«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Diario

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lunedì, 30 novembre 2009

Mattino buio e freddo, di quelli che vorresti solo star sotto le coperte, con il focolare acceso e con un bel libro. E invece... ho un lungo foglio di appunti, zeppo di cose da fare. Mi metto a scrivere, poi comincia a squillare il telefono. Le chiamate riguardano la scuola e mi rendo conto di quanto non sia affatto chiaro quel che bolle in pentola. Se anche le persone più intelligenti e amiche faticano a capire la partita che si sta giocando, diventa un problema.

L'editoriale di ieri del direttore de "L'Adige" parla di scuola trentina al massacro e chiama alla protesta sociale. Non lo sfiora nemmeno il dubbio che le cose non stiano affatto così e di essere caduti in un "trappolone" teso all'assessora Marta Dalmaso e alla scuola trentina nel suo complesso (e allo stesso Dellai) da quegli stessi soggetti di potere che nel corso della passata legislatura avversarono a tal punto la riforma sull'autonomia scolastica da costringere l'assessore Salvaterra a dare le dimissioni. Tutti a guardare il dito, anziché la luna.

Il fatto è che, accanto a preoccupazioni vere, ci sono visioni, giochi di potere ed interessi corporativi che s'incontrano in maniera perversa. Il tutto ricoperto da un polverone tale che risulta difficile richiamare le persone alla realtà. E poi dobbiamo dirci molto serenamente che la riforma della scuola trentina, quella vera dell'autonomia scolastica e della responsabilità, non è mai stata digerita, né dal corpo insegnante, né dagli studenti, né dai genitori. Né dalla politica, visto che in larga parte non se ne ha affatto memoria. Una politica senza memoria, questo si è riusciti a partorire.

Leggo sul "Trentino" l'intervista a Lorenzo Dellai e c'è molta assonanza con quel che ho scritto sul Corriere proprio ieri. Lui la memoria ce l'ha, eccome. Ed anche qualche responsabilità, nell'aver lasciato che la rivolta del palazzo alla legge Salvaterra mietesse nuove vittime. E forse con la maliziosa convinzione che questo avrebbe logorato più il PD che altri, che peraltro conta una parte importante della sua base sociale proprio nel mondo della scuola.

E così la scuola è in rivolta, almeno questo è il tam tam che prende corpo. Ne parliamo alla riunione del Gruppo consiliare, nel pomeriggio, ed ho l'impressione che anche qui una reale percezione dello scontro in atto non ci sia affatto. Se penso che proprio di questo abbiamo iniziato a parlare a gennaio di quest'anno nelle riunioni del gruppo di lavoro sulla scuola del PD del Trentino, sperando che in questo modo potesse crescere nel corpo sociale una consapevolezza di quel che stava covando sotto la cenere.

Bisogna parlarne, occorre reagire. Credo sia necessario parlarne al partito, con tutta urgenza. Purtroppo finisco tardi la riunione del Consiglio del Forum, che spazia dal nucleare che l'Italia ha deciso di riaprire al vento cupo che ci arriva dal voto della Svizzera contro i minareti. Cattivi presagi. In compenso i risultati del voto amministrativo di ieri nei Comuni di Cembra, Nago Torbole e Strembo, non sono male, anche se lasciando intendere un confronto piuttosto duro tutto interno al centro sinistra autonomista alle prossime amministrative di primavera. Ancora cattivi presagi. Continua a piovere ed è di nuovo buio.

 

venerdì, 27 novembre 2009

Stamane la conferenza di informazione promossa dal Consiglio provinciale sulla Linea ad alta capacità/velocità "Monaco Verona". La richiesta è stata avanzata dai capigruppo della maggioranza in Consiglio provinciale per dare trasparenza alla progettazione e alla sostenibilità di un'opera che dovrebbe impegnare investimenti pubblici di enormi proporzioni almeno fino al 2025.

Non ho preclusioni di principio verso tale realizzazione, il trasporto su rotaia è tradizionalmente nei cuori della sinistra anche se questo non è che significhi più di tanto, la riconversione del trasporto su gomma è un'opzione tutt'oggi valida e da sostenere.

Ma qui ci sono in ballo alcuni aspetti niente affatto secondari. In primo luogo la giustificazione di una simile opera. Dire quali saranno i flussi del trasporto merci nel 2030 è un'operazione di stregoneria, considerato che gli economisti non sono riusciti nemmeno a prevedere la crisi finanziaria scoppiata nei mesi scorsi. La crisi ha fatto diventare realtà la decrescita, non quella "serena" di cui parla Latouche, con gli effetti perversi di una scelta non voluta e dall'impatto tragico per milioni di persone. Vengono mostrati dei grafici che si possono sgonfiare con un soffio di vento. E poi, se ci fosse la volontà politica di spostare le merci dalla gomma alla rotaia, si potrebbe farlo sin d'ora.

In secondo luogo si pone un problema di impatto ambientale. Scavare le montagne non è indolore ma può anche starci. Proporre un'opera come la galleria di base Fortezza Innsbruck di 55 chilometri e tutte quelle minori (solo in Trentino 86 km) è qualcosa di diverso, è una sfida alla natura, e se non altro sarebbe utile interrogarsi sulle incognite e sul senso del limite. Quando poi si progettano canteri ventennali che vomiteranno dalle viscere della montagna milioni e milioni di tonnellate di metri cubi di materiale che andranno fortemente ad incidere sulla vita delle comunità che risiedono in prossimità dei cantieri, non si tratta di un danno temporaneo ma qualcosa di più, un pezzo di vita delle persone. In terzo luogo, una domanda semplice semplice: perché si prevedono investimenti faraonici e non si mette mano alla rete ferroviaria esistente, in grave sofferenza?

Ascolto le prime relazioni ma le previsioni sono così indeterminate che dopo un paio d'ore mi alzo e me ne vado. Nemmeno l'intervento iniziale del professor Innocenzo Cipolletta riesce a scaldare i cuori. Se penso a com'è ridotto il sistema ferroviario in questo paese (o abbiamo dimenticato i morti di Viareggio dell'estate scorsa?), a come sono ridotte le linee di comunicazione al sud di questo paese, all'assurdità di opere come il ponte sullo stretto quando la "Salerno Reggio Calabria" è un vero e proprio incubo di cantieri aperti ed abbandonati, se penso alla demagogia che si fa sui corridoi e su un'integrazione europea che va a ritroso... se penso che abbiamo appena portato a casa una legge sulle filiere corte e l'educazione al consumo consapevole, beh, credo che forse sarebbe utile un ripensamento. Non sull'opera in sé, ma sul modello di sviluppo che abbiamo in mente per il futuro.

Nel breve tragitto fra la Fondazione Bruno Kessler e le Acli dove ho un appuntamento alle 12.30 incontro qualche persona amica, Gigio Calzà, Giorgio Santomaso, Vittorio Cristelli. E mi rendo conto di quanto sia difficile percorrere senza farsi del male il crinale fra l'imbarbarimento in corso nel nostro paese e il governo della nostra autonomia. Faccio vedere a Gigio il progetto del "Café de la Paix", lui sa quanto sia tenace nelle cose in cui credo, e sorridiamo insieme al pensiero che ne avevamo parlato un decennio fa. Proprio questo è l'argomento che affrontiamo alle Acli, realtà che intende coinvolgersi nell'idea. Alle 13.00 un veloce "pranzo di lavoro" (quello "che non aveva" il caro Fabrizio e che mi tocca di avere) per il progetto "Politica è responsabilità" (a breve ne parleremo diffusamente) e poi alle 14.00 il Gruppo consiliare. Parliamo della nostra coesione come gruppo ma non è solo una questione di correttezza dei comportamenti, ci sono distanze che andrebbero se non colmate almeno affrontate. E nonostante le mie reiterate richieste di approfondimento, ognuno di noi si muove come meglio crede. Almeno riusciamo a socializzare le intenzioni di ciascuno sulla finanziaria.

Finisce il gruppo e mi metto a scrivere il pezzo sulla scuola per il Corriere del Trentino di domenica, spero di non andare troppo contro corrente. C'è fra la nostra gente una forma mentale che è difficile da modificare. Spero solo di non essere io completamente fuori. Viene sera e mi aspetta ancora un po' di lavoro, ma il limite per fortuna s'impone.

 

giovedì, 26 novembre 2009

L'incontro della maggioranza del Consiglio provinciale sulla scuola inizia alle 8 e un quarto. Finiremo alle 13.30. Cinque ore e passa per discutere di un provvedimento della Giunta è forse un record e comunque ci descrive quanto delicato sia questo passaggio di cui si sta parlando per la verità da diverse settimane. Stupisce quindi che diversi dei consiglieri presenti dimostrino di non conoscere affatto la materia, ma questa è oggi la realtà della politica.

Il confronto almeno nella sua prima parte è molto tecnico, e questo - oltre a tagliar fuori una parte dei presenti - fa assumere alla discussione un profilo che fatico ad accettare almeno in quella sede, quasi fosse nostro compito quello di far quadrare gli orari. Il tema è invece squisitamente politico e riguarda nella fattispecie due questioni di fondo, dove il metodo si confonde con il merito.

In primo luogo la questione riguarda le competenze "concorrenti" che il Trentino esercita con lo Stato Italiano sulla scuola. Accade così che ogni volta si ha a che fare con le materie "concorrenti", sistemi formativi, didattica, piani di studio, esami... , il Trentino si trova a dover far proprie le scelte nazionali oppure ad avviare una trattativa con il Ministero per cercare soluzioni diverse. E' quanto avvenne nel 2002 allorché, di fronte ai tagli della ministro Moratti, la Provincia si fece artefice del protocollo PAT - MIUR con il quale venivano attivati nella scuola elementare e media percorsi di studio sperimentali finalizzati a favorire processi di continuità e di orientamento e, nella scuola superiore, la riorganizzazione dei piani di studio a garanzia della differenziazione dei percorsi in un sistema organico e integrato che facilitasse i passaggi fra i diversi ordini e indirizzi di studio. Una soluzione intelligente ma largamente incompresa, soprattutto a sinistra, interpretata come un cedimento o peggio ancora come un tradimento. Fu in realtà, oltre ad un atto politico intelligente che ci mise al riparo dai tagli nazionali, la prova generale nella direzione di una riforma della scuola trentina che di lì a poco portò alla legge sull'autonomia scolastica (LP n.5/2006). Ora ci si trova in una situazione analoga, ma la lezione di sette anni fa - per nulla elaborata - non sembra essere servita un granché e le posizioni si ripresentano cristallizzate.  

In secondo luogo, si dice, c'è stato un difetto di comunicazione. Vero, ma ascrivibile al fatto che la legge di riforma della scuola trentina varata nel 2006 è ancora largamente inattuata. E così il riequilibrio auspicato fra scuole e palazzo non c'è stato, a tutto danno della partecipazione e a tutto favore della burocrazia provinciale. Il "Consiglio delle autonomie" è ancora sulla carta, così come l'assunzione di responsabilità da parte degli istituti, ricreando quella strozzatura che ha generato e continua a generare gerarchia e deresponsabilizzazione. Ovviamente non si tratta semplicemente di un problema di comunicazione, è invece la capacità di interpretare in maniera dinamica e fantasiosa l'autonomia scolastica ad essere in gioco.

Ciò nonostante ne usciamo bene, con alcune cose chiare prima fra tutte il fatto che in Trentino non ci saranno tagli alla spesa per l'istruzione, ovvero che ogni risparmio potrà venire dalla riorganizzazione e razionalizzazione dei piani di studio verrà reinvestito nella scuola. Insomma, a differenza di Tremonti e Gelmini che tagliano la scuola per far cassa, in Trentino questo non accadrà. Ciò significa che ci saranno i margini anche per facilitare il passaggio dagli istituti professionali agli istituti tecnici, per potenziare le scuole professionali affinché sia maggiormente curata la formazione di base e la possibilità di accesso all'istruzione superiore (compresa la possibilità di aprire un contenzioso sulle modalità di reclutamento del personale), rivedere i tagli sui laboratori e così via.

Rimane una coda e una considerazione da fare. La coda riguarda l'opportunità o meno di presentare già l'indomani le delibere oppure darsi il tempo per incontrare le parti sociali e per articolare le delibere in modo da tenere conto dell'insieme dei cambiamenti proposti. Si apre una vivace discussione ma alla fine l'assessore Dalmaso deciderà per il meglio, rimandando alla settimana prossima la presentazione dei provvedimenti. La considerazione riguarda invece la maggioranza. Si potrebbe ricostruire una geografia "politica" a partire dall'atteggiamento dei consiglieri presenti. Un partito è interessato solo all'insegnamento del tedesco (ovvero la caricatura dell'autonomia), un altro a che nel suo territorio non cambi nulla, un altro ancora è dichiaratamente contrario a qualsiasi cosa che sappia di autonomia (e di egualitarismo), un altro è assente, il partito del presidente è allineato ma con un consigliere che fa le bizze perché il suo elettorato non si sentisse più garantito dalla dimensione nazionale che dal sistema trentino, il nostro è un guazzabuglio di posizioni diverse. Se non ci diamo luoghi di confronto politico e culturale, per il PD del trentino come per la coalizione del centrosinistra autonomista, mi sa che non andremo molto lontani. E - mi riferisco al nostro partito - continueremo a correre appresso a spinte contraddittorie e spesso conservatrici e corporative, per assenza di visione o per ricerca del consenso purchessia.

Tanto che non riusciamo nemmeno a gestirci i risultati positivi che ci portiamo a casa. Nel pomeriggio condivido queste idee con chi nel sindacato scuola ci ha lavorato e ancora ci lavora. Ne avevo parlato il giorno precedente con Edoardo Benuzzi, ne parlo con Flavio Ceol e con Franco Ianeselli, e mi conforta di trovarmi in forte sintonia.

Finisco la giornata in libreria. Fra gli altri, scelgo il libro di una donna "che aveva il genio dell'amicizia" come ebbe a dire al suo funerale Hans Jonas. Si riferiva ad Hannah Arendt. Il libro in questione è dedicato all'amico Walter Benjamin. E' una storia di sintonie profonde, di intimità d'affetto e di separazioni dagli esiti tragici.

 

mercoledì, 25 novembre 2009

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Credo sempre meno alle "giornate", siano esse della memoria o del ricordo, dei diritti umani o dell'ambiente... Rappresentano una sorta di alibi per parlarne in maniera rituale, quasi che ci permettessero di lavarci la coscienza per poi rientrare nella normalità. Ogni tipo di violazione riprende il suo corso, se mai ci sono state - ed è improbabile - anche solo ventiquattr'ore di tregua.

In questo caso la presentazione del libro "Teresina. Una storia vera" il 25 novembre è una semplice, per quanto piacevole, coincidenza. Perché se questo libro è dedicato dall'autore proprio alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne, è del tutto casuale che questa presentazione avvenga in questo giorno. Era tempo che dicevamo con l'autore di fare una cosa a Trento ed è capitato così.

L'incontro alla Libreria Einaudi è tutto fuorché rituale. Inusuale l'argomento, un libro dedicato alla vita tragica di una donna perduta, inusuale un libro scritto da un uomo sulla violenza contro le donne e che a parlarne siano due uomini e una donna. Mi chiama Iva e mi dice che ha trovato tutto questo piuttosto strano... le rispondo che forse è bene che a discuterne siano finalmente anche gli uomini considerato che di tale violenza sono i protagonisti. E in effetti non sarà un incontro di donne, per una data al femminile. Fra i presenti non mancano gli uomini.

Provo ad introdurre la serata con due immagini. Quella del mio incontro con Gianguido Palumbo dieci anni fa a Sarajevo. In quella città non solo o tanto per aiutare qualcuno, ma per capire. Ed indagare sulla guerra, non solo per comprenderne le ragioni economiche e geopolitiche, ma anche per sviscerarne i lati inconfessabili come la felicità della guerra, quel "cerchio magico" nel quale svanisce ogni inibizione e nel delirio di onnipotenza un uomo ha diritto di vita o di morte su un altro uomo. Se è una donna, anche si stupro.

A Sarajevo non siamo per "prendere parte", ma per provare ad elaborare ciò che è accaduto; non per dire chi ha torto o ha ragione (e nemmeno per essere equidistanti) ma per cercare un'equivicinanza invece, che ci permetta di parlare con tutti e ricostruire pagine di verità condivise. La verità è il vero risarcimento. E questo libro è un piccolo, grande risarcimento verso Teresina e la sua esistenza.

La seconda immagine è che questo libro sembra descrivere un tempo remoto, il Germinale di Emile Zola piuttosto che la Venezia degli anni '70, storie di vita improbabili per il nostro tempo, ma che poi, a guardar bene, toccano il vissuto di ciascuno di noi. Così leggendo Teresina un anno fa, mi era venuta in mente una figura femminile della mia infanzia, Antonia Chiarentin, donna di fatiche, di pianto e di grandi risate, di solitudine e di alcol. Viveva in una stamberga lungo il Fersina, a Trento, ed è morta suicida con la varechina dopo giorni di agonia. Su queste vite tragiche di dolore e di violenza cade l'oblio, il nome di Antonia perduto come la sua esistenza, come quella di Teresina e di tante altre. E che solo la sensibilità di qualcuno può forse cercare di dare dignità. Risarcire appunto, per quanto alla memoria.

Renata Greggio che presenta con me e l'autore questo libro, descrive Teresina con emozione e amorevolezza. Il suo modo di parlare, il suo orgoglio di essere figlia legittima, il suo legame con la città di Venezia, il suo volersi bene con un briciolo di vanità, il suo amore per la vita e per gli altri. Renata tocca le corde di chi l'ascolta e dello stesso autore, è come se avesse conosciuto Teresina, personaggio che sente famigliare in quella sua parlata di cui avverte la vicinanza con le sue radici trevigiane.

Tocca all'autore raccontare di quei nastri registrati, di quelle pagine ingiallite per vent'otto anni in un cassetto, di quelle immagini di violenza sulle donne raccolte nella capitale bosniaca e del trovare così il modo per dare un senso a quella storia di una vicina di casa che mentre raccontava la sua vita si vestiva come un'attrice sul palcoscenico. E di quel bisogno di uomini di non sottrarsi al tema della violenza, quasi si trattasse di una cosa di donne. Dell'associazione che ne è nata, "Maschile Plurale", alla quale sono destinati i diritti d'autore della vendita di questo libro.

Sono davvero contento di questo omaggio a Teresina. Tutto il resto di questa giornata non ha alcuna importanza.

 

martedì, 24 novembre 2009

Giornata dedicata prevalentemente al tema dell'acqua come bene comune. Ma la inizio andando a prendere l'olio che Claudio Tasin produce amorevolmente nel suo piccolo podere in Toscana e che ormai da qualche anno allieta la nostra tavola. E anche quelle di molti nostri amici, perché una bottiglia di olio buono è un bel regalo, sempre gradito.

Ma torniamo all'acqua. Alle 10.30 arrivano al Gruppo consiliare Rosario Lembo e Massimo Morettuzzo, esponenti e promotori in Italia del Contratto Mondiale per il diritto all'acqua. Con loro avrebbe dovuto esserci anche Emilio Molinari, compagno e amico di una vita, ma l'influenza l'ha bloccato a Milano. Anche Rosario viene da Milano, c'eravamo visti qualche mese proprio in quella città in occasione della presentazione di "Darsi il tempo", mentre Massimo viene da Udine e l'ultima volta c'eravamo incontrati più o meno quattro anni fa, pensate un po', a Mostar.

La scaletta dell'incontro è piuttosto fitta. In primo luogo esaminiamo la situazione in Trentino, dove l'autonomia ci tiene al riparo dal provvedimento governativo che il Parlamento ha convertito in legge aprendo la strada alla privatizzazione dell'acqua nel nostro paese. Ma, ciò nonostante, è bene essere vigili. Perché l'insidia della privatizzazione è in agguato anche qui, la risorsa idrica trentina fa gola a molti e se è vero che le nostre competenze primarie in materia di gestione dei servizi idrici e degli acquedotti ci dà buone garanzie nella gestione pubblica della risorsa idrica, la presenza dei privati nella "Dolomiti Energia" - seppure in quote assolutamente minoritarie - rappresenta pur sempre un avamposto nella ricerca del business. Dolomiti Energia, controllata al 61% dall'ente pubblico e da un'altra quota significativa da parte di enti a loro volta di derivazione pubblica, gestisce in Trentino tutta la partita dell'energia provincializzata, la distribuzione del gas e una parte significativa della gestione degli acquedotti trentini.

Il fatto che la nostra autonomia impedisca alla legge nazionale di essere applicata ci mette nelle condizioni di porre l'autogoverno trentino in rete con le Regioni e gli Enti Locali che in questi giorni hanno dato vita ad un crescente movimento di opposizione contro la privatizzazione. Illustriamo loro la mozione presentata nei giorni scorsi in Consiglio provinciale che va esattamente in questa direzione.

Verso le 13.00 incontriamo l'assessore e vicepresidente Alberto Pacher e con lui condividiamo una scaletta di iniziative da mettere in campo nelle prossime settimane, dalla ricognizione delle proprietà degli acquedotti comune per comune alle iniziative per sostenere il movimento sul piano nazionale, non ultima quella di ospitare in Trentino un convegno giuridico internazionale sul tema della proprietà dei beni comuni.

Nella nostra conversazione spaziamo anche oltre i confini nazionali, per affrontare il tema della prossima carovana per l'acqua in Palestina. Quella precedente su a Djarbakyr, nel Kurdistan turco, un anno fa. Parliamo del mio recente viaggio in Palestina e delle prospettive di coinvolgimento della società civile e delle istituzioni in Israele e Palestina. Decidiamo di approfondire l'argomento e indico la mia disponibilità di far parte del Comitato promotore della carovana. Inevitabile parlare anche di Balcani, visto che lì il patrimonio idrico è straordinario. Infine parliamo del coinvolgimento dei Comuni trentini nelle attività di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul tema.

Alle 14.30 inizia la Terza Commissione che deve esprimere il parere sugli articoli della finanziaria che riguardano le competenze ambientali e sul regolamento per il funzionamento dei parchi regionali. Così mi tocca saltare la riunione del Gruppo consiliare sulla scuola, tema in questi giorni piuttosto caldo per i provvedimenti che la Provincia sta assumendo in relazione alle proposte contenute nella riforma Gelmini. E' proprio su questa consequenzialità che avverto subalterna che vorrei dire la mia, ma il dovere istituzionale m'impone di andare in Commissione, riunione senza grandi nodi aperti e dunque piuttosto noiosa. Vorrà dire che sulla scuola ne scriverò nei prossimi giorni.

E' ormai sera e mi immergo nella lettura di "Teresina", nella rilettura per la verità, che mercoledì 25 novembre presenteremo a Trento insieme all'autore. Un libro molto dolce, che vi consiglio.

 

lunedì, 23 novembre 2009

Mi capita di rado stare tutto il giorno in ufficio. Cosa che non amo molto perché non si riesce a concentrarsi sulle cose se non per qualche minuto, si susseguono le telefonate, c'è sempre qualcuno che vuole scambiare quattro parole con te (ed è normale che sia così...), qualche grana da affrontare, la necessità di mettere un po' d'ordine alla posta (quella cartacea come quella elettronica), qualche incontro veloce... e così se ne va una giornata intera. Oggi è un giorno un po' così. Mi chiamano i rappresentanti del Contratto mondiale per l'acqua per confermarmi l'incontro di martedì e che abbiamo programmato da qualche settimana con Emilio Molinari, anche se lui domani non ci sarà perché s'è preso l'influenza. Sento la presidente dell'Itea per avere la risposta per lo spazio dedicato al "Cafe de la paix", iniziativa che ho proposto nell'ambito del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani e che dovrebbe partire nella prossima primavera. E, a questo proposito, sento anche Martina, studentessa di architettura alla quale ho chiesto di aiutarci nell'immaginare lo spazio che verrà adibito al "Cafe". Assieme allo "staff" del Forum ci incontriamo nel pomeriggio con l'assessore Marta Dalmaso per discutere sulle attività di educazione alla pace che vorremmo diventassero patrimonio della normale programmazione dell'assessorato all'istruzione attraverso un rilancio (e un bilancio) dell'attività del Centro interculturale Millevoci. Mi chiama Gianguido Palumbo per accordarci sulla presentazione del libro "Teresina" che faremo a Trento mercoledì 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. L'appuntamento è per le ore 18 alla Libreria Einaudi di Piazza della Mostra. Da Firenze mi telefona Simone Malavolti con il quale ci accordiamo per la presentazione di "Darsi il tempo" il prossimo 5 dicembre a Pistoia, dove il Comune è interessato ad attivare una forma di partenariato in Bosnia Erzegovina. Sento il Sindaco di Lasino Mario Zambarda per ragionare sul tema del biodigestore che non vorrebbe nessuno ma che come amministrazione comunale avevano localizzato sul loro territorio tirandosi addosso l'ira dei Comuni limitrofi (all'insegna del "non nel mio giardino). La questione ritorna a breve in Commissione e voglio capire se ci sono sviluppi, visto che non è mia intenzione accettare la petizione popolare contro l'impianto senza aver individuato appropriate soluzioni alternative. Ci vedremo nel pomeriggio per approfondire la questione. Mi chiama Roberta Biagerelli, amica e "attora" come mi piace chiamarla. Sabato sera era a Concei a rappresentare "Il poema dei monti naviganti" tratto dall'omonimo libro di Paolo Rumiz, ma non siamo riusciti a vederci. Dobbiamo parlare di diverse cose, non ultimo il programma di cooperazione che sta realizzando a Srebrenica. Le nostre agende confliggono e l'unica possibilità è vederci i primi giorni di dicembre in occasione di una mia iniziativa a Bologna. E avanti così. Bruno Pecoraro mi chiama per organizzare un incontro sulla viabilità della Valsugana, Luca Zeni per la riunione sulla scuola più che mai urgente ma che coinciderà con la riunione della Terza Commissione nel pomeriggio di domani. Gli rendo esplicita la mia posizione e conto di parlarne domattina con la stessa Dalmaso. Il nodo di fondo è la "Scuola dell'Autonomia", ovvero la cornice progettuale nella quale è immaginabile anche programmare iniziative di razionalizzazione purché bilanciate da interventi di qualificazione dell'offerta formativa a cominciare dalle scuole professionali. Fra tutto questo e le persone che passano al Gruppo provo a scrivere qualcosa, ma non c'è verso. A fine giornata m'incontro con Stefano Albergoni e Fabio Pipinato per il progetto "Politica è responsabilità" che piano piano prende corpo e sostanza. Li vedo belli caricati, predisponiamo una scaletta di lavoro per rivederci a breve. Il progetto partirà a gennaio, ma la fase di preparazione è tutt'altro che banale e poco impegnativa. Ma avremo tempo e modo di parlarne.

 

venerdì, 20 novembre 2009

Mi sveglio a Torino, in un alberghetto di via Principe Amedeo. Aggiorno il sito, preparo un po' di cose per la giornata e poi vado in stazione Porta Nuova dove ho appuntamento con Eugenio Berra, giovane amico con il quale condivido le passioni balcaniche e l'impegno sul turismo responsabile. Dopo aver preso un caffè come si comanda (i vecchi caffè torinesi del centro sono così pieni di cioccolato e di storia da aver un fascino tutto particolare) andiamo in zona Lingotto dove ci attende l'incontro con Michele Rumiz che, per Slow Food, segue l'area balcanica. Stiamo discutendo di un progetto che come "Viaggiare i Balcani" vorremmo realizzare in partenariato con Slow Food, un viaggio lungo il Danubio per scoprire e valorizzare culture alimentari e comunità del cibo di questa grande regione europea. Come sempre, non mancano le idee e nemmeno l'ambizione, ma l'organizzazione di una cosa del genere richiede un lavoro immenso di preparazione. Per la verità ci prendiamo per tempo, visto che si parla di un evento da realizzare nell'estate del 2011, ma che vorremmo già presentare a "Terra madre", nell'ottobre dell'anno prossimo, proprio a Torino. L'idea è condivisa, le suggestioni che ne vengono sono numerosissime, ed è così anche per le opportunità di iniziativa che ne possono scaturire. Ma non c'è tempo da perdere. A febbraio è necessario che la macchina si metta in moto. Rimaniamo con l'idea di avere una risposta formale da parte del presidente di Slow Food nel giro di un paio di settimane e definiamo una prima scaletta di lavoro.

Mangiamo qualcosa nel locale sottostante alla sede di Slow Food, "Eataly", il più grande mercato enogastronomico del mondo - come si definisce - che oltre a Torino ha aperto a Tokio, Milano, Bologna e Pinerolo. E' la fiera della qualità (ma anche della vanità e della gola) oltre che dei prezzi alti. Coniugare qualità ed accessibilità dovrebbe essere possibile, come giustamente dice Slow Food: "buono, pulito e giusto". Ma questa è un'altra storia...

Torniamo verso la stazione, Eugenio riparte per Milano ed io faccio quattro passi per la città nel tiepido del pomeriggio. Alle 17.00 è prevista la presentazione di "Darsi il tempo" alla Libreria coop di piazza Castello. Con me ci sono Luca Rastello, giornalista, scrittore e amico, e Antonio Ferigo, vice Presidente dell'Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest Paralleli che ha organizzato l'iniziativa. Un po' di gente è arrivata e così iniziamo a parlare del libro, dei suoi contenuti, delle sue visioni. Il libro è uscito un anno fa e siamo ormai alla quarantesima presentazione, quel che c'era da dire... eppure ogni volta è una discussione diversa. Non parliamo di cooperazione, ma di sguardi sul mondo, degli strumenti per leggere e capire quel che accade intorno a noi, del nostro vocabolario e della necessità di fare una seria manutenzione delle parole. A cominciare della pace e della guerra, che continuiamo a non indagare seriamente, incapaci di far nostro il messaggio di Hannah Arendt sulla "banalità del male". E, sotto questo profilo, "Darsi il tempo" è solo l'avvio di una riflessione. Ci raggiunge anche Alberto Tridente, compagno di mille battaglie. Ogni volta che c'incontriamo programmiamo viaggi oltre oceano, chissà che questa volta non capiti davvero, visto che l'anno prossimo ci sono le elezioni presidenziali in Brasile ed il Presidente Lula è amico di Alberto. Andò così anche nella primavera del 1994 e fu un'esperienza davvero straordinaria.

Nelle stesse ore di Torino, a Bruxelles, nella sede della rappresentanza della Regione europea del Tirolo - Alto Adige, una presentazione parallela del libro, con Mauro Cereghini ed un centinaio di persone ad ascoltare e dibattere. Se con questo libro volevamo trovare il tempo per alzare lo sguardo sulle cose del mondo e della cooperazione, possiamo dire di esserci proprio riusciti.

Con Antonio, Luca e Silvia finiamo in una bettola, nei pressi di piazza San Carlo. E poi a chiacchierare fino a notte tarda con Luca in uno dei più vecchi caffè del centro, io un "bicerin" e lui uno zabaione tiepido. Poi a nanna, visto che domattina c'è l'Assemblea del PD del Trentino.

 

giovedì, 19 novembre 2009

"La Romania, fra arretratezza e post modernità". E' questo il titolo della conferenza che devo tenere nel pomeriggio ad Alessandria su invito dell'Istituto per la cooperazione allo sviluppo e la Provincia di Alessandria. Si tratta del terzo ed ultimo incontro di un ciclo di conferenze dedicate alla Romania, in relazione al gemellaggio in corso fra la città piemontese e Alba Julia, antica città di origine romana.

Sono stato in più occasioni a visitare questo paese, ne ho seguito nel corso degli anni le vicende seguite alla deposizione di Ceasescu, ho cercato di approfondire i legami economici fra il nostro paese e la Romania nelle forme della delocalizzazione di molte imprese italiane, grazie ai suoi corrispondenti OB fornisce un quadro sempre aggiornato della situazione politica, sociale e culturale della Romania. Ho passato la tarda serata di ieri a rimettere in ordine le idee, raccolgo articoli e pubblicazioni, metto in borsa "Ad est di Bucarest" film straordinario che può venirmi in soccorso qualora manchino le parole.

Mi piacerebbe utilizzare "Generazione ‘89", un cortometraggio realizzato dall'Osservatorio e presentato proprio qualche giorno fa a Trento in occasione della conferenza sul ventennale della caduta del muro di Berlino: si riferisce ai giovani rumeni che oggi hanno più o meno vent'anni e che descrivono con parole semplici il loro rapporto con il passato, il presente e il futuro. In realtà potrebbe essere questa la mia relazione, ma l'organizzazione tecnologica è un po' carente e allora dobbiamo ricorrere alla tradizione orale.

Le persone che si sono iscritte al percorso (una trentina) sono quasi tutte donne. E' più o meno sempre così, quasi che i maschi fossero estranei a questi temi o non avessero nulla da imparare. Fra le presenti , alcune sono donne romene e mentre parlo osservo con attenzione il loro sguardo e le loro reazioni. E' sempre delicato parlare di luoghi che rappresentano radici e anima di una persona, nel cercare di descriverle in maniera obiettiva ma anche con la necessaria criticità. Ma vedo segni di condivisione ed anche di stupore nel loro sguardo, quando ad esempio parlo dei "Luxuri show", le fiere del lusso che si svolgono a Bucarest e in altre capitali "post comuniste" dove va per la maggiore la Hummer con gli accessori dorati.

Parliamo ovviamente anche di cooperazione, della fatica a mettere in moto relazioni di comunità. E mi fa piacere vedere che alcune di loro hanno con sé una copia di "Darsi il tempo" zeppa di bigliettini gialli e di appunti. Finiamo verso le 18.00 e mi metto in auto verso Torino.

Chiamo i miei compagni di gruppo che ho abbandonato verso mezzogiorno in un aula che dava segni di forte nervosismo. L'invito che avevo ricevuto qualche mese fa per la conferenza di Alessandria si è sovrapposto infatti ad una riunione piuttosto delicata del Consiglio Provinciale. Si discute delle modifiche proposte alla legge istitutiva delle Comunità di Valle e la minoranza annuncia l'ostruzionismo se non si accoglieranno le loro richieste. La cosa si risolverà solo in tarda serata, accettando la proposta del centro destra di separare la data delle elezioni comunali della prossima primavera con quella dell'elezione diretta di una quota (3/5) dei componenti le assemblee delle Comunità.

A Torino cercare una via dove mi hanno prenotato l'albergo, fra ingorghi di traffico e divieti d'accesso, è un'impresa. Finalmente ci riesco e, a questo punto, devo solo decidere se saltare anche la cena oltre al pranzo oppure andare per i fatti miei a prendere qualcosa nella prima trattoria che incrocio. Non amo andare a mangiare da solo ed è troppo tardi per chiamare gli amici. Annoto solo che il pasto che faccio non rimarrà nei miei ricordi. Domani mi attende una giornata tutta torinese: incontri con Slow Food, la presentazione del libro con Luca Rastello e gli amici di "Paralleli", il vecchio amico Alberto Tridente che sento al telefono e che trovo più impegnato che mai. Un vero leone.

 

mercoledì, 18 novembre 2009

L'Adige pubblica come fondo un mio commento dedicato al complesso lavoro di costruzione di un soggetto politico in grado di dare rappresentanza politica ad un'area moderata che non si riconosce nel PD. Non so quanto l'Unione per il Trentino corrisponda sul piano nazionale all'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli, non vedo pensiero federalista nei nomi dei big che vi hanno aderito, né tanto meno esperienze locali capaci di pensare/agire localmente/globalmente.  Scrivo nel pezzo che un obiettivo tanto ambizioso dovrebbe corrispondere alla rigorosa ricerca di pensieri innovativi e di espressioni territoriali delle qualità che oggi la politica non riesce ad intercettare, e dunque di tempi diversi da quelli imposti da un quadro politico in rapida (quanto presunta) evoluzione. La cosa interessante è che nel corso della mattinata incontro persone di area UpT che si complimentano per un'interlocuzione che avvertono sincera e stimolante, non propagandistica né gridata. O amici che mi fanno un cenno d'intesa. Fra le altre, particolarmente gradita la telefonata di Mario che mi dice di aver detto a Dellai qualche settimana fa le stesse cose che scrivo nel pezzo su L'Adige. Evidentemente inascoltati. Ho la sensazione che le cose che ho scritto (trovate l'articolo nella home) abbia colpito nel segno.

Ci immergiamo in una giornata di Consiglio, prevalentemente dedicata ad interrogazioni e ad una proposta di legge del centro destra sulla gratuità dei trasporti nella "periferia" della provincia. Questo mi permette di lavorare su altre cose, in primo luogo sulla mozione che presenterò a fine giornata sul tema della privatizzazione dell'acqua. Oggi in fatti il Parlamento Italiano recepisce in legge il decreto governativo che impone entro la fine del 2011 il passaggio alla gestione privata del servizio. Come Trentino abbiamo competenze primarie in materia di acquedotti e di servizi idrici e dunque la normativa nazionale ci riguarda molto indirettamente, ma il segnale che si vuole dare è che l'acqua rappresenta un bene comune inalienabile, che non può essere soggetto alle leggi di mercato e che, a prescindere dalla forma che può assumere l'assetto societario dell'ente gestore, l'indirizzo pubblico è fuori discussione.

Una veloce pausa pranzo con Mauro Cereghini, al quale mi lega un'amicizia tutta particolare, fatta di stima e di profonda sintonia culturale, pur essendo noi persone tanto diverse. Parliamo della conferenza internazionale di OBC, della giornata sul Kosovo, delle prospettive di lavoro e di impegno, a cominciare dal fatto che venerdì andiamo a presentare il nostro "Darsi il tempo", io a Torino e Mauro a Bruxelles.  E poi rientro in Consiglio fino a tarda serata quando in aula inizia una bagarre tanto violenta nei toni quanto futile nelle motivazioni. Protagonisti gli esponenti della Lega che, privi di qualsiasi senso di responsabilità, offrono un'anticipazione di quel che metteranno in scena il giorno successivo attorno alle proposte di modifica della legge sulle Comunità di Valle.

Intanto il Governo italiano ha messo la fiducia sul decreto che contiene le norme sulla privatizzazione dell'acqua. Così intorno alle 18 presento la mozione che con Michele Ghezzer e Roberto Pinter  abbiamo predisposto, firmata da tutti i capogruppo della maggioranza. Un atto politico al quale faremo corrispondere impegni concreti in sede di esame della finanziaria, nonché altre iniziative di cui parleremo martedì prossimo quando incontrerò in Trentino i rappresentanti del "Contratto mondiale per il diritto all'acqua" e, successivamente, il prossimo 10 dicembre quando verrà presentato a Trento il libro "La rivoluzione dell'acqua".

I giornali locali dedicano un grande spazio alla visita in Trentino del Dalai Lama e alla tavola rotonda "Le Autonomie per il Tibet". Sarebbe importante che le nostre comunità cogliessero lo stretto legame fra il diritto alla libertà e quello ad un uso sobrio e responsabile delle risorse della terra. Il sorridente grido di dolore che il capo spirituale del buddismo tibetano ci ha portato in questi giorni va esattamente in questa direzione.

 

martedì, 17 novembre 2009

La presenza del Dalai Lama riempie all'inverosimile l'Auditorium Santa Chiara. Tantissimi giovani, tantissime persone, nel pomeriggio di un giorno di lavoro, in fila per entrare ad ascoltare le parole del capo spirituale e politico del popolo tibetano, indicano qualcosa di importante che va oltre la stessa causa tibetana. Ci racconta di una domanda di visione che oggi la politica non riesce ad esprimere e che ci dovrebbe far interrogare. Ma anche della maturità con la quale si seguono gli interventi dei protagonisti della tavola rotonda "Le Autonomie per il Tibet", nella consapevolezza che quel che sta avvenendo in questi giorni in Trentino è qualcosa di più che un'opportunità di ascoltare la saggezza del XIV Dalai Lama. Così l'ascolto e gli applausi che seguono all'introduzione politica di Roberto Pinter, anima dell'iniziativa, corrispondono a quelli dedicati al professor Roberto Toniatti che riporta gli esiti del convegno scientifico, al presidente Luis Durnwalder, al rappresentante catalano Joan Bernat , alla parlamentare finlandese e rappresentante delle isole Aland Elisabeth Naucler e, infine, al presidente Lorenzo Dellai chiamato ad illustrare la "Carta di Trento per l'autonomia del Tibet". E' una comunità che si stringe attorno alla figura che rappresenta le istanze di libertà del Tibet in tutto il mondo e, insieme, un appello delle autonomie locali per l'autogoverno della regione tibetana che dal Trentino viene inviato in ogni parte del mondo.

C'è la convinzione che una soluzione politica per il Tibet potrà rappresentare una strada da perseguire in ogni luogo dove l'identità di un popolo oggi non viene riconosciuta. Non per creare nuovi confini, ma per andare oltre a quelli che ci sono. Non per affermare nuove statualità, ma per rivendicare autogoverno. Insomma, il Trentino si conferma luogo di sperimentazione di una diplomazia parallela che spazia in latitudini diverse.

Una diplomazia che non riguarda solo la ricerca di soluzioni politiche in situazioni di crisi, ma anche la ricerca sui temi della pace. Mi riferisco al fatto che al mattino incontro Michela Embriaco, di professione insegnante di teatro e attrice. Mi parla di "Mirjana", uno spettacolo teatrale al quale sta lavorando ispirato al romanzo di Slavenka Drakulic "Come se io non ci fossi", che racconta di una donna bosniaca e del suo controverso rapporto con il bambino frutto di uno dei tanti stupri subiti nella "stanza delle donne" in un campo di concentramento. Insieme, parliamo della banalità del male e di quel "cerchio magico" descritto dagli studiosi che analizzano i contesti di guerra, in cui il delirio di onnipotenza fa sì che un uomo con un arma in mano possa avere potere di vita o di morte sul prossimo. Quando quel prossimo è donna, l'offesa è la violenza, lo stupro. Un tema, quello della banalità del male e dell'elaborazione del conflitto, sul quale sto lavorando da tempo. Propongo quindi a Michela di realizzare un momento di confronto con il gruppo di lavoro che sta preparando lo spettacolo.

Conclusa la tavola rotonda all'Auditorium, rientro al gruppo. Butto giù gli appunti per l'incontro che ho in serata alla Biblioteca di Lavarone, dove con Sergio Valentini (governatore regionale di Slow Food) è prevista una serata di presentazione della Legge Provinciale n.13 sulle Filiere corte e l'educazione al consumo consapevole promossa dal Comune. All'incontro partecipano i produttori locali, che raccontano della fatica del loro lavoro e della scelta di puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Ma anche della difficoltà di fare sistema locale e della pressoché totale indifferenza degli operatori turistici di mettersi in relazione con le produzioni locali. In effetti, di ristoratori e albergatori all'incontro non c'è neanche l'ombra. Negli interventi degli agricoltori e degli allevatori presenti traspare la rabbia per l'assenza da parte del settore turistico di un'adeguata sensibilità alla valorizzazione della qualità. C'è da parte dei presenti un generale apprezzamento verso l'iniziativa legislativa ed emerge l'invito di portare anche in altipiano le esperienze maturate altrove di rete territoriale fra i produttori e gli operatori turistici.

Sono le ore 23.00 quando scendo verso Trento. Lungo le strade c'è già qualche prima traccia di neve. Mi viene in mente una vecchia canzone di Gianmaria Testa. Effettivamente, gli alberghi in bassa stagione mettono proprio tristezza.

 

lunedì, 16 novembre 2009

Nella tarda mattinata di sabato si è conclusa la Conferenza internazionale di Osservatorio Balcani e Caucaso.  Avrei immaginato che la seconda giornata intitolata "Prove di cittadinanza: relazioni di comunità con i Balcani" sarebbe stata meno partecipata di quella precedente ma invece non è affatto così. Ad introdurre i lavori, un video: "Trecento milioni di secondi" di Darko Sokovic. Devo proprio dire che meglio non si sarebbe potuto introdurre la pur ricca mattinata di relazioni ed interventi. Il tempo scandito dallo scorrere delle lancette di innumerevoli orologi ci racconta di una relazione complessa come quella costruita fra il Trentino e la Municpalità di Pec-Peja nel corso di dieci anni. La cooperazione di comunità è diventata una realtà, tutti ne parlano con la naturalezza che viene da sperimentazioni ormai consolidate e questo mi sembra già un fatto che parla da solo. Diciamo che poi le parole di Silvia Nejrotti e dello stesso Darko fanno sì che lo scenario descritto risulti oltremodo efficace. Penso al valore delle cose che si mettono in moto.

In mezzo c'è la domenica. Vorrei seguire il primo congresso dell'Unione per il Trentino, ma al tempo stesso avverto la necessità di un piccolo stacco. In più non voglio trascurare Gabriella alle prese con l'influenza, anche perché quella che viene è una settimana di quelle belle piene: lunedì e martedì il convegno scientifico sulle Autonomie e il Tibet, martedì sera a Lavarone per presentare la legge sulle filiere corte, mercoledì e giovedì mattina Consiglio Provinciale, giovedì pomeriggio ho una conferenza sulla Romania ad Alessandria, venerdì la presentazione del libro "Darsi il tempo" a Torino e, già che ci sono, un po' di incontri, sabato mattina un salto a Milano per le iniziative sulla Palestina, nel pomeriggio a Cles per la mostra "Oltre il muro". Niente male, vero?

Mi metto a scrivere qualcosa sul partito di Dellai e sull'Alleanza per l'Italia perché proprio non riesco a capire l'accelerazione che hanno voluto imprimere ad un processo che per essere efficace avrebbe dovuto cambiare lo schema di gioco (o almeno provare a farlo). Quel che si delinea invece è una operazione tutta ascrivibile all'autoreferenzialità della politica. Ed è davvero un peccato  perché avrebbe potuto costituire un contributo positivo per tutti ed in primis per il PD.

Il passaggio di testimone ci porta a lunedì, dove inizia la conferenza "Autonomia regionale, identità culturale e integrazione multinazionale: esperienze comparate per il Tibet". I temi che i relatori introducono sono di straordinario interesse, la relazione di Jens Woelk in particolare davvero molto preziosa, non solo per indicare una possibile strada per l'autogoverno tibetano ma per saper leggere i conflitti del nostro tempo. Fa specie che - come già nella conferenza di OBC - l'assenza degli amministratori provinciali sia pressoché totale. Oggi ci sono Lorenzo Dellai, Marco Boato e il sottoscritto. E, naturalmente, Roberto Pinter, che l'evento sul Tibet l'ha organizzato. Immagino che domani in molti faranno a gara per mostrarsi accanto al Dalai Lama.

Nel pomeriggio si accavallano riunioni di vario tipo. Mi vedo con Alberto Pacher per ragionare attorno ad alcuni ordini del giorno da presentare durante il dibattito sulla legge finanziaria e che potrebbero portare all'attivazione di misure di natura legislativa sui temi della gestione dei rifiuti e della privatizzazione dell'acqua, contro la quale sono in queste ore mobilitate numerose associazioni in relazione alla normativa che il Parlamento italiano sta varando e che pone l'obbligo agli enti locali di passare la gestione dell'acqua a soggetti privati entro il 2011. In Trentino abbiamo al riguardo competenze primarie e questa cosa non la faremo passare. Poi la riunione del Gruppo consiliare ed infine un'ora per mettere un po' d'ordine alle cartacce, ognuna delle quali è un potenziale incontro e il relativo ordine del giorno.

Mi chiama Stefano e, nello sconforto, provo a descrivergli lo stato della mia agenda. Mi chiede come posso riuscire a tenere aperti questi innumerevoli file con un po' di lucidità e competenza.  Temo abbia ragione.

 

venerdì, 13 novembre 2009

l muri, quelli materiali e quelli immateriali, le speranze e il disincanto, il superamento delle vecchie frontiere e la proliferazione di nuovi confini, l'Europa, il suo cuore balcanico e i suoi confini più complessi e sconosciuti come il Caucaso... Mi immergo in tutto questo nella prima giornata della Conferenza internazionale di Osservatorio Balcani e Caucaso, quasi un ritorno a casa dopo mesi nei quali ho dovuto fare a meno di quella visione strabica che l'angolatura balcanica dava al mio sguardo.

Quando in Osservatorio c'eravamo interrogati sul tema che avrebbe potuto caratterizzare l'annuale appuntamento di OBC era emerso giocoforza quello del "ventennale" della caduta del muro di Berlino. Con una preoccupazione. E cioè che quello della caduta del muro sarebbe potuto diventare un tormentone alla fine insopportabile. La realtà riesce sempre a sorprendere. Tanto che fino a dieci giorni fa dell'anniversario del 9 novembre 1989 nemmeno una parola, poi d'improvviso un'impennata di attenzione molto dedicata alla cronaca di quei giorni e poco o nulla al confronto sulle aspettative che si erano aperte e poi andate ad infrangersi contro le tragedie degli anni '90.

Il dibattito ha il merito di porre nodi cruciali. Lo fa con le domande che pone l'introduzione di Francesca Vanoni, con gli interventi dei relatori, con le immagini dei video. Il primo di questi, "Generazione ‘89", è dedicato alla Romania ed intervista decine di giovani che nell''89 nemmeno erano al mondo o quasi. E le loro parole sono di un'efficacia descrittiva straordinaria. Uno di loro, nient'affatto nei panni del giovane rampante, dice innocentemente: "io sono un capitalista". Probabilmente voleva dire "sono per la libertà", ma intanto le sue parole sono desolatamente vere. Con l'amico Jovan Teokarevic ci guardiamo e non riusciamo a non scoppiare a ridere, pensando ai due euro e mezzo che avrà avuto in tasca mentre diceva così.

Eppure in quelle parole c'è - che ci piaccia o no - un immaginario possibile. Altri sono la soffusa nostalgia di Fatos Lubonja, intellettuale albanese che da anni vive in italia, al quale il comunismo di Enver Oxa ha regalato una dozzina d'anni di carcere. Ciò nonostante rivendica il diritto all'utopia di fronte all'omologazione del denaro e alla distruzione che l'Europa sta proponendo nei fatti alle coste dell'Albania, fra cementifici e centrali a carbone. Oppure la descrizione dei muri che sono nati dalla disintegrazione dell'area caucasica di cui ci parla Grigory Shvedov. Lavora nell'ong russa Memorial che da anni denuncia le atrocità della guerra cecena e la violenza del regime di Putin contro le minoranze e il dissenso, quelle stesse denunce che sono costate la vita alla giornalista Anna Politovskaja. O ancora la debolezza di stati segnati dall'insicurezza e dall'esclusione sociale di cui ci parla Vesna Bojicic Dzelilovic.

I panel e gli approfondimenti si susseguono. Si parla dell'Europa delle minoranze, di vicende ai più sconosciute come l'esodo forzato della minoranza turca - la più numerosa della Bulgaria - proprio nei mesi che precedettero la caduta del muro. O, ancora, di tragedie confinarie più vicine a noi ma non per questo elaborate, come quelle che hanno segnato il confine nord orientale del nostro paese. Si prova a ragionare dell'Europa come spazio sovranazionale, di un'89 che ha aperto una transizione economica ma non certo un passaggio di pensiero, del tema dell'autonomia come paradigma in grado di andare oltre il principio di autodeterminazione. Un altro filmato ci racconta della notte in cui il muro cadde a Gorizia e vennero aperte le frontiere con la Slovenia: lo fa raccogliendo le storie di ordinario contrabbando fra Italia e Jugoslavia, in realtà un'unica dolcissima storia ben più forte delle sbarre di ferro e del filo spinato.

A tarda serata la parola va ad un testimone d'eccezione del ‘900 al quale abbiamo chiesto di chiudere la prima giornata di lavori: Boris Pahor. Classe 1913, la sua testimonianza attraversa tutto il ‘900. Sloveno di cittadinanza italiana, Pahor ha faticato a veder pubblicati i suoi libri fino a pochi anni fa quando, rotto l'ostracismo, è stato candidato al Nobel per la letteratura. Fa davvero tenerezza quando racconta della sua "Trieste vecia" e delle case del ghetto davanti al cimitero ebraico dove è nato.

La sala di rappresentanza della regione è piena, ma m'infastidisce l'assenza delle istituzioni e della politica. Quasi che i temi che discutiamo non avessero nulla a che fare con i nodi del nostro tempo. Miopia, provincialismo, o semplicemente distrazione. Non so cosa sia più grave. Ciò nonostante, le molte persone che vengono da altri luoghi rimangono comunque favorevolmente stupiti dall'attenzione che una piccola comunità come quella trentina riesce a dedicare a temi dannatamente complessi come quelli che vengono affrontati. Bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti.

Non riesco a pensare che la chiassata sul crocefisso (made in China) possa fare notizia, mentre lo sguardo approfondito sul futuro europeo assolutamente no. Piuttosto perdere voti, perché nel cinismo diffuso l'Europa è un'idea che non costruisce consenso e dunque  meglio non parlarne. Noi ne parliamo, invece, perché se il futuro non sarà europeo non sarà nemmeno di pace.

 

giovedì, 12 novembre 2009

Venerdì e sabato c'è la conferenza internazionale di Osservatorio Balcani e Caucaso. Appuntamento annuale di rilievo, quest'anno dedicato al ventennale della caduta del muro di Berlino. Il titolo è eloquente: "Il lungo ‘89". Come a dire che la transizione non è affatto finita e che l'Europa è ancora un'incompiuta. Sì, perché quando il muro cadde, le macerie finirono da entrambe le parti e se il comunismo uscì sconfitto anche il modello occidentale non stava poi tanto bene.

La fine del bipolarismo fu una valanga che travolse tutto e la storia prese una piega forse imprevedibile verso la quale tutti si trovarono in braghe di tela. La guerra in Jugoslavia fu il simbolo di questo smarrimento e per questo era ed è tutt'oggi fondamentale studiarne la natura e comprenderne i messaggi. Il che - in larga misura - non è avvenuto e continua a non avvenire.

Perché stupirsi allora di un'Europa che procede all'incontrario? L'Europa era un progetto politico di pace, di superamento dei confini, di valorizzazione di ogni minoranza, di dialogo mediterraneo. Ci siamo svegliati dal sogno a dover fare i conti con lo scontro di civiltà, con le guerre che ne hanno dilaniato il cuore, con il proliferare dei confini.

La conferenza proverà a dare qualche risposta. Le persone chiamate a confrontarsi, di assoluto valore... L'intervento conclusivo della prima giornata di Boris Pahor, grande vecchio di un confine abbattuto ma non nei cuori e nei pensieri di chi vive fra Trieste e Gorizia, da non perdere.

Il mio compito è di coordinare la tavola rotonda dal titolo "Dove si è fermata l'integrazione europea?". Negli appunti che sto buttando giù, provo a porne una più radicale: dove si è fermato il progetto politico europeo? Domande che pesano come macigni sul nostro presente e futuro perché i fantasmi che s'aggirano per il vecchio continente si nutrono proprio dell'incapacità di almeno provare qualche risposta. Le conferenze dovrebbero servire proprio a questo. A domani, dunque, e buona notte.

PS. Gli incontri, le parole e gli impegni della giornata li riprenderemo nei prossimi giorni.

 

mercoledì, 11 novembre 2009

Giornata fitta d'incontri, certamente positiva. Ma c'è qualcosa che mi rode dentro e che fatico ad elaborare. Credo abbia a che fare con l'oscena sceneggiata del crocefisso ieri in aula e con le cronache dei giornali che a questa rappresentazione della politica oggi danno uno spazio misurato, il che mi lascia profondamente amareggiato e preoccupato. Perché il loro fanatismo mi spaventa. Ma c'è anche dell'altro, poi non molto diverso. Parlo del manicheismo fondamentalista che descrive un mondo fatto di amici e nemici, di fedeli e di traditori, di improbabili coerenze e di comportamenti voltagabbana, della difficoltà di sfuggire a questo corto circuito da parte della gente che invece ama fare il tifo in un'arena dove più scorre sangue e meglio è, della cattiveria e della scarsa onestà intellettuale che c'è in giro. Quel che mi fa più male è la desertificazione del pensiero, per niente estraneo alla crisi della politica, alla mancanza di spazi di riflessione collettiva, alla solitudine sociale.

Ma ritorniamo alla giornata. Dopo aver sbrigato un po' di cose di casa, il primo appuntamento è con il presidente del Consiglio regionale Marco Depaoli per parlare del convegno dell'Osservatorio Balcani e Caucaso in programma venerdì e sabato. Trovo un interlocutore attento e gli dono una copia di "Darsi il tempo". Di seguito sono a Palazzo Raccabruna, per l'incontro di presentazione dei prodotti dell'Agriturismo trentino e del loro nuovo marchio di riconoscibilità. Si parla della valorizzazione delle qualità e della nostra legge sulle filiere. L'incontro cade in una fortuita ma simbolica coincidenza, oggi è l'11 novembre, giorno di San Martino tradizionalmente legata al "ringraziamento" per ciò che ha dato la terra e che nella legge abbiamo prevista come giornata annuale dell'agricoltura trentina. Più passa il tempo, più ho la percezione dell'importanza dell'iniziativa legislativa che abbiamo fatto arrivare in porto. Alle 13.30 ci vediamo con Stefano, Armando e Fabio per il progetto "Politica è responsabilità" che ormai è a buon punto e che a dicembre inizieremo a sperimentare in chiaro. Neanche il tempo di finire questo incontro che devo andare alla sede del Consorzio dei Comuni trentini dove ho appuntamento con il presidente Marino Simoni per parlare del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Gli illustro le linee di lavoro che ci siamo dati e gli propongo una collaborazione permanente (il Consorzio è peraltro fra i partner del Forum), ad iniziare da un itinerario di incontri nelle comunità di valle con i Comuni trentini affinché i temi della pace possano trovare cittadinanza in molti campi di attività. Mi sembra molto convinto dell'utilità di questo percorso e dei temi che ho proposto come altrettanti terreni di confronto con gli amministratori locali. Rimaniamo che a partire da gennaio inizieremo il tour. Dopo di che mi vedo con Roberto Pinter al quale chiedo di aggiornarmi sulle proposte che si stanno discutendo attorno alla strutturazione del PD del Trentino. C'è moltissimo da fare se vogliamo ricostruire un tessuto collettivo, perché è in primis di questo che la politica ha bisogno. Poi con Diego Pancher che mi invece mi racconta delle crepe vistose che si stanno aprendo nel fronte dei Comuni della Piana Rotaliana intorno alla questione dell'inceneritore. Verso le 16.30 mi vedo con Wanda Chiodi alla sede dell'Arci per le possibili collaborazioni, tanto nelle attività del Forum e del Café de la paix qualora questo progetto divenisse realtà, sia dell'iniziativa di qualificazione e formazione politica riconducibile al progetto "Politica è responsabilità". A proposito, la mostra sul "Meleto di Tolstoj" è davvero molto bella e vi consiglio di andarla a vedere.

Vorrei andare a casa presto per buttar giù qualche idea per la conferenza internazionale di venerdì, ma quando arrivo è praticamente ora di metter su cena e di riassestare se non altro almeno la cucina. Poi mi metto al computer e più o meno siamo a questo punto. Mentre scrivo il "diario" mi chiama Gloria Bertoldi, segretaria del "sindacato scuola" si sarebbe detto un tempo, dei lavoratori della conoscenza oggi, per un confronto sulla riforma scolastica trentina in discussione e per sentire quel che ne penso. Rimaniamo al telefono più di mezz'ora e conveniamo sull'utilità di un momento d'incontro piuttosto urgente fra il nostro gruppo consiliare e il sindacato su questa partita.

Per la conferenza di venerdì, non ho più energie. La notte porterà consiglio e domattina presto cercherò di riordinare le idee. Davanti a me ho l'agendina della Camera dei Deputati del 1989. La sfoglio e sulla data dell'11 novembre c'è scritto "Congresso di DP del Trentino". Vent'anni tondi tondi da quell'assemblea (e da quella relazione) che cambiò il corso del nostro itinerario politico. Vado a leggermi le parole scritte e le cronache di allora. Fabrizio Rasera nella serata introduttiva di quell'ultimo congresso ci parlava delle analogie fra il nostro dibattito congressuale ed il nuovo corso nel PCI. Non è azzardato affermare che quel confronto iniziato vent'anni fa, fra mille peripezie, ha finalmente trovato un approdo possibile.

 

martedì, 10 novembre 2009

Si riunisce il Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige - Sud Titol. L'ordine del giorno questa volta è piuttosto nutrito ed interessante, anche se dobbiamo fare i conti con la strumentalità che assume ogni confronto che avviene in quest'aula.

Il primo punto è la legge costitutiva del Comune di Comano Terme dopo il voto nel quale i municipi di Bleggio Inferiore e Lomaso ha scelto di unirsi in un'unica entità. Un fatto importante, che nasce dal basso, ed il nostro è un atto dovuto.

Nell'aria c'è la questione dell'esposizione del crocefisso dopo la sentenza della Corte europea. Quest'ultima formalmenteneccepibile, ma che ha l'effetto di un elefante in una cristalleria. Capace cioè di suscitare le reazioni più viscerali. La Lega ha presentato da tempo una mozione e ne chiede l'anticipazione.

Nel frattempo arriva in aula una mozione di Morandini sui Laogai, i campi di lavoro forzato istituiti in Cina sin dai tempi di Mao. Il numero dei Laogai e dei prigionieri in essi detenuti è in Cina "segreto di stato". Così i dati sono piuttosto incerti ma non per questo meno inquietanti: c'è chi parla di 280 campi con 230 mila persone detenute, altri di 1.000 campi con un numero di detenuti variabile fra i 4 e i 6 milioni. Di fronte a questa tragedia sarebbe necessario un confronto serio e pacato, ma la tentazione ideologica è così forte che trovare una soluzione unitaria appare arduo, a cominciare dai toni usati dallo stesso consigliere Morandini che accomuna i campi di lavoro ai luoghi che nel novecento hanno portato allo sterminio di milioni di persone. Intervengo per denunciare la gravità di tutti i "laogai" del mondo, in primis quelli del regime comunista cinese e per dare al confronto un registro diverso. Propongo a Morandini una soluzione unitaria e quasi ci riesco, modificando in maniera sostanziale il dispositivo che poi verrà approvato. Ho l'impressione che delle sofferenze dei campi di lavoro importi relativamente e che quel che conta in fondo sia l'esibilizione del problema. Tanto è vero che il dibattito che ne esce mi spaventa per i toni che vengono usati e che mi racconta di muri ideologici spessi più che mai. "Ma quale ideologia" dice il consigliere Borga nel suo intervento in risposta alle mie osservazioni "la parola comunismo non viene mai citata una volta...". Quasi fosse questo il problema.

Riecheggiano furori ideologici e religiosi che esploderanno di lì a poco, quando gli esponenti della Lega useranno il crocefisso come una clava della loro propaganda. Il crocefisso appare in aula, il consiglieri della Lega si mettono in posa per farsi immortalare, era quel che volevano e nemmeno li sfiora il pensiero che l'uso che fanno di quel simbolo religioso è a dir poco blasfemo. Ma non gli importa perché la loro religiosità è semplicemente avversità verso altre culture religiose, strumentalità propagandistica, gazzarra. Dopo un po' di proteste il presidente del Consiglio ne chiede la rimozione ed ordina agli uscieri di rimuovere il crocefisso della discordia. E' quel che avviene, ma solo dopo aver superato l'ostruzionismo dei pasdaran. Quel Cristo era già sofferente di suo.

Iniziamo la discussione sulla legge sulle indennità di carica. La soluzione che abbiamo proposto come maggioranza blocca l'applicazione dell'indicizzazione Istat e nei fatti riduce le indennità nel corso della legislatura del 7,5%. Provvedimento che si va ad aggiungere ai tagli operati nella scorsa legislatura (e fra questi l'abolizione dei vitalizi) e che rappresenta un ulteriore passo avanti nell'impegno contro i privilegi della politica. Gli interventi della minoranza sono la fiera della demagogia, un polverone che nasconde un unico scopo, quello di lasciare le cose come stanno. La discussione in aula prosegue fino a tardi, ma non molliamo e alla fine verso le 21.30 la proposta viene approvata a larga maggioranza.

Di tutta questa giornata di lavoro, "ovviamente", i telegionali della sera riportano solo la pagliacciata leghista e lo stesso sarà per i giornali del mattino. Il nulla diventa la realtà, il virtuale si auto avvera.

Bollettino medico della serata. Gabriella ha 38 di febbre, il rientro di lunedì è stato fatale. Io per il momento me la cavo con la dose quotidiana di antibiotico che devo prendere ancora per un paio di giorni.

 

lunedì, 9 novembre 2009

Sono passati vent'anni. Ricordo quel 9 novembre 1989 come se fosse ieri. Le prime notizie arrivarono nella notte che precedeva l'inizio del nostro congresso straordinario con il quale avremmo sciolto DP del Trentino e dato vita a Solidarietà. Era come se gli avvenimenti ci venissero in aiuto di fronte alle difficili e dolorose scelte maturate in quei mesi e che ora arrivavano a compimento. Fu come un fiume in piena. E noi, di quel fiume, ci sentivamo parte, eravamo parte. Nel manifesto congressuale parlammo di "anticapitalismo e libertà", utilizzammo la storica immagine di Fausto Coppi e Gino Bartali che si passano la borraccia dell'acqua nella fatica di una strada di montagna, rompemmo gli schemi aprendo il congresso non con una relazione bensì con una tavola rotonda in cui a dialogare con noi c'erano Vittorio Cristelli e Franca Berger, Giuseppe Mattei e Renato Ballardini, Alberto Robol e Fabrizio Rasera, storie diverse per un possibile rimescolamento delle carte. A confrontarsi con il nostro documento congressuale e con quel che accadeva a Berlino in quelle stesse ore. Ci avevamo lavorato per tutta l'estate, all'elaborazione di un documento politico congressuale nel quale avevamo misurato ogni parola seguirono quattordici incontri sul territorio, lunghe discussioni con chi non se la sentiva di rompere definitivamente i pur sottili legami che ancora resistevano con il partito a livello nazionale. Ed ora era come arrivare ad un appuntamento con la storia. In quella stessa domenica di novembre Achille Occhetto andò alla Bolognina a proporre quel che prima era impensabile, la fine del PCI. Tant'è vero che "la Repubblica" del 13 novembre, nel riportare a tutta pagina dell'affondo del segretario del PCI, riportò un riquadro che recitava "Trento, DP non esiste più. Ora si chiama Solidarietà".

Come potete capire per me la caduta del muro non è solo un avvenimento che ha cambiato la storia. E' un passaggio della mia vita, della mia e nostra ricerca culturale e politica. Era come se in quelle ore in cui il simbolo violento del bipolarismo andava in frantumi noi fossimo lì, palpitassimo con le migliaia di persone che lo facevano a pezzi. Abitavamo il nostro tempo. Una piacevole sensazione che mi ha accompagnato nel trascorrere degli anni.

Anni difficili e dolorosi, a dispetto delle grandi speranze che la caduta del muro aveva fatto nascere. E ben presto la speranza s'infranse. La fine del comunismo tirò giù tutto il resto. Seguirono guerre e pulizie etniche, compreso il riapparire dei campi della morte nel cuore dell'Europa.

In questi vent'anni è davvero cambiato tutto, persino le carte geografiche. E anche noi. Guardo le immagini televisive che inquadrano degli anziani signori a stento riconoscibili nei personaggi che furono i protagonisti di quegli avvenimenti. Ma sono proprio loro, Helmut Kohl, Lech Walesa e Michail Gorbaciov. Non s'avverte serenità nei loro sguardi di vecchi, nonostante i sorrisi di circostanza, piuttosto amarezza. Hanno fatto la storia, ma la storia si prende beffa di loro. E di noi.

In serata ho la riunione del Consiglio del Forum. Parliamo del convegno scientifico sul Tibet, della conferenza annuale dell'Osservatorio Balcani e Caucaso, del recente viaggio in Palestina. Le parole che usiamo non nascondono la fatica ed il disincanto. Ci conforta l'idea che in fondo anche il muro di Berlino quel giorno andò in pezzi quasi per caso.

 

venerdì, 6 novembre 2009

Nella giornata di giovedì avevo in agenda poche cose, relative al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Mi ero lasciato il pomeriggio libero da impegni immaginando che avrei dovuto raggiungere Roma per il Convegno internazionale sul Kosovo. La partenza è invece al mattino presto del giorno seguente e dunque il pomeriggio è libero. Si fa per dire, perché ogni tanto bisogna pensare anche alle proprie cose.

Sveglia dunque alle 4.50 di venerdì, notte fonda e piovosa. Dopo un paio d'ore sono all'aeroporto di Verona e alle 8.30 a Roma. Anche lì acqua torrenziale, ho fretta di arrivare e provo a prendere un taxi ma la soluzione non si rivelerà granché efficace perché dall'aeroporto al palazzo di rappresentanza del Parlamento Europeo in via 4 novembre ci impieghiamo un'ora e mezza. Roma è una bella città, ma viverci è difficile perché, se non abiti e lavori nello stesso quartiere, due ore al giorno se ne vanno solo di mezzi di trasporto. Moltiplicato per 365 fanno 730 ore. Vuol dire che l'anno qui conta 11 mesi perché il dodicesimo se ne va in mezzo al traffico e allo stress.

Ai convegni sui Balcani c'è un popolo che più o meno si conosce. Devo dire che in questo caso non è proprio così. La conferenza internazionale ha per titolo "Per uno sviluppo in partnership Italia - Kosovo" ed oggi è al terzo e ultimo giorno. E' promossa da un gruppo di ong che da tempo operano nella regione (Ipsia, RTM, Intersos, Ceses, Amici dei Bambini, Celim) con il contributo della Direzione Generale Cooperazione Sviluppo del MAE (Ministero Affari Esteri). Seguo il panel che precede la tavola rotonda nella quale sono relatore e che ha come tema quello delle migrazioni. Poi tocca a noi, in quello che rappresenta il momento conclusivo della Conferenza dedicata alle relazioni di vicinato nello spazio comune europeo. Con me Marta Piccarozzi del Cespi, il giornalista Matteo Sacconi, Mentor Seferi che in Kosovo si occupa di difesa dei diritti umani, Afrim Hoti, dell'Università di Pristina, Hysen Bytyqi, consulente politico del Ministero dell'Agricoltura, Foreste e sviluppo rurale del Kosovo.

Parlo del ventennale della caduta del muro, delle speranze che si erano aperte, delle tragedie che ne sono seguite, in Europa e non solo. Parlo della proliferazione degli stati e dei confini, anziché di un'Europa come progetto politico sovranazionale. Dell'Europa fortezza, delle paure, dei fantasmi che la pervadono e di come è oggi ridotta l'Europa, tanto che a parlarne si perdono consensi. Qual è dunque lo spazio comune di cui andiamo parlando? Mi rivolgo ai rappresentanti della Repubblica del Kosovo ancora non riconosciuta dal diritto internazionale e dico loro dell'occasione perduta nel non aver immaginato uno scenario diverso da quello dell'indipendenza (il Kosovo come prima regione europea). Non c'erano le condizioni, per mille ragioni, ma quello che è mancato e che ancora manca è un pensiero europeo, un approccio post-nazionale. Quella visione che non c'era nel 1989 quando cadeva il muro e quando il presidente di turno della Jugoslavia Ante Markovic propose di far entrare il suo paese nell'Unione Europea. Di come sarebbe cambiata la storia se la risposta fosse stata lungimirante. Parlo della necessità di un salto di paradigma che ormai sta nelle cose. Della sollevazione indigena del Chiapas che il primo gennaio 1994, mentre la Jugoslava andava in pezzi, poneva il tema dell'autogoverno piuttosto che quello dell'autodeterminazione e di nuovi confini. Degli incontri avuti in Palestina dove il tema almeno nella cerchia degli intellettuali si pone alla stessa maniera. Della conferenza che si aprirà fra qualche giorno a Trento sul Tibet nell'analisi comparata delle autonomie regionali. Vedo negli esponenti kosovari cenni di assenso verso le mie parole ed è il segno che dopo l'euforia iniziale dell'indipendenza si rendono conto che i problemi sono tutti aperti e vanno oltre gli angusti confini di un piccolo stato, perché l'economia è sovranazionale come lo è la criminalità organizzata, i traffici, i fenomeni migratori e così via.

Provo ad indicare lo spazio comune europeo oggi possibile, quello delle relazioni territoriali, di una cooperazione intesa come relazione e confronto. L'applauso che accoglie la fine del mio intervento parla da solo. Così le strette di mano dei rappresentanti della comunità kosovara, che un po' temevo di urtare con le mie parole.

Finisce la conferenza e andiamo a prendere qualcosa insieme, in una bottega del commercio equo e solidale. Nel frattempo mi ha raggiunto Ali Rashid. Eravamo d'accordo di vederci a pranzo e così facciamo. Mi porta la notizia che gli anziani di Turem, villaggio nei pressi di Cana in Galilea, hanno preso una decisione favorevole rispetto alla proposta di riavviare la produzione della vite e del vino di cui ci parla la tradizione biblica. Insieme stabiliamo una scaletta di lavoro per le prossime settimane e mettiamo in cantiere una nuova visita in Galilea. Trovo Ali un po' più rasserenato di come l'avevo visto nei giorni del viaggio in Palestina e questo mi solleva.

E già ora di ritornare in aeroporto. Nel posto accanto al mio sull'aereo per Verona c'è il giudice Caselli, ci presentiamo e scambiamo qualche parola. So che in serata è a Bolzano con don Ciotti, per iniziativa del Centro pace del Comune altoatesino-sudtirolese. Il loro lavoro è fondato sulla promozione di iniziative di grande risonanza pubblica. Un'agenda diversa dal mio sentire la pace.

Arrivo a Trento giusto per partecipare all'Assemblea del PD del Trentino chiamata ad eleggere il nuovo segretario. Come era previsto dall'accordo politico fra i quattro candidati alla segreteria, l'incarico viene affidato a Michele Nicoletti. Buon lavoro, segretario.

 

mercoledì, 4 novembre 2009

Il 4 novembre è una data particolare, non per le forze armate, ma per la mia storia personale. E' il compleanno di Carlo, che a casa si festeggiava insieme a quello di Ada, nostra madre, che invece gli anni li compiva il 5 di novembre. Un tempo era anche festa nazionale perché segnava la data simbolica della fine della prima guerra mondiale e dunque non si andava a scuola. Più festa di così...

Ma il tempo per festeggiare a quanto pare non c'è. Alle 9.00 c'incontriamo con Denise per parlare del sito del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Occorre un restauro radicale, non ci sono dubbi, per cercare di farlo pulsare con il cambio di passo che si è cercato di imprimere all'attività del Forum e di metterlo in rete con "Trentino solidarietà", affinché i due siti si parlino fra loro. Denise è attenta, l'avverto partecipe di questo cambiamento, quasi stupita...

Telefono a Carlo per gli auguri e decidiamo che il regalo potrebbe andare a prenderselo da solo, che così è più semplice e non corriamo rischi di sorta visto che poi io e Gabriella di tecnologia non ci capiamo un tubo.

Di lì a poco inizia o, meglio, riprende il Consiglio provinciale da dove l'avevamo lasciato nella serata precedente. In mezzo la seduta straordinaria dedicata alla scuola professionale, con la Lega a soffiare sul fuoco di un conflitto spurio, che una riforma poco spiegata e poco condivisa ha generato. Vedo i miei compagni di gruppo affranti dall'esito della discussione, dalla gazzarra della Lega, dalla contestazione di un pubblico di giovani studenti accorsi a "salvare" la loro scuola, dal difficile confronto con quegli insegnanti (molto spesso di sinistra) che dell'autonomia apprezzano solo i soldi in più del loro stipendio. Con Alberto Pacher eravamo a Mezzocorona e sono contento così.

Tranne la votazione sul Rapporto finale della Terza Commissione sui controlli ambientali in provincia di Trento, il resto è ben poca cosa. Il documento passa ma senza il voto della minoranza, dopo che quest'ultima aveva votato a favore in Commissione. Incredibile giravolta. La giornata se ne va nella discussione su una serie di mozioni a volte davvero inconsistenti, ma in consiglio tutto si carica politicamente, così un documento sulla conoscenza della cultura ebraica diventa il pretesto per discutere sulla sentenza della Corte europea sull'esposizione a scuola del crocifisso e... apriti cielo. Il pretesto dà la stura alle posizioni più becere e inqualificabili. Davvero difficile persino da ascoltare.

Il solito intermezzo odontoiatrico e poi di nuovo in aula. Poco dopo le 18.00 mi vedo con Annalisa, parliamo della sua impegno nella circoscrizione del Centro storico - Piedicastello, e poi passo dal gruppo per un veloce aggiornamento sulla preparazione dell'assemblea del PD del Trentino di venerdì. Alle 20.30 ci sarebbe l'inaugurazione del ciclo di manifestazioni dal titolo "Tutti nello stesso piatto", il festival internazionale del Cinema e del cibo proposto da Mandacarù, ma proprio ne ho piene le tasche di cose pubbliche e me ne vado a casa dove con Carlo e Olga condividiamo se non altro un piatto di canederli come li sa fare la mamma di Gabri. Come festa di compleanno, piuttosto sobria.

 

martedì, 3 novembre 2009

Quando arrivo a casa verso mezzanotte mi chiedo quale sia il senso di un fare così estenuante. Perché la giornata di consiglio provinciale dove si discute dei sei mesi di lavoro della Commissione d'inchiesta sui controlli ambientali, seguita dall'incontro con la Commissione cultura del Comune di Trento e chiusa con l'incontro pubblico a Mezzocorona ha l'effetto di esaurire ogni mia energia, anche perché la pausa pranzo si svolge dal dentista e quella di cena non c'è proprio. Avrei in tasca un certificato medico che prescrive tre giorni di assoluto riposo, ma non importa.

Riavvolgiamo il nastro. Il Consiglio ha un ordine del giorno non particolarmente interessante, se escludiamo il punto relativo al Rapporto sulla indagine conoscitiva della Terza commissione legislativa relativa ai controlli ambientali. Una relazione finale approvata all'unanimità in Commissione ma il voto cambia in consiglio, forse per effetto delle riprese televisive che lungi dal garantire trasparenza verso il Palazzo ha la capacità di esasperare il dibattito. Accade così che i gruppi di opposizione dichiarino la loro astensione. Intervengo in aula per indicare il mio punto di vista sul lavoro svolto (che metterò in forma scritta al più presto). E sottolineando la necessità di adeguare la normativa provinciale relativa alla gestione dei rifiuti ponendo l'obbligo al principio di autosufficienza.

La Commissione cultura del Comune di Trento mi chiede di presentare il Forum per la Pace e i Diritti Umani. Il Consiglio prosegue e avrei anche un altro incontro al PD, ma mi fa piacere incontrare la commissione perché il rapporto con i Comuni è una delle linee di lavoro del Forum stesso. Mi rendo subito conto di quanto si dia come scontata la conoscenza delle istituzioni, perché questo è il Forum, un'istituzione del Consiglio provinciale. Ho infatti l'impressione che del Forum non si conosca granché, tanto meno la legge istitutiva.  Parlo del programma e dell'impronta che ho cercato di dare all'attività del Forum, vedo facce attente ed altre un po' stranite, non so se perché quel che dico corrisponde ad un altro pianeta o perché non corrisponde allo stereotipo che hanno del mondo della pace. L'incontro si sviluppa positivamente ma avverto una preoccupante fragilità che mi descrive come il flusso storico di informazioni fra una legislatura e l'altra sui temi della pace, della solidarietà internazionale e della cooperazione di comunità (nelle quali il Comune di Trento è protagonista) sia tutt'altro che scontato.

Si sono fatte le otto di sera. Con Michele Ghezzer e Alberto Pacher andiamo all'incontro di Mezzocorona. La sala dell'auditorium delle scuole medie è già affollata e l'incontro si preannuncia tutt'altro che facile. Ne parlo in prima pagina del sito ma vi assicuro che la fatica è molta e anche la pazienza necessaria a fronte di posizioni  che faticano a capire il ruolo che qualcuno di noi sta svolgendo anche nell'ambito della maggioranza. Ma, si sa, chi si pone nel ruolo dei "pontieri" rischia di prendere sberle a destra e a manca. La categoria del "tradimento" è sempre in uso, specie nel pensiero manicheo, e anche stavolta traspare nelle parole degli esponenti di Nimby, che m'interrogano sulla mia coerenza. Ho proposto per primo l'idea di un impianto a termine sei anni fa, preso per marziano. E' la strada verso la quale si sta andando. Nonostante le preoccupazioni, a fine incontro molte persone ci esprimono la loro vicinanza.

 

lunedì, 2 novembre 2009

Mi sveglio al mattino e la mia guancia si è di nuovo gonfiata. Questo nonostante gli antibiotici che ho ripreso a prendere da sabato notte quando ho avvertito che l'infezione aveva ripreso il suo corso. Evidentemente l'ascesso non è stato estirpato e dunque devo modificare i miei programmi della giornata. Salto un paio d'appuntamenti nella mattinata, ma non riesco ad evitare un'intervista alla Rai sulle filiere corte, nonostante il mio faccione sia impresentabile. Le parole sono efficaci, l'immagine lascia un po' a desiderare.

Verso mezzogiorno mi metto nelle mani del dentista, che mi tortura per più di un'ora e mezza. Avrei voglia di tornarmene a casa, ma devo prima passare in ufficio e poi c'è la riunione del Gruppo consiliare. Si parla di riforma delle scuole professionali con l'assessore Marta Dalmaso, anche in relazione al fatto che martedì sera c'è una riunione straordinaria del Consiglio Provinciale, richiesta dalle minoranze proprio su questo tema. La mia impressione è che si sia fatto tanto rumore per nulla e che in buona sostanza l'iniziativa della Giunta sia sostanzialmente corretta.

Come spesso accade, però, c'è un difetto di comunicazione e, prima ancora, di condivisione del progetto più generale dell'autonomia scolastica, ma forse sarebbe più giusto dire di "una scuola dell'autonomia". Perché questa è la scommessa, non solo come risposta alle politiche di demolizione della scuola pubblica del governo Berlusconi, ma come idea di una scuola capace di pulsare con il suo tempo e con la sua comunità.

Credo che il passaggio chiave della "scuola dell'autonomia" possa essere individuato nel Protocollo PAT - MIUR sottoscritto dal Presidente Dellai con la allora ministro all'istruzione Letizia Moratti. Un accordo che suscitò nel mondo della scuola molte perplessità, ma che permise alla scuola trentina di intraprendere una propria strada virtuosa, resistendo ai tagli nazionali e valorizzando le competenze dell'autonomia.

La sfida, in buona sostanza, è ancora lì. Con un mondo scolastico refrattario all'autogoverno della scuola (e alla responsabilità che ne viene) e talvolta indisponibile a farsi carico dei processi di cambiamento che s'impongono. Avevamo avviato proprio su questi aspetti un lavoro di confronto nel Forum tematico sulla scuola, ma non tutti si sono sintonizzati attorno a quella riflessione tant'è vero che ora le spinte di una base sociale di riferimento nel settore muovono da atteggiamenti diversi e spesso contraddittori. E non tutti nel PD del Trentino la pensano allo stesso modo. Anzi.

C'è un lungo lavoro da fare, ma una cosa bisognerebbe non fare: rincorrere le spinte conservatrici e corporative che vengono dall'interno della categoria.

Vedremo domani come andrà a finire. Io domani sera devo disertare il Consiglio perché sono con l'assessore Pacher a Mezzocorona dove si preannuncia un incontro pubblico piuttosto interessante e vivace dal titolo "Non solo rifiuti. Dai prodotti di qualità alla chiusura del ciclo dei rifiuti", che si svolge tre giorni prima del raduno al Palarotary contro l'inceneritore promosso da alcuni comuni della Piana Rotaliana (spendendo la bella cifra di oltre 20 mila euro, alla faccia della sobrietà).

Finalmente riesco a tornare a casa. Il gonfiore non passa ma speriamo che il lavoro di ripulitura del molare in questione - insieme alla chimica - prima o poi faccia effetto. La giornata che mi attende non è certo leggera e uso il dopo cena per riordinare le idee e prepararmi. Sono le 23.35 e decido che è ora di staccare.

 

domenica, 1 novembre 2009

Leggo sui giornali locali della manifestazione contro l'inceneritore. Farsi carico responsabilmente del problema, impegnarsi per prevenire la produzione di rifiuti e raggiungere livelli significativi di raccolta differenziata e riciclaggio, proporsi l'obiettivo della chiusura del ciclo sul territorio trentino (e dunque impegnarsi a non importare, né esportare rifiuti), indicare un percorso di progressiva bonifica delle discariche disseminate in Trentino, realizzare un impianto di "termovalorizzazione" secondo le tecnologie più avanzate, a moduli per corrispondere al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei rifiuti e a termine, realizzare un sistema di biodigestori di ultima generazione per evitare che l'umido finisca - come accade ora - fuori provincia a costi elevatissimi... tutto questo viene giudicato come una scelta contro l'ambiente e la salute dei cittadini. Padre Alex Zanotelli rincara la dose e afferma "Per me ormai è questione di vita o di morte". Credo che la cultura del limite, dovrebbe riguardare anche l'uso delle parole.