«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Acqua... lo specchio del tempo
Ritorno nei Balcani, racconto di viaggio. Quarta puntata
di Michele Nardelli
Anche quando non piove, l'acqua è un elemento che accompagna costantemente il viaggiatore balcanico, in particolare in Bosnia Erzegovina. Non c'è strada che non proceda lungo un corso d'acqua, un fiume o un lago che sia.
Ad accompagnarci lungo la prima parte del nostro itinerario era il mare Adriatico, affaticato dalle orde dell'uomo senza qualità, ma pur sempre ricco di fascino. Lasciatoci alle spalle il mare con i suoi inespugnabili arcipelaghi un tempo incubo dei veneziani, ripercorriamo a ritroso il corso della Neretva (uno dei tre fiumi della vecchia Jugoslavia che sfociano nell'Adriatico), il fiume che rappresenta l'anima di Mostar.
Prima ancora però di raggiungere la splendida capitale dell'Erzegovina, assistiamo a quella sorta di miracolo della natura che è la sorgente della Buna1, la cui portata alla fonte è considerata la più imponente d'Europa. Siamo alle porte di Mostar. Quando d'estate il sole picchia sulle brulle montagne riverberandosi sulla città, l'acqua fredda della Neretva ha l'effetto di creare un particolare microclima lungo le terrazze che l'acqua ha scavato in prossimità del ponte, rendendo il soggiorno particolarmente gradevole.
Proseguiamo lungo la valle della Neretva fino a giungere Jablanica dove il fiume forma un grande lago artificiale e, ancora, a Konijc dove salutiamo la Neretva. Ora è la Trešanica ad accompagnarci per un tratto del nostro percorso, poi la Sirovica che s'incrocia con la Jehovac. Di seguito incrociamo il fiume Zujevina che ci porta fino a Sarajevo dove versa le sue acque nella Bosna, il fiume che nasce a Iližda, l'area termale della capitale bosniaca con i suoi edifici austroungarici usciti malconci dall'assedio degli anni '90. Sarajevo è attraversata per tutta la sua lunghezza dalla Miljacka con i suoi ponti che hanno segnato la storia del Novecento.
Quando lasciamo la “Gerusalemme dei Balcani”, la strada sale per alcuni chilometri verso la montagna seguendo proprio il corso di questo fiume. Scolliniamo e ci imbattiamo in un altro corso d'acqua imponente, la Drina. Un tempo fiume impetuoso, oggi irregimentato da un sistema di dighe, mantiene comunque il suo carattere altero e misterioso. Giunti a Visegradla strada sale verso il confine con la Serbia seguendo il corso della Rzav. Poi altri torrenti e fiumi, tutti in un'unica direzione: il grande ecosistema danubiano. Il Danubio con i suoi 2888 chilometri è il grande fiume europeo che scorre entro (meglio dire oltre)i confini di dieci paesi (Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania, Moldavia e Ucraina) mentre il suo bacino idrografico ne comprende altri nove (Italia, Polonia, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovenia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia e Albania). Il fiume che più di altri rappresenta l'Europa, “il fiume sopra le nazioni”2. Ma qui entriamo in un'altra parte del nostro viaggio, di cui parlerò nel seguito di questo racconto.
Se l'acqua rappresenta il petrolio del futuro, allora la Bosnia Erzegovina – con una quantità d'acqua pro capite sette volte la media europea – è uno dei paesi più ricchi del vecchio continente. L'acqua è fonte di vita, ma anche di straordinari paesaggi naturali, di pratiche termali e sportive, di opportunità legate alla produzione di energia e a molto altro ancora. Ma, come spesso accade, la ricchezza di risorse può diventare motivo di impoverimento. Un po' perché c'è qualcuno che ci mette le mani sopra (ed è ciò che è accaduto con le privatizzazioni e con il tentativo delle multinazionali dell'energia di imbrigliare oltremodo i corsi d'acqua), un po' perché in un contesto fortemente deregolato (e la guerra è il massimo contesto di deregolazione) l'ambiente è una delle prime vittime.
Ricordo come nell'immediato dopoguerra bosniaco i corsi d'acqua fossero diventati delle vere e proprie cloache, dalle carcasse di automobili alle macerie delle case. Un'emergenza rifiuti tutt'altro che risolta se si pensa che oggi la forma di smaltimento più diffusa in questa parte d'Europa consiste nel bruciarli a cielo aperto, spesso in prossimità di corsi d'acqua. Per secoli, del resto – e sotto ogni latitudine – l'acqua ha rappresentato un modo normale di smaltimento dei rifiuti, ne sappiamo qualcosa anche in Italia e in Trentino. La differenza è che un tempo i rifiuti erano pochi e prevalentemente organici: con la rivoluzione industriale e l'invenzione della plastica le condizioni dello smaltimento sono radicalmente mutate.
Ne vediamo le conseguenze proprio lungo il corso della Drina, gonfio d'acqua ma anche di bottiglie di plastica che in lontananza, almeno a prima vista, sembrano un nuovo tipo di creature lacustri raccolte a migliaia dalle barriere poste in prossimità degli impianti idroelettrici. Le alluvioni che hanno sconvolto la regione nella scorsa primavera hanno reso la situazione ancora più difficile e proprio mentre attraversiamo le zone colpite qualche mese fa, di nuovo la situazione si fa critica. Una vera e propria bomba d'acqua ci ferma lungo la “partizanski put”, la strada dei partigiani che costeggia la Drina. Acqua sopra, acqua di lato, acqua dappertutto lungo mille rivoli che si formano “lungo strette gole fra montagne scoscese o profondi canyon dalle pareti a picco”3 che improvvisamente si aprono nella piana di Visegrad. Comprendo più che in ogni altra occasione la descrizione che ne fa Ivo Andrić a proposito della grande massa d'acqua che nei mesi delle piogge rendeva problematica la costruzione di un ponte là dove da sempre esisteva, per passare da una sponda all'altra del grande fiume, “il traghetto di Visegrad”.
Quel ponte composto da undici arcate imponenti, nato dalla fantasia di un bambino di Sokolovići rapito secondo il rituale dell'“adžami-oglan” e ritornato da Istanbul come gran visir Mehmed-pascià, rappresentava nel tempo in cui venne realizzato (i lavori finirono nel 1571) una straordinaria opera di ingegneria civile. Dopo anni di abbandono, oggi il ponte è cantierato per una ristrutturazione i cui lavori non sembrano dare segni di grande fervore. Come già quando venne realizzato a rallentare i lavori non è “la ninfa del fiume”4 ma qualcosa che sembra aver a che fare con la vita della “kasaba”, tanto che il viaggiatore si porta via l'impressione che il ponte sia diventato un oggetto ingombrante per una comunità che non riesce ad uscire dall'incubo nazionalista (che da queste parti spesso coincide con quello religioso) in cui s'è cacciata a partire dagli anni '90.
I cui segni sono evidenti non solo nelle croci innalzate come pezzi di artiglieria a difesa di immaginarie trincee di una guerra niente affatto elaborata e per ciò stesso infinita, ma anche nelle tragicamente concrete aree ancora minate, ordigni di morte che hanno continuato silenziosamente ad uccidere e che l'acqua delle alluvioni ha rimesso in circolo.
Quando arriviamo a Belgrado è finalmente una bella giornata di sole. Qui lo spettacolo d'acqua prosegue nell'incontro sotto la fortezza turca di Kalemegdan dei due grandi fiumi, la Sava e il Danubio. All'orizzonte l'area industriale di Pancevo bombardata dalla guerra umanitaria del 1999 la cui eredità in termini di inquinamento dell'acqua e del suolo non è ancora smaltita. Come non lo è l'arsenico delle miniere di Aurul nel Maramures rumeno, finito l'anno successivo nel Tibisco e poi nel Danubio grazie all'irresponsabilità di multinazionali senza scrupoli e di governi conniventi. Ma “il fiume della melodia”, come lo definiva il grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin, quand'anche provato, non ha mai smesso di rappresentare una straordinaria metafora europea.
Nel 2003 navigammo sul grande fiume da Vienna fino a Belgrado, in un battello che raccoglieva persone provenienti da tutti i paesi della regione, sfidando visti e confini. S'intitolava “Danubio, l'Europa s'incontra”5 e fu un'esperienza straordinaria tanto per la bellezza dei luoghi quanto per quello che ci lasciò sul piano culturale e politico. Fra qualche giorno, in un viaggio del turismo responsabile6 riprenderemo proprio qui a Belgrado quel testimone. (continua)
1 Il fiume Buna nasce in prossimità della tekjia di Blagaj, di cui ho già parlato in questo racconto di viaggio.
2 Claudio Magris, Danubio. Garzanti
3 Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina. In “Romanzi e racconti”, Mondadori, 2001
4 Ivo Andrić, ibidem
5 “Danubio, l'Europa si incontra” - www.balcanicaucaso.org

di Michele Nardelli
(Agosto 2014) «Il secolo appena finito è iniziato a Sarajevo e nello stesso luogo si conclude, ma le diverse prospettive (politica, sociale, ideologica, antropologica, storica) in cui ci si è posti per osservare e analizzare gli eventi balcanici si sono spesso rivelate parziali e insufficienti, e pochi si sono accorti del fatto che nelle opere di Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura 1961, si possono trovare chiavi di lettura estremamente acute e puntuali. Nessun altro autore, infatti, ha percepito, e mostrato, con tanta forza il “brulichio” delle genti balcaniche, le loro interferenze etniche e religiose, i meticciati che forse solo in questa parte d'Europa hanno raggiunto una tale intensità. Nessun altro ha percepito, e mostrato, con tanta precisione le sofferenze di questi popoli, nessuno ha saputo osservare con tanta attenzione e raffinatezza questi luoghi, i Balcani, che – per usare le parole di Churchill – “producono più storia di quanta ne possono consumare”, e appaiono a un tempo come “la polveriera d'Europa” e come “la culla della cultura europea”»1.
Le parole dell'amico Predrag Matvejević, scritte per la nota introduttiva all'edizione dei “Romanzi e racconti” di Ivo Andrić, ci aiutano a comprendere non solo il valore di un autore dimenticato ma anche la superficialità con cui l'Europa ha guardato a quanto accadeva nel suo cuore balcanico lungo lo scorrere del Novecento fino alla tragedia degli anni '90.
A Sarajevo, il Ponte latino e la Vjesnica (l'edificio austroungarico che nel 1992 ospitava la biblioteca nazionale) distano fra loro non più di cinquecento metri. Percorrendoli a piedi, meno di dieci minuti, dovremmo avere consapevolezza di quanto essi siano stati cruciali nel XX secolo, ma non sempre è così.
A due passi dal Ponte latino, il 28 giugno 1914, un giovane di nome Gavrilo Prinzip assassinava a colpi di pistola l'arciduca ed erede al trono Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, quasi ad anticipare di qualche anno la fine dell'impero (in realtà, degli imperi). Eroe o terrorista? Negli anni a seguire la storiografia abbraccerà l'una e l'altra tesi, tanto è vero che la via dove avvenne l'eccidio fino agli anni '90 era dedicata a Gavrilo Prinzip ed ora ai “Berretti verdi”, unità dell'Armija bosniaca. “Ci hanno fatti dividere anche su questo” ha dichiarato Zlatko Dizdarević in una recente intervista ad Osservatorio Balcani e Caucaso, come se prima vi fosse una narrazione condivisa. Purtroppo non era così, come non lo è del resto su quel che è accaduto sul finire del secolo.
Di certo c'è che, almeno sul piano simbolico, quell'assassinio diede il là alla prima guerra mondiale con un effetto a cascata che sconvolse l'intera Europa per quattro anni e tre mesi con conseguenze che spesso, nella retorica nazionalista e militarista, vengono dimenticate: fra i soldati si contarono 9.722.000 morti e oltre 21 milioni di feriti, molti dei quali rimasero gravemente segnati o menomati a vita. Fra le popolazioni civili quasi 1 milione di persone morirono direttamente a causa delle operazioni militari e circa sei milioni furono le vittime per effetto di carestie e carenze di generi alimentari, malattie ed epidemie, nonché per le persecuzioni razziali scatenatesi durante la guerra.
Era giunto “il tempo degli assassini”, così come aveva previsto in una delle sue folgoranti Illuminazioni Arthur Rimbaud2 immaginando quel che avrebbe potuto accadere nell'applicazione della rivoluzione industriale alla tecnica della guerra. Qualche anticipazione – per la verità – c'era stata nella pulizia etnica del continente nordamericano, con l'avvento della mitragliatrice nello sterminio delle popolazioni native di quel continente, ma fu solo con la prima guerra mondiale che si aprì un capitolo del tutto nuovo nell'uso delle armi automatiche, dei bombardamenti e delle armi chimiche. Sarebbe bene che se ne parlasse, nelle celebrazioni del centenario, di questo secolo in cui sono morti in guerra un numero di persone tre volte superiore a quelli periti nei diciannove secoli precedenti3
Oggi abbiamo oltrepassato il Novecento, ma non possiamo certo dire di averlo elaborato se da quella lezione – come sembra – non abbiamo imparato granché. Così come del resto ben poco si è elaborato di quanto è accaduto nei Balcani negli anni '90.
Percorro quei cinquecento metri lungo la Miljacka nei quali possiamo racchiudere simbolicamente tutto un secolo e arrivo alla Viječnica, di nuovo riportata al suo antico splendore dopo una ricostruzione durata diciotto anni.
Venne bombardata il 26 agosto 1992 e non fu un effetto collaterale della guerra. Era al contrario la volontà di distruggere uno dei simboli di quella città, la sua storia contenuta negli oltre due milioni di volumi che bruciarono per tre giorni e due notti, la sua identità cosmopolita. Non serve aggiungere nulla a quello che ha magistralmente scritto su quel tragico avvenimento Azra Nuhefendić4. Se non, come ho scritto altrove, che in quei giorni non bruciava solo la Viječnica, andava in fumo anche un'idea di Europa come incontro fra Oriente e Occidente. E mentre bruciava l'Europa noi volgevamo lo sguardo altrove...
E' la seconda volta che entro in questo luogo. La prima fu negli anni del dopoguerra: fra le macerie, nelle quali era stato ricavato uno spazio espositivo, non si poteva che piangere nel rendersi conto di dove poteva arrivare l'umana cattiveria. Oggi provo una forte emozione, per la grande raffinatezza della ricostruzione e per il valore di rinascita di questo luogo, a prescindere dalle polemiche che ne hanno accompagnato la sua inaugurazione, il 9 maggio scorso. Perché la Vijesnica non sarà più biblioteca nazionale, bensì ufficio di rappresentanza della Municipalità di Sarajevo, com'era in origine. L'amico Luca Rastello ne ha scritto sul quotidiano “la Repubblica” in un articolo che riporto come allegato, riprendendo le polemiche che sono sorte per una decisione che suona così: “la Vijesnica non riaprirà mai”.
Ha riaperto invece il 15 gennaio scorso l'antica biblioteca islamica Gazi-Husrev-Bey5, in un moderno ed elegante edificio a due passi dalla scuola coranica. Mi ostino a non leggervi alcuna contrapposizione, ma non posso far finta di non vedere l'onda lunga della guerra in un processo di radicalizzazione dell'identità nazionale dei luoghi, a Sarajevo con un numero sempre maggiore di donne interamente ricoperte di nero (cosa anche solo cinque anni fa piuttosto rara e che vent'anni fa non esisteva proprio), a Visegrad (la città del ponte sulla Drina) con l'ostentazione dei simboli ortodossi e dei caratteri cirillici, come a segnare un'identità contrapposta, celebrata quest'anno con la nascita di “Andrićgrad”, come la definisce Luca nel suo pezzo “la nuova Disneyland neo-tradizional-nazionalista di Emir Kusturica”.
Aveva proprio ragione James Hillman quando scriveva che, in assenza di elaborazione del conflitto, “la guerra non finisce mai”6.
Del resto, chi la guerra l'ha vinta è al potere, da una parte e dall'altra, e si guarda bene, complice una prospettiva europea ancora lontana, di uscire dall'imbroglio etnico che è all'origine del pubblico massacro e delle private fortune.
Imbroglio che ancora continua anche perché offre una risposta semplice ad una situazione complessa, un nemico con cui prendersela per le cose che non vanno, un rancore da covare per tenere alto il tasso di adrenalina. E che andrebbe svelato.
In Bosnia Erzegovina non mancano gli intellettuali. Oltre che sorridere (a ragione) delle schiere di fotoreporter inviati a Sarajevo per il 28 giugno e perennemente a caccia di immagini forti, dovrebbero anche rammentare lo snobismo che ostentavano ventidue anni fa di fronte a personaggi come Radovan Karadzić che inneggiavano allo scontro di civiltà. Li consideravano fenomeni da baraccone e si disinteressavano ampiamente del rancore che covava nella “krčma” (la locanda) e del “balkansko blato” (il fango balcanico della “palanka”, il villaggio) per poi trovarsi con gli uni, capi politici e militari, e con il fango nelle città. A pensarci bene abbiamo fatto la stessa cosa con Umberto Bossi e Mario Borghezio in Italia, non capendo nulla di un fenomeno che avrebbe contagiato di lì a qualche anno l'Europa intera. A noi è andata meglio.
Ora più che mai dovrebbero far sentire la loro voce, sempre che abbiano qualcosa da dire. E noi, da questa parte del mare, avremmo dovuto dar loro voce piuttosto che perdere tempo a reiterare il buonismo degli aiuti umanitari. Perché il problema, lo ripeto per l'ennesima volta, è quello della qualità delle classi dirigenti e della capacità della politica di produrre visioni che sappiano far tesoro dell'esperienza e del secolo che ci siamo messi alle spalle.
Lo scontro di civiltà, tanto evocato prima in occidente e poi anche in oriente, non era (e non è) una bischerata folkloristica, ma qualcosa di maledettamente serio che sottendeva (e sottende) la logica dell'esclusione, in altre parole la fine dell'umanesimo per giustificare la “non negoziabilità” del proprio stile di vita. Ovvero la guerra. Il prologo lo abbiamo avuto, sul finire del Novecento, qui e nel vicino oriente.
Penso fra me che quei cinquecento metri andrebbero percorsi senza fretta, magari riflettendo sul vano scorrere dell'acqua sotto i ponti della Miljacka. E non solo. (continua)
1 Ivo Andrić, Romanzi e racconti. Mondadori, 2001
2 Arthur Rimbaud, Mattinata d'ebbrezza. In “Opere”, 1971
3 Marco Revelli, Oltre il Novecento. Einaudi, 2001
4 Azra Nuhefendic, La neve nera http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-neve-nera-43837
5 http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Una-nuova-casa-per-la-biblioteca-islamica-di-Sarajevo
6 James Hillman, Un terribile amore per la guerra. Adelphi, 2004

di Michele Nardelli
(Agosto 2014) Amo prendere il caffè al Morića Han, nella Baščaršija, il cuore ottomano di Sarajevo. Venne realizzato nel 1531 da Gazi Husrev-beg come parte integrante del progetto che, insieme alla moschea, alla madrasa (la scuola coranica) e alla mensa per la gente povera, costituì una sorta di atto fondativo della città di Sarajevo. In origine era un caravanserraglio, luogo di accoglienza per i viaggiatori ai quali non si negava mai il pane, l'acqua ed un giaciglio. Antiche civiltà, quando l'ospite era sacro e lo straniero il benvenuto.
Ora nessuno sembra accorgersi delle persone che chiedono l'elemosina nelle strade, men che meno di quelle che per dignità o vergogna si arrabattano con quel poco che hanno. Nemmeno negli anni immediatamente successivi alla guerra era così. Mi colpisce la diffusione della povertà delle persone anziane che spesso si trovano a dover fare i conti con una pensione di centocinquanta marchi convertibili (pressapoco settantacinque euro) o anche meno, sempre che lo Stato di cui sono cittadini riconosca loro qualcosa (visto che quello nel quale hanno versato i contributi non esiste più...).
Con un po' di pudore osservo una persona anziana guardare la frutta in una bancarella ed il suo commentare sconsolato di prezzi che se immaginati in un mercato di casa nostra sarebbero stracciati e che invece, rapportati al reddito di qui, possono risultare inaccessibili. L'abito mi racconta di un passato diverso e dignitoso, che la duplice tragedia della guerra e della dissoluzione del paese di cui era parte (e sul quale aveva investito certamente una parte della sua esistenza) ha cancellato.
Mi viene in mente quando, era il 1996 e l'assedio della città finito da pochi mesi, con Emilio Molinari venimmo ospitati in uno dei condomini non lontano dallo stadio olimpico di Sarajevo. In quell'abitazione viveva un anziano inquilino che colpì la nostra attenzione per la sua signorilità. Con vestito e camicia bianca, se ne stava per tutto il tempo seduto in poltrona, davanti a lui qualche sigaretta contata e delle confezioni di medicinali, a guardare ossessivamente l'orologio che teneva al polso. Ci sembrò una sorta di rituale, come se la sua storia volgesse al termine, anzi fosse già conclusa dopo gli anni di assedio che avevano messo fine a ciò in cui aveva creduto, come ben si poteva comprendere dalla raccolta di riconoscimenti di quell'altra vita ormai infranta appesi alle pareti. E' un immagine che ricorre spesso nella mia memoria, come se avesse a che fare con l'interrogarsi sull'agire umano e in qualche modo mi riguardasse.
Così in pochi anni si è passati dall'economia dell'autogestione (quando il lavoro significava anche abitazione, spaccio aziendale, servizi e spazio ricreativo...) al turbocapitalismo, lacerando il paese fra chi si è trovato con un pugno di vaucher1, qualche medaglia nel cassetto e null'altro in mano e chi invece si è subito adattato, forse perché già pratico nel farsi gli affari propri, alla logica del business, al malaffare o al “si salvi chi può”.
Basta fermarsi un attimo ad osservare le automobili che sfrecciano lungo la “Maršala Tita”, la via principale all'ingresso della Sarajevo austroungarica, per rendersi conto delle profonde diversità sociali che segnano il presente bosniaco. Diseguaglianze che sono state all'origine un anno fa delle più importanti proteste sociali che questo paese abbia conosciuto dopo la fine della guerra. E che, nelle maggiori città, hanno portato alla nascita dei Forum civici2, spazi inediti di partecipazione con il coinvolgimento di migliaia di cittadini, per la prima volta dopo gli anni '90 a prescindere dalla loro appartenenza nazionale o religiosa. Una fiammata, come spesso accade in questo tempo orfano di ideologie ma ancora privo di nuovi pensieri.
E' come se in Bosnia Erzegovina (ma non si tratta di un fenomeno locale) avessimo a che fare con due economie parallele, quella dei nuovi ricchi che hanno saputo approfittare della deregolazione (e della guerra) per arricchirsi grazie alle privatizzazioni delle proprietà statali, con i denari della ricostruzione, attraverso il controllo dell'import – export, con la corruzione politica o le forme diffuse di criminalità organizzata, e quella di chi a questo nuovo contesto non ha saputo o potuto adeguarsi, non avendo né gli strumenti, né l'energia per reagire. Una divisione sociale ma anche culturale e, vorrei aggiungere, generazionale.
Poteva andare diversamente, certo. Proprio qui a Sarajevo, nel marzo di dieci anni fa, organizzammo come Osservatorio Balcani una conferenza sullo sviluppo locale nella regione. Era il tentativo di dar vita ad un manifesto3 che divenisse un punto di riferimento alternativo rispetto alle dinamiche dell'economia locale nel dopoguerra. Già allora, infatti, si aveva la percezione che l'economia post comunista (e post bellica) andava assumendo caratteristiche in larga misura estranee ai territori e alla valorizzazione sostenibile delle risorse locali, invece fortemente centralistiche ed eterodirette. Illustrai alla platea dei presenti i punti salienti del manifesto e trovai un'attenzione trasversale, come se a parlare di territorio si potessero ridisegnare i tradizionali schieramenti della politica. Era esattamente così, tanto che vennero da me diversi interlocutori (fra i quali il sindaco Muhidin Hamamdzić e il rappresentante degli artigiani Nasir Jabučar, uno dei maestri del rame della Ulica Kazendžiluk4) per complimentarsi e confrontarsi su come dare continuità ad un approccio per loro del tutto nuovo.
Proponemmo questo sguardo anche a Belgrado, Kraljevo, Kragujevac, Novi Sad, Pec – Peja, Prijedor, Scutari, Spalato, Zavidovici... ma non se ne fece granché, essendo la politica (così come la comunità internazionale) incapace di scrollarsi di dosso le categorie del pensiero novecentesco. L'approccio che proponevamo5 era (e continua ad essere) l'unica strada per abitare la globalizzazione senza subirne gli effetti disastrosi in termini di omologazione e di impoverimento. Occorrevano idee nuove e una nuova classe dirigente, come da noi del resto. Ma l'offerta politica ha continuato ad oscillare fra nazionalismo e neoliberismo. Eppure, fra questi luoghi carichi di storia e cultura, non mancava e manca certo il “genius loci”, tanto che Sarajevo è considerata fra le prime città al mondo cui si mette in conto di fare visita6.
Finito il tempo della ricostruzione e in attesa che i cittadini d'Europa si scoprano europei, manca un'idea di sviluppo economico che non sia quello del rincorrere quel che capita, all'insegna – come si può immaginare – della precarietà e dell'incertezza. Così nell'immaginario dei ragazzi c'è l'idea di andarsene. “Dammi una buona ragione per restare qui” ti dicono e hai voglia nel cercare di dare una risposta razionale, in assenza del fervore e della condivisione di un progetto di comunità.
Precarietà ed incertezza non sono però prerogativa solo dei più giovani. Kanita Fočak mi racconta dei salti mortali cui è costretta nel lavoro di interprete per sopravvivere nei suoi ventiquattro metri quadrati e riuscire ad aiutare i suoi familiari. Anche nel suo caso, laurea in architettura in tasca e più lingue parlate, si vive più o meno alla giornata.
Il paese appare stremato come non l'ho mai visto. Oltretutto piove sul bagnato. Ma del cambiamento climatico parleremo nelle prossime puntate.
1 La compensazione che veniva data ai lavoratori per la privatizzazione delle strutture produttive nelle quali lavoravano.
2 Ricordo quando a Prijedor dieci anni fa realizzammo un percorso di cittadinanza attiva e di elaborazione del conflitto che si proponeva fra l'altro di dar vita ad un Forum civico. Rappresentò per alcuni anni l'unica realtà che in quella città – così profondamente segnata dalla pulizia etnica – vedeva la presenza di cittadini di diversa nazionalità. Riprenderò l'argomento nell'ultima puntata di questo racconto.
3 http://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Verso-un-manifesto-per-lo-sviluppo-locale-nei-Balcani-22130. Vedi anche http://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Il-difficile-crinale-dello-sviluppo-locale-25900
4 Una delle vie nella Bašcaršija di Sarajevo interamente dedicata all'artigianato locale. Per saperne di più: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bascarsija-la-bella-103191
5 Faccio qui riferimento ad una comunità di pensiero che prese corpo attorno al “Manifesto per lo sviluppo locale” di Aldo Bonomi e Giuseppe De Rita (Bollati Boringhieri editore)
6 “Viaggiare i Balcani” il progetto di turismo responsabile nell'Europa di mezzo, nasce proprio in quel contesto. Per saperne di più www.viaggiareibalcani.net
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Non è questione di nostalgia, la cosa che mi è mancata è stato soprattutto lo sguardo strabico che la precedente frequentazione mi aveva aiutato ad avere, quella lettura dell'Europa che mi faceva comprendere con maggiore nitidezza i processi della modernità che l'hanno attraversata negli anni cruciali seguiti alla caduta del muro di Berlino. Era questa, del resto, la mia risposta a quanti in passato mi chiedevano ragione di questa particolare attenzione verso i Balcani. Come spesso vado dicendo attorno al centenario dell'inizio della prima guerra mondiale, non è affatto un caso che il Novecento, il “secolo degli assassini” che ancora non abbiamo sufficientemente elaborato, sia iniziato e si sia concluso in quel di Sarajevo.
Passa da qui la costruzione dell'Europa politica. Passano da qui le forme più acute della post modernità seguita al fallimento della sperimentazione politica e sociale che è stato il comunismo reale. Passano da qui le forme più aggressive della deregolazione che poi si riverberano nel resto d'Europa nei modi più svariati, dallo sfruttamento della persona alla criminalità organizzata. Passa da qui quel processo culturale di imbarbarimento che permette di vivere tutto questo come naturale, spesso suffragato dalla più o meno consapevole adesione ideologica al turbocapitalismo.
Ecco, in questo racconto di viaggio, attraverso le immagini e le parole raccolte, vi parlerò di tutto questo.
Il piacere del viaggio e la banalità del turismo di plastica
E' mattino presto nel vecchio motel da poco ristrutturato nei pressi di Pocitelj che solo qualche ora prima ha dato asilo alla stanchezza di un viaggio lungo più di mille chilometri. Nella notte ci siamo lasciati alle spalle il mondo plastificato di un modello turistico che sta divorando la costa croata, mentre dall'altra parte dell'Adriatico quello nostrano boccheggia nella sua insostenibilità di cui il cambiamento climatico è solo uno degli aspetti. Eppure, qui e lì c'è un'umanità che questo desidera per le proprie vacanze, intese come spazio vuoto nella legge tutt'altro che spontanea del divertimentificio, l'industria che ha ormai omologato pressoché l'intero Adriatico. Non tutto, certo, ma dobbiamo pure riconoscere che le esperienze diverse improntate allo slow sono piuttosto rare.
Nella luce limpida del mattino il mio orizzonte è l'antico borgo di Pocitelj, “la città di pietra” come la chiamava Ivo Andrić, con i suoi splendidi edifici in pietra e legno che pure la furia del nazionalismo croato aveva cercato negli anni '90 di cancellare bombardando l'antica moschea, il bagno turco, la scuola coranica, l'antica mensa pubblica, la torre dell'orologio e le raffinate case signorili che compongono questo gioiello della storia. Bombardare la storia, è quel che accade sempre più frequentemente nelle guerre moderne. Ora l'accurata ricostruzione ha riconsegnato Pocitelj all'antico splendore. Mi chiedo quante delle molte persone che dal primo mattino affollano l'antico borgo ottomano si sono interrogate sul serio su quel che accadde nell'agosto del 1993 quando i nazionalisti erzegovesi dell'HVO, spalleggiati dai frati di Medjugorije, pensarono che quel tratto di terra dovesse venir ripulito da tutto quel che raccontava una storia diversa dalla loro...
Luoghi ricchi di storia e cultura, che ti avvolgono in un atmosfera speciale. Come a Blagaj, il villaggio che ospita l'omonima tekkjia, luogo di meditazione dei sufi, dove nel 1463 venne redatto il famoso editto del sultano Mehemet II, fra i primi esempi di tolleranza religiosa in un tempo di profonda ostilità. Perché nello stesso passaggio di tempo altri editti cacciavano i sefarditi e i musulmani dalla Andalusia che abitavano da secoli o fomentavano pogrom contro le popolazioni ebraiche nelle città europee, mentre questo semplicemente proteggeva i francescani bosniaci da ogni forma di vessazione.
Colgo da subito lo stupore di Antonio e Diego, compagni di viaggio che da tempo mi avevano chiesto di dare concretezza alle immagini di questa Europa tanto presenti nel mio argomentare. Quello stesso stupore che li prende nel vedere la bellezza della città vecchia di Mostar, fascino appena scalfito dalle cianfrusaglie che anche qui un certo modo di intendere il turismo porta con sé. Non è obbligatorio propinare cazzate made in Cina per lasciare il segno e accendere il desiderio di ritornare. Butto un occhio nel negozietto dei prodotti dell'Erzegovina che il programma Seenet aveva contribuito a realizzare ma appare desolatamente snobbato dal fiume in piena del turismo arraffone.
E' lo stesso stupore che a sera passa per il loro sguardo nelle vie di Sarajevo, quasi che la raffinatezza dei caffè e dell'umanità che vi si incontra rappresentasse un'ingiustificabile assenza nel proprio bagaglio di cittadinanza europea. Penso fra me che il sentirsi cittadini europei annoveri fra i suoi ingredienti anche la conoscenza, in questo caso la frequentazione specie di un'Europa che nemmeno ti immagini come quella che puoi respirare nelle città che hanno fatto la storia.