum. Se qualcuno di noi lo pensa, lo dica tranquillamente. Dico questo perché non può essere, non potrebbe essere che ad ogni passo di mediazione ci fosse l'interrogativo se ci stiamo vendendo l‘anima!

Quindi, io dico no al porcellum, che ritengo una delle cause principali del distacco dei cittadini e che non ha consentito la governabilità. So che i tempi sono molto stretti.
Ecco, dunque, dalla Direzione una risposta ad Alfano che ha parlato di "tre settimane". Gli rispondo: ci prendiamo in parola, tre settimane e si decide se c'è l'accordo o no, e lo si decide all'aperto, in un confronto tra le forze politiche.
I nostri paletti concettuali sono chiari e li ribadisco: basta con le liste bloccate, la strada maestra per noi restano i collegi, massima attenzione alla governabilità e, quindi, alla possibilità dei cittadini di pronunciarsi utilmente sugli indirizzi di governo. Paletti essenziali. Ragioniamo lì dentro, ai primi di luglio dobbiamo sapere con ragionevole certezza la soluzione e, quindi, io chiedo mandato alla Direzione perché chi si mette al lavoro da domani si rapporti con le altre forze politiche.
Secondo punto del percorso si cui lavorare da domani: lo definisco un patto dei democratici e dei progressisti per l'Italia. E' una proposta che avanziamo non solo ai partiti di un centrosinistra di governo, ma ad associazioni, movimenti, liste civiche, sindaci, amministratori, singole personalità che si riconoscono nel campo democratico e progressista. Una carta d'intenti per la ricostruzione e il cambiamento, che delinei un'idea di paese alternativa alle idee e alle pulsioni regressive e populiste cui l'Italia e l'Europa sono esposte. Una carta d'intenti in cui possano riconoscersi le chiavi essenziali del nostro progetto - la legislatura costituente, la riforma della politica, il lavoro e la conoscenza, la loro centralità, l'equità, il civismo, la legalità -; una carta d'intenti che significhi per tutti una forte assunzione di responsabilità verso il Paese, verso la sua salvezza, le sue esigenze di cambiamento e di riforma, verso le speranze delle nuove generazioni. Una carta d'intenti per darci dei vincoli comuni, in un passaggio non formale; che suoni la risposta all'antipolitica dal lato di una buona politica. Su questo propongo di metterci a lavorare già nei prossimi giorni.

Credo sia giusto e utile, ecco il terzo punto, che sulla scorta di quel fondamentale patto da costruire, si proceda entro l'anno a primarie aperte per la scelta del candidato dei progressisti e democratici italiani alla guida del Paese. Fatemelo dire: io mi candiderò, ma mi candiderò dentro questo percorso e in una giornata di partecipazione grande e costruita in modo che non sia per allestire confuse carovane o rendite di posizione, ma per ricavare governabilità dalla partecipazione, per riconnettere politica e società. Per mettere, inoltre, in movimento le forze dei progressisti e non lasciarle spettatrici di acrobazie altrui, spesso acrobazie senza capo, né coda! Perché, alla fine, la democrazia è guardare la gente negli occhi e farla scegliere liberamente e si dimostrerà che siamo solo noi che lo facciamo. Vogliamo disperdere questa carta? Vogliamo disperdere un punto di forza, un punto distintivo così grande, così profondamente vero?
So di chiedere al mio partito un atto di generosità e anche il coraggio di una sfida, ma ho sempre creduto e saputo che mettersi al servizio di un processo più grande di noi non riduce né il ruolo, né la forza del partito, semmai le accresce. Quindi facciamolo con fiducia, questo percorso, con sicurezza di noi!

La strada che abbiamo fatto assieme, dal Lingotto ad oggi, ha avuto inciampi, problemi, difficoltà, ma siamo il principale partito del Paese, siamo un partito centrale, e nella geografia politica, ma nel punto essenziale del rapporto tra politica e Paese. Se non ci carichiamo di questo, che è il vero problema non potremo essere utili agli italiani. Abbiamo nuove forze da mettere in campo, forze per un rinnovamento vero e se ci fosse tra gli osservatori uno sguardo onesto su questo punto si vedrebbe bene il grandissimo numero di protagonisti nuovi, donne e uomini che operano nel partito e nelle amministrazioni locali.
Siamo ormai nelle condizioni di mandare avanti persone nuove, sperimentate, di nuova generazione e di mettere sulle loro spalle grande parte delle future responsabilità; e questo avverrà. Per quel che mi riguarda lo considero parte del mio compito, ma non avverrà - sia chiaro - senza il presidio di esperienze preziose maturate negli anni, perché oltre il buonsenso non intendo andare! Ma detto questo, il rinnovamento avverrà, ne abbiamo le condizioni.

Mentre - come vi ho detto fin qui - cerchiamo di essere promotori di un patto largo di ricostruzione e cambiamento, noi rafforziamo la nostra iniziativa di partito: le due cose si tengono.
Avremo a metà luglio la nostra assemblea e lì, se ci saranno determinazioni o decisioni formali da prendere le prenderemo; avremo a giugno l'assemblea nazionale dei segretari di circolo, sempre a giugno la conferenza sul lavoro, la Festa delle donne a Ferrara, in un luogo della ricostruzione; avremo le assemblee congiunte del nord, a fine giugno. A settembre un appuntamento sul Mezzogiorno, a fine estate contiamo di aprire un grande confronto con l'intellettualità sull'idea di paese, sulla riscossa civica e morale. Avremo un'assemblea con le forze economiche e sociali sui temi della crescita in risposta alla crisi. Naturalmente la Festa nazionale e tante altre iniziative di partito. Come vedete - e ho saltato tanti altri appuntamenti - un'attività molto impegnativa e largamente rivolta all'esterno e credo che dobbiamo fare così. Il rischio maggiore per noi adesso sarebbe chiuderci in casa, stare sulla difensiva rispetto alle novità e alle difficoltà che ci sono e sono tante.
Quindi, mettiamoci in campo aperto come deve fare un grande partito popolare. La forza ce l'abbiamo e io dico che, se ci mettiamo anche la convinzione, non dobbiamo aver paura di nulla!

La relazione è stata votata e approvata all'unanimità

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Il Segretario del PD Bersani, chiudendo la Direzione nazionale del partito, ha rilanciato la sfida aperta per riavvicinare gli elettori alla politica, "una sfida enorme e guai a pensarci di arrivare rimuovendo i problemi ma dobbiamo accumulare energia. Come hanno detto altri per ricucire il rapporto tra politica e cittadini prenderemo il toro per le corna, andremo al cuore della questione non per difendercene ma per guardarlo a viso aperto altrimenti manchera' una spinta per affrontare i problemi di governo", ha detto.

Campagna d'ascolto dell'Italia. "Articolo 21 mi ha mandato un fax, dice 'ci stiamo'. Bene, noi ci mettiamo a lavorare da subito, non stiamo qui così a far niente". Così Pier Luigi Bersani nella replica alla direzione del Pd ha annunciato che la campagna di ascolto per le primarie inizia in tempi brevissimi.
"In questo percorso - ha aggiunto - parleremo di Italia, della sfida enorme di governo, del dopo transizione e diremo la verità: ci vuole un chiarimento vigoroso sul fronte dell'antipolitica, di una politica fatta solo di accumulazione della domanda e invece la chiamata a raccolta di una consapevolezza. Abbiamo bisogno di energie".

Authority. Pier Luigi Bersani ha replicato alle critiche ricevute da alcuni esponenti della direzione Pd per la vicenda delle nomine alle authority. "Ho ascoltato molte critiche sulle nomine. Io raccomanderei che avessero un tono accettabile.
Perché le critiche sono tutte legittime, ma dopo di che noi abbiamo una storia alle spalle, dove non c'è nessuno innocente", ha dichiarato Bersani ricordando come non si può "sottovalutare il meccanismo delle regole, sarebbe un errore". Così come avviene per la Rai, dove il Pd dice che c'è bisogno della riforma della governance perché altrimenti anche le nomine migliori finiscono per essere distorte dal meccanismo di nomina (e difatti Bersani ha confermato che il Pd non parteciperà alle nomine per il Cda), lo stesso vale per gli altri casi. Secondo Bersani bisogna intervenire cambiando i meccanismi, perché questa è la garanzia che può portare a risultati più trasparenti. Nessun alibi alla destra. Bersani ha replicato anche sulle critiche da parte di alcuni esponenti democratici nei confronti del governo: "non offrite alibi alla destra ipotizzando la caduta del governo", è stato il suo messaggio. "Attenzione - ha ribadito il leader democratico chiudendo la Direzione - qui dentro diciamo tutti quello che pensiamo. Fuori da qui ciascuno per il suo compito deve essere responsabile. Su questo punto non possono esserci sbavature. Tutte le critiche devono stare al di qua del rischio di indurre instabilità. Dobbiamo essere consapevoli che il quadro è in fibrillazione".
Detto con una delle sue metafore: "Non stiamo a togliere le castagne dal fuoco alla destra".

Di Pietro e le offese al PD. "Ogni giorno mi tocca leggere una serie di dichiarazioni di Di Pietro che sono irragiungibili per Grillo. C'è un limite a tutto, su questo bisogna che ci intendiamo".

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La Direzione del PD si è aperta questa mattina con un ricordo del terremoto in Emilia e una promessa di aiuto alle popolazioni.

"Voglio esprimere cordoglio per le vittime, consapevolezza per la gravita? dei danni anche all'identità di quei luoghi magnifici", ha detto Bersani aprendo i lavori. "Esprimiamo anche la nostra ammirazione e il ringraziamento per tutti coloro che aiutano le popolazioni", ha aggiunto, "noi ci sasremo sempre anche quando verranno meno i riflettori".

Introducendo il suo intervento alla Direzione, il Segretario ha annunciato che la sua relazione "secondo una buona consuetudine" sarà messa ai voti della platea ed ha subito dopo volto uno sguardo al panorama politico internazionale ed in particolare alla Siria.

"L'Italia deve fare di più per la crisi siriana. L'autocrate siriano sta massacrando la sua gente, l'opposizione è sempre più divisa, non si vede una via d'uscita: bisogna togliere le protezioni internazionali ad Assad, a cominciare da Russia e Cina. Se abbiamo voce in capitolo - ha detto il leader democratico - con quei paesi facciamola sentire con più forza".

Per quanto riguarda la situazione interna al nostro Paese, Bersani ha formulato delle richieste chiare al governo Monti: "Su fiducia e equità bisogna che l'azione di governo si caratterizzi meglio. La situazione è difficile ma c'è bisogno di risposte immediate e di qualche segnale concreto, come pagamenti più veloci dalla P.A. alle imprese, la risoluzione della questione degli esodati e qualche margine per gli investimenti. Bisogna guardarsi dalla politica degli annunci. Non è più tempo di parole facili. C'è bisogno di risposte meditate".

Il Segretario ha comunque ribadito lealtà al governo tecnico, ringraziando Monti e Napolitano per quanto stanno facendo, pur imputando a Monti un approccio un po' 'ragioneristico' nella tenuta dei conti pubblici. Citando il Presidente della Repubblica la platea della Direzione del PD ha applaudito calorosamente.

"Per noi la legislatura si chiude nel 2013. Sappiamo che non è tutto nelle nostre mani e vediamo segnali di instabilità che però non vengono da noi. Se è vero che i conti devono tornare è anche vero che questo è possibile anche senza approcci ragionieristici che vedo troppo spesso".

E sulla crisi europea, dalla quale non si può prescindere, Bersani ha lanciato una chiara richiesta: "Non c'è più tempo, bisogna che la Germania si muova e ci siano alcune decisioni. Al Consiglio Europeo di giugno si deve arrivare a qualche decisione. L'uscita della Grecia dall'euro non è pensabile, è un pensiero da apprendisti stregoni".

Bersani ha poi analizzato la situazione contingente della politica italiana e il ruolo che il PD è chiamato a svolgere. "Tocca a noi prendere la guida della proposta politica per i prossimi anni, che vuol dire investire il consenso che abbiamo su un punto principale della questione, che è la faglia che si è aperta tra i cittadini e il sistema. Noi non staremo fermi, ci muoveremo, non lasceremo erodere il consenso che abbiamo, lo investiremo rischiando qualcosa come succede sempre per un investimento".
E parlando della Lega ha fatto una battuta: "La Lega è al guinzaglio, come si è visto nelle ultime votazioni in Parlamento. Una volta almeno abbaiavano".

La prima proposta nella relazione del Segretario è stata quella di un serio confronto con le altre forze politiche sulla riforma elettorale. "Il semipresidenzialismo non è la nostra opzione, è una posizione legittima ma non è comunque percorribile in questo scorcio di legislatura. E per favore non si mostri di voler proseguire l'iter o far finta di proseguirlo con qualche voto a maggioranza perchè in questa situazione sarebbe ridicolo".

 

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