«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

E al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ci troviamo con Sohelia e Razi Mohebi, giovani registi afghani che vivono a Trento. Di Afghanistan ce ne occupiamo solo quando muoiono i soldati italiani, ultimamente nemmeno più per questo. Con loro discutiamo su come provare ad avere un diverso sguardo su quel paese, magari spostando l'attenzione verso la vita quotidiana delle persone, la cultura, pensando sin d'ora al dopoguerra. Che cosa rimarrà dell'Afghanistan nel 2014 dopo quarant'anni di occupazione militare, prima sovietica e poi occidentale? Ne viene fuori una proposta per la tarda primavera, immaginando di dedicare alle immagini e alle testimonianze di questo paese un incontro presso il Cafe de la Paix, in collaborazione con l'associazione "i313" di Torino. E di un lavoro di relazioni più stabili da mettere in campo fra il Trentino e il loro paese, coinvolgendo l'Università, il Filmfestival internazionale della montagna, le associazioni ambientaliste.
Condivido alcune considerazioni sul tema della memoria con il direttore del Museo Storico del Trentino Giuseppe Ferrandi che diventano uno scritto per l'Adige (che trovate nella home page). Vorremmo che questo tema potesse dare cittadinanza a quello (decisivo) dell'elaborazione del conflitto che nell'epoca del fare e dell'emergenza fatica a trovare posto.
E poi vado al sit-in silenzioso promosso dalle donne e dalla società civile davanti al Commissariato del Governo di Trento. C'è tanta gente, ma pochi giovani. Con le molte persone con le quali scambio qualche parola emerge la difficoltà del momento, tanta indignazione e la rabbia verso il degrado morale e l'arroganza. Ma anche uno smarrimento diffuso e in pochi sembrano interrogarsi davvero sul nodo di fondo e cioè su come è cambiato in profondità questo paese negli anni del berlusconismo.
Lo smarrimento appare più forte quanto lo sono i luoghi comuni, tanto dell'antiberlusconismo come del mugugno verso una sinistra la cui inadeguatezza è pure sotto gli occhi di tutti. Amici che non vedo da tempo mi guardano con aria interrogativa, come se dalla politica non si aspettassero più nulla, qualcuno mi chiede una buona ragione per continuare ad iscriversi al PD. Ho come l'impressione che, di fronte alla sconfitta, non la si sia mai accettata nella sua profondità culturale. O forse pensiamo che se i giovani non sono qui a manifestare con noi, sia solo colpa del "Grande Fratello" e del potere mediatico?
Quando finita la manifestazione me ne torno a casa, butto giù qualche appunto. E' di un'altra narrazione che abbiamo bisogno, che rifletta su quel che è avvento nel corso degli ultimi anni ed insieme capace di proporre un altro scenario.
Leggo l'ultimo libro di Edgar Morin, "La mia sinistra" (Erickson). Morin è stato in questi anni un continuo punto di riferimento. La lettura del suo "Autocritica" stimolo ad un'elaborazione che ha cercato di essere sempre originale. Ora non trovo la fertilità di un tempo. Finita la lettura, ne parleremo magari coinvolgendo l'amico Riccardo Mazzeo che ne ha curato l'edizione.0 commenti all'articolo - torna indietro