«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

«DIVIETO DI ACCESSO
(FUORI DALLE PALLE)
QUI SI SPARA A VISTA
CE NE SBATTIAMO DEI GIUDICI
I VOSTRI CORPI VERRANNO FATTI SPARIRE DAI CINGHIALI»
di Federico Zappini
Il testo qui sopra era contenuto in un cartello presente in città, ora rimosso. Potremmo ritenere risolta la questione, liquidandola come il comportamento estremo di un concittadino. Commetteremo un errore di sottovalutazione. Dentro quelle poche righe (in maiuscole, urlate) corredate dall’immagine di una pistola rilevano le caratteristiche più pericolose di quello che mi sembra di poter descrivere come un montante spirito dei tempi. Alimentata da un paio di decenni di cattivismo politico e informativo – vi capita mai di ascoltare La Zanzara? – questa fase storica è piena di aggressività verbale e fisica. Dentro una società raccontata come mai così insicura, pericolosa e piena di nemici, lo spazio dell’indicibile si è via via ristretto, permettendo ad ognuno di esprimere i peggior sentimenti e pensieri, contaminando le basi della convivenza civile.
Qualcuno si avvicina alla mia proprietà senza permesso? Metta in conto una pallottola, versione estensiva e priva di limiti della legittima difesa. Un agente di polizia uccide un ragazzo al termine di un inseguimento? “Giusto. Fatto bene. Così impara.” sono i commenti ricorrenti. In entrambi i casi – ce lo ricorda il cartello, piuttosto in linea con un pezzo di propaganda a sostegno della cosiddetta riforma della giustizia – non serve un’indagine per verificare la legittimità dell’uso della forza. Se nelle relazioni internazionali per il presidente Trump l’unico vincolo è quello della propria (discutibile) morale, nelle relazioni domestiche a farla da padrone è l’ossessione al dotarsi di strumenti buoni per colpire tutti i soggetti che vengono descritti come devianti, problematici o anche solo disturbanti.
All’incrinarsi dei fondamenti dello stato di diritto si accompagna l’affievolirsi dell’empatia nei confronti della sofferenza altrui, in una sorta di anestetizzazione della compassione che contagia pezzi sempre più larghi della comunità, normalizzandone l’indifferenza o, peggio ancora, la disumanizzazione. Si fa largo – è una contraddizione in termini, lo so – una sorta di “buon senso” della crudeltà.
Si contano decine di suicidi all’anno, spesso per impiccagione, nelle strutture carcerarie italiane? Se sei il sottosegretario alla Giustizia – della Grazia si è persa traccia – non avrai problemi a dichiarare il tuo compiacimento nel rendere difficoltoso il respiro a detenuti e detenute. La vendetta e la tortura al posto della rieducazione nella pena. “In galera e buttare la chiave.” Centinaia di persone che avrebbero diritto a un’accoglienza dignitosa dormono per mesi in strada? Se sei un consigliere provinciale della Lega dichiarerai candidamente che “non si governa con il buon cuore”. Rivendicare l’esclusione rende evidentemente più della responsabilità del prendersi cura, del praticare la complessa arte dell’incontro. “Non possiamo accoglierli tutti”. “Prima i trentini.” Migliaia di persone naufragano in mare tra le onde del ciclone Harry? A giorni di distanza il mare di nuovo in burrasca ci restituisce i loro corpi? Se sei il Ministro degli Interni approfitti dell’occasione per certificare la riduzione degli sbarchi e in parallelo promuovi un’ulteriore stretta su CPR (da rendere se possibile ancora più disumani) e rimpatri, in attesa che anche la remigrazione entri nel catalogo delle proposte non più ritenute inaccettabili. “Taxi del mare.” “Cibo per pesci.””Serve il blocco navale”.
Per quanto tempo vogliamo ancora vivere dentro un clima sociale che fa dell’odio il proprio principale propellente? Ivo Lizzola in un bell’articolo contenuto nell’ultimo numero di Animazione Sociale dedicato alla manutenzione della democrazia ci offre un pezzo della risposta. «Viviamo un tempo duro, di solitudini ed esclusioni. Dove la sicurezza promessa non è più la protezione sociale del welfare, né i legami di solidarietà che rendono conviviale la convivenza. Viviamo un’epoca dominata da un capitalismo dimentico di ogni responsabilità sociale […]»
Dato questo contesto dobbiamo chiederci se valga la pena giocare in un campo tanto degradato o se non si debba invece organizzarne uno alternativo. Giuseppe Mazza (ideatore della campagna Ripudia!) ci ha ricordato che il senso comune si costruisce – giorno dopo giorno – attraverso le parole che utilizziamo, le storie che decidiamo di raccontare, i NO che pronunciamo convintamente perchè crediamo in altre politiche da sviluppare. Se negli ultimi decenni è stato possibile rendere accettabile l’inaccettabile — il cattivismo preso per realismo, il razzismo sdoganato a pratica istituzionale — allora è anche possibile invertire la direzione.
Quale sicurezza desideriamo? Quella delle frontiere blindate e delle carceri sovraffollate, della moltiplicazione dei reati e dell’incentivo ad armarsi per farsi giustizia da soli? Oppure quella di una comunità in cui ognuno — qualsiasi sia la sua condizione o provenienza — può contare su garanzie concrete per una vita dignitosa? Una sicurezza che non si costruisce contro qualcuno, ma insieme a tutti in nome di una cittadinanza comune. Questa seconda opzione rimane la premessa fondativa di ogni democrazia che voglia definirsi tale: il patto attraverso cui la protezione non sia privilegio per chi già ce la fa, ma la condizione condivisa, strutturale e universale che da sostanza alla giustizia sociale. Non è automatica. Richiede investimenti nel welfare, nel lavoro, nel diritto all’abitare, nell’istruzione, nella cura e nella cooperazione, nei servizi di prossimità. Necessita di restituire alle istituzioni il compito di stringere le maglie delle relazioni sociali, invece di chiedere loro di affilare le armi per il controllo e per la repressione.
Ricostruire il senso comune per le comunità che abitiamo è un atto politico e culturale insieme. Richiede fantasia — quella di saper vedere nelle persone non minacce da neutralizzare ma vite da incontrare, esistenze da far fiorire. Richiede visione — quella di chi sa che una società si misura per come tratta i più fragili, non da quanto spaventa i propri presunti nemici alle porte. E richiede la pazienza di chi sceglie di non adeguarsi alle peggiori forme di cinismo che tanto vanno di moda in quest’epoca così dura da sopportare.
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