«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

di Soheila Javaheri *
Guardami pellegrino,
Guardami a lungo,
Affinché io possa interessarti1
Come si può narrare un ciclone standoci dentro? Immagini che si trascinano una sull'altra, sovrapposizioni, suoni, silenzi, distorsioni… Grida, labirinti… Forse Reza Negarestani con la sua lungimiranza visionaria è riuscito a vederlo con chiarezza e a raccontarlo. Diciotto anni fa Negarestani ha scritto una lettera aperta per il ciclone “Cyclonopedia. Complicità con materiali anonimi”2, una narrativa tra il saggio e il romanzo che crea l’enigma, aprespazi per il pensiero senza cercare risposte, capace di suscitarmi allo stesso tempo sia fascino che timore. Mi fa paura perché fin dalla prima volta mi è sembrato di leggere un manifesto del futurismo, con la sua velocità di taglio e la sovrapposizione di immagini, l’andare oltre i saperi antichi e quelli vicini, lo scorrere tra Haftvad e Hamadani a Gilles Deleuze e Félix Guattari in un lampo, Reza Negarestani sorprende, porta la notizia di strati di energie represse e soffocate e soprattutto parla delle frequenze nella profondità della terra, parla del tellurico.
Il dolore ha toccato l’osso sta volta,
- Madre, come state?
La prima volta mio padre mi ha portato là. Mi leggeva le poesie di Umar Khayym3.
La primavera carezza dolcemente il volto della rosa.
Nell’ombra del giardino, come è caro il viso dell'amata
Nulla di ciò che sul passato puoi dirmi mi alletta
Sii felice dell’oggi, taci dell’ieri4
Io ricordavo tutto. Ero come una spugna, afferravo le immagini e le parole si fissavano nella mia memoria, il libro aveva una copertina blu scuro, con le righe in rosso, le quartine di Khayym erano il primo passo verso l’immenso giardino della lingua persiana, e poi mi affascinava Abu Mohammad Mosleh ebn Abdollh conosciuto anche come Sadi di Shirz, con la sua saggezza, il suo coraggio vestito di bianco e nero nelle miniature di Behzad.5
Gli esseri umani sono parte di un tutto,
Creazione di un’essenza e di un’anima.
Se uno solo è afflitto dal dolore,
Gli altri sentiranno il disagio.
Se non avete compassione per il dolore dell’uomo,
Non potrete considerarvi un essere umano.
Anche le poesie di mia madre, un angolo più melanconico, la voce che più mi indicava una mancanza, forse per i libri persi, per i libri bruciati, per i libri scambiati con altri libri… E così ho imparato a conoscere il giardino e piano piano ho saputo come andare anche da sola, lasciandomi affascinare dai suoi profumi e a sorprendermi dai castelli, ma mi piacevano e mi piacciono ancora i muretti antichi, con le piante che corrono tra le rocce del sipario… Sono facilmente attraversabili e gentili e sono lì tanto per stare, come un appoggio ai gelsomini color viola della mia infanzia.
E così ho imparato a camminare anche da sola e a conoscere alcuni dei giardinieri più misteriosi… Šihb al-Dn Yay al-Maqtl Suhraward, maestro dell’illuminazione - ikmat al-Išrq, il giardiniere più anziano, che si veste sempre di un rosso acceso, che parla poco e si prende cura dei tulipani.
Frequento ancora il giardino, più spesso negli ultimi anni. In questa isola nebbiosa è l’unica mia consolazione, scrivo e leggo, queste le parole magiche per entrare nel giardino e perdersi tra i profumi antichi di saperi vissuti… Sole, ne ho bisogno per sopravvivere nell’isola, non sono il tipo da prendere le pillole di vitamina D, allora leggo e scrivo in persiano e girovago nel giardino affinché il mio corpo sopravviva abbastanza per scrivere questa pergamena per mio figlio in lingua figlia, per raccontare le storie di cui altrimenti non conoscerebbe l’esistenza.
- Madre, come stai?
Credo che il mio precario equilibrio dipende da questa strana relazione con la terra natia, ho bisogno di sentire la voce di mia madre e di mia cugina Farzam, due persone che sento spesso, spesso, vuol dire una, due volte alla settimana, e così mi collego con Teheran, la mia città, dove a nove anni ho scritto la mia prima storia, raccontando di una giungla dove tutti gli animali erano amici, formiche, farfalle, volpi, api, leoni, fiori e alberi, però mentre scrivevo ho visto che il giardino ha preso fuoco, non so come e dove, ma ho visto le fiamme, e l’ho scritto con stupore, la frase era: non so il perché, ma la mia giungla sta bruciando…
Mio padre spesso diceva con toni semiseri “dovevamo fare qualcosa quando la giungla ha iniziato a bruciare, molto prima che andasse in Afghanistan a disperdersi nel nulla…”
Non sento mia madre da dodici giorni, il Regime teocratico degli Ayatollahs ha spento tutte le possibilità per connettersi con l’interno, internet e anche il telefono fisso, Starlink? La sua funzionalità è pari a nulla… Niente… La rubrica su whatsapp è piena di miei messaggi invitati e non letti:
Madre mia, ti penso
Madre mia, spero di vederti presto.
Madre mia, ti lascio questo messaggio vocale affinché tu possa sentirlo quando sarai di nuovo connessa ad internet.
Ricordo molto bene la nostra ultima conversazione, era molto preoccupata per mio fratello Reza, appena dimesso dall'ospedale psichiatrico, la stessa notte aveva il biglietto per tornare nella sua dimora in Svezia. Anche lui come tanti altri giovani ingegneri aveva lasciato l’Iran in cerca di una vita più stabile e comoda e ogni volta ritornava con una depressione cronica, una depressione radicata nella sua gioventù. Reza faceva ritorno ogni volta più perplesso, con una mente più accelerata e sempre più soldi che in Iran non sapeva come spendere, denaro senza voglia ed entusiasmo, senza curiosità, privo d’immaginazione, un denaro bagnato, triste, malinconico…
Mia madre si preoccupava per Reza, non sapeva se fosse ancora in grado di mantenere il suo status da ingegnere benestante, gentiluomo galante che continua a lavorare a Stoccolma, a pagare le tasse regolarmente e a risparmiare parecchi dollari, ormai il denaro iraniano in confronto sembra paglia. Lui e la moglie possono viaggiare ogni tanto nel paese natio e fare i ricconi, gli arroganti e i presuntuosi, magari essere anche consapevolmente la parte attiva di un sogno collettivo americano molto popolare nell’Iran degli Ayatollah. A Reza non interessano i giardini in particolar modo, né quelli veri o immaginari, non si fa denaro con i giardini, però era bravo mio fratello a raccontare le storie, soprattutto le storie con un peso ironico importante…
Ricordo che una volta era andato alla fabbrica delle automobili di Iran Khodro, dove mio padre lavorava come ingegnere meccanico e per mesi aveva fatto un teatrino per noi a casa, lui interpretava sia la parte degli ingegneri, sia la parte degli operai, gli operai erano quelli che facevano lavori molto pesanti e continuavano a correre, piegarsi e poi alzarsi e sudare, l’ingegnere invece era quello che camminava tra loro e diceva: Bravi, bravi, lavorate… Lavorate… Quando ha avuto il suo primo attacco bipolare a 17 anni, durante la malattia, quando le ferite erano ben aperte, mi ha riferito: Papà ogni volta mi dice che se non studio diventerò un disperato come loro.
Reza è riuscito ad attraversare la frontiera via terra ed è entrato in Turchia e poi ha preso un volo per Stoccolma, adesso con la moglie sono nella loro dimora scandinava.
Mia madre era preoccupata anche una settimana prima della sua partenza perché inizia così non riesce più a dormire, diventa iperattivo e poi salta… E dopo bisogna raccogliere i pezzi, portarlo all'ospedale psichiatrico e da lì iniziano i giorni bianchi.. Lunghi giorni bianchi di elettroshock, di silenzio, per poi ritrovarlo.. Diverso, rimpicciolito, innocente come il Cristo che chiede di uscire dall'ospedale, che supplica di andare via.
Mia madre mi chiama:
- Soheila, l’ospedale è terribile, bisogna farlo uscire… È in una stanza con tre altri malati, tutti sulla soglia del suicidio…
Ma questa volta anche Mahsa, la moglie di Reza, cammina fianco a fianco a mia madre, e riescono a farlo uscire…
- Sono crudeli, sono molto crudeli… Sono tutti filo-regime.
Dice mia madre a proposito degli operatori dell’ospedale, di mia sorella che vuole Reza fuori dalle palle, di tutti…
- Lo tiriamo fuori noi, io e Mahsa, sua moglie
E ci sono riusciti, però di mia madre non ho notizie da più di dodici giorni.
Il Rosso e il Nero
È sempre così quando accade, ho gli incubi, non riesco più a dormire e continuamente leggo le notizie, tutte, in tutte le maledette lingue che conosco, italiano, francese, inglese e persiano. E fra tutti mi stupisce un giornalista della BBC in persiano, Massod Behnood, ormai da due, tre anni in pensione a Londra con il suo vestito color rosso acceso e un copricapo nero, è successo quello che non doveva mai succedere, ci sono quelli che contano i nostri morti, e lui che si mette un vestito rosso acceso con il copricapo nero e pronuncia un messaggio con le frasi che iniziano e non finiscono e non hanno senso, un video di circa venti minuti che inizia con «Non possiamo dire niente, bisogna forse stare in silenzio…».
Stamane mi alzo e guardo le notizie, flash mob a Parigi, gli iraniani della diaspora, tutti vestiti di nero mentre si sdraiano su tessuti di un color rosso accesso, un uomo con i baffi, le ragazze giovani… Hanno ucciso noi, hanno ucciso i nostri figli, le sorelle, i fratelli, ma soprattutto hanno sparato alla nostra gioventù, il regime teocratico ha sparato a noi, a tutti noi…
Non li conosco, non so niente della generazione Z iraniana, io non vivo in Iran da ormai un quarto di secolo, ogni tanto sento mia madre e mia cugina Farzam. Sono una nomade che a volte esce dal giardino immaginario…
Guardami pellegrino,
Guardami a lungo,
Affinché io possa interessarti
Anche mio fratello Ali era in Iran assieme alla moglie Hanie quando è iniziata la rivoluzione, ed era sempre Ali che portava Reza all’ospedale psichiatrico, sempre lui che parlava con i medici, con la moglie di Reza, con i miei genitori. Erano i primi giorni della rivoluzione e loro erano l’unico aiuto concreto per i miei genitori, ormai troppo anziani per prendersi cura di Reza e dei suoi periodici burnout. Ali è riuscito a tornare a casa sua in Svezia, nell’ultima notte prima del blackout degli spazi aerei e di internet. Come Reza, Ali è un ingegnere altamente specializzato, ma non è riuscito a vivere in Iran, quello che guadagnava non era sufficiente per la vita dignitosa che sperava. Ali ama tanto la sua città, il suo quartiere, i negozietti del nostro vicolo, Ebrahim Agha, che vende pane, latte, riso, tè e sigarette nella sua antica drogheria, e che conosce tutti e sa i gusti dei suoi clienti, sa che ad Ali piace tanto il mascarpone, quello con il disegno di una mucca sulla confezione. Ali amava la sua città e la ama ancora eppure non è riuscito a rimanere e a resistere, vive in Svezia e lavora in una gigante fabbrica automobilistica, ad ogni ferie vola verso Tehran. Ali mi diceva che questa volta era diverso, era una rabbia inaudita. Anche prima dell'inizio della rivoluzione la gente era afflitta dalle pressioni economiche e dai prezzi che cambiavano magari anche due, tre volte in una sola giornata.
- Noi ne avevamo di soldi, i dollari, ma mi vergognavo di spendere, anche quando andavo a comprare da Ebrahim Agha, non riuscivo a fare tutta la spesa di cui avevo bisogno, sapevo che molti non potevano acquistare e mi vergognavo dei soldi che avevo in tasca… E poi gli ultimi giorni… Volevo comprare l’olio per la madre di Hanie, ma non riuscivo a trovarlo…
Con Ali le vie di comunicazione si interrompono spesso, ha più di dodici anni meno di me, faccio fatica a comprenderlo bene, è arrabbiato pure lui, per il tempo che gli è stato rubato, tempo che poteva passare con i miei, per viaggiare e nutrirsi del sole.
Arrivano le cifre, non nomi, ma le cifre dei massacri, 300, 1000, 3000, 12000, 20000, 30000 e più di 25000 arresti, non si parla di stelle nel cielo, si parla dei nostri giovani trasformati in tulipani rossi.
Un specie di epidemia che prende due fronde nemiche, il tassista a Teheran ha chiesto ad Ali e Hanie.
- Ma voi vivete all'estero?
- Sì…
- Siete fortunati… Anch'io e la mia ragazza partecipiamo alla manifestazione, non abbiamo niente da perdere, magari ci prendiamo anche un proiettile, ma chi se ne frega, ci feriamo, ci facciamo un video e poi andiamo via di qui e chiediamo asilo politico…
Quando l’ho sentito stavo per impazzire, mi racconta Ali… Era più giovane di noi, forse venti, forse ventidue anni…
Le lacrime sono nere, le strade nere e piene, piene dei tulipani rossi
Ali è arrabbiato, anche con me, ma non so perché, forse ha ragione.
- Io sono a favore di Pahlavi, perché altrimenti nessuno potrebbe affrontare questi, nessuno… Bisogna fermarli con la forza militare…
- Ma Ali, ho vissuto in Afghanistan, è un disastro, è tragico… Non credo che questa possa essere la soluzione… E poi il figlio del Re?!
- Sarà transitoria, l’importante è che Khamenei se ne vada, lui e tutti gli altri che ci stanno massacrando…
- Ma pensavano così i nostri genitori 48 anni fa, credevano che poi una volta scaricato Khomeini ci sarebbe stata una repubblica laica… E abbiamo visto cosa è accaduto… I miei amici europei mi chiedono spesso come mai gli iraniani non capiscono l’interesse dell’asse Stati Uniti- Israele in tutto questo.
- E tu come rispondi?
- Dico che non sono naïf, che pensano sopra a ogni cosa a come liberarsi da un regime teocratico e totalitarista.
- Brava, hai detto bene… Bisogna fermarli, ci stanno massacrando…
Aveva sentito mia sorella, lo aveva chiamato per dirgli che sono vivi, Faranak è una ricercatrice e architetta, l'unica che ha deciso di rimanere in Iran:
- Ma cosa ha detto Faranak?
- Sono vivi, anche nostra madre e papà
- Cos’altro?
- Ha detto che i morti sono più di ottomila e c’è il coprifuoco, non riescono neanche a sentirsi tra di loro
Ma qualcosa nel suo tono di voce non mi convince, ho paura. Quale certezza… Quale fermezza...
Hanno ucciso i nostri figli nelle strade dell'Iran, i miei occhi bruciano. E le donne? Io le sento pochissimo questa volta, la volta precedente, durante le manifestazioni per Mahsa Amini nel 2022, si cantava Donna, Vita, Libertà e c’era un'ondata di narrazioni che le davano colore e forma; fumetti, dipinti, poesie, canti, mille fiumi che nascevano da sorgenti lontane e misteriose della terra. Questa volta la terra emette un grido color nero, un grido che sa di petrolio, questa volta le lacrime sono nere, le strade nere e piene, piene dei tulipani rossi, color rosso acceso.
Reza Negarestani conosce il mistero di questo nero appiccicoso, questo Sole sepolto nelle profondità della Terra dove questa volta è arrivato il dolore…
Recentemente ho scoperto un angolo con un frassino magnifico… Ne so poco, ma esiste..
Madre, come stai? Come sta papà?
Nazli, hai notizie dei tuoi in Iran?
No Soheila, poco, pochissimo…
Cosa rimane, abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato tutto, anche Reza Negarestani con la sua lettera ai cicloni non è riuscito a farci sentire il profondo dolore tellurico.
Forse è meglio stare in silenzio? Non saprei…
Oldbury, Britannia, 20 gennaio 2026
* Soheila Javaheri, regista italo-iraniana, che da qualche anno vive nel Regno Unito e che cova nel suo cuore di ritornare in Trentino, per anni la sua nuova terra.
1Septante pierres tombales - Yadollah Royaï
2Tradotto in italiano da Virginio Sala per Luiss university press.
3Ghiyth ad-Dn Abu'l-Fat Umar ibn Ibrhm al-Khayym Nshpr (1041-1131), è stato un matematico, astronomo, poeta e filosofo persiano.
4Le quartine di Omar Khayyam, tradotte da Vittorio Gottardi.
5Kamaleddin Behzad, vissuto a Herat tra il 1450 ed il 1535, è uno dei più grandi pittori persiani di tutti i tempi.
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