«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Ieri sera mi sono incontrato con il circolo PD “Elisabetta Vindimian” di Lavis. Il motivo? Parlare di Europa. Non un'iniziativa elettorale, ma un momento di confronto sull'Europa, sulla visione “territoriale ed europea” che dovrebbe avere (e manca) alla politica, su come l'Europa e le sue istituzioni vengono vissute dai cittadini europei, sulla partita che si gioca nelle elezioni del prossimo 25 maggio.
Nei giorni scorsi, in occasione della scuola di primavera di “Politica Responsabile” è emersa con forza la necessità di una narrazione europea, di un racconto capace di attraversare le geografie, la storia, l'idea stessa dell'Europa come progetto politico, sociale e, prima ancora, culturale.
E mi rendo conto di quanto questo “racconto europeo” dovrebbe diventare un esercizio pedagogico ancor prima che politico in senso stretto, un esercizio permanente per comprenderne culture e identità, anch'esse risultato dei molti attraversamenti che hanno costruito l'Europa come progetto in continuo divenire, perché l'Europa non ha confini né identità definite.
Noi oggi, nella fatica di viverci come europei come nello spazio di una campagna elettorale che parla d'altro, ci rendiamo conto di come questo “racconto” sia lontano dall'immaginario collettivo. E di come questo salto di paradigma, per quanto urgente, sia estraneo al confronto politico e sociale cui assistiamo, dove l'Europa viene ridotta ad un tavolo di trattativa sul quale rivendicare sovranità o battere i pugni.
Come colmare questo divario potrebbe rappresentare il senso stesso di una progettualità politica che ancora non c'è. Sempre che dopo il 25 maggio non ci si veda costretti – per conclamata delegittimazione – a raccoglierne le ceneri.
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