«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

I lettori più affezionati di questo blog ricorderanno che il mio esordio con la scuola politica "Danilo Dolci" fu attraverso un titolo provocatorio, "Quel criminale che alberga in ciascuno di noi" , in cui parlai della mia esperienza nel cuore dei conflitti balcanici e della banalità del male. L'anno successivo mi chiesero di dedicare la nostra conversazione alla politica, per indagare un pensiero e gli elementi di una sintesi culturale che i luoghi della politica faticano ad interpretare. Parlammo di Europa come possibile tratto di identità, che pure non riesce a trovare cittadinanza nel dibattito politico (come del resto anche nel sentire diffuso) di questo paese. In entrambe le occasioni, le persone che affollavano la libreria "Le storie" si stupivano di un punto di vista piuttosto originale, talvolta provocatorio eppure percepito come interessante ed in qualche modo praticabile. Parlare della guerra senza cercare nemici, oppure di territori e di federalismo europeo in una città simbolo del centralismo, trovando un ascolto attento e curioso, devo ammettere che risultava interessante e stimolante anche per me.
Quando lo scorso anno Silvano mi ha chiamato per invitarmi alla terza edizione, gli ho proposto un tema che, alla luce degli avvenimenti, oggi risulta quanto meno una fortunata coincidenza: parliamo di "cittadinanza euro mediterranea" gli proposi, attraverso qualche dettaglio della storia poco o per nulla conosciuto. Nessuna sfera di cristallo, semplicemente la curiosità, la necessità - come scrivo spesso - di annusare l'aria e di indagare uno "scontro di civiltà" costruito ad arte, il bisogno di andare all'origine della paura e dell'aggressività a difesa di quel poco o tanto che si ha. E così, come vi dicevo a proposito dell'attività del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, il trovarsi sul pezzo, sulla lunghezza d'onda del tempo. Che poi riguarda la capacità o meno della politica (e più in generale dell'agire collettivo) di non rincorrere gli avvenimenti o le emergenze, di non mutuare la propria agenda dai titoli dei giornali, ma di avere un proprio profilo autonomo.
In questo caldo pomeriggio romano parliamo di quel che di straordinariamente interessante sta accadendo nel Mediterraneo con la rivoluzione dei gelsomini. Silvano ha appena finito di leggere su mio consiglio "L'infelicità araba" ed è incredibilmente stupito di come il pensiero di Samir Kassir avesse anticipato tutto già nel 2004 quando si propose di scrivere un manifesto che pensava come l'inizio di un nuovo percorso e che invece risultò il suo testamento politico, vittima lui stesso di quel vittimismo che del terrorismo (e del rancore) costituiva uno dei tratti essenziali. Affido le mie considerazioni a dei racconti che poi corrispondono alle storie dell'Europa e del Mediterraneo sulle quali sto lavorando, nel cuore dell'Europa che non c'è, nella Mezzaluna fertile del Mediterraneo, nel cercare di dare alla politica un profilo non banale.
Le persone che mi stanno ad ascoltare sono un piccolo spaccato immagino trasversale della sinistra di questa città, persone che so impegnate ciascuno secondo le proprie sensibilità ed esigenti, accomunate cioè dal desiderio di andare oltre quel che c'è. L'applauso che ne viene mi dice che non si sono pentiti di avermi invitato per la terza volta. A differenza delle occasioni precedenti, mi sono organizzato per trascorrere la serata con loro. Andiamo a cena al "Biondo Tevere", luogo storico e popolare di una Roma di cui non sempre riesci a trovar traccia e forse non casualmente l'osteria dell'ultima cena di Pier Paolo Pasolini prima di essere assassinato. Qui non ci sono turisti, i tavoli sono rumorosi, gruppi di anziani e di giovani trovano qualcosa da festeggiare. Anche il Tevere che scorre accanto ti appare lento a dispetto di una città che ha smarrito il suo tempo disteso. Enrico Fontana sfodera dal cappello il numero zero di "Paese Sera", storica testata romana che riprende ad uscire in una doppia veste, on line e mensile. Quel collettivo che ruota attorno alla scuola di formazione politica Danilo Dolci prova a dare un colpo. L'impresa è coraggiosa.
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