"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Diario

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martedì, 28 settembre 2021L'Agriturismo Guthiddai

La mia borsa di canapa a tracolla, sempre pronta a prendere il largo, è riposta in un angolo della casa, triste e forse anche un po' impolverata. Anche il VW transporter passo lungo – appena concluso il viaggio di quasi cinquemila chilometri fra Venezia e Istanbul dell'ottobre 2019 – ha subìto gli effetti usuranti del blocco forzato dovuto al Covid-19 ed ora è in lungodegenza dal meccanico. Quanto a me, malgrado un'estate disgraziata (dopo la mamma di Gabriella se ne sono andate anche l'amica Nella e la sorella Cristina), sto abbastanza bene. Ma devo riconoscere che, pur vivendo in Trentino ed abiti in campagna, comincia a mancarmi il respiro. Insomma, la cosa che più mi è mancata in questi lunghi mesi di pandemia sono i viaggi.

Già al tempo delle mie lunghe frequentazioni balcaniche mi sono reso conto che il viaggio sarebbe diventato una possibile cifra del mio modo di stare al mondo e di abitare un tempo denso di tratti inediti che avrebbero messo alla prova categorie interpretative e riferimenti concettuali.

E così è stato. Non solo attraverso i luoghi di osservazione balcanici, ma anche quelli del vicino oriente e di ogni altro luogo nel quale alzare lo sguardo, diventava per me sempre più importante cogliere i segni di un tempo nuovo.

Una cifra – quella del viaggio – che ha segnato anche il modo di pensare la mia attività di formatore, rendendomi conto di quanto la dimensione del viaggio divenisse un efficace strumento per mettere in relazione le parole (il pensiero) con la nuda realtà, per guardare un qualsiasi avvenimento con il necessario strabismo ovvero da due luoghi di osservazione diversi, per dare significato ad immagini che apparentemente sembravano non dirci nulla, per sentirsi – come uso dire – presenti al proprio tempo.

Nella formazione alla cooperazione di comunità, nella formazione alla mondialità e alle nuove geografie degli insegnanti, nella collaborazione con le istituzioni di storia contemporanea, oppure ancora nei percorsi del turismo responsabile, il viaggio ha via via assunto un valore essenziale nella percezione della realtà e nella trasmissione della conoscenza.

Forse qualcuno se lo ricorda, ma c'era già pronta una Topolino amaranto per un viaggio dentro il tessuto sociale in trasformazione di questo paese e la crisi della politica, quando nel 2008 non ho potuto sottrarmi all'assunzione di una nuova responsabilità istituzionale nell'ambito degli istituti rappresentativi della nostra autonomia.

In quei cinque anni, il tempo per portare lo sguardo altrove è stato molto contenuto se non per qualche, pur interessante, visita lampo in Marocco o in Palestina, in Bosnia Erzegovina o in Serbia. Mi è venuto talvolta di chiedermi se quell'immersione nelle istituzioni non sia stato tempo perduto. Credo che non sia stato così, che il mio approccio in Consiglio provinciale (e nel Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ) abbia portato a risultati concreti e indicato strade di lavoro. Di certo quella stagione mi è comunque servita ad approfondire temi e competenze in fondo poi non così estranee ai miei ambiti di impegno. Ma quando quell'esperienza si è conclusa il bisogno quasi fisico di riprendere il cammino della ricerca si è imposto.

In forme ancora diverse da quelle prima immaginate, certo, perché credo sia bene che le nostre vite si cimentino sempre in esperienze nuove, evitando di accanirsi lungo strade già battute. E' così che quel percorso solo abbozzato lungo i limes del nostro tempo si è andato concretizzando.

Il viaggio è così diventato il motore di ricerca nel contesto di una politica sempre più smarrita, proprio a partire dall'incapacità di far tesoro del passato più o meno recente, ma ancora privo di elaborazione. Il viaggio come strumento di ricerca e di formazione/autoformazione politica.

Dalla fatica delle terre alte al rancore dell'osteria e dello spaesamento; dalle dinamiche della globalizzazione alle istanze del federalismo in Catalunya; dalle città del troppo pieno alle terre dell'osso; dai miracoli della scienza e della tecnica all'ossessione delle nostre vite di corsa; dagli incubi identitari alle macerie delle guerre moderne; dagli effetti dei cambiamenti climatici alle eresie del “progresso scorsoio”; dalle derive del primatismo alla ruolo dell'attraversamento nella trasmissione del sapere: potremmo sintetizzare così la bellezza e la complessità dei dodici itinerari del Viaggio nella solitudine della politica lungo altrettanti limes fra Europa e Mediterraneo (www.zerosifr.eu).

Che lo scoppio della pandemia ha cercato di interrompere, lasciando almeno tre o quattro tracce incompiute. A pensarci bene, il lungo lockdown costituiva anch'esso – pur nella sua drammaticità di vite perdute e di dolore – un inimmaginato itinerario e la conferma dell'urgenza di una nuova epifania. Quante volte c'eravamo chiesti che cosa avrebbe dovuto accadere per un ripensamento di fondo del nostro vivere, senza che questo si palesasse nella sua drammatica evidenza? Non l'avevamo messo in conto, ma così – per chi vuol vedere – è stato.

Lo riprenderemo questo Viaggio con nuovo vigore a partire dall'anno che verrà, lungo le strade di Andalusia, fra quel che rimane delle biblioteche di quella città che nell'anno Mille era la più grande d'Europa (Cordoba) e gli specchi deformati della pulizia etnica così magistralmente raccontati da Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte. Oppure nel delirio delle magnifiche sorti progressive che hanno avuto nel carbone della Ruhr e nell'atomo di Chernobyl i suoi simboli divenuti fantasmi. O, ancora, lungo le rotte mediterranee di quando a migrare eravamo noi. Saranno gli ultimi capitoli di un nuovo lavoro editoriale, un racconto di viaggio per riannodare i fili di un diverso sguardo sul nostro presente.

E poi, a dirla tutta o quasi, c'è un un altro libro ancora che attende una conclusione, perché venticinque anni di impegno di là del mare non si lasciano così, senza una riflessione che ne dia conto, che s'interroghi sulla (falsa) coscienza che la nostra Europa “civile” ha di sé, che delinei una possibile traiettoria per chi vorrà riprendere il testimone di un progetto politico unitario che si è colpevolmente lasciato cadere. Anche in questo caso c'è un viaggio in attesa, un'incalzante ed esigente intervista a più voci di un pezzo d'Europa immerso da trent'anni in una postmodernità che le vecchie categorie interpretative faticano a decifrare.

E che dire, infine, della continuazione del viaggio che ha propiziato “Il monito della ninfea”, la ricerca in corso sull'impatto della crisi climatica sui luoghi del turismo montano (e dello sci in particolare) alla quale sto lavorando con un collettivo di persone fra arco alpino e fascia appenninica? Che fin qui ho coperto con tanti mordi e fuggi, ma che richiederà a breve di scrollare la borsa da viaggio e di preparare il vecchio ma ancora gagliardo Transporter.

Viaggi collettivi, s'intende. C'è solo da prendersi del tempo, essere curiosi e iscriversi.

Per la verità – e prima di immergermi in questo intenso programma – voglio riassaporare il gusto dell'andare per terra e per mare lungo le strade conosciute della Sardegna. Non è propriamente un viaggio, ma quella terra è così bella e interessante che tornarci mi riempie di gioia. Amo quella gente così fiera, la loro lingua che pure cerco a fatica di decifrare ma che ascolto come una musica ormai familiare, la cultura sapienziale nuragica, la storia del Giudicato di Arborea e l'autonomismo di Emilio Lussu, i romanzi di Grazia Deledda, la cucina sarda così unica e diversa in ogni suo territorio, il Nepente. Saremo in Barbagia, certo, nell'agriturismo Guthiddai che frequentiamo da anni vicino ad Oliena. Sardegna vera, non quella dei villaggi. Oggi partiamo.

martedì, 14 settembre 2021Un momento dell'incontro di Funes

 

Rispetto alle grandi mete turistiche del Sud Tirolo, la Valle di Funes si distingue perché è vera. Non che il resto del territorio non lo sia, ma questa valle – con il suo ambiente sostanzialmente incontaminato e un'attività umana dedita all'economia silvopastorale – ha scelto di essere se stessa, facendo di questo tratto anche un elemento di attrazione turistica senza smarrire la propria identità.

Fuori (ma non lontana) dai maggiori comprensori sciistici, in una piccola valle che fonda la sua capacità di accoglienza sui masi piuttosto che sulle grandi strutture alberghiere, chi decide di venire in val di Funes lo fa per entrare in relazione con la natura, con i luoghi e le persone, con il genio trasformativo dell'uomo e, non ultimo, con se stessi.

Qui infatti non c'è da andare di fretta, non ci sono chilometri da macinare su caroselli sciistici e nemmeno le lussuose passerelle del pret a porter. Al contrario, puoi respirare la vita reale di chi ci vive. E' quel che racconta Oskar Messner, ispiratore del presidio Slow Food del Villnösser Brillenschaf (la pecora dagli occhiali della Val di Funes), cuoco dell'Alleanza e animatore territoriale, a proposito dell'idea di turismo sostenibile, un turismo relazionale dove le persone siano il cuore dell'accoglienza.

Un territorio e la sua gente, ecco perché la Val di Funes non poteva mancare nel programma di “GenerAzioni”, il progetto che le cooperative sociali Young Inside e Inside coltivano da tre anni attraverso una rassegna di eventi distribuiti sull’intero territorio regionale allo scopo di valorizzare le esperienze di qualità nell'immaginare altri modelli di sviluppo.

E così domenica scorsa 12 settembre, ci siamo trovati a San Giacomo in Val di Funes (BZ), ospiti del Drockerhof, un maso a 1300 metri di altitudine fra pascoli e boschi nello splendido scenario delle Odle. Protagonisti di “Save the planet: ogni azione conta” sono stati Craig Leeson, documentarista australiano autore del documentario “A Plastic Ocean”, la biologa marina e divulgatrice Mariasole Bianco e chi scrive come esponente del Consiglio nazionale di Slow Food.

Dopo il saluto di Gianluca Jacolano per il Comitato organizzatore, del vicesindaco di Funes Alois Fischnaller, del portavoce della condotta di Slow Food Alto Adige – Südtirol Angelo Carrillo e la testimonianza di Oskar Messner, gli interventi degli ospiti. Ne è venuto un bel pomeriggio di riflessione sul nostro tempo, su quel che accade intorno a noi, sulla nostra capacità/volontà di cambiare rotta, sul valore dell'agire collettivo come della testimonianza individuale. Le parole di Mariasole sul carattere interconnesso della natura e di ogni sua manifestazione, il racconto di Craig sull'impegno per la salute e la conservazione del pianeta e sulla promozione di un movimento globale per ripensare la plastica, le mie considerazioni sulla necessità di dotarci di nuovi strumenti di interpretazione a cominciare da nuove geografie per leggere il pianeta e i suoi ecosistemi.

Voci molto diverse, le nostre, eppure accomunate dall'urgenza di un cambiamento dei fondamentali sui quali si è incardinato questo nostro modello di sviluppo la cui insostenibilità è ormai chiara a tutti coloro che vogliono vedere. Cosa niente affatto banale perché almeno tre secoli di cieca fiducia verso il progresso non si mettono in discussione tanto facilmente. Un cambio radicale dei paradigmi della modernità, questo occorre.

E poi la consapevolezza che il rovesciamento del tradizionale rapporto fra tempi storici e tempi biologici ci obbliga ad agire qui e subito. Qui, perché nessuno si può chiamare fuori, considerandosi protetto nel proprio giardino (Vaia e Covid-19 lo dimostrano). Subito, perché se è vero che gli effetti della crisi climatica sono nell'immediato irreversibili, si pone comunque il tema della riduzione del danno per le generazioni a venire.

Due ore fitte di parole trascorrono in un lampo, in un clima di forte attenzione, così che a conclusione dell'incontro sono in molti ad avvicinarsi per ringraziare e manifestare la propria condivisione.

La proposta di Slow Food di realizzare in Val di Funes uno dei sette incontri della rassegna 2021 di GenerAzioni si è rivelata particolarmente azzeccata per valorizzare questa terra e chi la vive quotidianamente, dando in questo modo spessore e riconoscimento all'impegno di tante persone che qui mettono a disposizione le proprie aspirazioni, i propri saperi, le proprie professionalità per salvare il pianeta.