«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Mentre salgo verso la Val di Sole ascolto Radio 3. Trento è al centro delle prime celebrazioni per il centenario dell'inizio della prima guerra mondiale e il dibattito che viene trasmesso in diretta radiofonica dalla Galleria Bianca di Piedicastello sabato pomeriggio ci porta nel cuore della riflessione sulla “grande guerra”.
Il centenario sarebbe un'utile occasione per riflettere sul Novecento. Era questa l'impostazione che il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani aveva cercato di proporre già un anno e mezzo fa nel percorso “1914 – 2014. Inchiesta sulla pace nel secolo degli assassini”, ma quella riflessione – un po' per l'indifferenza della politica, un po' per l'incapacità del mondo della pace di darsi una propria agenda politica diversa dal rincorrere le emergenze – non ha saputo diventare senso comune.
Così prevale il carattere celebrativo, iniziative in sé anche molto belle sul piano emotivo come “il silenzio” di Paolo Fresu sui monti dell'altipiano, ma che non diventano motivo di riflessione collettiva sul “secolo degli assassini”, perché proprio questo è stato il Novecento, un secolo che ha prodotto un numero di morti in guerra tre volte superiore rispetto ai diciannove precedenti.
Il non averlo elaborato fa sì che la guerra sia ancora oggi lo strumento normale nella risoluzione dei conflitti, magari aggettivata con il termine “umanitario” oppure legittimata dal primato della civiltà (la nostra, ovviamente) o da uno stile di vita (il nostro, altrettanto ovviamente) “non negoziabile”. Non interrogarsi sul Novecento, quasi che il massacro della prima guerra mondiale, la Shoa, il Gulag, l'atomica di Hiroshima, il Vietnam o gli anni '90 con le atrocità dei Grandi laghi o dei Balcani, fossero stati incidenti della storia, tende a far cadere queste stesse celebrazioni nella retorica.
Lo vogliamo capire oppure no? Non è chi ha sparato il primo colpo che conta, questo non ci aiuta a comprendere la tragedia del Novecento. Ed anche nel confronto fra gli storici che ascolto alla radio nel tardo pomeriggio di sabato dalla Galleria Bianca evidenzia questo limite.
Non che non sia importante la conoscenza dei dettagli, affatto. Ma sono le domande di fondo che dovremmo porci. E' l'interrogarci sulle parole di Arthur Rimbaud che quarant'anni prima della grande guerra, prevedendo quel che sarebbe accaduto con il coniugarsi della rivoluzione industriale alle tecniche della guerra, scrisse a conclusione di una delle sue straordinarie Illuminazioni «Voici le temps des Assassins». E' il significato di quel “Arbeit mach frei” che campeggiava all'ingresso di Auschwitz che dovremmo comprendere. Sono le domande sulla “banalità del male” che Hannah Arendt rivolse al mondo intero nelle cronache del processo Eichmann che dovrebbero inquietarci. E' il senso della distruzione di una biblioteca come quella di Sarajevo o di un ponte come “il vecchio” di Mostar su cui dovremmo riflettere. Domande che ci riportano alle guerre in corso, in Palestina come in Ucraina o altrove.
Una di queste domande di fondo la rivolgo al numeroso pubblico che riempie l'auditorium comunale di Pellizzano: perché il Novecento nasce e muore a Sarajevo? Domanda cruciale se si vuol comprendere non solo quel che rappresentava e ancora rappresenta quella città nella costruzione dell'Europa politica ma anche nel decifrare il carattere perverso e strumentale dell'idea stessa dello “scontro di civiltà”.
Prima di me Silvia Metzeltin, geologa ed accademica del CAI, aveva raccontato il suo Novecento, lungo i confini immaginari che la gente di montagna attraversa senza esibire documenti ma in nome dei quali si sono mandati a morire milioni di uomini ubriacati di retorica nazionalista e di alcol schifoso. Cittadina europea, ha narrato la bellezza dei luoghi – dalla Patagonia all'Himalaja – con la stessa semplicità con la quale in questa serata s'interroga sull'assurdità di morire per segnare confini che la storia ha reso più che mai anacronistici.
Il mio racconto parte da quello che lei chiama “disordine balcanico” e in particolare da Sarajevo. Non da quel 28 giugno 1914 in cui Gavrilo Prinzip assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando e la consorte Sofia, ma piuttosto dal dicembre 1910 quando a Vienna come a Budapest, a Lubiana come a Zagabria, a Praga come a Leopoli... a Trento come a Sarajevo, venne realizzato quello che poi rimarrà alla storia come l'ultimo censimento dell'impero. Una piccola Europa, dal cui censimento emergono gli attraversamenti, le vicende storiche, e guerre di occupazione e le contaminazioni dei saperi, comprese le religioni, le diaspore e i conflitti.
Vedo le persone di fronte a me molto attente nel seguire quei tratti di storia che a scuola generalmente non vengono insegnati, forse perché non rientrano nella retorica nazionalista che ha impregnato e continua ad impregnare l'orizzonte culturale italiano, malgrado l'Europa. Che non a caso viene vissuta come un corpo estraneo, regole vessatorie piuttosto che una visione oltre i confini degli stati nazionali.
E' un cambio di sguardo quello che propongo, non facile. Eppure le persone che affollano l'auditorium di questo bel borgo della Val di Sole, metà valligiani e metà turisti, non faticano a seguirmi, come se quest'altra storia fosse una diversa rappresentazione scritta non dai potenti e dalle loro guerre egemoniche (combattute con le armi o nelle borse) ma dalle tante minoranze che, a guardar bene, sono l'Europa.
Il centenario della prima guerra mondiale e le montagne che ne sono state uno dei principali teatri possono offrire un'opportunità di riflessione o diventare l'ennesimo capitolo di un esercizio retorico, magari cui strizzare l'occhio da parte di un turismo tanto interessato quanto banalizzato.
Quando, a mezzanotte passata, inizio a scendere verso Trento penso fra me che la sfida del “centenario” valga proprio la pena abitarla.

Ieri, 8 luglio, era il mio compleanno. Mi sono arrivati via fb, sms e il vecchio telefono gli auguri di tantissime persone... Che dire? Sarebbe una bugia affermare che si è trattato di un giorno come un altro. Semplicemente perché la soglia dei sessanta in qualche modo pesa, ti porta a fare bilanci e a riflettere su ciò che rimane nella vita di una persona. Degli incontri e delle emozioni, come dei muri dove sei andato a sbattere. Ma soprattutto del privilegio di un'esistenza che ho potuto dedicare alle cose in cui ho creduto. Per questo voglio ringraziare tutte le persone che si sono ricordate del mio compleanno ma anche tutti quelli che ho incontrato in questo ormai lungo cammino. Grazie davvero.
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Potrei dire di villaggi turistici o di “case vacanza” senz'anima, di anonimi alberghi o di campeggi sempre uguali... là dove un tempo la macchia mediterranea arrivava al mare. Di un turismo che non porta ricchezza ma snaturamento dell'ambiente e volgarizzazione del paesaggio, omologazione e spaesamento...
Ho negli occhi lo sguardo perso di persone anziane che hanno visto cambiare la loro terra, umiliate dalla distanza fra il reddito del loro lavoro e la dimensione delle rendite che quel modello turistico ha realizzato, senza nemmeno vergogna.
Penso a quanto sono diverse le case dei borghi e le ville dei resort per famiglie arricchite del continente e il loro capriccio di abitarle per qualche settimana nell'arco di un anno, in un ambiente artificiale totalmente estraneo alla durezza del vivere.
Ricordo quando, di questa estraneità, se ne era parlato in un incontro promosso dalla comunità sarda di Trento con l'antropologo Bachisio Bandinu e il giornalista Paolo Pillonca, laddove la Sardegna veniva paragonata al buco di una ciambella, la costa e l'interno diventati corpi fra loro estranei.
E' incredibile come tutto questo sia avvenuto nell'arco di pochi anni, in nome di uno sviluppo che non ha nulla a che fare con la natura profonda dei luoghi. Come del resto non ce l'avevano l'industria chimica o gli insediamenti militari...
E, ciò nonostante, amo questa terra, ricca di colori e di profumi, storia e di cultura. Offesa, certo, ma non ancora piegata.
Ne è un esempio l'azienda di agriturismo Guthiddai che ormai da anni è il nostro riferimento quando vogliamo trascorrere qualche giorno di riposo nell'isola. La famiglia Floris ci ha creduto e, piano piano, sono riusciti a realizzare un luogo davvero speciale che potete trovare nella valle che da Oliena scende verso le fonti di Su Gologone, curato nei particolari dell'ospitalità e della cucina (www.agriturismoguthiddai.com/).
Ci tenevo a rendere un piccolo omaggio alla fatica e alla bellezza del loro lavoro che voglio immaginare anche di tante altre persone che nell'amore per la propria terra hanno scelto la strada impegnativa di valorizzare in questo modo luoghi di straordinaria bellezza, forse la risposta più vera alla crisi di un modello di sviluppo che andrebbe totalmente ripensato.