«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Diario

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sabato, 30 aprile 2011Gerusalemme

E' un momento cruciale per il futuro della regione e anche per il conflitto israelo-palestinese. Apparentemente tutto continua a scorrere nei binari dell'ordinaria follia, a Gerusalemme, a Ramallah, a Jerico. Nel muro e nel filo spinato che circonda ogni cosa e ormai entrato a far parte della normalità. Nei bambini soldato dei posti di blocco israeliani e nelle torrette che segnano militarizzazione del territorio. Nell'allucinante arroganza delle colonie che proliferano nelle zone "C" dei territori che gli accordi assegnavano all'ANP e nell'incubo di chi le andrà ad abitare. Nel lusso dell'economia di guerra e nel degrado ambientale. Nell'uso dell'acqua che da fonte di vita diviene strumento di guerra.

Ma quel che si è messo in movimento nel mondo arabo manifesta tutta la sua forza di cambiamento. Il nemico principale dell'attuale leadership israeliana si chiama Barack Obama. A lui, al suo discorso del Cairo di due anni e mezzo fa, viene infatti fatta risalire la scintilla che ha incendiato la prateria. Vero o falso che sia, il moto di rinascita araba si sta propagando e appare inarrestabile.

Ne abbiamo la sensazione negli incontri che svolgiamo a Ramallah, la capitale amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese. Nella bella informalità dell'incontro con il ministro dell'agricoltura Ismail Daiq, con i suoi collaboratori e con i rappresentanti del mondo agricolo e cooperativo palestinese. Nel più formale ma intenso incontro con il primo ministro dell'ANP Salam Fayyad. Il primo ministro riceve la delegazione trentina con qualche minuto di ritardo perché impegnato con un folto gruppo di intellettuali israeliani e di deputati del Congresso degli Stati Uniti che lo interrogano sul significato dell'accordo fra Fatah e Hamas siglato proprio giovedì scorso. E anche nella nostra conversazione i convenevoli lasciano subito il posto al passaggio delicatissimo che si sta attraversando.

Su Ramallah piove a dirotto, così intensamente per la prima volta quest'anno. Un paesaggio insolito e per la terra è una manna. Questa cosa mette allegria in tutti i nostri interlocutori del mondo rurale, quasi fosse un segno di buon auspicio per le nostre relazioni. L'incontro al ministero non concede spazio all'approfondimento ma risulta molto efficace, trovandoci immediatamente in piena sintonia tanto sull'approccio culturale (l'agricoltura come fonte economica primaria in armonia con l'identità dei territori), quanto sui campi della collaborazione (l'autosufficienza nel bilancio agroalimentare palestinese, la valorizzazione degli ambiti sui quali sviluppare la nostra collaborazione come la coltura della vite, del melograno, dell'olio, della palma...). Ed ancor più sul terreno del credito: l'esperienza trentina delle casse rurali viene guardata con grande interesse. E diventa il focus principale anche nella conversazione con il primo ministro Fayyad, che si mostra immediatamente interessato al concetto di banca del territorio, lui che viene dall'esperienza della Banca Mondiale.

E' la prima delegazione italiana che il primo ministro palestinese incontra dopo l'assassinio di Vittorio Arrigoni e rivolge nostro tramite il cordoglio della sua gente al popolo italiano e il ringraziamento per la vicinanza che quest'ultimo ha sempre dimostrato verso le istanze di pace e di solidarietà per questa terra.

Le persone che compongono la nostra delegazione sono piacevolmente sorprese dall'accoglienza che ci viene riservata e dal livello della nostra interlocuzione. Ed in effetti, l'autonomia trentina e il suo presidente vengono accolti come un territorio alla pari, pur senza i rituali della diplomazia di stato. Mario Zambarda mi fa notare che i territori dell'autorità nazionale palestinese corrispondono come estensione a quelli del Trentino, con un piccolo particolare però e cioè che vi vive una popolazione dieci volte la nostra.

Il giorno precedente avevamo visitato Betlemme e la cantina di Cremisan, ricavandone un'ottima impressione per i passi da gigante che sono stati compiuti nella qualità dei loro prodotti anche grazie alla collaborazione trentina. Oggi la delegazione si sposta verso la valle del Giordano e il ministro Daiq ci accompagna lungo i luoghi più significativi dell'agricoltura locale e anche della "guerra dell'acqua". Proprio a settembre arriverà in Palestina la carovana internazionale per il diritto all'acqua e avremo modo di parlarne. Qui la terra appare fertile, c'è la possibilità di fare tre raccolti in un anno e così avveniva fin quando qualcuno non ha deciso che le acque del fiume Giordano erano di proprietà israeliana: è triste vedere intere piantagioni rinsecchite dalla mancanza d'acqua. Che pure c'è, e allora tutto questo si chiama sopruso.

Risaliamo verso Gerusalemme, una breve visita alla città, la visita al Santo Sepolcro e l'incontro con il suo custode del quale a sera saremo ospiti. Ma qui la delegazione si divide, perché una parte di noi domattina prima dell'alba deve rientrare. Alla porta di Jaffa ci salutiamo, tutti visibilmente soddisfatti per l'intensità e l'autorevolezza degli incontri e delle cose viste.

A chi rimane, ancora due giorni intensi di incontri e visite delle quali vi daremo cronaca.

giovedì, 28 aprile 2011il muro

Il soffio della primavera araba non conosce confini. Arriva anche qui, in Palestina, paese immerso in un conflitto a diversi gradi d'intensità da più di sessant'anni e che, paradossalmente, sembra in questo momento uno dei più tranquilli della regione. Prende le forme di un accordo tra Fatah e Hamas per superare le divisioni che nel recente passato hanno  creato un muro in più in questa già sacrificata terra, quello fra Cisgiordania e Gaza. Un accordo pressoché imprevedibile fino a qualche tempo fa e che proprio la rivoluzione dei gelsomini ha reso possibile. Come se le due parti avessero compreso che senza qualcosa di nuovo avrebbero fatto la stessa fine delle gerarchie al potere da decenni nei paesi arabi.

Nei primi giorni di presenza in Palestina, facendo la spola fra una parte e l'altra del muro, cerco di raccogliere sensazioni e immagini. Un mondo arabo che guarda a quel che accade nel Mediterraneo con grande interesse e non parla d'altro. Un altro mondo, quello israeliano, che non sembra nemmeno accorgersene.

I regimi arabi temono il risveglio e questo è naturale. Le notizie di un numero sempre maggiore e tragico di vittime della repressione in Siria racconta di come questi regimi abbiano perso ogni contatto non solo con la loro gente ma anche con la ragione.

A Israele - bisogna dirlo senza ritrosie - questi regimi erano funzionali. La sua leadership preferiva avere attorno regimi dispotici, aggressivi quanto bastava a giustificare una crescente militarizzazione del paese, ma al tempo stesso fedeli ai loro protettori d'occidente da renderli innocui, piuttosto che avere a che fare con un movimento di giovani che rivendica "semplicemente" dignità e democrazia attraverso forme nonviolente. Che nel farlo mette in un angolo le rivendicazioni nazionali, il fondamentalismo ma anche quel vittimismo che nei fatti dava credito allo "scontro di civiltà". Che pure non fa sconti a nessuno, comunità internazionale compresa, nel rivendicare - senza alcun simbolo novecentesco - il diritto ad un'esistenza "normale".

Fin quando le ragioni anche economiche della guerra - ci dice il Console generale d'Italia a Gerusalemme Pezzotti - prevarranno, la pace non si affermerà. Troppi interessi nell'emergenza, nella deregolazione, nell'economia di guerra. Da entrambe le parti.

Chiusa com'è nel suo incubo securitario, Israele guarda con sospetto ad ogni novità e nel concreto - considerandosi in guerra col mondo - diviene impermeabile ad ogni cambiamento. Come fosse in preda ad una forma di autismo politico. Del resto, fra derive religiose ultraortodosse e mafie moderne, Israele ha visto modificarsi progressivamente la sua stessa natura e svanire una dialettica interna un tempo vivace ed anche capace di pensiero critico.

Vista dai palazzi di Ramallah, la realtà palestinese sembra - altro paradosso - più dinamica di quella israeliana. Uno spaccato dell'economia mondo che fa a pugni con le lunghe file di arabi che passano a piedi  i chek point israeliani o con l'immensa prigione a cielo aperto di Gaza.

Una diagnosi che trova riscontro nelle conversazioni e negli incontri che abbiamo, in quelli informali come in quelli più ufficiali. Siamo qui per parlare di agricoltura, credito, sviluppo locale, ma l'aria che si respira ci racconta d'altro. Ho bisogno di questo sguardo, che mi aiuta a stare al mondo. Nello stare in questa parte del nostro piccolo mare, si ha in ogni caso la sensazione di essere nel cuore degli avvenimenti.  

Nel proliferare degli edifici in costruzione, la terra come fonte di vita sembra lasciare il posto ad un mondo di plastica, fatto di commerci e di prodotti uguali in ogni parte del mondo. Siamo qui per verificare la possibilità di una strada diversa. E l'accoglienza che ci viene riservata ci dice che l'idea di un diverso approccio più attento al territorio e all'identità dei luoghi è vista con grande interesse.

mercoledì, 27 aprile 2011paul klee

Lavoro ad un testo sui referendum per la Commissione ambiente del PD del Trentino, per cercare una cornice condivisa su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Penso che se una cornice comune è possibile, questa possa essere ben rappresentata dal concetto di limite.

Ieri era il venticinquesimo anniversario del disastro nucleare di Chernobyl. Si può ricordare questo tragico evento per ribadire la pericolosità della scelta nucleare, per ricordare gli effetti irreversibili che ne vennero per un territorio vasto quanto mezza Italia e per milioni di persone. Ne ho scritto un piccolo racconto che è stato pubblicato come commento dal "Trentino" e ripreso da diversi siti internet. Ma in questo caso ne voglio parlare anche pensando a quella tragedia come il simbolo del delirio di onnipotenza dell'homo faber, l'idea dell'uomo signore assoluto che non conosce limiti al proprio agire nel suo rapporto con l'ambiente e con gli altri esseri viventi. Mettendo in essere processi ormai irreversibili, tant'è vero che un'ampia comunità di scienziati sostiene che abbiamo già oltrepassato il limite di non ritorno.

E', quello del limite, il paradigma della sostenibilità. Nodo culturale rilevante tanto per il campo dell'energia, quanto per quello dell'acqua e, a guardar bene, anche per quello dell'agire politico. Avremo modo di parlarne anche su queste pagine. Intanto provo a condividere queste riflessioni con la commissione ambiente e la cosa non è affatto scontata. So bene infatti che a venir messo in discussione è tutto un approccio scientista che ha caratterizzato "il paradigma del moderno", per usare un'espressione cara a Marco Revelli. Perché il nucleare, così come la privatizzazione dell'acqua, sono stati (e per certi versi continuano ad essere) territori trasversali al sistema politico. Ne viene la consapevolezza  che ancora oggi l'approccio verso questi temi divide al proprio interno i tradizionali schieramenti politici.

Non diversamente, il tema della guerra. Il Presidente Giorgio Napolitano, pure baluardo contro  l'imbarbarimento del confronto politico istituzionale, dichiara che la scelta dell'Italia di partecipare alle azioni militari contro la Libia avviene in tutta coerenza con il mandato delle Nazioni Unite sulla no-fly zone. Il PD lo segue, non sapendo far altro che denunciare la spaccatura della maggioranza.

Da Gerusalemme (da dove sto scrivendo) sento Franceschini dire che il PD sa prendersi le sue responsabilità rispetto alle alleanze internazionali del nostro paese. Su questo tema così come su altri emergono le culture politiche dei grandi partiti che si è scelto di mettere in discussione proprio perché non funzionavano più nelle loro chiavi di lettura di un mondo in rapida trasformazione. Emerge l'incapacità di comprendere quel che sta avvenendo, in Libia diversamente dal resto del mondo arabo.

Servivano sintesi culturali diverse per  "andare oltre". In assenza delle quali si ripetono gli errori di ieri. In questo caso cercare le forme di pressione diplomatica, politica, economica e anche militare ma nell'esercizio di un sistema di diritto di ingerenza che andrebbe radicalmente riformato insieme al sistema delle Nazioni Unite. Ci si trova come al solito all'ultimo momento, nell'emergenza, e così la politica rincorre affannosamente piuttosto che anticipare gli avvenimenti.

Di questo tema ne parliamo in serata, alla biblioteca di Gardolo, in un affollato incontro dedicato alla presentazione dell'"Atlante sulle guerre nel mondo" nel quale sono relatore insieme al giornalista Raffaele Crocco e al sociologo di origine irachena Adel Jabbar.  

In precedenza i lavori della Terza Commissione Legislativa provinciale. All'ordine del giorno il dibattito generale e l'avvio della discussione articolata della Legge di riforma della protezione civile. Una legge importante, di sistema, che va oltre l'attività dei vigili del fuoco ma anche la stessa Protezione civile. Perché mette a sistema uno dei tratti importanti dell'autogoverno che fanno diverso il Trentino nella sua capacità di fare coesione sociale. E' davvero mortificante che la scelta di mettere a sistema un'attività tanto rilevante (viene studiata a livello nazionale e internazionale) possa trovare ostacoli nelle dinamiche corporative che attraversano sempre più anche la nostra terra e che a questo si prestino le organizzazioni sindacali di categoria.

I lavori della Commissione prendono l'intero pomeriggio e così non riesco a partecipare all'assemblea di Ipsia, l'ong delle Acli da poco insediatasi anche in Trentino. Trovo invece il tempo al mattino per una conversazione con Juri e Maddalena, esponenti dell'associazione "Altrimenti" che da poco ha aderito al Forum  trentino per la Pace e i Diritti Umani. La loro è una storia interessante che nasce nell'alveo del mondo evangelico, mondo che anche in Trentino ha avuto un nuovo e significativo impulso dalla crescente presenza di nuovi cittadini provenienti da altri mondi.  Si muovono nell'attenzione al territorio, nella cooperazione internazionale e nella promozione culturale: nella conversazione che ne esce trovo buoni motivi di incontro e di collaborazione.

Quando finiamo a Gardolo è quasi mezzanotte. La sveglia suonerà inesorabile alle 3.30 della notte, destinazione Gerusalemme. Riunioni di lavoro, incontri ufficiali, visite sul campo. Ma soprattutto il bisogno di annusare l'aria. Perché la primavera araba sta arrivando anche qui.

lunedì, 25 aprile 2011scarpe grosse...

25 aprile, giornata di festa della liberazione. A Trento c'è la tradizionale manifestazione, negli ultimi anni sempre più partecipata. E anche questo è un segno, perché - come dice un partigiana novantanovenne che interviene in una delle tantissime celebrazioni che si svolgono in questa giornata - "non era questa l'Italia che i partigiani sognavano".

Penso a tutta l'amarezza di chi ha lottato mettendo in gioco la propria vita contenuta in queste poche e semplici parole. Penso a chi si è visto crollare addosso tutto quello in cui avevano creduto, non solo in Italia dove pure abbiamo gli eredi del fascismo al governo. Penso alla Francia dove il governo di centrodestra di Sarkozy teme la concorrenza dell'estrema destra della signora Le Pen. Penso a quel partigiano di Sarajevo che mi ospitò in casa sua nell'immediato dopoguerra jugoslavo, lui di nazionalità serba ma profondamente jugoslavo assediato per tre anni e mezzo da quell'armata federale nella quale credeva, e che ora - finito l'assedio - aspettava semplicemente di morire. Penso (in questa giornata) ai "liquidatori" chiamati a fermare il disastro di Chernobyl e destinati a morte certa dopo anni di sofferenze, al loro senso di sacrificio verso qualcosa in cui nonostante tutto credevano, alla loro rabbia nel vedere quel paese in frantumi ed in mano a delle oligarchie senza scrupoli.

E ciò nonostante il 25 aprile è un simbolo di rinnovata speranza e la presenza di tante persone, giovani e vecchi che siano, non può che essere uno stimolo a continuare a lottare per ciò che riteniamo sia giusto.

In Trentino ci sono molte altre manifestazioni per il 25 aprile. Io sono a Pedersano, dove ormai tradizionalmente in questa data, nel piazzale antistante alla Chiesa, si commemora la figura di Giovanni Rossaro, partigiano e per questo brutalmente perseguitato dal fascismo. Con Mario Cossali (vicepresidente dell'ANPI) e Romina Baroni (vicesindaco di Villa Lagarina) parliamo del significato della resistenza, guardando alla liberazione dal nazifascismo e al nostro tempo, pieno di incognite e di paure.

In questa piazza c'ero venuto un anno fa, per dare l'ultimo saluto all'amico Rino Zandonai, dopo che l'oceano l'aveva restituito ai suoi famigliari. Penso al suo lavoro, alla passione che ci metteva, a quanto sia difficile lavorare con l'emigrazione trentina quando gli interessi personali tendono a prevalere su quelli di una comunità che si vorrebbe integrata fra le altre. Proprio di questo parliamo in serata con Ciro Russo, da poco tornato (ormai quasi definitivamente) dal Chaco (Argentina) in cui negli ultimi vent'anni è stato responsabile per la Trentini nel Mondo. Con Rino ha lavorato in stretto contatto per tutto questo tempo e su quell'aereo, insieme a Gianni Lenzi e Luigi Zortea, avrebbe potuto esserci anche lui. Lo trovo stanco, non solo per il viaggio.

C'è un tempo per la passione e un tempo per la riflessione. Non necessariamente distinti, certo. Ma in questo 25 aprile avverto più di altre volte il bisogno di fermarsi e riflettere, per rinnovare in profondità le culture e le forme dell'agire politico.

In serata il premier Berlusconi comunica al presidente degli Stati Uniti l'intenzione di un salto di qualità nell'impegno militare dell'Italia nella guerra in Libia. Anche gli aerei italiani parteciperanno ai bombardamenti. Davvero una bella notizia, in questo 25 aprile che vorremmo dedicare alla pace.
giovedì, 21 aprile 2011Pasqua 2001, la grande moschea di Gerusalemme

Sono giorni di tranquillità, niente impegni istituzionali, di associazioni o di partito. Un po' di tempo per scrivere e leggere non guasta. Il piacere di qualche invito a cena e di preparare qualcosa di buono per gli amici.

In questi giorni un impegno gravoso, per la verità, c'è ed è la preparazione del viaggio che a fine settimana prossima porterà una delegazione della comunità trentina in Palestina. Definire gli aspetti organizzativi, il programma, gli obiettivi. La visita restituisce quella del ministro dell'agricoltura dell'ANP di qualche mese fa, allorquando prendemmo l'impegno di giungere alla redazione di un protocollo d'intesa fra il Trentino e la Palestina sul tema dell'agricoltura e del credito. Saranno questi in particolare i focus del viaggio e degli incontri previsti della delegazione trentina con il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, con il ministro dell'agricoltura Ismail Daiq e il suo staff, con il mondo della cooperazione palestinese.

Ne parliamo oggi in una riunione con la Federazione trentina della Cooperazione che parteciperà al viaggio con il suo presidente Diego Schelfi insieme a Giorgio Fracalossi, presidente di Cassa Centrale Banca e Cassa Rurale di Trento e Luca Rigotti, vicepresidente della "Mezzacorona sca" e componente Comitato esecutivo della Federazione trentina della Cooperazione.

In un paese che fra mille difficoltà rivendica un po' di sovranità sulla propria terra e dove l'incertezza generale fa sì che le importazioni del suo fabbisogno agroalimentare siano intorno all'80%, lo sviluppo rurale diventa un aspetto decisivo. Lo stesso potremmo dire per il sistema finanziario. I palestinesi hanno un'economia fragilissima che si regge sulle rimesse dall'estero della diaspora e sugli aiuti internazionali, ma sono sostanzialmente privi di un sistema bancario legato al territorio. Tanto che si sono dimostrati molto interessati all'esperienza delle nostre casse rurali.

Il viaggio sarà anche l'occasione per capire gli effetti della primavera araba in quella parte del Mediterraneo, che pure richiede un forte rinnovamento, tanto sul piano delle idee come delle classi dirigenti. Anche il conflitto israelo - palestinese (che dura ininterrottamente dal 1948 e che ha assunto una dimensione simbolica per l'intero mondo arabo) richiede in questa nuova cornice uno sguardo diverso: è quanto hanno chiesto a gran voce i giovani di Gaza con il loro recente manifesto, è quel che si aspettano molti intellettuali palestinesi che faticano sempre di più a riconoscersi in una dialettica cristallizzata e spesso violenta.

E, al di là delle specifiche finalità della delegazione, sarà interessante capire come questo vento viene percepito nel gruppo dirigente dell'ANP. Chissà se ne avremo l'opportunità, ma credo che le occasioni non mancheranno. Nel definire il programma sto cercando anche di mettere in cantiere alcuni contatti che, nei limiti dei tempi molto stretti della delegazione, ci possano fornire spunti e testimonianze da portare con noi. Perché alla fine questo è quello che conta, ricavarne sguardi non banali su un presente sempre più interdipendente. Utili, vorrei dire decisivi, anche per definire programmi efficaci di collaborazione nel settore agroalimentare o nella gestione della microfinanza locale. Questo diario ne darà una cronaca puntuale.

Sto leggendo "Beirut" di Samir Kassir. Attraverso la storia di una città, lacerata da una guerra durata interrottamente ben diciassette anni (1975 - 1992), possiamo leggere le vicende del vicino oriente e del Mediterraneo. Verso i cananei, che i greci ribattezzarono con nome di fenici, abbiamo un debito storico: ci hanno portato in dono, oltre che al nome di Europa, loro principessa, anche l'alfabeto. E poi, attraverso la navigazione del mare che abbiamo in comune, le culture religiose, una buona parte del sapere scientifico, la poesia d'amore, la vite...

Vorrei che questo viaggio avvenisse nel segno della restituzione non solo di una pur gradita visita.
martedì, 19 aprile 2011Paul Klee, Caffè Tunisi

Questa settimana avrei dovuto andare al Cairo per incontrare alcuni dei protagonisti della primavera di piazza Thariri. Quando Ali Rashid mi ha proposto di fare questa visita ho messo da parte ogni impegno e spostati gli appuntamenti. Mi intrigava troppo l'idea di andare ad annusare l'aria, per capire quel che di straordinario sta accadendo con la rivoluzione dei gelsomini. Invece si è dovuto spostare tutto in avanti, ma non sarà di molto. Così andrò prima in Palestina, alla fine della prossima settimana. Viaggio comunque interessante non solo per l'importanza che questa visita ufficiale della comunità trentina riveste nelle relazioni fra i nostri territori ma anche perché il vento che soffia sul Mediterraneo arriva forte anche nella sua "mezzaluna fertile".

E così questa settimana si è improvvisamente liberata. Non del tutto però, visto che basta un niente e subito l'agenda tenderebbe a riprendere il sopravvento. Ecco dunque che ci troviamo alle dieci del mattino con Edoardo Benuzzi, Franco Ianeselli e Ugo Morelli per fare il punto nell'elaborazione del Disegno di legge sull'apprendimento permanente. Il testo della relazione che ci propone Edoardo non comprende ancora l'articolato ma già indica l'alto profilo di questa iniziativa legislativa che si prefigge di aprire una pagina del tutto originale nell'obiettivo di contribuire a fare del Trentino una regione europea della conoscenza.

Il gruppo di lavoro - che in questi mesi ha coinvolto molte altre persone - ha avuto modo di affrontare complessivamente il tema dell'apprendimento permanente, nelle sue varianti dell'educazione formale, di quella non formale e infine dell'educazione informale. Dopo averne sviscerato le implicazioni e avendo verificata la possibilità di trovare risposte plausibili anche solo attraverso l'applicazione delle normative esistenti (in particolare nel dettato della LP 5/2006, oltremodo rafforzata con l'emendamento approvato su mia proposta nell'ultima Legge Finanziaria), l'attenzione è caduta sul vasto ed inesplorato campo dell'educazione informale. Ovvero di quella parte dell'educazione che prescinde da una scelta intenzionale e che si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di pratiche di cittadinanza attiva, nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo.

Parliamo di varie forme di apprendimento comunitario, dai circoli di studio che troviamo in diverse latitudini alle community gardens newyorkesi, dagli atelier di pittura e di espressione ai gruppi di lettura, dai gruppi di passeggiata ecologica alle giurie civiche berlinesi, solo per citare le esperienze più significative sulle quali si è già costruita una vera e propria letteratura. E alle quali si aggiungono le espressioni di cittadinanza attiva di cui il Trentino è già protagonista. Una per tutte è la modalità con la quale si è costruito l'Argentario Day, una forma di cittadinanza attiva di cui abbiamo già parlato in questo blog, che presuppone un'agire non disgiunto dal pensiero. E, per dirla tutta, per nulla estraneo all'obiettivo politico del "fare meglio con meno". Insomma, una molteplicità di forme di apprendimento-innovazione che richiedono attenzione, riconoscimento e  sostegno in forme anch'esse non rituali.

L'approccio proposto viene condiviso e dunque ora si decide di procedere nella stesura dell'articolato che successivamente verrà sottoposto al gruppo di lavoro allargato, al Gruppo consiliare e, nelle sue grandi linee, alla coalizione.

Più il tempo passa e più mi convinco che il tema in questione rappresenti un aspetto cruciale della nostra sfida per abitare con intelligenza e consapevolezza il tempo globale. Ci sarebbero altre cose da raccontare, ma preferisco fermarmi qui, così da dare l'importanza che merita a questa sfida che, da sola, potrebbe valere l'intera legislatura.
lunedì, 18 aprile 2011migranti

Il 18 aprile nella storia della Repubblica italiana è una data importante, malgrado sia oggi caduta nell'oblio. Nell'anno 1948, il 18 aprile, ci furono le prime elezioni politiche dopo il voto per la Costituente e la DC ottenne la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento. Il Fronte Popolare, rappresentato dall'effige di Giuseppe Garibaldi, rimase inchiodato ad una percentuale di poco superiore al 30%, condannando per tutti gli anni cinquanta la sinistra all'opposizione.

Lo scontro fra i due schieramenti non andava certo per il sottile. Basterebbe guardare i manifesti della campagna elettorale di allora per rendersi conto di come la contesa fosse esasperata nei contenuti come nei toni della campagna elettorale. Anche nelle scelte, non sempre le regole venivano rispettate: sono gli anni del più pesante collateralismo della guerra fredda, delle basi militari dell'Alleanza Atlantica sparse per tutto il paese e la cui realizzazione non passava certo dal Parlamento, della "Gladio" come di altre forme di organizzazione paramilitare fuorilegge, dell'ostracismo e dell'emarginazione di chi la pensava diversamente, del lavoro che non c'era e del paternalismo che lo governava, della discriminazione verso le donne e dell'oscurantismo, dell'emigrazione interna e dell'edificazione selvaggia nelle città, dei veleni nell'industria che ancora oggi fanno sentire la loro pesante eredità.

A differenza di oggi la politica suscitava ancora grandi passioni, i partiti erano espressione reale delle pulsioni del paese, c'era forse maggior moralità. Ma non possiamo certo dire che tutto avvenisse in punta di fioretto e lo stato di diritto rappresentava una conquista ancora lontana.

Eppure nel degrado della politica di questo tempo, nel venir meno di alcuni elementi essenziali dell'equilibrio dei poteri, nell'imbarbarirsi della società dell'immagine, si scorgono i segni di un male profondo che attraversa questo paese e che non può non preoccuparci. Che non è riconducibile solo alla leadership berlusconiana. Certo, l'ingombrante presenza di Silvio Berlusconi rende tutto più impresentabile, sul piano morale come su quello culturale. Ma sbaglieremmo se pensassimo che sgombrando il campo dall'anomalia del caimano, tutto potesse rientrare nel corretto svolgersi di una normale dialettica politica.

Dovremmo aver capito da tempo che la Lega non è un fenomeno padano. Il partito dei veri finlandesi ha vinto le elezioni in un paese dove non manca certo lo spazio vitale. Quanto avviene nella democraticissima Olanda o nella Svizzera dei referendum è sostanzialmente analogo. Un fenomeno fondato sulla percezione, netta e razionale, che il modello di sviluppo che ne ha costituito in passato la ricchezza, quel patto keynesiano che si basava sull'esclusione di 2/3 dell'umanità dal tavolo delle trattative, sia una storia morta e sepolta dall'irrompere sulla scena mondiale di milioni di esseri umani che rivendicano gli stessi diritti. E che per mantenere quel che si ha occorra sparare sui migranti prima che arrivino.

E' quel che ci racconta Ugo Morelli, nell'incontro che abbiamo l'indomani sul disegno di legge per l'apprendimento permanente, quando in un corso di formazione rivolto a giovani imprenditori e funzionari di banca uno dei presenti, dai modi distinti e dalla parlata fluente, interviene per dire che di fronte al fenomeno migratorio l'unica soluzione è la militarizzazione dei mari e dei confini.

Appunto. Nelle esternazioni del premier come nelle espressioni populiste dei leader della Lega c'è la guerra. C'è il venir meno di un tessuto comune di civiltà sociale e giuridica, ma anche la fine di quell'ipocrisia diffusa che portava l'occidente a farsi paladino dei diritti universali malgrado fossero inesigibili, quasi che l'impoverimento di una parte del pianeta fosse il prodotto dell'arretratezza culturale piuttosto che di uno sfruttamento che da secoli riduce paesi ricchi in condizione di privazione. Non sono solo io a dirlo, lo afferma con grande lucidità e forza il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi nella sua omelia domenicale.

Il paradosso è che quando prevale la deriva del "si salvi chi può..." nei penultimi scatta l'aggressività verso gli ultimi. Risulta ormai abituale (e le cronache ne danno, ovviamente, piena rappresentazione) trovare migranti che si dicono preoccupati per l'arrivo dei profughi o commercianti cinesi di Roma lamentarsi per l'assenza di sicurezza. Tutti contro tutti.

Scompaiono i luoghi del dialogo e della mediazione politica, tutto diviene lotta per il proprio spazio vitale. Viene percepito e si tirano fuori gli artigli.

Con tutto questo non centrano nulla il federalismo, l'autogoverno, le competenze autonomistiche. Lo si può cogliere nell'incontro che abbiamo con i membri trentini della Commissione dei Dodici, l'organismo deputato a concordare con lo stato l'attuazione delle competenze dell'autonomia. Mai come in questi ultimi tempi lo scontro fra la nostra autonomia e il governo di Roma ha avuto tanti contenziosi aperti, leggi finanziarie impugnate, prerogative messe in discussione. E, lo dice bene il presidente Dellai, abbiamo strappato nuove competenze solo perché il governo di Roma aveva bisogno di far cassa. Ai leghisti nostrani dell'università e degli ammortizzatori sociali non interessava granché: per loro il loro federalismo fa rima con egoismo, piuttosto che con responsabilità. E' l'anomalia trentina che vorrebbero omologare.

Arriva in Trentino l'onda umana, l'esodo biblico è rappresentato da una decina di tunisini che vengono accolti dalla Protezione Civile a Marco e dopo un paio di giorni negli alloggi di Atas. Quando è la rappresentazione del reale il vero problema...

sabato, 16 aprile 2011Un momento dell\'inaugurazione della mostra delle palme nella chiesetta di Sant\'Anna

Riesco solo ora a fermarmi un attimo per il diario di bordo. Molti gli spunti e le cose in agenda. Nel parlarne salterò fra un giorno e l'altro.

Di mattino presto arriva la tragica notizia dell'assassinio di Vittorio Arrigoni, giovane volontario italiano nell'inferno di Gaza. Tre anni in una striscia di terra affollata di persone, nei primi mesi del 2009 sotto l'assedio dell'esercito israeliano e per tutto il resto del tempo nella "normalità" di un embargo che fanno di Gaza City il campo di detenzione più grande del mondo. Le immagini delle sue ultime ore di vita sono così violente da chiedersi che cosa ci sia nella testa di questi assassini, privi di qualsiasi traccia di umanità. Qualcuno ipotizza che sia opera dei servizi israeliani, ma la cosa non mi convince e le cronache delle ore successive sembrano darmi ragione: morire per mano palestinese avendo dedicato la propria vita al fianco dei palestinesi rappresenta una tragedia nella tragedia.

Non sono mai stato a Gaza, l'ho potuta vedere solo da lontano, da un'altura nei pressi di Sderot. E vi assicuro che anche così c'era da chiedersi come si può arrivare a tanto: un milione e mezzo di persone concentrate in un fazzoletto di terra, un campo profughi segnato dalla guerra, dall'embargo e dall'inquinamento, circondato dal filo spinato e dai campi minati. Non è difficile comprendere come nell'immaginario di un giovane cresciuto in questo contesto ci possa essere solo rancore e violenza.

Eppure. E' nato lì nelle scorse settimane il manifesto dei giovani che hanno avuto il coraggio di dire basta. Basta con l'occupazione, ma anche con Hamas, con l'Autorità nazionale Palestinese, con una comunità internazionale che fa parti uguali fra disuguali, con i riti di un conflitto che toglie loro il diritto alla vita...

Decidiamo di dedicare a Vittorio l'incontro "Intrecci di pace" che nel pomeriggio di sabato abbiamo organizzato come Forum insieme alla comunità sarda nel vecchio convento degli Agostiniani a Trento, che oggi ospita il Centro di formazione alla solidarietà internazionale e l'unica sede italiana di Osce. La sala della biblioteca del Centro è piena di gente, pochissimi i volti del pacifismo, molte le persone attratte da un modo diverso di parlare di pace. In questo caso a partire dalle palme, uno dei dettagli della storia che accomuna la gente del Mediterraneo.

Dovrei andare a breve in Egitto e poi, a fine mese, sarò in Palestina: sono davvero curioso di capire come la primavera araba attraversi anche quella terra perché ce n'è davvero bisogno, lì e anche qui.

Leggo di una proposta avanzata da Veltroni e Pisanu per un "governo di decantazione". Ne colgo il motivo: c'è un pazzo a Palazzo Chigi che intende stravolgere gli elementi basilari su cui si fonda la democrazia italiana, ma insieme c'è un paese profondamente spaccato che ha smarrito un comune senso dello stare insieme. Una divisione profonda, dove il rancore può diventare odio.

Lo vediamo, nonostante l'autonomia, anche in Trentino. Nella società come nelle istituzioni, dove la politica anziché cercare soluzioni esaspera le contraddizioni. E gli animi. Ne parlo che da poco sono passate le 8 del mattino con il sindaco di Trento Alessandro Andreatta: mi racconta del clima difficile in Consiglio Comunale anche su temi tutto sommato marginali.

Ci vediamo con lui e con l'assessore Michelangelo Marchesi per la questione dello scorporo del ramo acqua (e rifiuti) da Dolomiti Energia. Un tema importante che sto seguendo con attenzione e che se andrà in porto rappresenterà un segnale di inversione di rotta di grande rilievo politico, specie se lo consideriamo nel contesto dell'iniziativa referendaria in corso contro la privatizzazione dell'acqua. Ricordo che sia per quanto riguarda la possibilità di proseguire con la gestione "in house" da parte dei Comuni trentini, come per lo scorporo dell'acqua da DE, in questa direzione andavano gli ordini del giorno e gli emendamenti in finanziaria assunti nell'ultimo anno e mezzo grazie al mio lavoro.

Dall'acqua al vino. C'è un grande fermento fra i vignaioli che proprio in queste ore danno vita ad un forte strappo con la decisione di disertare la mostra dei vini trentini. Non era mai accaduto sin qui. Della situazione di tensione fra il mondo della cooperazione e quello dei vignaioli abbiamo parlato recentemente in questo blog, a testimonianza del fatto - se non altro - che non rincorro gli avvenimenti. E mi fa piacere che qualcuno nella categoria mi chiami affinché possa fare da ponte con il presidente Dellai per ricostruire la trama di un dialogo altrimenti spezzato. E, del resto, è di una direzione politica forte ed autorevole che si avverte la necessità. Vorrei dire che anche su questo piano, possiamo misurare le fratture profonde quando viene meno il collante di un disegno condiviso. E il business diventa l'unica bussola. Ne parlo con il Presidente della Provincia e mi sembra di capire che non si tirerà indietro.

Altre cose affollano le giornate, dalla terza commissione che prosegue nel lavoro di audizione sulla legge relativa alla riforma della Protezione civile al nuovo incontro del gruppo di elaborazione di una proposta di legge provinciale sul software libero alla quale sto lavorando. Avremo modo di parlarne diffusamente. Nel frattempo, che sia una buona domenica.
giovedì, 14 aprile 2011palme

Avverto intorno a me un inquinamento che fa più male di quello ambientale. Lo potremmo definire in tanti modi: disonestà intellettuale, aggressività, cattiveria, meschinità o, forse più semplicemente, umana miseria. Non mi preoccupano certo la diversità di opinioni e nemmeno una dialettica anche forte quando alle idee possono corrispondere visceralità che pure non amo.  Quel che non sopporto è il sotterfugio, il calpestare gli altri, la calunnia. Non voglio fare esempi, farei un torto a qualcuno. E poi molto spesso si tratta di piccole miserie, che non meritano la cronaca, ma che feriscono, questo sì.

Qualcuno mi dice che questo è un prezzo che si paga nell'esposizione politica come nello stare su argomenti che possono fare ombra a qualcuno, in una spirale insopportabile di immagine (e di mercato della politica) alla quale mi voglio sottrarre. Ma non lamentiamoci poi della politica ridotta ad affermazione personale...

Questo vale anche rispetto all'esigenza di fare rete fra soggetti diversi, anche quando queste sono articolazioni istituzionali che fanno capo alla Provincia autonoma di Trento. Ne parlo perché l'autoreferenzialità è un elemento di criticità piuttosto diffusa.

Lo dico in generale ma un po' anche riferendomi all'incontro con la stampa promosso dall'associazione Limen che in questi giorni andrà a Lampedusa per monitorare la situazione di accoglienza degli immigrati. Tanto negli interventi di emergenza quanto nelle attività nella diffusione della cultura della pace o della cooperazione (ma lo ripeto questo vale per ogni segmento della vita pubblica) ciascuno tende a coltivarsi le proprie attività, con scarsa propensione a mettersi in gioco o in rete con altri.

Parlo anche di associazioni nelle quali ho lavorato, dove talvolta ho incontrato logiche da piccola parrocchia e conservatorismi (culturali e non solo) perché, non nascondiamocelo, anche a questo livello si sviluppano piccole dinamiche di potere. Lavorare in rete non è solo importante sul piano dell'efficacia nell'utilizzo delle energie e delle competenze disponibili ma anche sotto il profilo della crescita e dell'allargamento degli orizzonti culturali dei volontari e delle strutture associative.

E' l'auspicio sul quale concordiamo alla fine dell'incontro con i responsabili di Limen, che si vorrebbe attivare non appena vi sarà il ritorno da questa missione conoscitiva. Anche perché vorremmo superare, anche nel contesto attuale, la logica emergenziale che rischia di offuscare anche l'approccio dell'intervento in queste ore. Non c'è alcun "tsunami umano" e nessuna invasione barbarica, c'è un migrare come condizione di questo tempo.

Devo peraltro dire che su questo piano la politica (intesa come il mondo della politica) è insuperabile. Considerazione che mi viene in relazione all'incontro che ho con il circolo anziani di Borgo Sacco. Il Consiglio Provinciale ha un intenso programma di visite guidate per la conoscenza delle istituzioni dell'autonomia e a turno i consiglieri sono chiamati ad illustrare l'attività delle istituzioni ed il loro lavoro. Accade in questa occasione che un consigliere di minoranza, per i suoi legami con quella realtà territoriale, chiede di essere presente e intervenire all'incontro: come dirgli di no? anche se sul piano dello stile non è proprio il massimo. Anche perché la prassi di coltivarsi il proprio orticello urta con l'idea che io ho della politica e giustamente chi gestisce questo servizio per il Consiglio Provinciale cerca di evitare che in questa attività di tipo istituzionale si riproducano forme di vassallaggio territoriale.

Mi riferisco anche a quel che accade il giorno seguente (giovedì) nella riunione dei capigruppo, quando si discute la proposta del Forum rivolta al Consiglio di recarsi in visita a Ventotene, in occasione del settantennale del Manifesto per l'Europa Federale.  Prima si è accreditata l'idea di "tutti al mare", poi - di fronte alla proposta che la partecipazione sia a carico di ogni singolo partecipante - a dire che se ci crediamo dobbiamo andarci con tutti i crismi, infine per dire che però non è il caso che il Forum si "allarghi" perché il tema dell'Europa non sarebbe una sua prerogativa. Da far cadere le braccia, devo dire anche per mancanza di senso istituzionale con cui si dovrebbe considerare l'attività del Forum.

Ma questo è il clima. L'assenza di un terreno minimo di condivisione dei principi di fondo fa sì che ogni pretesto sia buono per creare polemiche e per banalizzare i concetti che si propongono, perché questo si vorrebbe: la pace come rituale, a cui far corrispondere politiche che vanno nella direzione esattamente opposta (si vis pacem, para bellum).

C'è anche grande fibrillazione per quel che è accaduto nella sera di mercoledì in Consiglio Comunale a Pergine Valsugana, dove la delegazione del PD del Trentino, con il suo voto di astensione, ha contribuito alla bocciatura del piano di "valorizzazione" di San Cristoforo. Una colata di cemento contrastata da migliaia di firme. Come effetto della bocciatura, il Sindaco Corradi vorrebbe ritirare le deleghe agli assessori del PD, ma in questo modo salterebbe tutto.  Si aggira nell'aula consiliare perché oggi il Consiglio Provinciale è convocato in seduta congiunta con il Consiglio delle Autonomie. Non sarà facile indurlo ad un passo indietro, ma questa è l'unica possibilità se non si vuole ritornare alle urne (o cambiare maggioranza, il che appare improbabile quand'anche tecnicamente possibile). Ma una buona amministrazione è quella che sa anche fare dei passi indietro.

La seduta congiunta non offre particolari stimoli e poco dopo le 14.00 è tutto finito. Mi vedo con i collaboratori di "Politica è responsabilità" per fare il punto sulle tesi che verranno proposte nelle prossime settimane e programmare gli incontri che stiamo organizzando per l'autunno. Il sito sta andando bene, molti i lettori, interessanti gli stimoli. Dopo quello in corso sui popoli romanì, sarà la volta di Ilaria Pedrini e di un suo scritto sul rapporto fra "verità e autorità" connesso con quel che avviene nel nostro paese e con il messaggio pasquale.  Molto stimolante, devo dire.

E di palme parliamo al Forum con la comunità sarda del Trentino, in relazione agli incontri che abbiamo promosso nella giornata di sabato (alle ore 11 alla chiesetta di Sant'Anna dove si inaugurerà la mostra dei manufatti artigianali e alle 17 al Centro di formazione alla solidarietà internazionale) e di cui parliamo nella home page. La palma, un messaggio di pace nel Mediterraneo.

martedì, 12 aprile 2011Romania, villaggio sassone

La giornata inizia con la notizia che il grado di catastrofe nucleare a Fukushima ha raggiunto il livello 7, ovvero quello di Chernobyl. Significa in buona sostanza che per qualche decina di anni quella regione a soli duecento chilometri da Tokyo non sarà più abitabile. Sempre che riescano a fermare gli effetti del disastro, visto che l'informazione su ciò che accade - come sempre avviene quando si parla di incidenti nucleari - è sostanzialmente secretata.

Mi muovo per organizzare un po' di iniziative, investendo anche il Gruppo consiliare del PD del Trentino. Sto lavorando ad un documento del partito sui referendum del 12 giugno, affinché siano espressi senza esitazione "4 Sì", ma soprattutto per fare in modo che i Circoli e il popolo del PD del Trentino si diano da fare per fare in modo che tanta gente si rechi a votare, contrariamente a quanto è avvenuto negli ultimi referendum. I temi dei quattro quesiti sono di straordinaria attualità: due per evitare la privatizzazione dei servizi idrici, uno per fermare la scelta nucleare, e uno sul legittimo impedimento. Sono convinto che il voto referendario possa in questo caso costituire un modo concreto ed efficace per fermare le politiche del governo.

Sul nucleare poi, il prossimo 26 aprile cade il venticinquesimo anniversario del disastro di Chernobyl, le cui contaminazioni paghiamo ancora oggi in mezza Europa, se pensiamo ai livelli di cesio registrati proprio recentemente anche sul nostro territorio. Fukushima è lì, come monito di quel che non si deve fare nel rapporto con la natura. Vorrei che organizzassimo un incontro pubblico ed uno spettacolo dedicato a quella tragedia e ne parlo nella riunione del Gruppo, in un intervallo del Consiglio regionale. La risposta è positiva e mi metto subito in moto.

Intanto anche il Consiglio regionale batte un colpo, anzi due. Si approvano ben due leggi regionali, ma questo non deve affatto trarre in inganno, perché la residualità delle competenze è tale da rendere queste norme decisamente marginali (i confini di due Comuni del Sud Tirolo e la presenza delle minoranze nell'Ufficio di Presidenza). Il clima è lo stesso che più volte ho avuto modo di descrivere in questo blog... Prima si andrà dunque al superamento delle competenze residue per fare del Consiglio Regionale un luogo di coordinamento politico fra le due autonomie e meglio sarà.

Cerco di usare questo tempo per contatti, incontri, conversazioni. Chiamo Giuseppe Ferrandi per sottoporgli l'idea di fare del forte di Cadine un laboratorio sull'elaborazione dei conflitti in raccordo con l'attività delle Gallerie di Piedicastello. Ne è entusiasta. Con Mario Magnani telefoniamo a Ventotene per accordarci con l'amministrazione locale per il viaggio studio in occasione del settantennale del Manifesto per l'Europa Federale. Il viaggio del Consiglio provinciale si farà dal 24 al 26 giugno e vorremmo si trattasse di un momento nel quale l'Europa possa tornare al centro dell'attenzione del dibattito politico. Parlo con Riccardo dello Sbarba sulla situazione politica altoatesina/sudtirolese che mi descrive bloccata dall'autoreferenzialità dei partiti. PD compreso, per come conosco la situazione, nell'incapacità di costruire interlocuzione territoriale ma anche nel congelare una formidabile rendita di posizione. Esattamente il contrario di quel che penso sarebbe necessario fare per rappresentare effettivamente un fattore di discontinuità e di movimentazione, in una realtà che - ancor più che in Trentino - richiederebbe capacità di sperimentazione originale. Pongo al vicepresidente Pacher la necessità di offrire una rappresentazione del Trentino in linea con le cose che ci diciamo in fatto di sobrietà e di identità territoriale. Il pretesto è l'edizione del Vinitaly che ci siamo in questi giorni messi alle spalle e vedo che Paolo Ghezzi proprio oggi su "L'Adige" dedica una pagina proprio al libro di Steffen Maus (di cui avevo parlato in quetso blog) e ad una conversazione con Mario Pojer che mi conforta nelle analisi: dove ci sono troppi denari c'è aridità di pensiero.

Mi incontro con un gruppo di ragazzi di Cinema Jenin Italia che a breve inizieranno un lavoro di ricerca sugli effetti della cooperazione internazionale nell'area di Jenin, in Palestina. Sanno come la penso e chiedono conforto nel loro lavoro di inchiesta. Da parte mia rischio di essere un po' brutale nel metterli in guardia sul fatto che talvolta i territori preferiscono la cooperazione tradizionale (quella fondata su donatori e beneficiari, per capirci) piuttosto che costruire relazioni profonde che mettono in gioco le parti in un lavoro che s'interroga sulla riproducibilità delle azioni progettuali. Che costruire relazioni è molto più costoso (sul piano del tempo da dedicarci e della fatica del conoscere da dentro le dinamiche territoriali) che fare cose materiali, molto efficaci sul piano dell'immagine ma spesso avulse dalla realtà. Come uso dire, la povertà non è affatto santa (e nemmeno il sistema delle ong).

Da ultimo, a casa, trovo una bella sorpresa. Gheorghe arriva dalla Romania con il suo vecchio furgone, inossidabile quand'anche pieno di acciacchi per l'età (il furgone, intendo). Oltre che di anni è carico anche di cesti di vimini fatti a mano, molto belli, che gli serviranno per pagarsi il viaggio. Gheorghe è qui per cercare lavoro, nel suo paese - dice - stanno diventando tutti iene. E lui, animo gentile, è fuori gioco. L'altra faccia dell'Europa, in quel post comunismo dove più niente è collettivo, dove il senso di comunità lo trovi solo nelle campagne, dove la cultura è sempre più rara, demolita dalla volgarità dei nuovi ricchi e dalla difficoltà del vivere. Benvenuto, fratello.

 

lunedì, 11 aprile 2011Storie di uomini. Un anno sull\'altipiano

Nel fine settimana non riesco a staccare la spina. Un po' per il lavoro arretrato, un po' perché sia sabato che domenica ci sono impegni.

Sabato pomeriggio un gruppo di persone del movimento dei Focolari mi chiede di parlare dell'emergenza profughi e di quanto sta accadendo nel Mediterraneo. Ci vediamo a Cognola, nei pressi di Trento. E propongo loro una chiave di lettura degli avvenimenti che prova a sganciarsi dall'emergenza. Racconto del percorso del forum sulla Cittadinanza Euromediterranea, tocco le corde del dialogo ecumenico come un modo diverso di pensare il confronto fra le culture religiose che nella storia si sono confrontate fra le diverse sponde del nostro comune mare, parlo della straordinaria ricchezza di saperi che hanno segnato l'identità europea, parlo della primavera dei Gelsomini e di quel che rappresenta nella possibilità di aprire una pagina originale nella regione.

I presenti s'interrogano sulla questione profughi, mettendosi a disposizione per tutto quel che può servire, come persone e come associazioni, ma anche nel costruire dialogo e conoscenza laddove invece prevale la paura. Perché questo è il tratto che segna il possibile arrivo di qualche centinaio (qualche decina, per il momento) di profughi, alimentata da una stampa che sbatte in prima pagina un'emergenza che non c'è, utilizzata ad arte per alimentare incertezza e preoccupazione nelle comunità dove ci sono le strutture per l'accoglienza (in Trentino della Protezione civile). Don Caldera, presente all'incontro, sostiene proprio che l'emergenza è stata creata ad arte, tant'è vero che la Caritas a livello nazionale  ha messo a disposizione oltre tremila alloggi per i profughi, offerta di alloggi che è stata rifiutata.

Occorre in ogni caso parlare alle persone, affrontare la paura, ascoltare il dolore di chi oggi guarda con preoccupazione al futuro. Condizione ineludibile per proporre una diversa narrazione.  Vedo le persone soddisfatte dell'incontro, qualcuno mi chiede se sono disponibile a parlarne in altre sedi.

Domenica mattina sono invece al Teatro Portland di Piedicastello dove viene presentata l'anteprima dello spettacolo teatrale della compagnia Arditodesìo dedicato ad Emilio Lussu e al suo "Un anno sull'altipiano". Racconta della tragedia di migliaia di giovani mandati a morire in una carneficina senza senso durante la prima guerra mondiale. Intorno a questa iniziativa ha preso il via un'interessante sinergia che coinvolge la comunità sarda in Trentino, i Comuni dell'Altipiano e il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani.  Lo spettacolo è un monologo di Andrea Brunello che ti avvolge nella storia di una guerra fatta di alcol e di follia, militarismo e ufficiali capricciosi. E ti sembra di essere lì, in una trincea piuttosto che in una sala teatrale. Un modo diverso per parlare del centocinquantenario dell'unità d'Italia.

Mentre assisto allo spettacolo penso a come il teatro possa aiutare nel processo di comprensione e di elaborazione della guerra: ne parlerò il giorno seguente con Giuseppe Ferrandi, pensando al Forte di Cadine come ad un luogo dove l'elaborazione del conflitto potrebbe trovare lo spazio necessario, tanto sul piano del racconto quanto della sperimentazione teatrale.

Quando torno a casa, passo il pomeriggio a scrivere di questo, di una cornice di avvenimenti che vorrei racchiudere nel titolo "oltre le nazioni" per descrivere così questo intreccio di iniziative fra l'altipiano, il Trentino, la Sardegna e il Mediterraneo. E poi dello sconcerto per quel che ho visto venerdì scorso a Verona al Vinitaly. Il tema verrà ripreso dai quotidiani locali nei giorni successivi proprio descrivendo la crisi del settore vista dall'interno, dalle voci degli operatori con i quali io stesso avevo parlato e che mi avevano manifestato il loro stato d'animo. E' bene che se ne parli, perché la crisi del settore si supera solo attivando le qualità della nostra terra, non muovendo molti denari e poco pensiero.

venerdì, 8 aprile 2011stand ferrari al Vinitaly 2011

L'8 aprile è la giornata mondiale della popolazione "romanì". Esattamente un anno fa al Colle di Miravalle sopra Rovereto per la prima volta in Italia sventolava la bandiera di questa gente. Non amo le bandiere, ma avevo le lacrime agli occhi per l'emozione. Così oggi, nel ripetersi della cerimonia in occasione della giornata di riflessione che l'associazione Aizo e la Fondazione Opera Campana hanno promosso, voglio rendere omaggio a questo popolo prima di scendere verso Verona dove vado a visitare Vinitaly.

E' la prima volta che mi capita di andare alla fiera del vino italiano. Nello stand della Pravis abbiamo organizzato un incontro fra i vignaioli che si sono impegnati nel progetto del "Vino di Cana" ed oggi in particolare con Piero Cella, forse il migliore enologo della Sardegna. Il progetto infatti incrocia questa regione perché se vogliamo che il vino in Palestina abbia qualcosa a che vedere con quello che veniva prodotto duemila anni fa occorrono antichi vitigni, non quelli importati dai Rotschild nell'epoca coloniale. Che potremmo rintracciare ripercorrendo a ritroso le vie del vino attraverso il Mediterraneo, se è vero che le più antiche anfore risalenti al 5.000 a.c. ritrovate in Italia venivano proprio da Gaza, in Palestina. Trasmettiamo a Piero Cella la nostra passione per questo intreccio, lui che è uno dei massimi studiosi degli antichi vitigni dell'isola. E non gli sembra vero che dal Trentino possa venire questa curiosità verso la sua terra.

Cosa non scontata, in effetti. Amo il vino e le cantine, conosco la passione di chi ci lavora. Ma nel visitare il padiglione trentino della Fiera rimango negativamente stupito per quanta omologazione ad un'idea del prodotto che fa il paio con le minigonne delle hostess che lo promuovono o dei manager del settore che sembrano uno la fotocopia dell'altro. Oppure con i castelli sorti al posto degli stand delle Cantine Ferrari o di Mezzacorona, ad ostentazione di una ricchezza peraltro largamente pagata dalla nostra autonomia.

Sappiamo quale situazione di crisi sta attraversando il settore vitivinicolo trentino, il cui rilancio - ce lo siamo detti mille volte - non sta tanto nel sostegno al marketing quanto nella qualità dei prodotti. Incontro Mario Pojer, mio vecchio compagno di banco ai tempi delle scuole medie. Poi le nostre strade presero sentieri diversi, lui a dar vita ad una delle cantine più prestigiose del Trentino ed io ad occuparmi di come va il mondo. Mi chiede che cosa ne penso e gli manifesto il mio disappunto. Lui mi mostra un libro di Steffen Maus dal titolo "L'universo del vino". Si tratta di uno dei massimi esperti tedeschi di vino italiano: nel suo voluminoso libro sul vino italiano dedica al Sud Tirolo venti pagine e al Trentino una striminzita paginetta.

Non mi va di parlare male della mia terra, so bene quanta gente vi sia che fa bene il suo lavoro e alcuni di loro sono anche qui con i loro prodotti. Proprio nei giorni scorsi Erika Pedrini - proprio dell'azienda Pravis - è stata premiata come migliore giovane enologa europea dopo la laurea a Geisenheim. Ma la frattura dentro questo mondo la si tocca con mano e questo modo di promuovere il vino trentino, quasi si trattasse di una moda anziché il prodotto di un sapere, non mi piace.

Mi aggiro curioso fra i padiglioni delle altre regioni, meno ricchezza forse ma la musica non cambia. Tacchi a spillo, manager eleganti che non riescono a nascondere i modi spregiudicati e talvolta mafiosi, di cultura enogastronomica ben poche tracce. Forse non sono abituato a questi mondi, ma mi aspettavo davvero qualcosa di diverso. Nell'incontrare fra uno stand e l'altro l'assessore Mellarini vorrei trasmettergli questo mio disappunto nel fare fatica a trovare in questo nostro spazio l'identità di una terra, ma è troppo preso e più o meno so già quel che mi potrebbe rispondere. Quando parliamo in Trentino della necessità di un cambio di passo, di fare meglio con meno, richiederebbe un po' di coerenza.

Di questo stesso salto di paradigma improntato al concetto di sobrietà parlo in serata a Mattarello. Nella sala del centro polifunzionale pressoché gremita si discute di energie rinnovabili in una serata promossa dalle Acli e dalle associazioni di volontariato del borgo trentino. Con me Giacomo Carlino dell'Agenzia Provinciale per l'Energia e Gianni Lazzari, amministratore delegato del Distretto Tecnologico Trentino. Ne esce un dibattito ricco di spunti interessanti, a cominciare dall'esauriente esposizione dei relatori che mi precedono e che spiegano in maniera semplice ed efficace come il futuro stia nelle energie rinnovabili. Ad una condizione però, che cambiamo i nostri stili di vita. Il che mi fornisce l'assist per parlare diffusamente del rapporto fra pace e utilizzo delle risorse. Un tema cruciale, quello del limite.

C'è fra i presenti una grandissima attenzione, anche politica. L'impronta che hanno dato Carlino e Lazzari è moderatamente ottimistica, "ce la possiamo fare" dicono ma questo presuppone che vi sia consapevolezza nella società come nei luoghi della politica che occorre uscire al più presto dalla civiltà del petrolio. Solo che la politica non dà sempre buona prova di sé. Provo così a tradurre quel che intendo per "fare meglio con meno", insistendo sul prendersi le proprie responsabilità, tanto sul piano della riqualificazione (non del rilancio) dei consumi quanto sulle scelte strategiche in ordine all'energia, alla mobilità, all'uso del territorio.

E' anche l'occasione da parte degli organizzatori per parlare dei referendum del 12 giugno, della necessità di andare a votare e di votare sì. Oltre ogni incertezza che ancora condiziona i partiti.

 

giovedì, 7 aprile 2011civiltà dei rifiuti

L'argomento si presterebbe ad una trattazione ampia, profonda, stimolante. La politica dovrebbe saperne trarre spunti per il proprio agire, così la pubblica amministrazione. Sto parlando dell'"Indagine sulla povertà e l'esclusione sociale in Trentino", tema di cui ho fatto cenno anche nel diario di ieri, che oggi entra nel vivo o così immagino. Ed invece gran parte degli interventi sembrano dei dischi rotti. Aveva iniziato la consigliera Penasa il giorno prima, prosegue oggi il suo collega di partito Civettini e poi gran parte degli esponenti delle minoranze che, senza affatto entrare nel merito dell'indagine, sparano ad alzo zero su una Provincia che nonostante i denari dell'autonomia vede l'8% della popolazione a rischio di povertà.

Un livello davvero imbarazzante e non mi riferisco solo all'opposizione. Siamo di fronte ad un lavoro condiviso dalla quarta Commissione legislativa, non ad una mozione di partito. Ma questo non sembra avere alcuna importanza. Se ne potrebbero contestare i contenuti,  il taglio, le eventuali reticenze: non una proposta, se non l'insopportabile litania che l'Icef (gli indicatori che la PAT si è data con il concorso delle parti sociali per l'accesso ai servizi) starebbe portando alla miseria il Trentino.  Cose che non stanno né in cielo, né in terra.

Provo a dire qualcosa di diverso, cercando anche di correggere un po' il tiro e dunque ampliare un aspetto che l'indagine affronta solo marginalmente, quello della povertà relazionale (per questo vi rimando all'intervento che troverete a breve nella home page). Ma la capacità di fare dell'istituzione più importante della nostra autonomia un luogo di approfondimento e di respiro su un tema non certo per addetti ai lavori risulta una pia illusione. Sembra quasi che nemmeno abbiano trovato il tempo di leggerla la relazione.

Parole al vento. Persino il dato di fatto che gli immigrati rappresentano una componente essenziale dell'economia del territorio viene rovesciato con la paura dell'"esodo biblico". Manca, questo è il problema, un minimo di onestà intellettuale. Persino chi, lavorando ai margini del Consiglio, ha memoria delle legislature precedenti non può non scrollare la testa sconsolato.  Paghiamo in questo modo la crisi dei corpi intermedi, dei partiti come delle organizzazioni sociali. L'assenza di ambiti formativi e la riduzione della politica ad opportunità di affermazione personale. Da cui discende un'idea della politica come amplificatore degli umori della "locanda" o anche semplicemente di tutela corporativa del proprio elettorato piuttosto che del bene comune.

Così, un lavoro che avrebbe dovuto essere uno stimolo istituzionale per affrontare un tema di grande rilievo sociale, diventa un documento votato a maggioranza (17 voti a favore e 14 astenuti). 

Al voto sulle povertà segue una discussione sulla mozione Bombarda che chiede una revisione del piano rifiuti. Il prossimo 29 aprile è già convocata la Conferenza di verifica del Piano rifiuti che farà il punto sui risultati raggiunti sulla differenziata e su quali strumenti occorrono per smaltire ciò che rimane, aprendo la discussione sulle modalità più efficaci di smaltimento del residuo. Un'apertura, questa, sulle caratteristiche del trattamento che apre dunque a soluzioni tecnologiche nuove. E' l'effetto del bando andato deserto: quelli che hanno continuato a dire che di business si sarebbe trattato, di fronte ai vincoli posti dall'amministrazione comunale di Trento e al disinteresse dimostrato dalle aziende che di affari non ne intravedevano nemmeno l'ombra, dovrebbero ora ricredersi. Lo fa il consigliere della Lega Filippin, dimostrando in questa occasione almeno un po' di onestà intellettuale.

Continuo a pensare che l'unico soggetto che dovrebbe prendersi in carico la gestione dell'ultima fase dello smaltimento dovrebbe essere pubblico o a larga maggioranza pubblico, come nel caso di Dolomiti Energia. Considerandolo cioè un servizio pubblico. E questo a prescindere che l'"ultimo miglio" avvenga con la termovalorizzazione o con altre tecnologie.

Una volta tanto sul dispositivo concordato c'è l'unanimità. Non so se esserne soddisfatto o se preoccuparmi. Finisce il consiglio e vado a casa. Oltre a mettere su cena, devo trovare lo spazio per studiare la situazione trentina in ordine alle energie rinnovabili, il DDL proposto dall'UpT sull'energia, il rapporto fra risorse energetiche e guerre di cui parlerò nella conferenza del giorno successivo a Mattarello.

 

mercoledì, 6 aprile 2011asparagi di zambana

La giornata inizia con i lavori del Consiglio provinciale in un'aula dove fatico a riconoscermi e si conclude a Zambana, in un affollato incontro organizzato dal locale circolo del PD del Trentino. Due facce dell'impegno politico, fin troppo facile il sentirsi a proprio agio nell'incontro del tardo pomeriggio piuttosto che in un emiciclo abitato da una classe politica sempre più mediocre.

Ne ho una prova nel fare la verifica sulla disponibilità da parte dei consiglieri di aderire alla proposta che abbiamo lanciato come Forum di andare in viaggio di studio a Ventotene. Nel parlarne mi rendo conto di quanta ignoranza alberghi qui dentro. Non pretendo che conoscano il Manifesto per l'Europa federale, ma almeno sapere di che cosa stiamo parlando, questo lo pretenderei. Invece non è così e vi risparmio per pudore le battute che accompagnano la mia ricognizione.

Mi chiedo quanti dei presenti conoscano la genesi della Costituzione italiana, vista la retorica che accompagna il centocinquantenario...  Mi chiedo quanti dei miei "colleghi" sappiano dell'Europa, non pretendo delle geografie ma almeno delle istituzioni europee. Vorrei un giorno provare a sondare quanti di loro sanno da chi o che cosa prenda il nome il nostro vecchio continente. E di quali siano, nella leggerezza delle forme della politica, le modalità di promozione della classe dirigente della nostra autonomia.

Non parlo di questo per il rammarico rispetto alla non conoscenza di uno dei pensieri più interessanti (ed eretici) del movimento democratico e antifascista del Novecento come quello del federalismo italiano e di "Giustizia e Libertà". O comunque non solo. Ne parlo perché nella discussione che prende il via nel pomeriggio e che proseguirà l'indomani sull'indagine conoscitiva sulle povertà e l'esclusione sociale in Trentino viene fuori proprio il vuoto, tutta la demagogia e tutte le banalità  possibili, che davvero mi preoccupano.

Anche qui, non perché vi sia una diversa visione del mondo, magari fosse così, ma perché in assenza di un territorio condiviso il solco sta diventando profondo, l'anticamera della guerra civile. Ho peraltro l'impressione che nemmeno abbiano fatto lo sforzo di leggere la relazione accompagnatoria (non dico tutti i materiali raccolti nelle quasi cinquecento pagine di interviste agli operatori o alle realtà che lavorano sui temi dell'emarginazione e delle povertà), quasi temendo un tratto di analisi per quanto parziale ma almeno condivisa. E così, in un dibattito che dovrebbe esprimere un comune intento venendo da una Commissione che ha lavorato per qualche mese senza manifestare divergenze acute, viene riproposto il disco rotto di ogni discussione, quei quattro luoghi comuni sui quali la Lega cerca di cavalcare ogni lamentela, con un uso delle parole tanto improprio quanto violento.

Non mi va di descrivere la politica attraverso la denigrazione. Perché non voglio affatto alimentare l'antipolitica e perché quel che c'è in quest'aula altro non rappresenti che lo specchio, penso tutto sommato non peggiore, di quel che c'è nella nostra società. Ma dobbiamo essere consapevoli che questo è un macigno, la cui rimozione significa in primo luogo interrogarsi sulle forme di selezione delle candidature e forse ancor prima a che cosa sono ridotti i partiti.

E che, tutto sommato, il PD del Trentino ancora riesce a mantenere le caratteristiche di un corpo collettivo. Ne ho una riprova in serata quando, conclusi i lavori del Consiglio, con Alberto Pacher e Lorenzo Paris andiamo all'incontro di Zambana. Nel borgo della Valle dell'Adige ci accoglie una sala con almeno una trentina di persone. Non si tratta di un incontro pubblico ma ciò nonostante ne ricaviamo l'impressione di un tessuto sociale e politico ancora vivo, attento, esigente. Parliamo di inquinamento elettromagnetico, di biodigestori e di rifiuti, di barriere antirumore lungo la ferrovia: problemi reali che richiedono un approccio serio, non la rincorsa a chi si lamenta di più.

La presenza di un pezzo importante dell'amministrazione provinciale e il ruolo di chi come me può svolgere sul piano più strettamente politico ci permette di affrontare i nodi posti da altrettanti angoli visuali: ne esce un confronto serrato e positivo.

Si vorrebbe affrontare anche la questione acqua e referendum ma non c'è il tempo e allora propongo di dedicare al tema una o più serate da realizzare a Lavis e a Zambana, dopo quella già programmata a San Michele all'Adige.

Sì, credo che effettivamente il tessuto dei circoli rappresenti oggi la realtà più interessante e vivace di questo partito. Non per descrivere un corpo sano a fronte di una classe dirigente in difficoltà, schema che non funziona e che non mi convince da tempo. Ma per dare un senso al nostro lavoro, per ritrovare il bandolo di una trama sociale senza la quale  la politica non può che insterilirsi ulteriormente.

martedì, 5 aprile 2011fragilità del territorio

La terza commissione legislativa provinciale avvia la fase di ascolto attorno ai disegni di legge sulla riforma della protezione civile. E' una delle prerogative dell'autonomia trentina, un fiore all'occhiello che tutti ci invidiano, più significativamente uno dei tratti distintivi che fanno diverso il Trentino sul piano della partecipazione e della coesione sociale. Ne abbiamo già parlato in questo blog ma è bene non dimenticarlo: si tratta di un sistema che coinvolge non meno di undicimila persone che in maniera totalmente volontaria si fanno carico di servizi alla nostra (e non solo) comunità.

Ciò nonostante, stamane in molte delle audizioni il valore di tutto questo sembra passare in secondo piano per effetto di una contrapposizione fra servizio dei Vigili del Fuoco professionali e dei corpi volontari, una contrapposizione che qualcuno intende cavalcare per ricavarne qualche consenso. Ovviamente tutti a dire che è fondamentale il lavoro dei volontari, ma per poi in buona sostanza cercare di ostacolare l'iter della riforma tanto che qualcuno ipotizza già ora il ricorso all'ostruzionismo.

Che questo possa corrispondere al gioco delle parti sul piano delle forze politiche non mi piace molto ma ci sta. Che ad una logica simile (e in larga misura corporativa) si riducano le organizzazioni sindacali sembra fuori dal mondo, ma tant'è. Quasi che la riforma del sistema della protezione civile del Trentino potesse dipendere da veto del particolarismo. Ma, a pensarci bene, questo è uno dei tratti del nostro tempo. Potremmo dire la stessa cosa per i biodigestori, il cui piano di realizzazione è stato bloccato dal concorso del "non nel mio giardino" ed un trasversalismo politico alla ricerca di consenso. Oppure per la riforma della scuola od altro ancora. Dove la paura del nuovo (e la difesa di interessi consolidati) fanno sì che non ci si prenda la responsabilità di farsi carico di un contesto che impone sobrietà.

Questa prima parte del lavoro di consultazione si conclude in tarda mattinata con l'audizione dei VVFF volontari, in rappresentanza di settemila volontari (1200 dei quali allievi) riuniti in 239 compagnie territoriali. E' questa peculiarità di presidio del territorio a fare la differenza rispetto al resto d'Italia. Che poi ci sia qualcuno che ritenga utile avere anche su questa materia la dimensione nazionale come riferimento non può che far sorridere. Ma anche questa non è una novità, descrive come la cultura dell'autogoverno sia ancora lontana - nel pensiero come nelle pratiche - anche a sinistra.

Corro alla sala stampa della Provincia dove è previsto l'incontro con l'associazione Rondine di Arezzo. Si occupano di realizzare contesti di abbassamento del conflitto - attraverso l'ospitalità per periodi medio lunghi di tempo - di ragazzi provenienti da aree di conflitto acuto: hanno iniziato qualche anno fa con la Cecenia e poi, via via, hanno coinvolto giovani provenienti da altre realtà, dai Balcani alla Palestina. E di cultura della pace, tanto che in questi giorni sono in Trentino con un gruppo di trecento ragazzi provenienti da diverse regioni italiane per conoscere i luoghi simbolici della grande guerra.

All'incontro partecipa anche un ospite d'eccezione di passaggio in Trentino. Si tratta di Andres Tamayo, sacerdote e allievo di Mons. Romero, dissidente honduregno e recentemente insignito del Nobel dei popoli per l'ambiente. Dopo il golpe che ha posto fine alla presidenza democratica di Manuel Zelaya, è stato più volte minacciato di morte per il suo impegno dalla parte dei poveri e dei diritti umani fino a costringerlo all'esilio in Salvador. E' in Europa per un giro di conferenze sulla situazione del suo paese, scomparsa dalle cronache giornalistiche e dunque rientrata nel tragico silenzio della normalità. E' verso questo silenzio internazionale che si rivolge la denuncia di padre Tamayo, testimone di un presente ancora fortemente segnato dai poteri forti e dalle mafie. Andres Tamayo è una persona semplice, che pratica il messaggio evangelico dello stare là dove c'è la sofferenza, che ci parla di rivoluzione e di nonviolenza.

Un sopraluogo nei locali dove sorgerà il Cafe de la Paix (le cose procedono a rilento ma prima o poi ce la faremo) e poi ad incontrare Egidio Marchetti, un giovane studioso che collabora con Estro Teatro e che intende promuovere un progetto di valorizzazione dei forti e dei sentieri di guerra per costruire una memoria comune sulla guerra. La sua proposta mi sembra interessante, intrecciata com'è con la questione dell'elaborazione del conflitto e la necessità che gli esplicito di affrontare la guerra nella sua normalità. Perché fin quando non penseremo alla guerra come una pulsione ancestrale dell'uomo continueremo ad esorcizzarla piuttosto che saperla affrontare a viso aperto. Dell'idea che i luoghi simbolici della grande guerra si scrollino di dosso la polvere di una memoria diventata retorica ne parlerò anche il giorno successivo nella trattazione della "question time" sul Forte di Cadine.

L'ultimo appuntamento della giornata è quello con l'assessore Olivi, in una riunione della maggioranza che illustra il Disegno di Legge della Giunta sugli incentivi alle imprese. Chiedo quale sia l'idea forza della proposta, per sfuggire dalla "dittatura del PIL". Pongo inoltre tre questioni di fondo: la sintonia con le ultime due leggi finanziarie ed in particolare con il concetto di riqualificazione degli interventi coniugato con il tema del "fare meglio con meno"; il tema della condizionalità degli incentivi, ovvero la selettività delle imprese legando gli interventi di sostegno alle vocazioni territoriali, come tratto di sostenibilità; ed infine la questione del rapporto fra internazionalizzazione delle imprese e cooperazione internazionale. Dai quali possono discendere scelte precise in ordine alle reti territoriali, alle filiere corte, alla valorizzazione delle competenze ma anche delle rimesse degli immigrati. Trovo attenzione e vedremo pertanto come tradurre questi intenti in altrettante proposte di emendamento.

Mi chiama Ugo Morelli, oggi sul Corriere del Trentino è apparso un suo bell'intervento (che trovate in prima pagina) a proposito della proposta firmata anche dal senatore Cristano de Eccher di abolire il divieto costituzionale alla ricostituzione del partito fascista. Proposta vergognosa che si commenta da sola, ma rispetto alla quale sarebbe sbagliato fare spallucce. Conveniamo di parlarne, invece. La proposta non sembra trovare sostegno, nemmeno nel centrodestra. Ma il fatto stesso che si abbia il coraggio di farla ci racconta di un tempo che va smarrendo il comun denominatore di uno stato democratico nato dalla resistenza al nazifascismo.

 

lunedì, 4 aprile 2011albero nucleare

Il mese di aprile si preannuncia denso di cose interessanti. Le riassumo velocemente. Per quanto riguarda l'attività istituzionale, sarà più intenso il lavoro delle Commissioni alle prese con un numero considerevole di disegni di legge che non quello del Consiglio provinciale. In terza Commissione è già iniziato l'esame della legge sulla protezione civile (in realtà ben 7 DDL) e non sarà facile venirne a capo. Perché se alcune di queste sono fra loro compatibili, così non è affatto per le proposte che vengono dall'opposizione e quella, ancora in essere, presentata da Giovanni Kessler prima di rassegnare le sue dimissioni. Sempre in terza Commissione dovremmo iniziare questo mese l'iter per la proposta di legge sull'amianto.

Proprio in mattinata incontro i rappresentanti sindacali del settore edile di Cgil, Cisl e UIL per presentare loro in anteprima il testo del DDL e confrontarci sulla vulnerabilità dei lavoratori edili rispetto alla presenza di materiali contenenti amianto nella ristrutturazione degli edifici. Se infatti nella rimozione e bonifica delle coperture in eternit intervengono in genere ditte specializzate, non è così nei lavori interni laddove la possibilità di contatto con polveri contenenti fibre di amianto è molto elevata. Parliamo della necessità di un lavoro di formazione e di sensibilizzazione rispetto al pericolo nel trattare pavimenti, canne fumarie, locali caldaia, parti idrauliche dove l'uso di amianto era molto diffuso. Ci ringraziano per l'iniziativa e concordano con noi sul fatto che va fatto un attento lavoro di prevenzione, rivolto alle aziende come ai lavoratori. Rimaniamo a disposizione anche per una riunione dei loro direttivi, in modo da illustrare alla categoria i rischi connessi e le proposte contenute del Disegno di Legge.

Ma torniamo ad aprile. Un mese che potrebbe essere decisivo per quanto concerne la rivoluzione dei gelsomini e la crisi libica. Mi affascina l'idea di andare con l'amico Ali Rashid in Egitto ad incontrare i protagonisti della primavera araba e a fine mese in Palestina. Puntate di pochi giorni, s'intende, ma che vivo come l'aria che respiro, per ascoltare e cercare di capire quel che avviene in questo passaggio delicato ma straordinario per il futuro dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sta anche a noi offrire una sponda intelligente alla primavera ed è quel che cercheremo di fare come Forum per la Pace e i Diritti Umani, anche attraverso manifestazioni un po' particolari come la giornata di riflessione sul tema delle Palme nella settimana che precede la Pasqua. Avvicinare le culture, scovare gli intrecci, interrogare la storia: per renderci conto delle comune radici, possibile antidoto allo scontro di civiltà. L'opposto delle armi e degli affari con le oligarchie per accaparrarsi le risorse del nostro sviluppo e del loro impoverimento.

Sarà un mese importante anche per avvicinarsi ai referendum di giugno. Di fatto la campagna referendaria su acqua e nucleare è iniziata e numerose sono le iniziative in agenda sul territorio. Devo dire che i Circoli del PD del Trentino sembrano essere sensibili ai temi proposti. E fa davvero specie che il PD sul piano nazionale ancora esprima incertezze sul proprio orientamento, tanto che su uno dei due quesiti sull'acqua ancora non si esprime. La ragione è molto semplice: è il quesito sulla "giusta remunerazione" della presenza di imprenditori privati nella gestione dell'acqua, proposto nel 2006 dal centrosinistra nella logica della privatizzazione dei servizi. Eppure ci si dovrebbe interrogare sul perché abbiamo perso.

In serata si riunisce il Coordinamento del PD del Trentino, allargato al Gruppo consiliare e alla delegazione parlamentare e quell'incertezza si manifesta nelle posizioni dei due parlamentari presenti (Froner e Tonini). L'assemblea del PD del Trentino si è già espressa a favore e sostegno di entrambi i referendum sull'acqua, mentre sul nucleare sembrano esserci meno dubbi anche sul piano nazionale. Uso il condizionale, perché anche sul nucleare, scavando un po', il vecchio approccio "sviluppista" da qualche parte potrebbe saltar fuori. In ogni caso non c'è ancora nel PD a livello nazionale quella determinazione nel far proprio questo strumento come grimaldello per rimettere al centro dell'opposizione al governo Berlusconi i contenuti di un progetto sociale e politico diverso. Condizione indispensabile per raggiungere un quorum difficile ma non impossibile. Per chiudere definitivamente con il nucleare e per dire che con l'"acqua bene comune" non si può privatizzare il diritto alla vita.

La notizia che la Tepco, la società che gestisce le centrali nucleari di Fukushima, abbia deciso di sversare l'acqua contaminata nell'oceano fa rabbrividire il mondo intero. Quindicimila tonnellate di acqua radioattiva nell'oceano: questa è la democrazia del nucleare. La radioattività continua a crescere, la vita è impossibile in un arco di non meno di 40 km dalla centrale, il mare diventa la pattumiera di cesio e plutonio e ancora c'è qualcuno che sostiene questa strada. Quanto è ancora lungo il "secol superbo e sciocco"... In Trentino cercheremo di esserne protagonisti. E per il 26 di aprile, venticinquesimo anniversario del disastro di Chernobyl, stiamo organizzando come Forum un grande evento.

sabato, 2 aprile 2011gelsomini

Quello che accade nei paesi arabi in queste settimane è di straordinaria importanza, ne abbiamo parlato più volte in questo blog. Ogni paese è una storia a parte, ma si colgono i tratti comuni, come un vento irresistibile che cerca di spazzare via l'infelicità di cui parlava Samir Kassir, uno dei principali  protagonisti della primavera di Beirut, prima che un attentato nel 2005 gli togliesse la vita. Ma le sue parole riecheggiano in questi mesi, come se il suo testamento politico - "L'infelicità araba" (Einaudi, 2006) - restituisse la parola.

Un vento di primavera, un risorgimento arabo i cui tratti sono la nonviolenza, la laicità, la cultura, la comunicazione elettronica. Chi prova a fermarlo sono i regimi, sono i paesi occidentali in cerca di aree d'influenza (e di petrolio), sono i fondamentalismi. E' il Novecento, che cerca di far rientrare nei ranghi una storia inedita. Quel che avviene in Libia, che pure non riesce a fermare la primavera. Di questo parliamo nella riunione dell'associazione Mezzaluna fertile del Mediterraneo. Ci troviamo a Lasino con Ali Rashid e fra noi c'è una sintonia molto forte. E' questa chiave di lettura degli avvenimenti, è la curiosità verso questa nuova stagione, è il cambio di paradigma che rappresenta... a rendere oltremodo interessante quel che ci proponiamo di essere e di fare. Perché questa associazione è nata con l'appello apparso nel gennaio 2009 su "il Manifesto" a firma di Ali Rashid e Moni Ovadia durante l'assedio di Gaza. Un appello che parlava della necessità di darsi una diversa prospettiva rispetto a quella dei "due popoli per due stati".

Mezzaluna fertile è la "fertile crescent" come gli arabi chiamano quella regione. Non uno stato, ma una regione divisa all'inizio del secolo scorso dalle potenze coloniali in tanti stati governati da piccole oligarchie al servizio delle potenze coloniali. Fertile perché sia sotto il profilo della natura di queste terre, sia sotto quello della storia e della cultura che quella regione ha rappresentato nel suo essere la culla della civiltà Mediterranea. E, appunto "del Mediterraneo", perché la prospettiva alla quale guardare per una soluzione pacifica dei conflitti è proprio quella sovranazionale, nel superamento di quello scontro fra oriente e occidente che ancora suscita fantasmi.

Serve uno scarto di pensiero. E' proprio l'incapacità di leggere il tempo che alimenta l'intervento armato come se questa fosse l'unica soluzione possibile. Ed è la militarizzazione del conflitto che rischia di congelare il risveglio della cultura e del protagonismo di milioni di giovani.

Qui non c'è da schierarsi, qui occorre saper ascoltare, costruire ponti, aiutare una nuova generazione che ne ha piene le tasche delle gabbie ideologiche a prendere il destino nelle proprie mani. Ali mi propone di farlo andando per qualche giorno con lui al Cairo, a metà aprile. E' lo stesso messaggio che ci viene dai giovani di Gaza, un appello che inizia con queste parole «Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo Onu. Vaffanculo Unrwa. Vaffanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell'occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell'indifferenza della comunità internazionale!». Che esprime molto di più dell'evidente insofferenza e stanchezza verso un conflitto che ruba loro la vita.

Nemmeno le manifestazioni servono, se manca questa capacità di indicare un terreno diverso. Vorremmo provare a dare una risposta in dialogo con chi in questi giorni dice no alla guerra e anche con chi dice che bisognava comunque evitare il massacro.

Ci proponiamo di invitare in Italia Elias Khuri, il presidente della Samir Kassir Fundation, per un giro di incontri di presentazione dell'associazione e per parlare della "Primavera dei gelsomini". In Trentino, nell'ambito dell'iniziativa del Forum per la pace e i diritti umani sulla Cittadinanza Euromediterranea. In Italia in un giro di conferenze per coinvolgere le migliaia di persone che due anni fa firmarono l'appello Ovadia - Rashid. Non ci si vuole sovrapporre ad altre realtà di volontariato presenti sul territorio, semmai essere da stimolo culturale perché sul piano nazionale nasca una rete capace di essere per la pace e il futuro in un modo diverso da quello fin qui conosciuto.

Nelle stesse ore si svolge l'iniziativa "Argentario Day", duecentocinquanta persone al lavoro per rinsaldare legami di comunità e dare il proprio contributo per fare bello il proprio territorio. Una scommessa proposta dal presidente della Circoscrizione dell'Argentario Armando Stefani e che potrebbe fare scuola nel rapporto fra i cittadini, la pubblica amministrazione e il territorio. Il messaggio è forte e chiaro: di fronte alle difficoltà della finanza locale, tutti si possono rimboccare le maniche. E non solo in senso lato, come ci racconta Armando nella home page. Qualche buona idea e un po' di fantasia: anche così si costruisce una politica responsabile.