«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Persone

Comunità di studio «Cerchiamo ancora»
La località di Sant'Anna

Come forse saprete, da qualche mese a questa parte ha preso il via a Trento una Comunità di studio che abbiamo chiamato "Cerchiamo ancora".

Vi sono coinvolte una ventina di persone che si sono incontrate mensilmente a partire da un libro - "Maestri irregolari" - di Filippo La Porta. Nel saggio vengono analizzate le figure e il pensiero di alcuni autori contemporanei: Hannah Arendt, Albert Camus, Nicola Chiaromonte, Arthur Koestler, Ivan Illich, Chirtopher Lasch, Carlo Levi, George Orwell, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Simone Weil. Sei incontri realizzati e, successivamente, la messa a fuoco - attraverso due distinti gruppi di lettura - di tre di loro: Albert Camus e Ignazio Silone/Carlo Levi.

 

Tutti connessi in un mondo sempre più vuoto
La prima di copertina del libro

Gli studi con Geymonat e Gargani. L’esempio di Bateson e di Piaget poi il lungo sodalizio con Morin e il manifesto sull’Europa. Qui, continuando a difendere il pensiero complesso, il filosofo lancia un appello: “Serve una responsabilità condivisa verso l’umanità”

Antonio Gnoli intervista Mauro Ceruti *

Tutto ciò che è complesso – un problema, una situazione, un legame – vorremmo evitarlo. La società con le sue sirene ci illude che la via sia la soluzione giusta. Ciò che appare semplice spesso non lo è. Un’arteria strategica come lo Stretto di Hormuz entra prepotentemente in una dimensione globale assai complessa. Ci piace sorvolare sulla distinzione tra semplice e semplificato. Usiamo tecnologie sofisticate ma ci disinteressiamo di cosa stia sotto o dietro ad esse. L’intelligenza artificiale è alla fine una black box del cui contenuto sappiamo ben poco. Certo non c’è giorno che due piccoli eserciti di specialisti si fronteggiano sulle virtù e i vizi di questo sistema complesso che sta trasformando le nostre vite. Per alcuni in meglio per altri in peggio. Come al solito scegliamo la via semplificata, ossia speriamo che qualcun altro risolva il problema al nostro posto. Eppure grandi questioni richiedono qualche consapevolezza ulteriore. Ne offre un esempio Mauro Ceruti, che ha scritto con Francesco Bellusci Per una civiltà della Terra (Aboca editore). Nel tempo della complessità che scandisce cambiamenti profondi non ha più molto senso restringere lo sguardo su realtà locali. La sfida – per quanto imponente e rischiosa – non può che essere planetaria. A questa nuova unità di misura dovremmo rapportare il nostro impegno di «cittadini universali».

Auspicate un nuovo salto culturale. In cosa consiste?

«Un’umanità sempre più interconnessa a livello planetario sta varcando una nuova soglia di complessità. Non si tratta di un giochino intellettuale ma della capacità di intuire, analizzare e raccontare una nuova forma di vita unificata dalla tecnica e sconosciuta in passato».

 

Il vuoto che mi è rimasto. Ad un anno dalla scomparsa di Ali Rashid.

Caro Ali.

Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.

Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.

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Emilio Molinari. La fabbrica, la politica, i beni comuni.
La copertina del libro

Venerdì 24 aprile 2026, alle ore 18.00

presso la Sala del Romanino, nel Convento di S. Cristo a Brescia (via Piamarta 9)

presentazione dell'autobiografia di Emilio Molinari

 

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EMILIO MOLINARI

la fabbrica, la politica, i beni comuni

(Redstarpress, 2025)

 

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Con le testimonianze di padre Mario Menin, Camilla Bianchi, Agostino Zanotti, Michele Nardelli, Mario Fappani, Duccio Facchini, Beatrice Zambiasi, Fiorenzo Paruta.

Sarà presente Tina Mastrolonardo Molinari, compagna di una vita.

 

Il Sole sepolto nella profondità della Terra
Disegno di Reza Negarestani

di Soheila Javaheri *

 

Guardami pellegrino,

Guardami a lungo,

Affinché io possa interessarti1


Come si può narrare un ciclone standoci dentro? Immagini che si trascinano una sull'altra, sovrapposizioni, suoni, silenzi, distorsioni… Grida, labirinti… Forse Reza Negarestani con la sua lungimiranza visionaria è riuscito a vederlo con chiarezza e a raccontarlo. Diciotto anni fa Negarestani ha scritto una lettera aperta per il ciclone “Cyclonopedia. Complicità con materiali anonimi”2, una narrativa tra il saggio e il romanzo che crea l’enigma, aprespazi per il pensiero senza cercare risposte, capace di suscitarmi allo stesso tempo sia fascino che timore. Mi fa paura perché fin dalla prima volta mi è sembrato di leggere un manifesto del futurismo, con la sua velocità di taglio e la sovrapposizione di immagini, l’andare oltre i saperi antichi e quelli vicini, lo scorrere tra Haftvad e Hamadani a Gilles Deleuze e Félix Guattari in un lampo, Reza Negarestani sorprende, porta la notizia di strati di energie represse e soffocate e soprattutto parla delle frequenze nella profondità della terra, parla del tellurico.

Il dolore ha toccato l’osso sta volta,

- Madre, come state?

La prima volta mio padre mi ha portato là. Mi leggeva le poesie di Umar Khayym3.

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Emilio Molinari. L'amore per la vita e il genio dell'amicizia.
Emilio Molinari

«Benvenuta la vita». Con queste parole Emilio e Tina, più o meno tre settimane fa, hanno salutato l'arrivo nella nostra casa di Baloo, un cucciolo di pastore maremmano che vi ha fatto irruzione con la gioia di chi scopre la vita. Se c'è un'espressione che forse più di altre può dirci di Emilio Molinari, credo sia proprio questa, benvenuta la vita. Potrebbe sembrare banale, perché certamente Emilio è stato, nel suo impegno sociale e politico, tanto anzi, tantissimo altro. Ma nel suo percorso umano che pure si intreccia indissolubilmente con quello politico, questo tratto – la gioia di vivere – emergeva più di ogni altro. Nell'affrontare le sfide sempre nuove che gli si presentavano davanti, nella curiosità con la quale si apriva al mondo, nella sensibilità del rinnovare il pensiero come nel non arrendersi alle patologie che di volta in volta si è trovato ad affrontare. Emilio amava la vita come pochi. Ha attraversato il suo tempo con la voglia di esserci e insieme di comprenderne i segni.

Basterebbe percorrere il suo tragitto per comprenderlo. Emilio è stato parte di una generazione nella quale un perito industriale della Borletti poteva divenire classe dirigente. Minoranza politica, s'intende, ma capace di declinare la condizione operaia con la conoscenza dei processi produttivi, la vita reale con lo sguardo sul mondo. E di trasferire questo sapere fin dentro le istituzioni della sua città, la Milano a cavallo fra gli anni '60 e '70, quel «laboratorio unico che produsse l'autunno operaio più lungo e il conflitto sociale più ricco» dove «si mischiavano volontà di cambiare e serietà, ideali forti con moderazione e ordine, fede e bisogno di cose concrete, ragionate, non urlate, non banalizzate in frasi ad effetto...»1

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Marcello, maestro irregolare
Marcello Farina (foto di Gianni Zotta, da Vita Trentina)

 

 

“Stava sul filo dell’onda e del vento”

Frammento 212, di Archiloco



Ancora un’altra perdita: quella dell’amico Marcello Farina.

Che si può dire della morte, se non il lascito di tristezza infinita che ci consegna? Ognuno fa i conti con i propri ricordi relativi alla persona che se ne è andata. Fin dal primo momento in cui si è saputo che don Marcello Farina non era più, in rete si sono avvicendati spunti di memoria di tante persone che lo hanno avuto come catechista o insegnante, che hanno condiviso esperienze di lavoro in quanto collega, come sacerdote o uomo di cultura nella veste di filosofo, teologo e storico. In molti hanno avvertito il bisogno di parlare, di dire di lui.

Va bene così: parliamo. Parliamo della vita di un maestro irregolare, titolo del tutto onorifico, a mio parere. Irregolare come lo sono stati nel corso del Novecento alcuni protagonisti citati nel volume di Filippo La Porta1. Nomi famosi, figure di intellettuali “scomodi’”, spesso ignorati, marginalizzati e relegati in spazi di minoranza. In qualche modo così è stato anche per lui, nonostante il suo essere immerso nel flusso delle contraddizioni. O forse proprio per questo.

 

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