«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

di Federico Zappini
Si è tornati a discutere della sostenibilità del turismo invernale legato alla neve quando, qualche settimana fa, per garantire l’innevamento della Pista Palon sul Monte Bondone si sono dovuti effettuare quaranta voli di elicottero per altrettanti carichi di neve artificiale, dal momento che quella naturale – ormai arrivati a Natale – ha fatto timidamente capolino una sola volta.
Alle critiche ricevute (ecologiste, ma non solo) la società gestrice degli impianti ha risposto che si è trattato di un’eccezione, scelta obbligata dal fatto che a fronte di una copertura nevosa non sufficiente i tour operator avrebbero potuto disdire prenotazioni per diverse centinaia di migliaia di euro. Sul mercato dei futures del turismo, scopriamo, si vende il pacchetto completo che poi – per via naturale o attraverso l’innevamento programmato – deve essere garantito.
Dove sta il problema sembrano dirci. Quando il clima non ci è alleato ci viene in soccorso la tecnica, salvando stagione sciistica e indotto. Lasciando da parte le implicazioni morali e filosofiche sull’opportunità di credere nella possibilità di sostituirci, almeno temporaneamente, a Dio nella regolazione dei cicli atmosferici mi preme concentrarmi sul rapporto tra eccezione e regola. Dentro un orizzonte climatico che tutta la comunità scientifica descrive come più caldo, meno nevoso e segnato con sempre maggiore frequenza da eventi climatici estremi le “eccezioni” collegate all’economia della neve si stanno via via moltiplicando sull’arco alpino. Teli stesi sui ghiacciai – è il caso del Presena, nell’alta Val di Sole – per preservarne dimensione minima e anche conseguente utilizzo estivo. Bacini per l’innevamento sempre più grandi e diffusi, così – si dice – da poter sfruttare al meglio finestre di temperature fredde strettissime. Moltiplicazione del numero di cannoni e di altri mezzi dedicati alla gestione della neve prodotta, da spostare e stendere. In prospettiva – si legge in questi giorni – strumenti ancora più performanti, capaci di trasformare l’acqua in neve anche a temperature ampiamente sopra lo zero.
Arrivati a questo punto – uno stato di eccezione permanente – c’è da chiedersi a quale regola vogliamo far riferimento per i nostri prossimi passi.
Da una parte c’è la nuova “regola” ecologica, che ci invita a fare i conti con i limiti imposti da una trasformazione profonda degli equilibri ecosistemici, con impatti profondi sugli elementi (l’aria, l’acqua, il suolo) e sul nostro modo di stare dentro un ambiente – quello montano – che ci segnala da tempo le proprie fatiche. Dall’altra invece c’è la “regola” economica che si basa su due condizioni tanto chiare quanto incompatibili con il quadro attuale: tensione alla crescita continua (dei numeri, dell’attrattività e degli investimenti) e primato dell’interesse del capitale su qualunque altro, compreso quello della generale tenuta ambientale.
Fine del Mondo o fine del mese? Ambiente o sviluppo?
Negli ultimi anni – sia da consigliere comunale che da presidente pro-tempore della Rete di Riserve del Monte Bondone – ho tentato di offrire il mio contributo di pensiero per evitare che queste due opzioni entrino definitivamente in rotta di collisione totale cercando di sollecitare un dialogo che ci permetta di superare come comunità, come ci ha ricordato Ugo Morelli in un suo recente prezioso editoriale, “la nostra incapacità di risposta ai cambiamenti, (fatta) di rinvio a oltranza della ricerca di innovazione, fino alla negazione stessa della realtà”.
Orientare lo sguardo al futuro significa da questo punto di vista mettere una a fianco all’altra – ed è questo il ruolo della Politica, quando ne ha capacità e il desiderio – le migliori competenze per leggere i dati climatici e partendo da essi predisporre interventi di pianificazione territoriale e paesaggistica, sociale ed economica, culturale e di immaginario che sappiano ridefinire il nostro modo di essere montagna, dentro un nuovo e più profondo equilibrio tra dimensione ambientale e azione umana, dedita alla relazione e alla cura e non solo alla massimizzazione del profitto da estrarre.
Siamo di fronte a un necessario passaggio d’epoca (non si tratta del se, ma del quando decideremo di capirlo e di farcene carico) che richiede alle classi dirigenti la lungimiranza e l’ambizione di guidare la transizione dal modello della monocoltura turistica – una “storia di successo”, fatta da pionieri e inventori, lunga qualche decennio e non secoli – a un’economica che sappia diversificare le proprie prospettive, reinterpretando le specificità di terra e comunità alpina, certo scomoda e fragile ma anche creativa, operosa e solidale se adeguatamente ingaggiata e coinvolta.
L’esempio del Monte Bondone può tornarci molto utile per comprendere i contorni della sfida. I quasi cento milioni di euro previsti per la nuova funivia (fortunatamente dopo anni di sollecitazioni sembra si stia tornando a ragionare su un passaggio per l’abitato di Candriai) non saranno risorse sprecate solo se sapranno essere lo stimolo per una revisione complessiva del rapporto con la montagna tutta, ai diversi livelli e sui tre versanti. Non solo infrastruttura a disposizione dell’allungamento o della diversificazione delle stagioni turistiche ma innesco per una nuova abitabilità delle terre alte – “salendo di quota”, come ha spiegato in un bel libro Luca Mercalli -; per ampliare e mettere al centro di ogni progetto gli ambiti di protezione passando da Rete di riserve a Parco Naturale locale e recuperando contestualmente gli spazi abbandonati delle Caserme delle Viote, e non solo quelli, dedicandoli a un mix funzionale ricettivo/scientifico/formativo/divulgativo; per offrire uno spazio alternativo a sistemi di welfare (si pensi all’ampliamento del tempo scuola nei mesi estivi o ai bisogni di un numero crescenti di anziani) che dentro un contesto naturale – più fresco e salubre – potrebbero trovare condizioni perfette.
BeyondSnow – Oltre la neve – si intitola un corposo lavoro di ricerca condotto negli ultimi tre anni dal centro Eurac di Bolzano. E’ questa la direzione verso cui muoversi. Come è intuibile per percorrere queste strade serve un surplus di coraggio e curiosità, utile a mettere in dubbio lo status e a dar vita a ciò che ancora non c’è. Chi possiede in dose sufficiente queste due qualità (nelle amministrazioni locali, negli usi civici e nelle proprietà collettive, nei mondi imprenditoriali, negli istituti di ricerca, nei movimenti ambientalisti) è bene sia messo nelle condizioni di guidare questo percorso, frutto di un’alleanza inedita e generativa di interessi condivisi e di obiettivi di trasformazione ambiziosi.
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