«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

11/02/2011 -
Il diario di Michele Nardelli
Brasile
Parto dalla fine della giornata. Nella sala dell'ex filanda di Cles ci si incontra a parlare di questioni internazionali. Irrituale, perché se non c'è un'emergenza che incombe è difficile che un argomento come questo diventi oggetto di una serata. Tanto più se la serata avviene in preparazione del congresso del circolo della Valle di Non del PD del Trentino. E invece ne esce una serata a detta di tutti i presenti molto piacevole e tutt'altro che naïf. Mentre argomento le mie idee sul tema dell'interdipendenza e del rapporto fra locale e globale, vedo le persone in sala attentissime.

Non si parla di Berlusconi, né di scandali o di gossip. Si vola alto, ma attraverso cose che hanno a che vedere con la nostra vita quotidiana, a testimonianza che si può ragionare di grandi scenari senza per questo rendersi incomprensibili. Leggo in questo una grande sete di politica vera, di contenuti piuttosto che di battute o di stati d'animo.

Dico cose non scontate, talvolta provocatorie. Eppure chi è in sala non mi sembra faccia fatica a starmi dietro, anche se per molti probabilmente è la prima volta che si affrontano certi argomenti. Perché nel parlare di questioni internazionali non parliamo di altri, o di solidarietà verso qualcuno. Parliamo del nostro tempo, della difficoltà di mettere a fuoco quel che accade, delle nostre paure e delle preoccupazioni verso un futuro incerto. Al quale la politica dovrebbe saper dare qualche risposta, così come i nostri comportamenti. Si parla infatti di limitatezza delle risorse, di politiche improntate alla sobrietà, di come farsi carico e di quel che significa sostenibilità. Temi congressuali, evidentemente.

E negli interventi la percezione che le cose di cui stiamo discutendo siano di straordinaria attualità sembra quasi scontato. Cosa che, probabilmente, non era ad inizio di serata. Quasi che il mio racconto, nell'immaginario di chi è venuto all'incontro, dovesse parlare di aiuti ai paesi poveri o altre amenità di questo tipo. Vedo Alessandro Branz e gli altri amici del circolo molto soddisfatti e tanto basta.

Ho un piccolo rammarico, non vedo nella sala gremita uno solo dei miei vecchi compagni di un tempo. Come se la sfida di costruire una soggettività politica ampia e capace di contaminare contaminandosi non li riguardasse. Come se finita l'opzione del piccolo è bello (che poi tanto bello, a guardar bene, non era) si fosse conclusa anche la storia di una piccola comunità di intenti, di pensiero, di amicizia.

Quando arrivo a casa è mezzanotte passata. La giornata è stata piena di cose, iniziata con gli incontri per il "Cafe de la Paix" di cui ormai si comincia ad intravedere l'atmosfera, seguita da  un'intensa e produttiva riunione del gruppo di lavoro sul tema dell'educazione permanente, ed infine allietata dalla notizia che la rivoluzione egiziana ha portato alle dimissioni di Mubarak. Una grande notizia, quest'ultima, perché da ora in poi può aver inizio in questo pezzo di Mediterraneo (e non solo) una nuova storia.
 

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