«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Così alle 10.00 mi vedo con il presidente del Consiglio regionale Marco De Paoli. Lo scopo è l'iniziativa che si sta preparando per metà ottobre in Palestina dal titolo "Il tempo della responsabilità" e che porterà a Gerusalemme qualche centinaio di persone, in rappresentanza di amministrazioni locali e associazioni, per mettere in campo altrettante relazioni fra territori, rilanciando una cooperazione oltre l'emergenza. Il mio intento come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani è di far sì che nella delegazione trentina che "Pace per Gerusalemme" sta organizzando vi siano anche cinque giovani che altrimenti non avrebbero i mezzi economici per potervi partecipare, facendo con loro un patto formativo e di restituzione nell'impegno verso le scuole e le loro comunità. Come altre volte, trovo in De Paoli un interlocutore sensibile. Sensibilità che avverto anche nelle parole che ci scambiamo sul confronto politico dell'estate, il che mi dice che se questa nostra maggioranza avesse luoghi adeguati di confronto potrebbe anche svolgere un ruolo di stimolo e di confronto positivo che oggi fatica ad avere.
Alle 11.15 ho appuntamento a Levico, nei pressi del lido, con Graziano Costa. Arrivo qualche minuto prima e mi accorgo che non frequento quel posto da una vita. Sarà perché c'è pochissima gente ma ho l'impressione che il contesto ambientale sia notevolmente migliorato e che venirci in qualche pomeriggio afoso non sarebbe affatto male. Con Graziano ci conosciamo dal 1978. Era la prima vera campagna elettorale provinciale a cui partecipavamo e con Graziano battemmo paesino per paesino la Bassa Valsugana e il Tesino. Memorabile, per il risultato che ottenemmo contro ogni previsione e per i legami di amicizia che si strinsero fra noi. Eravamo poco più che ventenni. Sono passati trent'anni, qualche capello bianco e un po' di disincanto, ma lo sguardo critico e l'ironia sono quelli di sempre. E conversare con lui lungo il lago è davvero piacevole. Mi consegna le firme raccolte per la candidatura di Roberto e ritorno a Trento.
In ufficio preparo gli incontri del pomeriggio. Alle 15.00 abbiamo la prima riunione del Gruppo consiliare dopo le ferie. Ci sarebbero molte cose di cui discutere, sul piano del dibattito politico come sulla programmazione delle attività, ma non sarà così. Non resta che prendere atto che il gruppo consiliare non è ancora un collettivo politico, bensì una serie di individualità ciascuna delle quali fa le sue cose come se rispondesse al proprio elettorato. E' un vuoto disarmante, che certo non nascondo nel mio intervento, riproponendo una giornata di lavoro nella quale provare a definire un profilo politico che in questi primi nove mesi di legislatura non c'è stato.
Le ragioni di questa situazione sono molteplici. I componenti del gruppo sono (compresi gli assessori) dieci persone che hanno ciascuna storie molto diverse fra loro, idee ma anche modalità di fare politica. Le dinamiche che hanno segnato l'inizio dell'attività del Gruppo sono avvenute più all'insegna del posizionamento, seguendo dinamiche di appartenenza tutt'altro che superate, piuttosto che sulla base di un programma da declinare in iniziative istituzionali e della valorizzazione delle competenze e dell'esperienza delle persone elette. Il partito di riferimento non è messo molto meglio, per un anno non si è fatto altro che discutere di regole, lasciando i contenuti appannaggio di qualche sparuto gruppo di lavoro considerato un po' naïf. Trovandosi così, nei fatti, senza un gruppo dirigente all'altezza del mandato ricevuto dagli elettori, ovvero quello di essere il primo partito del Trentino.
La proposta di darci una giornata di lavoro per rimettere in carreggiata un lavoro collettivo del gruppo viene accettata, come del resto era già avvenuto altre volte, ma temo che non sia sufficiente. Credo che forse dovremo darci altre modalità. E che se non avremo un autorevole soggetto politico di riferimento non andremo molto lontani.
Alle 16.30 vado al Forum per la Pace dove ci vediamo con Erica Mondini e con lo staff. E' il primo momento di restituzione dopo i cinque focus tematici realizzati durante l'estate. Un lavoro egregio, che non avrei immaginato saremmo riusciti a fare già nel corso dei mesi estivi e che ha prodotto un sacco di appunti e di idee. Metterle a fuoco, definire a partire da queste il programma di lavoro del Forum, sarà l'obiettivo dei prossimi incontri. Ma intanto iniziamo a selezionare modalità ed argomenti, parole chiave ed obiettivi. E' un primo confronto, sul quale dovremmo ritornare, ma vedo nei miei interlocutori reazioni positive agli stimoli proposti. Da qui al 18 settembre, quando è convocato il Consiglio del Forum, e per fine mese, quando avremo l'assemblea del Forum, dovremo delineare l'impronta culturale e politica che pure inizia a prendere corpo. Ma sin d'ora una cosa è chiara: la cultura della pace deve rompere gli steccati del pacifismo. L'iniziativa rivolta ai Sindaci trentini per evitare l'applicazione delle "pacchetto sicurezza" e "ronde" connesse ha avuto una grande efficacia perché ha saputo fare esattamente questo, coinvolgendo il Consorzio dei Comuni trentini e la Trentini nel mondo nel respingere il tentativo di imbarbarimento delle relazioni sociali.
Conclusa questa parte, ci incontriamo con il Comitato per la Pace in Medio Oriente, organismo che si è costituito sull'onda dell'emozione dell'assedio di Gaza e al quale hanno aderito numerose realtà. L'interrogativo che l'incontro si pone è come riuscire a mettere in relazione l'attività del Comitato con l'azione delle singole realtà che vi aderiscono. La scelta, che verrà proposta all'assemblea, di metà settembre, è quella di un coordinamento leggero, di stimolo e di promozione di quel che si muove, incardinato sul Forum e dotato di un website e di una mailing list per far circolare idee, proposte, iniziative e documentazione, avvalendosi degli strumenti e dei finanziamenti previsti per il Comitato dalla mozione approvata in Consiglio provinciale.
Si parla infine del viaggio in Palestina di metà ottobre (oggetto del colloquio con De Paoli in mattinata), esattamente dall'8 al 15 ottobre (le iscrizioni sono aperte, il costo di partecipazione circa 1.000 euro, tutto compreso). Del programma e di quel che si andrà a fare ne parleremo nelle prossime puntate.
Intanto si è fatto sera. Mi chiama Nino per invitarmi ad un incontro ad Arco, ma ormai è tardi e ci mettiamo d'accordo di vederci l'indomani. Mi chiama Luciana per dirmi che le firme sono state presentate ed è tutto a posto. Le candidature alla segreteria del PD del Trentino sono quattro, come previsto, ed ora ci auguriamo tutti un buon dibattito congressuale.
Così il quadro, salvo imprevisti dell'ultima ora, dovrebbe essere chiaro. I candidati alla segreteria del PD del Trentino sono quattro: Michele Nicoletti (professore universitario, sostenuto da Gianni Kessler), Roberto Pinter (già vicepresidente della PAT, che ha raccolto un consenso trasversale), Giorgio Tonini (senatore ed espressione della mozione Franceschini) e Renato Veronesi (espressione della mozione Bersani). Mi scuso sin d'ora per la semplificazione, perché in realtà ciascun candidato è questo ed altro, le quattro candidature percorrono storie e sensibilità politiche non riconducibili alle aree che hanno dato vita al PD del Trentino. Solo due candidati su quattro si richiamano alle dinamiche congressuali nazionali e questo è un bene.
Ed è un bene che la dialettica si sviluppi in maniera articolata, per cui ritengo che queste candidature possano garantire un adeguato confronto sui contenuti progettuali per il Trentino e sul governo provinciale, sull'identità politico culturale del PD del Trentino, sulla forma partito e sul rapporto con il partito nazionale.
Le regole congressuali prevedono il deposito di almeno 80 firme a sostegno di ciascuna candidatura con almeno dieci adesioni da ognuno dei quattro collegi elettorali. E i sottoscrittori devono essere iscritti al PD del Trentino. Non è un grande lavoro, ma nemmeno così scontato visto che la raccolta avviene nelle ultime ore.
Fino all'ultimo infatti erano (e sono) possibili scomposizioni e ricomposizioni. Difficile ad esempio comprendere come persone e storie collettive che si richiamano alla sinistra e alle sensibilità sociali possano riconoscersi nella candidatura di Veronesi, ma i congressi mettono in conto anche contorsionismi tattici talvolta incomprensibili.
Anch'io do una mano a Roberto Pinter nella raccolta delle adesioni. C'è una storia politica affine, c'è un richiamo ad un processo di cambiamento che non si esaurisce nel rispetto delle regole ma che richiede forte attenzione alle condizioni sociali dei soggetti più deboli, c'è un approccio e una comune sensibilità sui temi della pace e dei diritti, c'è una scelta che è anche la mia di non schierarsi per alcuna delle mozioni politiche nazionali, c'è l'idea comune che il processo politico che ha portato alla formazione del PD del Trentino non debba considerarsi esaustivo di una sperimentazione politica che vorremmo più aperta e sensibile alle istanze territoriali.
E' un susseguirsi di telefonate e di contatti, come è normale che sia. Fermo restando che da domani vorrei tanto che fossero i contenuti a dare il segno di un partito vivace e creativo. Avrebbe già dovuto essere così, in modo che le candidature potessero delineare le idee piuttosto che le vecchie appartenenze o l'adesione ad uno schema congressuale nazionale che in Trentino appare superato, ma c'è tutto il tempo per rimediare.
Il diario di giovedì e venerdì non ha da segnalare attività significative. Ultimi giorni di agosto, un caldo afoso, gli amici che ti vengono a trovare e che hai voglia di coccolare come si conviene nella nostra casa sempre aperta e che ha sempre qualcosa da offrire.
Una cosa da segnalare, per la verità, c'è ed è l'intervista di Lorenzo Dellai su "L'Espresso" dal titolo "Servono nuovi compagni di strada". Ho deciso di dedicargli l'editoriale che vi propongo nella prima pagina.
Ali è stato per molti anni, e talvolta lo è ancora oggi nonostante non abbia più incarichi ufficiali, il rappresentante del popolo palestinese in Italia. Vive in Italia dal 1974, da quando fuggì da Beirut dopo il "settembre nero". Come studente in medicina a Perugia, poi come membro dello staff della rappresentanza palestinese in Italia, poi come vice ambasciatore dell'Autorità nazionale.
Persona di rara intelligenza e sensibilità, ma anche segnato dalla tragedia della sua gente. Un giorno mi confidò di essere uno dei pochi sopravvissuti dei militanti della sua generazione, falcidiati dalle vicende della vita e dalle operazioni del Mossad. Che alla causa palestinese ha dato tutta la sua esistenza, ricevendo anche molto, senza dubbio, nell'essere riconosciuto come simbolo della lotta di quel popolo. Ma anche, come del resto la sua gente, vivendo sempre nella precarietà. La vita si sovrappone a ciò che rappresenti ed è difficile stabilire il confine fra la tua dimensione personale e famigliare e quella ufficiale, rendendo tutto complicato nella gestione dei tuoi spazi di vita, negli affetti, nella programmazione del futuro. Persino il matrimonio di Ali con Cristina e la loro piccola Aida Clara che assisteva incuriosita al matrimonio dei genitori fu una manifestazione pubblica.
Sono anni che, seppure a distanza, rimane aperto fra noi un fertile confronto che ha contribuito ad alimentare posizioni innovative anche fra la sua gente e nel mondo della diaspora palestinese, proponendo la cultura invece delle pietre, aprendo lo sguardo sui temi della nonviolenza.
Nella penultima legislatura Fausto Bertinotti gli chiese di candidare per Rifondazione comunista. Ali mi telefonò per chiedermi cosa ne pensassi, capii che aveva già deciso e gli dissi "perché no?" purché avesse mantenuto un suo spazio indipendente, di dialogo aperto con tutti, quasi a proporsi come rappresentante non di un partito ma di un altro popolo, il suo, nel Parlamento italiano. Era per lui una scelta di vita, voleva dire interrompere una carriera diplomatica per quanto precaria, come precario del resto è uno Stato che non c'è. Ali venne eletto, ma non seguì il mio consiglio, perché "essere parte" era più forte di lui, indicava in fondo la sua onestà intellettuale.
Fu quella la legislatura più corta della Repubblica, tanti propositi svaniti nel nulla e neppure uno straccio di pensione maturata. Il resto è storia recente: un accordo elettorale come quello della sinistra arcobaleno che non corrisponde allo scontro politico che si gioca nel paese, una piccola nomenclatura che protegge se stessa, un quorum che non c'è.
La politica sa essere cinica e cattiva come poche altre cose. Le relazioni, quelle buone ed intense, rimangono, così come le sensibilità e le affinità culturali. E così Ali di tanto in tanto viene qui, in Trentino, a prendere una boccata d'ossigeno rispetto all'aria stagnante della capitale o di Orvieto, città che pure gli ha dato la cittadinanza ma forse troppo vicina a Roma per esprimere qualcosa di diverso. Tant'è che alle ultime elezioni comunali è accaduto l'impensabile, ovvero che il centrodestra abbia potuto vincere le elezioni là dove un tempo il PCI da solo prendeva oltre l'80% dei suffragi.
Non che la politica qui sia in fondo tutt'altra cosa, ma l'autonomia da un lato ed una storia di fatta di sperimentazione originale dall'altro hanno fatto sì che i processi sociali e culturali che abbiamo tristemente conosciuto sul piano nazionale venissero almeno attenuati.
Originalità che si vorrebbe preservare per la politica trentina ed anche quale tratto distintivo del PD del Trentino: di questo si parla nella serie di incontri che caratterizzano la giornata.
Con Armando e Fabio mettiamo a punto la proposta "Politica è responsabilità" che nei prossimi giorni presenteremo pubblicamente: l'appello, le proposte, i firmatari, il tutto decisamente trasversale all'area del centro sinistra autonomista per mettere a disposizione luoghi e modalità di confronto e di circolazione delle buone idee.
Con Roberto Pinter cerchiamo invece di capire quel che accade sul piano delle candidature alla segreteria del PD del Trentino. A prescindere da quale sarà l'esito congressuale, l'importante è che si avvii una discussione vera e profonda, perché è di questo che la politica e il partito hanno bisogno. Cioè di contenuti che vadano oltre il rispetto delle regole del vivere civile e della legalità. Perché il Trentino richiede idee e progettualità per il futuro in connessione con una dimensione globale che a sua volta richiede capacità di sguardo e di pensiero.
Non è chiaro ancora se le candidature annunciate (Molinari, Nicoletti, Pinter e Tonini) saranno confermate o meno, se ci saranno convergenze o azzeramenti e nuove candidature dell'ultimo momento. Purché il confronto ed il dibattito congressuale del PD del Trentino non siano la fotocopia del dibattito nazionale. Intanto però tutti stanno raccogliendo le firme necessarie per le candidature ed è bene che anche Roberto lo faccia.
Nel pomeriggio arriva anche Rino, amico di Milano. Ci lega un'amicizia nata ai tempi di DP nazionale e coltivata nel corso degli anni, accanto alla passione per i porcini, tanto che ora ha coronato il sogno di avere un casolare in Valle dei Mocheni.
Alle 19.00 sono a prendere Ali in stazione. Si aspetta una cenetta come si conviene a casa e invece questa volta si va fuori, tutti insieme, a Canezza di Pergine. Una bella serata, ma la cena sarà un po' al di sotto delle aspettative.
Alle 8.00 ho appuntamento al Valcanover di Pergine con Bruno Dorigatti, compagno di gruppo, e Paolo Burli, segretario della Cgil del Trentino, per raggiungere insieme Auronzo. Il viaggio è piacevole ed anche la conversazione che spazia dai temi del sindacato a quelli più strettamente politici. Passiamo da Feltre, poi Belluno e da lì verso il Cadore. Passiamo da Longarone e della tragedia del lontano 9 ottobre 1963 si scorgono solo il cimitero e, nella stretta valle che sovrasta il paese, il muro della diga del Vajont. Da ragazzino ero venuto a Longarone con i miei genitori a vedere i luoghi devastati dall'enorme massa d'acqua che aveva travolto ogni cosa ed ho un ricordo nitido del deserto di fango che aveva colpevolmente spezzato migliaia di vite. Già allora la natura si ribellava al delirio fabbricato che in nome del profitto non si dava alcun limite. Ed ancora oggi la cultura del limite fatica a diventare orizzonte nell'azione dei governi.
Sarà questo il richiamo più forte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo intervento ad Auronzo. I giornali e le televisioni parleranno del richiamo all'unità del paese e del suo patrimonio, dalle Eolie alle Dolomiti (gli unici due siti naturali fra i quarantaquattro riconosciuti in Italia dall'Unesco come patrimonio dell'Umanità), come al solito rincorrendo lo spettacolo indecente di una politica rissosa e provinciale. Ma Napolitano parla di un paese ferito nel suo rapporto con il patrimonio ambientale (è di questi giorni lo sversamento di liquami tossici nella "grotta azzurra" di capri e della quale Roberto Murolo ci ha in-cantato) e nel far questo rompe la retorica un po' stucchevole della ministra Prestigiacomo.
Il richiamo al concetto di limite è anche nei discorsi di Durnwalder e Dellai nel loro forte appello alla responsabilità che un riconoscimento come quello dell'Unesco ci affida, il primo facendo riferimento alle diversità che le Dolomiti accomunano, il secondo al duro lavoro di chi le Dolomiti le vive nei pascoli di montagna, nella coltivazione dei boschi e nelle attività umane che ne derivano.
Niente di scontato, tant'è vero che quando il presidente dell'Alto Adige - Süd Tirol, dice due parole nella sua lingua madre il pubblico comincia a rumoreggiare. A testimonianza di come le frontiere siano ancora ben salde al loro posto, quelle materiali e quelle immateriali.
La manifestazione si svolge in maniera sobria e alle 13.00 è tutto finito. La giornata è splendida e decidiamo di non rinchiuderci nello spazio riservato al buffet. Anziché ritornare sui nostri passi, preferiamo continuare verso nord, in direzione del lago di Misurina e di Dobbiaco, rientrando dalla Val Pusteria, verso Bressanone. Ci lasciamo alle spalle i luoghi turistici ancora zeppi di gente e di automobili, testimoni di un turismo che esporta i difetti di una vita quotidiana alla quale non si rinuncia nemmeno in prossimità di luoghi dalla bellezza mozzafiato. E del resto anche la nostra frenesia non è in fondo molto diversa. Così intorno alle 17.00, fatto il giro delle Dolomiti, siamo di nuovo nei pressi del lago di Caldonazzo dove al mattino avevo raccolto i miei compagni di viaggio.
Impareremo a considerare l'ambiente in cui viviamo ed ogni essere vivente come "patrimonio dell'umanità"?
E' così che buona parte della mattinata se ne va nel leggere la posta, rispondere alle cose più urgenti, sfogliare i giornali di una settimana. Nonostante sia pieno agosto, il confronto sulla stampa locale è intenso, e finalmente iniziano ad arrivare i documenti per le candidature al congresso del PD del Trentino. Aggiorno il sito e se ne va un altro pezzo del mattino. Provo a capire come butta nei prossimi giorni, cercando di tenere un po' di spazio per non rientrare subito nel vortice dell'attività, ma non è facile. Cominciano le telefonate. Dall'ufficio del Gruppo mi ricordano che domani c'è ad Auronzo di Cadore la manifestazione per il riconoscimento da parte dell'Unesco delle Dolomiti quale patrimonio dell'umanità. Mercoledì è già carico di riunioni. Giovedì sera l'Assemblea del PD del Trentino, poco prima il focus del PD sulla scuola. E' questa la settimana decisiva per le candidature alla segreteria del PD del Trentino e ancora è tutto incerto, il che lascia presagire che se ne dovrà parlare. In questa settimana mi sono ripromesso di scrivere un contributo al dibattito congressuale nazionale del PD. E, sempre questa settimana, devo preparare una sintesi degli incontri tematici del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Niente male.
Di fronte all'ingorgo, prevale la saggezza. Decido così che il pomeriggio è dedicato a fare un giro nel bosco per vedere se davvero come si dice c'è poco o niente. Stasera ci sono a cena Angioletta e Nino ed il proposito sarebbe quello di preparare polenta e funghi. Sarà così.
Mancavo da un paio d'anni da questo paese e avevo voglia di comprendere di persona come stava cambiando. E capire fin dove era arrivato questo contrasto. Le città dove si costruiscono palazzi avveniristici e i villaggi dove non c'è nemmeno l'acqua in casa. Le multinazionali che hanno delocalizzato le loro attività in aziende blindate dove chi lavora non ha alcun diritto e i carretti trainati da cavalli che percorrono gran parte del paese. I centri commerciali che crescono come i funghi, ovunque, trasformando le periferie delle città in "non luoghi" e i piccoli negozietti aperti "24 ore non stop" dove fatichi a trovare prodotti che non siano le peggiori cose della globalizzazione, i casinò che hanno preso il posto dei vecchi caffè di Bucarest e la vecchietta che all'entrata chiede come schernendosi l'elemosina.
Ma il contrasto, a ben guardare, è solo apparente. Nel vissuto delle persone, il post comunismo è esattamente questo. Il gettarsi mani e piedi, senza il minimo spirito critico, nell'ultra capitalismo. Perché in questo paese tutto è lecito in nome del denaro. Difficile cogliere, almeno nei pochi giorni di osservazione, anticorpi culturali in grado di mettere almeno un freno a tutto ciò. Nemmeno la religione riesce in questo, che pure sembra rappresentare l'unico ambito aggregativo in un mondo dove l'individualismo fa da padrone assoluto. E dove l'ateismo di stato ha lasciato campo libero a fenomeni come la superstizione di massa.
Se cercate l'eterogenesi dei fini, qui non avrete problemi...
Contrasto apparente, dicevo. Lungo la principale via di comunicazione verso Bucarest, strada trafficata da camion e automobili come in ogni altra parte d'Europa, una gomma del nostro pulmino si sgonfia. Cambiarla è un problema se i mezzi sono vecchiotti ed un bullone non ne vuol sapere di svitarsi. E allora mentre Giorgio cerca un "vulcanizer" noi ci fermiamo in un piccolo market lungo la strada. E' un immergersi in questo contrasto. La signora che gestisce il piccolo market parla l'italiano perché ha fatto per qualche mese la badante in Sicilia, poi il matrimonio e i figli l'hanno fatta rientrare e così ha messo su questa attività. Vorremmo mangiare qualcosa: pane, formaggio, un pezzo di carne affumicata e qualche mela sono le uniche cose locali in un delirio fatto di plastica. Mentre siamo seduti nei tavolini esterni, dei ragazzi litigano pesantemente fra loro. Non c'è grazia nei loro comportamenti di maschi volgari e violenti. Ma all'improvviso arriva una limousine bianca che sembra uscita da un film americano degli anni trenta. Contrariamente a quel che uno si aspetta, scende un ragazzo poi non molto diverso da quelli che stanno litigando, e tutto si quieta. E' il capetto e tutti lì a mostrare il proprio ossequio.
Questa è l'umanità che viene.
Non è tutto così, sia chiaro. Le persone che abbiamo incontrato nel nostro viaggio hanno anche il sorriso aperto e gentile della nipote della signora Rodika che in costume moldavo di offre come benvenuto il pane con il sale della tradizione ortodossa locale, la forza della signora Maria rimasta sola con un figlio a 29 anni dopo che suo marito è stato sbranato da un orso e che manda avanti con attenzione e garbo l'azienda agrituristica dove siamo ospiti, l'armonia delle monache che coltivano i fiori coloratissimi del monastero di Agapia o di Humor. Ma quel che ha lasciato il comunismo dietro di sé è il peggio del peggio. E lungo tutto il viaggio mi chiedo come potranno (potremo) uscirne.
L'Europa potrebbe rappresentare un ancora di salvezza. Ma l'Europa non c'è e quella che qui si vede dopo l'allargamento a 27 non è certo un vincolo di civiltà sociale e giuridica. Credo comunque che quella possa essere una strada, ma richiede la crescita di una cultura capace di coniugare amore per il territorio e responsabilità globale.
Già, il nostro dibattito politico fatica ad accorgersene.
Enzo, Gabriella, Giuliana, Gloria, Iva, Manuela, Pasquale sono persone squisite ed il viaggio risulta davvero piacevole. Non avrebbero immaginato una natura tanto bella e quel che si portano a casa richiede di essere metabolizzato. Così ci incontreremo a breve.
Il richiamo alle cose di qui durante la settimana avveniva di tanto in tanto con qualche telefonata e messaggio, ma niente di particolare. E' il rientro a Trento che mi re-immerge in un dibattito politico che non si accorge del mondo e che mi appare più virtuale che reale. Vorrei una politica capace di ridurre questa distanza, che sappia affrontare il tempo con uno sguardo strabico, insieme locale e globale.
Dedicherò la settimana entrante a scrivere di questo. E a cercare di ricondurre il congresso del PD del Trentino alle idee piuttosto che alle logiche di potere (o di vecchie appartenenze) che sembrano prevalere.
Due giorni nei quali mi sono dedicato alla lettura integrale delle mozioni congressuali nazionali del PD (che peraltro potete trovare su questo sito). Non si tratta di tesi congressuali vere e proprie - nella mia lunga storia politica ho avuto a che fare con ben più impegnativi documenti - ma di mozioni politico programmatiche, quasi a voler riprodurre in piccolo le famose 284 cartelle di Romano Prodi. Insomma, più o meno una quindicina di cartelle per ciascun documento ad indicare una serie di idee per l'Italia, non poi molto diverse fra loro (anche se sappiamo che dietro ciascuna mozione ci sono modi diversi di intendere le alleanze e la forma-partito).
Nasce qui una prima domanda. Siamo sicuri che il problema del PD non sia a monte, ovvero della necessità di indagare sul presente, su quel che è accaduto nel bene e nel male nel corso del Novecento e su quel che il secolo lungobreve ci ha lasciato? E dunque sugli strumenti interpretativi e su quel bisogno di sintesi di culture più volte evocato e mai realizzato? Di questo, nelle mozioni congressuali, non c'è quasi traccia.
Della crisi dell'economia globale e delle sue ragioni profonde, del neoliberismo e della fine dell'umanesimo evocata attraverso lo "scontro di civiltà" non si dice praticamente nulla, quasi che l'avvento al potere negli USA di Obama avesse tolto tutti dall'imbarazzo e che un ventennio di guerre e di delirio finanziario fossero scomparsi come d'incanto.
Per la cronaca, vorrei ricordare che quest'anno decorre il triste decennale dell'intervento armato della Nato (e con essa dell'Italia) in Kosovo e in Serbia che vide protagonista l'allora premier Massimo D'Alema. Un cenno di ripensamento? Sull'Afghanistan, oggi l'Occidente è impantanato come lo fu a suo tempo l'Unione Sovietica... Un ripensamento? Dovrà proporlo Obama? O Bossi, che pure ha imposto il tema del progressivo disimpegno nell'agenda politica del governo italiano?
Sulla crisi che ha sconquassato l'economia e la finanza globale solo poche righe dando per scontata la natura di quel che è accaduto, rimuovendo il fatto che solo un anno fa la critica ai processi di finanziarizzazione dell'economia non aveva anche nelle nostre stanze granché cittadinanza. Senza neanche accorgersi che passata la bufera tutto sta tornando come prima. Un prima che non dà scampo, perché dove la finanza muove una massa dieci volte superiore a quel che si produce, non c'è né democrazia, né giustizia, né libertà.
Altro nodo di fondo, la crisi ambientale. Se da un lato si riconosce il tema del "limite", non appare in alcuno dei documenti presentati un approccio diverso da quello trito e ritrito dello sviluppo sostenibile. Nell'assenza di un ripensamento sul concetto stesso di crescita, lo sviluppo sostenibile diviene una parola vuota, piegabile in ogni direzione. Tant'è vero che la stessa scelta del ritorno al nucleare non ha sortito, nei documenti come nell'azione politica, la dovuta opposizione. Ma anche su questo, si sa, nel PD le posizioni sono molto diverse.
Si potrebbe continuare, ma non è certo questo diario la sede per una riflessione politica alla quale peraltro sto lavorando. Quel che proprio non emerge nelle proposte congressuali è il nostro tempo nella sua dimensione "glocale", interdipendente, nel quale si scompongono i tradizionali riferimenti, primo fra tutti quello "nazionale". E così anche il richiamo all'Europa appare alla fine molto rituale. Nel senso che non esce un profilo europeo del PD, né nella proposta programmatica, né tanto meno nel suo funzionamento istituzionale. Manca infatti lo snodo centrale: il federalismo. Perché il progetto politico europeo, o è federalista o non è. E', quella europea, una proposta "post nazionale" che si fonda sulla progressiva cessione di sovranità verso l'alto (dagli Stati all'Unione) e verso il basso (le Euroregioni) che non coincidono se non casualmente con l'attuale configurazione statuale.
Ma l'Europa è in crisi profonda. Tant'è vero che gli elettori non sono andati nemmeno a votare per il Parlamento europeo, che non c'è ancora una Costituzione europea, che il processo di allargamento è sostanzialmente fermo per il veto di molti paesi, che vecchie istituzioni come il Consiglio d'Europa o il Congresso dei Poteri Locali e Regionali sono alla frutta, ma soprattutto che manca, fra i cittadini come nelle loro rappresentanze politiche, un "pensare europeo". E che al contrario le nostre società si chiudono a riccio a difesa di quel che hanno e che vivono come un privilegio da difendere. Le paure sono ben più prosaiche e meno irrazionali di quel che in genere si pensa.
E' in questo contesto che ho avvertito come un grande vuoto l'assenza di analisi sulla modernità del fenomeno "Lega", da tutti gli osservatori riconosciuta ormai come il vero soggetto pensante nella coalizione berlusconiana, quello che meglio di ogni altro riesce ad interpretare il presente, "il rancore che diventa progetto politico", il partito che sa dettare l'agenda politica del governo.
Scrivo questi ed altri appunti per il diario, e nel farlo mi chiedo se saprà il PD mettere in campo e valorizzare le energie umane ed intellettuali per diventare un luogo di pensiero, senza il quale l'azione politica continuerà a macinare acqua come è stato nel corso di questi mesi.
Una risposta l'avremo a cominciare dal dibattito congressuale dei prossimi mesi. Certo è che se il buongiorno si vede dal mattino...
E riguardano processi di polarizzazione del dibattito locale sulla dimensione nazionale del PD. Esattamente il contrario di quello che sarebbe stato auspicabile per un congresso trentino davvero fondativo. Ovvero non più legato alle precedenti appartenenze associative o di partito, ma in grado di sparigliare a partire dalla condivisione di un progetto per il Trentino ed insieme europeo, assumendo questa dimensione come chiave per abitare i profondi processi di trasformazione del nostro tempo, e di un rapporto federativo reale come dovrebbe essere quello fra soggetti autonomi che decidono di federarsi e dunque di un rapporto con la dimensione nazionale non più verticale ma orizzontale e senza alcuna gerarchia. Costruendo nel far questo nuove sintesi di pensiero.
E invece no. Le candidature devono rifarsi alla dimensione nazionale, quasi a dover mettere delle bandierine sullo scacchiere del controllo del partito nelle sue dimensioni regionali. Non c'è scritto da nessuna parte, tanto per capirci, ma questo è ciò che sta prendendo corpo a partire dalla proposta di candidatura di Giorgio Tonini in rappresentanza della componente della mozione che fa capo al segretario nazionale Franceschini. La reazione (nelle parole di Bruno Dorigatti) appare uguale e contraria per quanto riguarda la mozione Bersani.
Ho scelto di non schierarmi con alcuna mozione nazionale non per equidistanza, o perché non colga la progettualità politica almeno in parte alternativa che esprimono, ma perché eludono il nodo che personalmente mi sta più a cuore: l'approccio europeo e federalista.
Sullo sfondo c'è poi il rapporto con una potenziale area moderata che non si riconosce nel berlusconismo. Se cioè quest'area possa collocarsi direttamente nel PD oppure se richiede uno spazio non riconducibile al PD. E' in fondo la proposta del nostro presidente Dellai di dar vita sul territorio nazionale e euroregionale ad un nuovo soggetto politico moderato e fortemente legato al territorio, strettamente legato al centro sinistra.
Franceschini aveva detto nei giorni scorsi da Pinzolo che la prospettiva "dellaiana" non aveva senso, che nella sintesi culturale e politica del PD c'era lo spazio anche per questa ipotesi e che non avrebbe regalato questa rappresentanza ad altri. Come a dire che il PD è il partito dell'alternanza maggioritaria oppure non è. Una strada che si è già rivelata perdente, tant'è vero che se in Trentino si è vinto è stato proprio grazie al prendere corpo accanto al PD di un soggetto rappresentativo di un'area di centro ma distante dalla destra berlusconiana e dal leghismo.
Questo non significa affatto riconoscersi nella mozione Bersani che invece sembra ricostruire il quadro politico che fu dell'Unione, di un'alleanza fra soggettività diverse ma tendenzialmente sempre uguali a se stesse: la sinistra riformista, il centro democratico popolare, l'ambientalismo e così via.
A me pare che il problema posto da Dellai sia ineludibile. E questo senza nulla togliere alla scommessa originaria del PD, ovvero quello di costruire una nuova sintesi, a partire dalle culture democratiche che hanno attraversato il Novecento. Ma questo non avviene per incanto, occorre un percorso fatto di punti successivi di approdo lungo una difficile traversata.
In Trentino, proprio per essere stato in questi anni laboratorio di sperimentazione originale, ricondurre a forza il confronto congressuale nell'alveo del dibattito nazionale sarebbe la cosa peggiore che possiamo fare. Anche se lo si smentisce, il rischio è proprio questo.
Sono le 8.28 del mattino e Roberto Pinter mi scrive: "Peggio di così...". La sua candidatura potrebbe rappresentare istanze riconducibili a sensibilità presenti nelle varie mozioni nazionali, andando oltre ed indicando una prospettiva di confronto rigoroso e mai parolaio (come è avvenuto nella scorsa legislatura, alternando durezza nei toni e subalternità nei fatti) con il Governo provinciale. Si scontano muri ancora da abbattere e pregiudizi. E anche qualche rendita di potere. Una storia politica che si fatica a riconoscere nella sua originalità e che Alessandro Andreatta definisce su L'Adige "birichina" (se capisco quel che vuol dire, è un giudizio politico da respingere al mittente), ben diversa dal giudizio di Dellai che ne "Il mio Trentino" scriveva qualche mese fa: «...Avevamo poi pensato che almeno in Trentino, vista la sua peculiare caratteristica istituzionale, si sarebbe potuto attivare un piccolo laboratorio di territorializzazione della politica. Da Roma assoluto disinteresse: con alcune rare eccezioni, tra cui quella di Enrico Letta. Anche a Trento, la dirigenza dei DS ha dimostrato assoluta indisponibilità su questo piano, con l'eccezione di pochi, tra i quali Giorgio Tonini, con la sua nota intelligenza politica e Roberto Pinter, con il valore aggiunto della sua provenienza da un movimento politico del tutto particolare e territoriale quale è stato "Solidarietà"...».
Credo che non tutto sia perduto e che il senso di una proposta trasversale sia più che mai necessario se vogliamo che il Trentino possa essere ancora laboratorio originale. In questo senso vanno le telefonate e i contatti della giornata. Solo la partenza per la Romania, domenica prossima, mi metterà nel clima di vacanza, anche se lo sarà relativamente.
Approfitto di essere in ufficio fra un appuntamento e l'altro per mettere ordine ad un po' di cose. Alle 14.00 abbiamo come Gruppo un incontro con i rappresentanti della Confederazione Italiana Agricoltori, uno dei sindacati della categoria. L'oggetto della discussione è l'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, i nuovi vertici, l'attività di ricerca, le politiche agricole della PAT. E' il secondo incontro che abbiamo con loro nel giro di poche settimane ed evidentemente credono in questa interlocuzione. Anch'io ci credo, e ritengo che sia necessario ristabilire una linea di contatto con il mondo rurale che nei fatti in questi anni s'è andata perdendo, nei fatti lasciando questo settore all'esclusiva attenzione da parte di UpT e PATT. Ci credo perché se vogliamo ragionare di vocazioni economiche del territorio, le filiere agricole agroalimentari sono elementi fondanti di un'identità sociale ed economica autosostenibile. L'Istituto Agrario di San Michele (e la Fondazione Mach che ne rappresenta la cornice) è in questo quadro un tassello fondamentale, strategico sul piano della ricerca, dell'innovazione e della formazione. Specie se pensiamo alla situazione di difficoltà o di vera e propria crisi in cui sono la filiera del latte ma anche le produzioni agricole basate sulla monocoltura. Mele e uva, dopo anni nei quali si sono assicurati grossi margini di reddito, oggi conoscono una fase di crisi. Per uscirne serve diversificare le produzioni e puntare sulla qualità e all'Istituto di San Michele viene chiesto un contributo essenziale, uno scarto d'ingegno, per dare vitalità al settore. E serve sostenere l'educazione al consumo consapevole e le filiere di prossimità, così come abbiamo previsto nel Disegno di Legge in discussione in Consiglio provinciale.
Finiamo l'incontro e corro a casa che sono uno straccio. Così sono a letto, in pieno agosto. Niente male. Così finisco di leggere "E se Fuad avesse avuto la dinamite" di Elvira Mujčić. Dopo averlo iniziato, l'approccio mi sembrava un po' scontato e l'ho messo da parte. Poi ho letto la recensione di Mauro Cereghini e siccome do sempre retta ai consigli di Mauro ho deciso di andare fino in fondo. Sarà perché i luoghi mi sono famigliari, sarà perché ho la Bosnia nel cuore, ma il racconto di Elvira tocca le mie corde. Perché arriva a quelle profondità, dove tutto il resto non conta nulla.
Oggi sono proprio soddisfatto. La conferenza stampa del mattino di presentazione della "lettera aperta" ai sindaci dei Comuni trentini affinché evitino di riconoscere le ronde è andata come avrei voluto. Mi sono riproposto di sdoganare la pace dai pacifisti, da un mondo molto spesso autoreferenziale che fatica a mettersi in gioco, abbattendo muri materiali ed immateriali che impedisce il corpo a corpo, la capacità cioè di dialogare a tutto campo. Alla conferenza stampa contro le ronde intervengono fra gli altri il presidente del Consorzio dei Comuni trentini Marino Simoni e il rappresentante dell'Associazione Trentini nel Mondo Maurizio Tomasi, aderendo all'appello del Forum. Il primo parlando del senso civico che i nostri Comuni devono salvaguardare e far crescere come condizione di coesione sociale, il secondo proponendo un dialogo fra l'emigrazione trentina e i nuovi cittadini immigrati in Trentino, in nome della memoria di quando ad emigrare era la nostra gente. Oltre a loro l'assessore Lia Beltrami a nome del governo provinciale, Fabio Pipinato a nome dei promotori dell'appello "In sicurezza?", Erica Mondini, vicepresidente del Forum e il sottoscritto.
E' il Trentino, non solo il mondo della pace, a dire no all'imbarbarimento che il "pacchetto sicurezza" introduce in questo paese. Un segnale che questa terra invia a tutto il paese, un messaggio contro la paura, contro l'equazione immigrati-ordine pubblico, contro lo squadrismo. E così una volta tanto c'erano tutti i mezzi d'informazione. Questo è un po' il senso del cambio di passo che ho proposto al Forum per la Pace e i Diritti Umani.
Alla conferenza stampa a Palazzo Trentini c'è tanta gente, nonostante sia agosto. Ma questo passaggio che la Lega ha imposto al paese preoccupa. E dunque, oltre all'invito a non riconoscere le ronde, è necessario tenere alta l'attenzione e mettere in campo altre iniziative. Ne parliamo con alcuni rappresentanti delle associazioni degli immigrati che hanno già delle idee interessanti. Nel pomeriggio con il Gruppo consiliare del PD del Trentino abbiamo organizzato un presidio a Trento, in Piazza Pasi. Insieme al volantino viene distribuito un pacchetto che contiene una tagliola: è il "pacchetto insicurezza". Anche in questo caso ci troviamo in molti, a testimonianza che il partito, se stimolato positivamente, reagisce bene.
Prima dell'iniziativa del pomeriggio mi ero visto con Annalisa Tomasi, animatrice per tanti anni dell'ADL a Prijedor, la persona che più di ogni altra ha saputo interpretare la funzione di ambasciatrice della nostra comunità in quella città provata dalla guerra degli anni '90. Ora è consigliere della Circoscrizione Centro storico e coordinatrice del Circolo del PD della sua zona. Mi sottopone il documento che la maggioranza della Circoscrizione ha elaborato sulla questione dello spostamento della Stazione ferroviaria verso l'area dello Scalo Filzi. Ci si chiede se questo è lo stravolgimento del piano Bousquets che prevedeva l'interramento della ferrovia ed il superamento della barriera che dallo spostamento dell'Adige a metà dell'Ottocento divide la città di Trento. Le propongo di promuovere un incontro con il gruppo consiliare cittadino e quello provinciale e così rimaniamo.
Mentre sono in Piazza Pasi mi chiama Fabio che è in Passaggio Teatro Osele con alcuni esponenti delle Acli. Passaggio Osele è la galleria-vicolo-piazzetta che collega via del Suffragio e piazza della Mostra dove ho proposto di realizzare - nei locali di proprietà dell'Itea - il "Café de la paix". La proposta suscita in loro (e non solo in loro) un grande interesse, il luogo si presta in maniera straordinaria, i locali anche. Dovremmo fare una sorta di concorso per vedere chi più di altri ha le caratteristiche per una gestione efficiente e sostenibile della parte economica del progetto, fatto salvo che sulla gestione culturale si dovrà dar vita ad un gruppo di lavoro, capace di coinvolgere altri soggetti. Penso ai titolari della Libreria Einaudi, ad esempio, che sono entusiasti dell'iniziativa e che potrebbero animare uno spazio letterario, con la presentazione di libri e autori. Anche questo va nella direzione che dicevo, affinché la pace diventi un tratto che anima la nostra città.
Per oggi è finita. Ora mi dedico alla cena, la casa come al solito è sempre aperta agli amici...
In ufficio mi vedo con Ciro Russo. Da tanti anni ormai è il coordinatore dei progetti in America Latina per la Trentini nel Mondo. L'ho conosciuto una vita fa che era sindacalista e segretario della Fim, il sindacato dei metalmeccanici della Cisl. Un pezzo importante del movimento sindacale trentino e nazionale, sempre in prima fila nelle lotte per i diritti dei lavoratori, erede del sindacato di Beppino Mattei, maestro di vita di tanti di noi, che non esitò a dar vita in Trentino alla prima esperienza di sindacato unitario dei metalmeccanici (Smut si chiamava) che fece scuola per quella che poi divenne la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, la prima federazione unitaria a cavallo fra gli anni '60 e '70.
Con Ciro siamo amici ma oggi parliamo di lavoro, del suo impegno e del suo desiderio di rientrare, della mia intenzione di avviare una stretta collaborazione fra Forum per la Pace e la Trentini nel Mondo, per lavorare insieme sul tema della memoria e delle migrazioni. Un'attività che penso in primo luogo culturale e che rappresenta oggi uno dei punti maggiormente carenti nel pur importante lavoro svolto dalla sua associazione.
Nel corso dei diciassette anni di sua presenza in Argentina e Brasile mi ha invitato un'infinità di volte di andare lì, a conoscere progetti e attività, ma non se ne è fatto mai nulla. Mi e gli prometto di farlo nei prossimi mesi. Chissà se questa volta sarò capace di mantenerla questa promessa.
Sbrigo un po' di faccende in città, ritorno al gruppo, mi curo che sia tutto a posto per la conferenza stampa dell'indomani, passo velocemente da casa e poi via, verso il Basso Sarca e la Valle di Ledro, dove abbiamo programmato un giro di visite ed incontri.
Con Angioletta Maino e Nino Mazzocchi andiamo a visitare l'area di Tremalzo, al confine occidentale del Trentino. Un'area di particolare pregio naturalistico, oggetto nei primi anni '70 di interventi speculativi rivelatisi ben presto fallimentari. Oggi rimangono vecchi ruderi in mezzo a pascoli di straordinaria bellezza, un rifugio Sat abbandonato e decrepito, appartamenti estivi in condomini fortemente impattanti e oltretutto chiusi. Chissà perché ma lo scenario che vedo per la prima volta mi è famigliare.
Il problema, in questi anni più volte venuto alle cronache, è che ora, con la stessa logica degli anni '70, l'imprenditore Leali (quello dell'acciaieria di Borgo Valsugana), con il sostegno dei Comuni della zona, vuole realizzare un mega progetto turistico. Piscine, saune, fitness, giochi d'acqua in un luogo dove l'acqua sostanzialmente non c'è e d'estate i comuni ne soffrono tanto da doverla portare con le autocisterne. E poi la logica di sempre, un turismo impattante, che non ha nulla a che vedere con le vocazioni dei luoghi. Business insomma.
A Tremalzo incontriamo i rappresentanti del Comitato che da anni ormai si batte contro questo progetto. Sono loro gli artefici dell'impegno che ha già ottenuto il ridimensionamento delle opere e bloccato la vendita dei terreni gravati da uso civico all'imprenditore d'assalto. Ma ancora incombono 48.000 metri cubi di cemento.
Le persone che ho davanti non sono ragazzini, è gente della comunità locale che si sta spendendo per consegnare alle generazioni a venire un territorio integro e risanato dalle speculazioni del passato.
Perché questo è il punto. Qui non siamo in presenza di un'area semplicemente da salvaguardare. Il degrado che vedo intorno a me, fra le malghe in funzione grazie al lavoro duro di chi le tiene in vita (rimettendoci economicamente, come mi dice il titolare di una di queste) e le mucche al pascolo, richiede un intervento di risanamento per nulla semplice, specie se i ruderi che andrebbero abbattuti sono in mano a privati che ne vogliono ricavare profitto. Rianimare questa zona richiede sensibilità, intelligenza, prudenza ma anche un progetto per il futuro che non può essere certo il lasciare le cose come stanno. Serve un approccio culturale diverso, qui come e forse più che altrove. Un ripensamento sul turismo trentino, un fare sistema che ha molto a che vedere con il tema delle filiere corte di cui pure discutiamo, perché per far rinascere un territorio occorre anche una progettualità sostenibile anche sul piano economico, capace di integrare lavori e produzioni diverse ed il turismo fra queste. Arrivando qui abbiamo visto un sacco di turisti che affollano laghi, case e alberghi della valle di Ledro, un territorio ben tenuto, ma che fatica a fare sistema, a mettere in connessione i produttori di latte e formaggio con gli albergatori, la storia dei luoghi con un turismo di qualità.
Scendiamo dai 1600 metri di Tremalzo. Qualche problema, per la verità, c'è anche nel fondo valle. A Tiarno di sopra ci incontriamo con un gruppo di persone, alcuni li conosco come attivisti del PD, che hanno raccolto centinaia di forme contro la realizzazione di una inutile quanto costosa ed impattante rotatoria. Siamo ad agosto, mi dicono, e questo è il periodo del maggior traffico. Che praticamente non c'è. Mi chiedo quale sia la logica, ma anche questa non c'è. Se non far andare il mulino delle progettazioni, degli appalti e delle opere per alimentare interessi di pochi. Sono stati qui altri consiglieri del PD, ma è come se la forza della macchina che si è messa in moto ai tempi di Grisenti fosse più forte di ogni buon senso. Vediamo di riuscire a fermarla. Ci sono verso di noi molte aspettative, dovremmo essere capaci di dare segnali diversi, anche sulle piccole cose.
E' ormai sera che scendiamo verso Riva del Garda. Ci troviamo per una pizza con un po' di amici e compagni che vogliono sapere cosa bolle nel pentolone provinciale. Molti di loro si sono appena iscritti al PD del Trentino. Ed il circolo di Riva ha cominciato ad esprimere nuove sensibilità. Racconto delle mie sensazioni e del mio lavoro, dell'approccio europeista e federalista che vorrei e che fatica a trovare spazio, delle proposte istituzionali che stiamo progettando. C'è nonostante tutto una grande voglia di fare e di fare bene.
Riva del Garda, in una sera di agosto. Sono anni che non venivo qui in questa stagione e l'effetto che fa fra lo spettacolo della Rocca ed il mangiafuoco che anima la piazza antistante è di essere altrove. Un posto come un altro, un turismo come un altro. Non brutto, ma è l'anima che si fatica a trovare.
Tornando a casa penso a Tremalzo. E a quella familiarità verso luoghi mai visti prima. L'analogia è quella di luoghi montani di straordinaria bellezza incontrati nel mio andare per le strade della Bosnia Erzegovina. Quei ruderi fra i pascoli mi ricordavano altri ruderi bruciati dalla guerra. Sempre questione di business.
In primo luogo m'incontro con Marino Simoni, presidente del Consorzio dei Comuni del Trentino, per esporgli l'iniziativa del Forum e per invitarlo ad essere presente alla conferenza stampa. Condivide i contenuti della lettera e la risposta è positiva. Il colloquio è molto cordiale: parliamo del clima che si respira nelle nostre comunità, delle paure, della perdita di senso di responsabilità che si vede anche nelle piccole cose. E della necessità di lavorare sulla memoria, anche quella del Trentino come terra d'emigrazione. Lui viene dal Primiero e quella terra ne sa qualcosa.
E' importante che il Consorzio dei Comuni aderisca all'iniziativa. L'obiettivo è proprio quello di costruire uno schieramento non scontato, più ampio possibile, che esprima ciò che il Trentino sa dare. E' la ragione per cui chiamo anche Alberto Tafner, presidente della Trentini nel Mondo, per invitarlo ad intervenire all'incontro di venerdì. Lui però quel giorno sarà a Marcinelle, in Belgio, dove l'8 agosto 1956 morirono in una miniera 262 persone di dodici diverse nazionalità, di cui 136 italiani. Gli spedisco il testo della Lettera aperta chiedendogli di scrivere qualche riga di adesione. Mi richiamerà nel pomeriggio per dirmi che la Trentini del Mondo sarà presente e che ha preparato un messaggio. Mi sento inoltre con i referenti dell'appello "In sicurezza?" per invitare anche loro. Vedo Aboulkheir Breigheche, condivide la lettera e proverà ad essere presente.
Abbattere i muri, questo è il senso profondo di un "cambio di passo" nel mondo della pace. Oltre ogni forma di autreferenzialità.
Al Gruppo con Mattia Civico e Bruno Dorigatti mettiamo a punto anche un'iniziativa da realizzare in centro città come PD del Trentino venerdì pomeriggio, proprio su questo argomento.
Alla sede del Forum incontro Francesca Zeni, una delle animatrici del "Progetto formazione". E' di ritorno da un tour dell'associazione "Libera" che ha toccato molte città e territori italiani in una carovana di sensibilizzazione, animazione e spettacoli sul tema delle mafie e della democrazia. E' stanca ma molto motivata: l'intenzione sarebbe quella di dar vita anche in Trentino ad un nodo di Libera.
Torno al Gruppo, butto giù qualche riga per la conferenza stampa di venerdì e poi me ne scappo a casa. I propositi di vacanza, come si può capire, sono spostati in là nel mese di agosto, ma il pomeriggio è dedicato al bosco e alla raccolta di funghi. Incredibilmente (visto il tempo che fa) l'esito sarà piuttosto striminzito. Ma la passeggiata in Valle dei Mocheni in un pomeriggio di sole con Gabriella e Nina è di grande relax.
Passo il primo mattino a scrivere. Poi, verso le 11.30, ho appuntamento con Luisa Zancanella, che da qualche anno lavora al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Facciamo il punto delle ultime cose decise dal Consiglio del Forum e definiamo il programma di lavoro per le prossime settimane. E' da poco rientrata dalle ferie e si trova subito travolta dalle cose da fare e ne sono un po' responsabile. Ma se vogliamo dare un'impronta innovativa all'attività del Forum, questo è un passaggio essenziale.
Telefono all'assessore Lia Giovanazzi Beltrami per condividere le iniziative sul "Pacchetto sicurezza", parlo con il presidente del Consorzio dei Comuni Marino Simoni e fissiamo un appuntamento per l'indomani, faccio lo stesso con Aboulkheir Breigheche, imam della comunità islamica in Trentino e membro del Consiglio del Forum trentino per la Pace.
Un breve aggiornamento sulle vicende congressuali con le persone che sono al Gruppo. Proprio ieri era a Trento il rappresentante della Commissione congressuale nazionale che aveva sollevato problemi di legittimità del nostro regolamento e tutto pare si sia risolto positivamente. Rimane aperto il nodo del nostro rapporto con il PD nazionale, questione cruciale di cultura politica.
Alle 14.00 ho appuntamento con Mauro Cereghini per andare ad Aldeno, dove vediamo il direttore della Cassa Rurale di Aldeno e Cadine, istituto di credito che ha accompagnato in questi anni l'attività della cooperazione trentina nei Balcani. Quest'anno cade il decennale della presenza trentina in Kosovo e nell'ambito delle manifestazioni programmate si vuole coinvolgere la Cassa Rurale con un ruolo attivo.
Mauro è ritornato da poco dalla Bosnia Erzegovina dove ha accompagnato oltre quaranta persone del Sud Tirolo - Alto Adige in un viaggio di studio. Prijedor, Tuzla, Srebrenica, Sarajevo, Mostar sono state le tappe del tour: mi racconta di amici comuni incontrati, di sensazioni e di immagini. Lo sento soddisfatto e avverto che questo suo ritorno sul campo lo anima positivamente. Gli dico della mail che Jovan Teokarevic, professore e comune amico di Belgrado, mi ha scritto e dell'ipotesi di presentare il nostro libro sulla cooperazione in quella che un tempo era la grande capitale della Jugoslavia. Città difficile, caotica, spesso inquinata, ma di grande fascino, per la sua storia, per i suoi fiumi, per la sua gente che affolla la Kneza Mihajlova, la via pedonalizzata che porta al Kalemegdan, l'antica fortezza sul Danubio.
Di nuovo in ufficio. Metto in ordine l'agenda delle cose da fare, controllo la posta elettronica, qualche telefonata. Fra queste quella di Donald. Mi dice di aver letto la lettera agli amici, si complimenta per il lavoro svolto in questi primi sei mesi e questo mi fa davvero piacere.
Alle 16.30 mi trovo con Paola Morini. Ci conosciamo da una vita, insieme abbiamo fatto l'esperienza della Casa per la Pace, molto spesso con posizioni diverse, qualche volta mandandoci al diavolo, ma sempre nel rispetto reciproco. Mi descrive una sorta di tratta criminale delle persone, in questo caso di giovani albanesi (maschi) che pagherebbero cifre intorno ai tremila euro per arrivare in Trentino ed usufruire dei servizi che la nostra comunità mette a disposizione per i ragazzi non maggiorenni e non accompagnati. Un utilizzo da "furbetti" dell'immigrazione di giovani a rischio, che comunque andrebbero aiutati a sottrarsi dalle dinamiche della microcriminalità, assicurando loro percorsi formativi che però mostrano lacune (in estate, ad esempio) di continuità. E non solo. L'attività di insegnamento della lingua italiana a questi ragazzi attraverso un programma sperimentale ha dato risultati positivi, ma ciò nonostante la sperimentazione non è ancora diventata un servizio organico e chi ci lavora è nella precarietà. Con alcuni colleghi ne hanno parlato nei mesi scorsi con l'assessore Dalmaso, è stata elaborata una proposta progettuale ma ancora non se ne è fatto nulla e questi giovani (una trentina ogni anno) durante questa estate sono in balia della strada con ciò che vuol dire. Ho abbastanza chiaro il quadro della situazione e ne parlerò alla prima occasione con l'assessore, che peraltro devo vedere anche per la questione dell'educazione alla pace.
Così si è fatta sera. Continuo a non sentirmi granché. Una giornata o due di lavoro e poi qualche giorno di vacanza. Non so dove e non ho certo voglia di mettermi in coda su qualche autostrada. Penso al Sud Tirolo, al Tirolo o alla Slovenia. Mete dove possa star bene anche Nina, che verrà con noi.
Stamattina preparo una lettera aperta ai Sindaci del Trentino sul "pacchetto sicurezza". Ho intenzione come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani di proporre ai primi cittadini dei 218 comuni del Trentino una serie di iniziative per impedire l'imbarbarimento delle relazioni con i nuovi cittadini che, con il loro lavoro, contribuiscono alla ricchezza della nostra autonomia. I dati che vado a studiarmi nel rapporto 2008 su "L'immigrazione in Trentino" parlano chiaro. Ne parleremo diffusamente nei prossimi giorni.
Alle 13.00 ho appuntamento con Armando e Fabio per l'iniziativa "Politica è responsabilità". Armando Stefani mi racconta del suo viaggio in Brasile dove da anni Tremembé lavora sul turismo responsabile. Di questo straordinario "paese - continente" che sta entrando come protagonista nel forum delle potenze mondiali. Dei cambiamenti in corso, del turismo responsabile che comincia ad interessare l'utenza locale, dei problemi che quando è lì si trova a seguire. Andiamo insieme a prendere qualcosa e facciamo il punto dell'iniziativa: l'appello è pronto, il progetto web è in costruzione, iniziamo a raccogliere le adesioni che vorremmo più trasversali possibili all'area del centrosinistra. Vorremmo poterci sintonizzare non sul dibattito di un partito ma sulla necessità di far crescere nuovi pensieri e con essi nuovi strumenti di circolazione delle idee e di formazione. Le proposte non mancano affatto.
Verso le 15.00 m'incontro con Bianca. Luciana Chini le ha proposto di incontrarmi come presidente del Forum per parlarmi dell'esperienza di sua nipote in Colombia. Mi parla dell'impegmno di questa giovane donna nell'attività di interposizione nonviolenta in quel paese e scopro così che si tratta di una persona che già conosco. Ho incontrato qualche anno fa Laura Ciaghi in Kosovo con l'Operazione Colomba e successivamente nelle attività formative che mi sono trovato a fare con loro. Il mondo è davvero piccolo. Bianca vorrebbe costruire un gruppo di sostegno per far conoscere la situazione in Colombia. Metto subito le mani avanti, dicendole che se si vogliono fare cose serie è necessario costruire relazioni durevoli. Il che non impedisce di raccogliere ad esempio corrispondenze, ma anche qui sempre nella consapevolezza che quando ci si mette in gioco con un territorio si deve avere la responsabilità di sapere che si creano aspettative. E che il mondo è pieno di aspettative andate deluse. L'umanità che s'incontra non scompare. Ci sono associazioni trentine che operano da tempo in quel paese che si potrebbero contattare, costruire reti e sinergie. Ma è più difficile di quel che sembra. Spero di non essere stato troppo severo, ma è bene dirsi le cose che si pensano senza reticenze. Vedo che Bianca sembra condividere le mie considerazioni e ci lasciamo dandoci i rispettivi recapiti e con alcune idee da proporre a Laura che ancora per un paio di mesi sarà in America Latina.
Qualche telefonata e poi vado a casa, dove metto mano all'idea della mozione congressuale sull'impronta "glocale" del Partito Democratico: lavoro impervio ma ci provo. In altre stanze, nelle stesse ore a Trento, si prova a trovare una mediazione sul regolamento congressuale del PD del Trentino impugnato da Roma. Cose d'altri tempi, verrebbe da dire, ma purtroppo non è affatto così. La cultura federalista, che pure appare in qualche documento, non è di casa nella politica italiana e anche il PD fa fatica ad assumerne contenuti e pratiche.
Ore 17.00. C'è una grande folla ad accompagnare Rino verso l'ultima dimora. Era il primo giugno quando appresi la notizia dell'aereo precipitato nell'oceano con 228 persone a bordo e fra loro Luigi Zortea, Gianni Lenzi e Rino Zandonai. Esattamente dopo due mesi una bara viene portata a spalle lungo la breve salita che porta al piccolo cimitero di Pedersano. Nella mente scorrono i ricordi di viaggi e di incontri, fotogrammi di una vita spesa per gli altri e perché questa era la sua vita. In questi due mesi ho continuato a pensare Rino in fondo al mare, accanto a Luigi e Gianni, e insieme ai tanti naufraghi di un mondo che costringe milioni di persone ad emigrare lungo rotte incerte e che Rino avrebbe voluto diverso. E invece, testardo com'era, ha voluto a tutti i costi ritornare, come a dare conforto ai suoi cari e alla sua anziana mamma. Un luogo in cui piangere e dove pregare. Quando in Consiglio provinciale venne fatta la commemorazione, mi venne spontaneo dedicare a Rino, Gianni e Luigi qualche parola di Vinicio Capossela. Non trovo di meglio, nel giorno dell'ultimo saluto all'amico Rino, che riportare il testo di quella ballata.
Santissima dei naufragati E venne dall'acqua Venne dal sale La penitenza Dall'amaro del mare E il comandante avanza E niente si può fare Vuole una morte La vuole affrontare E lì l'attendeva Dove il sole cala Cala e non muore E l'acqua non lo lava E il demone lo duole Sui banchi d'acqua stregati Di olio e petrolio E il vento non alzava E il mare imputridiva Legati a un solo raggio Tutti presi in ostaggio Avanzavamo lenti Senza ammutinamenti Il comandante è pazzo E avanza nel peccato E il demone che è suo Adesso vuole mio Brinda con il sangue All'odio ci convince Che se è sua la barca che vince Dev'essere la mia E gli occhi non videro Non videro la luce Non videro la messe Che altri non l'avesse E il cielo fece nero E urlò la nube al cielo E s'affamò d'abisso Che tutti ci prendesse Oh madre mia Salvezza prendimi nell'anima Oh madre mia.. Le ossa nell'acqua Anime bianche Anime salvate Anime venite Anime addolorate Che io abbia due soldi Due soldi sopra gli occhi Due soldi per l'onore Due monete in pegno Per pagare il legno La dura voga del traghettatore Vieni occhi di fluoro Vieni al tuo lavoro Vieni spettro del tesoro La vela tende, il vento se la prende La vela cade, le erinni allontanate E accesi sui pennoni I fuochi fatui I fuochi alati Della santissima Dei naufragati... Oh matri mia... Salvezza prendimi nell'anima Il tempo stremava L'arsura ci cuoceva Parlavamo a levare Il silenzio dal mare E il legno cedeva all'acqua suo pianto La vela cadde la sete ci asciugò Acqua, acqua, acqua in ogni dove E nemmeno una goccia, Nemmeno una goccia da bere E gli uomini spegnevano Spegnevano il respiro Spegnevano la voce Nel nome dell'odio che tutti ci appagò Il cielo rigò Di sbarre il suo portale Il volto di fuoco dentro imprigionò Lo spettro vedemmo Venire di lontano Venire per ghermire Nero di dannazione VitainMorte VitainMorte Quello era il suo nome Oh matri mia.. Salvezza prendimi nell'anima Oh matri mia... Salvezza prendimi.. Questa è la ballata Di chi si è preso il mare Che lapide non abbia Nè ossa sulla sabbia Né polvere ritorni Ma bruci sui pennoni Nei fuochi sacri I fuochi alati Della santissima dei naufragati.... Oh santissima dei naufragati Vieni a noi Che siamo andati Senza lacrime Senza gloria Vieni a noi Perdon pietà
Un ultimo abbraccio, caro Rino.