"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Rompere lo schema fra poteri forti e populismi

Visionari europei

«La maledizione di vivere tempi interessanti» (65)

di Michele Nardelli

Come sappiamo Emmanuel Macron ha vinto le elezioni presidenziali francesi con il 66,1%, Marine Le Pen ha perso con il 33,9%. I numeri parlano chiaro, certo, e non ci rimane che rallegrarci per lo scampato pericolo. Nell'euforia, mi permetto di dire che il quadro fosco che pervade l'Europa rimane lì in tutta la sua pericolosa deriva.

Tanto per non dar adito ad equivoci, al ballottaggio non avrei avuto esitazioni a votare Macron. Se l'Inno alla gioia viene suonato prima della Marsigliese non lo leggo come un fatto solo simbolico, ancor meno se penso alla “grandeur” che segna la storia e la cultura politica di questo paese. Penso inoltre che Macron abbia avuto il merito di fare dell'Europa un tema cruciale della sua proposta politica senza infingimenti, avendo il coraggio di andare contro corrente, a differenza di chi le bandiere europee le ritira per esibire quelle italiane, come ci ha ricordato ieri nel suo commento il direttore di “la Repubblica” Mario Calabresi.

Ciò detto, credo che il voto in Francia ci possa fornire alcuni spunti importanti di riflessione, ben oltre l'euforia di queste ore.

Intanto se la candidata del Front National viene votata da 3,4 cittadini francesi su 10, significa che ha rotto in maniera significativa l'isolamento in cui in passato questo partito era confinato. Voglio dire che votare Le Pen e FN non è una scelta che si fa a cuor leggero. E' una soglia politica, che in queste elezioni ha trovato una forte legittimazione.

Se poi andiamo a vedere più nel dettaglio quel voto, esso è espressione di una tendenza sociale e culturale che da tempo s'aggira nei paesi europei e che negli Usa ha portato alla elezione di un personaggio come Donald Trump. Se una parte significativa della classe operaia e dei soggetti sociali più deboli votano per l'estrema destra, in Francia o altrove, questo sarà pure un problema su cui riflettere o no? E se un presidente socialista, al tempo non ancora uscente, come Hollande ebbe a definire i poveri con l'epiteto “gli sdentati”, non dovremmo forse interrogarci da dove venga questo rancore?

Emmanuel Macron ha raccolto il voto di uno schieramento democratico che in un contesto normale dovrebbe rappresentare pressoché l'intero arco costituzionale, compreso una parte della sinistra radicale che – di fronte al pericolo Le Pen – è andata comunque a votare malgrado l'invito all'astensione da parte di Jean-Luc Mélenchon. Uno schieramento eterogeneo, dunque. E' questa la prospettiva per una grande coalizione nazionale, spuntando gli estremi? Nel caso, pensiamo che questo omologarsi su posizioni centriste faccia bene alla dialettica politica ma soprattutto aiuti la politica a ripensarsi radicalmente?

Se l'emergenza “democratica” ha funzionato per sbarrare la strada a Marine Le Pen, l'eterogeneità di questo schieramento non aiuterà certo ad affrontare una situazione in cui si combinano diversi fattori di crisi, fenomeni strutturali che richiedono in primo luogo di essere compresi come tali (il che non è affatto scontato, basti pensare a come viene affrontata quella che ci si ostina a chiamare emergenza economica e che delinea semplicemente un tempo nuovo) e di avere capacità di visione oltre i paradigmi del Novecento, in grado cioè di intraprendere scelte inedite.

In questo la dimensione europea appare cruciale. Perché o l'Europa saprà diventare l'orizzonte sovranazionale della politica, pensando europeo invece che battere i pugni, rivedendo in questa chiave i temi del lavoro, della fiscalità, del welfare, dell'ambiente, dell'energia, delle politiche giovanili, delle relazioni globali, delle migrazioni, della difesa... ridisegnando la dislocazione dei poteri verso le istituzioni europee e verso l'autogoverno regionale, oppure l'Europa è destinata al fallimento. Ma per far questo occorre andare nella direzione – come si proponeva il Manifesto di Ventotene – della «definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani».

Che questo possa avvenire da parte di soggettività politiche in grave difficoltà sul piano delle idee prima ancora che di ancoraggio sociale mi sembra alquanto improbabile. Vale per Macron come per tutti i protagonisti della vita politica europea.

Per farlo, per uscire dallo schema che riduce la dialettica politica fra poteri forti e populismi, per parlare al rancore senza assecondarlo e per imbrigliare l'economia finanziarizzata, si richiede un cambio di paradigma e una visione politica che – nonostante Papa Francesco – si fa davvero fatica a scorgere all'orizzonte.

 

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