«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Diario

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venerdì, 26 febbraio 2010

Al mattino presto parto per Assisi, insieme a Martina Camatta e Francesca Zeni che collaborano con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani. Qualche ora di viaggio ci offre l'opportunità di parlare di tante cose, di quel che stiamo facendo come Forum e di quel che ci aspettiamo da questo mondo. Il brutto tempo ci accompagna fino a Perugia, ma poi piano piano il sole prende il sopravvento. In Umbria è ormai primavera, fuori ci sono 17 gradi, i prati e i campi sono già verdi, la bellezza dei luoghi fa il resto.

Assisi è sempre uguale a se stessa. Affascinante ma anche costretta nel suo triste splendore. E' un po' l'immagine di quel che avviene nel seminario in preparazione della marcia Perugia Assisi, che quest'anno sarà il 16 maggio. Tanta gente per un momento che vuole essere di preparazione. Mi guardo attorno. Un po' di "stato maggiore" di un movimento per la pace che non c'è, impoverito sul piano delle presenze rispetto ad altri momenti nei quali la marcia era in sintonia con grandi movimenti di massa, ma ancora tante persone che generosamente sono qui, con la speranza di fare qualcosa per uscire dal torpore diffuso e da una sconfitta che anche da questo angolo visuale appare profonda e non immediatamente rimediabile.

Servirebbe interrogarsi sulle ragioni profonde di un mondo sempre più attraversato da guerre, ma anche sulla banalità del male. Sarebbe utile chiedersi perché alcune parole come pace, solidarietà, diritti umani non comunicano più nulla, tanto sono stati banalizzati. Bisognerebbe che le persone che sono qui provassero a mettere in discussione i rituali di un mondo autoreferenziale, incapace di parlare alle tante zone grigie che della guerra e della violenza sono il brodo di coltura. Ci si dovrebbe chiedere perché le nostre comunità, questo paese, questa Europa, si stanno imbarbarendo. Infine si dovrebbe iniziare a porsi qualche interrogativo sulle categorie di pensiero che ancora segnano questi nostri mondi, sempre alla ricerca di un male contro il quale inveire ed un bene con il quale collocarsi.

Gli interventi che aprono il seminario sono invece di una banalità imbarazzante. Ai miei occhi, naturalmente. E anche questa bella città, questa sera, mi sembra insopportabile.

 

giovedì, 25 febbraio 2010

Terza giornata di Consiglio provinciale. Da raccontare per descrivere il dibattito attorno a due disegni di legge, quello di Roberto Bombarda sul clima e quello unificato sulla violenza di genere contro  le donne.

Che cosa può fare un piccolo territorio rispetto alle scelte dei grandi della terra sulle emissioni di CO2 e il surriscaldamento terrestre? La risposta è semplice: interrogarsi sulla propria impronta ecologica. Assumersi la responsabilità di fare la propria parte nel ridurla tale impronta, cosa che riguarda ogni persona, ogni nucleo famigliare, ogni comunità, ogni città, ogni provincia e così via. E che investe pertanto le scelte individuali e collettive, l'eticità dei nostri comportamenti e le scelte politiche che siamo chiamati ad assumere. Riguarda i modelli di sviluppo e di consumo a partire dal fatto che nel nostro paese l'impronta ecologica è doppia rispetto a quella che potremmo permetterci e dunque dovremmo muoverci nella direzione di riconsiderare i concetti di crescita dei consumi e dunque i nostri stili di vita.

Ci vuole qualcosa di più di una legge per fare questo, occorre uno scarto culturale in primo luogo ed un'attenzione continua in ognuna delle leggi o degli atti amministrativi che emaniamo. Ma anche un provvedimento legislativo che implementi il monitoraggio permanente della nostra impronta ecologica può servire. Ed è in buona sostanza quel che si mette in campo con questa legge, quand'anche largamente ridimensionata rispetto al manifesto per il clima che si proponeva nella versione originaria. Ma va bene così, anche perché va ben oltre - nei suoi auspici - rispetto all'atteggiamento comune ed anche a quel che emerge nel dibattito dell'aula, di fronte ad interventi come quello di Morandini che arrivano a negare che i cambiamenti climatici siano da connettere all'azione dell'uomo. Come a dire "la terra è piatta"...

La cosa che più mi preoccupa è la diffusa ipocrisia che emerge anche in questa discussione, da un lato la consapevolezza che qualcosa bisogna fare, dall'altro il dogma dello sviluppo. "Il mio stile di vita non è negoziabile" si dice e questo prelude alla fine dell'umanesimo. Quando il leader laburista Tony Blair lo teorizzò non suscitò alcun scandalo, anche se in quel momento si rivelò il punto più alto di omologazione politica fra conservazione e progressismo. Sulla proposta di legge c'è un voto largo, ma questo non deve affatto illuderci.

Inizia poi i confronto in aula sulla proposta di legge frutto dell'unificazione di due testi sul tema della violenza contro le donne, quello proposto dal consigliere Chiocchetti e quello del nostro gruppo, prime firmatarie le consigliere Cogo e Ferrari. La gestazione di questo provvedimento è stata lunga, complessa e controversa. Non sono bastati un anno di dibattito e il confronto con un ampio schieramento di soggetti sociali. Più forte di ogni consenso è stato l'impatto con l'accesa opposizione del Coordinamento Donne e del Centro antiviolenza. Il nodo del contendere? Il carattere esclusivo dei centri antiviolenza nell'intervento a difesa delle donne vittime di violenza. La proposta di legge che arriva in aula prevede su questo punto che sia l'ente pubblico, la PAT, a prendersi in capo la questione sia in forma diretta sia avvalendosi del privato sociale, assegnando un ruolo di primo piano ai centri antiviolenza presenti sul territorio ma non esclusivo.

La legge fornisce risposte a tutte le domande e le raccomandazioni che vengono dalle più svariate sedi che istituzionalmente si sono poste di affrontare un dramma sociale molto più diffuso di quel che si creda, anche perché la maggior parte delle violenze contro le donne avviene fra le mura domestiche, nel silenzio dei rapporti famigliari. Ma questo non basta ad evitare una pur contenuta contestazione, frutto a mio parere di un cortocircuito ideologico e niente affatto estranea al tratto "antipolitico" che segna il nostro tempo. Tanto che nel rumoreggiare del pubblico che assiste ai lavori dell'aula si colgono segni di consenso verso i banchi della Lega o del PDL, i quali di violenza di genere non vogliono nemmeno sentir parlare.

Ore 19.45, la legge viene approvata e la seduta è tolta. Ma la giornata non è finita. A Mezzocorona c'è l'assemblea dei partecipanti alle primarie del PD anche in vista delle ormai prossime elezioni comunali alla quale sono stato invitato. Su circa 150 persone che alle ultime primarie avevano espresso il loro voto, se ne presentano una quindicina. Poche forse, ma un gruppo che può costituire il nucleo iniziale del circolo del partito. Mezzocorona è un paese difficile, la parola "mafia" non viene mai fuori nella discussione ma è come aleggiasse fra i presenti che descrivono un clima pesante, di prevaricazione e di paura. La parola più usata invece è "melassa", che ben descrive la situazione che si è creata nell'amministrazione locale grazie alla presenza di liste civiche che rappresentano i poteri forti che si esprimono nella comunità. Melassa trasversale agli schieramenti provinciali, forse prototipo di quel grande centro che qualcuno ha in mente e che assomiglia molto alla vecchia balena bianca. La presentazione della lista del PD del Trentino sarà un sasso in questo stagno.

 

mercoledì, 24 febbraio 2010

Dalle 9.00 del mattino alle 19.30 passate dentro il palazzo, nel caldo appiccicoso della moquettes e di un edificio energivoro. E' il secondo giorno della tornata consiliare, fra mozioni e disegni di legge. Quello più interessante è il DDL n.81. Ne ho già parlato nel diario di ieri a proposito del provvedimento relativo alla ristrutturazione delle baite (provvedimento che ha subito una profonda revisione grazie al lavoro di mediazione che insieme alla consigliera Sara Ferrari abbiamo svolto ottenendo garanzie come il lasso di tempo dei dieci anni dalla data di acquisto dell'immobile per poter rientrare nei benefici della legge). Oggi lo è per l'emendamento all'articolo 37 "Modificazioni della LP 8 maggio 2000 n.4 (Disciplina dell'attività commerciale in provincia di Trento), presentato dall'assessore Olivi e sottoscritto dai capigruppo della maggioranza. Perché grazie a questo emendamento, le istanze dell'opposizione alla realizzazione del Centro commerciale di Lavis vengono accolte e questo nuovo monumento al consumo non sarà realizzato.

L'emendamento viene accolto all'unanimità. E' uno stop alla proliferazione delle mega strutture commerciali in Trentino, ma anche uno smacco alla Giunta comunale di centrodestra di Lavis (anomala visto che i rappresentanti locali del PATT sono in coalizione con la destra) che questo centro aveva voluto, scaricata in questa scelta anche dai partiti di riferimento in Consiglio provinciale. Per chi da mesi ha sviluppato argomenti, raccolto firme, organizzato incontri e manifestazioni, cercato alleanze, si tratta di una bella vittoria. Il voto sull'emendamento avviene intorno alle 19.00 e dopo qualche minuto mi arriva un messaggio di Massimiliano Pilati il quale mi chiede se corrisponde al vero che il Centro commerciale è stato cancellato. Metto in borsa il testo dell'emendamento approvato, considerandolo una sorta di regalo da portare con me nella cena che da qualche settimana abbiamo previsto proprio a casa di Maxi. Che così diventa una piccola festa fra noi, sentendomi in una qualche misura parte di quella battaglia. Ricordo, a questo proposito, l'interrogazione presentata a nome del gruppo consiliare del PD del Trentino qualche settimana fa proprio sulla questione "centro commerciale".

Qualche buona notizia non guasta. C'è in giro invece malumore per la scelta della Giunta di deliberare il provvedimento di riordino del secondo ciclo di istruzione nella tarda serata di martedì. Quasi che non se ne fosse discusso abbastanza e che due o tre giorni in più o in meno segnassero chissà quale differenza. In realtà siamo in presenza di un dissenso irrisolto e dunque anche l'ora dell'approvazione viene letta come una sorta di volontà di volersi sottrarre al confronto. La cosa bizzarra è che questa coda di polemica avvenga mentre sul Corriere della Sera, in cronaca nazionale, esce un'inchiesta sulla scuola italiana che titola: "La scuola che continua a dividere l' Italia. Gli studenti del Sud sono in ritardo di un anno e mezzo. In Trentino si spendono 9.915 euro a ragazzo, in Puglia 5.834". Basterebbe questo per ridicolizzare una buona parte degli slogan e dei titoli gridati in questi mesi sui rischi di sfascio della scuola trentina. Ma una cosa è la realtà, altro l'immaginario che si è costruito attorno ad una questione - la scuola - che ritengo il frutto combinato di un grande equivoco, di una cattiva comunicazione e di una contraddizione reale presente nel mondo della scuola ascrivibile in primo luogo alla condivisione (o meno) del concetto di autonomia scolastica.

Con quali occhiali leggiamo la realtà?

 

martedì, 23 febbraio 2010

Nella moltitudine di incontri e nello svolgersi spesso rituale del Consiglio provinciale, mi preme segnalare due aspetti.

Il primo riguarda il confronto a partire da una mozione presentata dalla Lega Nord sul tema dell'acciaieria di Borgo Valsugana. Non è il documento in sé che mi preoccupa (dello stesso verrà approvato solo il primo punto del dispositivo che prevede la pubblicizzazione di tutti i dati delle analisi commissionate dalla PAT sull'inquinamento nell'area in questione), ma l'evidenziarsi nella maggioranza e nel gruppo del PD del Trentino di posizioni davvero molto distanti. Anche qui, non è la prima volta e non sarà nemmeno l'ultima che accade, ma su un tema come questo che investe il rapporto fra economia ed ambiente questa divaricazione ci paralizza o, meglio, legittima una dialettica (che coinvolge anche le parti sociali) che francamente avrei sperato fosse superata da tempo.

Ne parlo diffusamente nell'intervento che sto preparando e che troverete nelle prossime ore in prima pagina. Ma in breve questa è la rappresentazione.

Da anni vado dicendo che un insediamento come le acciaierie di Borgo sono incompatibili con un progetto di sviluppo sostenibile della Valsugana che ne valorizzi le caratteristiche naturali, concetto che ho ribadito in campagna elettorale e poi sostenuto quando questo tema è arrivato al centro delle vicende di cronaca nelle scorse settimane. Questo significa che, a prescindere dal livello di inquinamento di questa presenza industriale (ovviamente se le norme non fossero rispettate la chiusura dovrebbe essere immediata), ci si dovrebbe muovere nella direzione di una conversione dell'area attraverso un percorso condiviso fatto di bonifiche e dell'individuazione di altre attività compatibili con le vocazioni del territorio.

Posizione che ho espresso in più sedi (compreso il circolo locale) e che gli assessori Pacher e Olivi hanno in questi giorni sostanzialmente ripreso, ipotizzando la nascita di un tavolo di lavoro per la riconversione di quell'area industriale. Nel dibattito sull'ordine del giorno della Lega si iscrive il mio compagno di gruppo Bruno Dorigatti che, nel motivare il suo (e nostro) voto contrario, svolge un intervento che va nella direzione esattamente opposta di quella che ho fin qui sviluppato, sostenendo la necessità di un comparto industriale purchessia. L'indomani in un'intervista a L'Adige lo stesso consigliere definirà "una follia" le posizioni espresse dell'assessore e vicepresidente Pacher. Che diavolo di partito è questo? Non avevamo un programma con il quale siamo andati alle elezioni nel novembre 2008?

Seconda questione, il DDL n.81 "Modificazioni della legge urbanistica provinciale...". Si tratta di un provvedimento largamente condivisibile, utile per aggiornare la legge urbanistica del 2008 per introdurre criteri di qualità, semplificazione e di sistema. Un unico punto controverso, l'articolo 36 (già art.28) sul patrimonio edilizio tradizionale, leggi anche "baite". Nella proposta iniziale non ci sono abbastanza garanzie che la cosa non rappresenti un viatico per operazioni speculative sulle "baite da mont". Uno stop lo avevamo dato in sede di Commissione legislativa ed ora si tratta di introdurre modifiche tali da rendere accettabile questa sperimentazione di recupero per fini turistici e di sviluppo locale.

Nel pomeriggio ci incontriamo con l'assessore Gilmozzi e nel prendere per primo la parola indico due possibili strade: quella di stralciare il provvedimento, assicurando un canale preferenziale per portare in aula un disegno di legge organico in materia nel più breve tempo possibile; oppure quella di mettere in campo emendamenti atti a dare garanzie contro possibili disegni speculativi (ad esempio un lasso di tempo di conseguimento della proprietà per accedere ai benefici previsti) accompagnato da un ordine del giorno che rafforzi l'approccio sostenibile, riprendendo fra l'altro una serie di osservazioni che sono venute alla Commissione da parte della Sat. Si sceglie questa seconda strada e tutte le precauzioni proposte vengono accettate. Anche quella di elevare a dieci anni il tempo di proprietà che pure in un primo momento aveva sollevato una risposta stizzita da parte dell'assessore. Oscuro lavoro che non assurge alle cronache, ma spero e credo efficace. Ne discuteremo il giorno successivo.

Due semplici cose, che riempiono di senso lo stare in questi luoghi che certo non mi appassionano.

 

lunedì, 22 febbraio 2010

Passo la prima parte della mattina davanti al computer di casa a scrivere un fondo per il nuovo sito del Forum (che sarà attivo fra una decina di giorni), poi negli uffici del Forum per identificare gli obiettivi che daremo ai volontari del servizio civile, di seguito al gruppo per incontrare Alex Sperandio, giovane geologo che mi racconta del suo lavoro.

Nel borgo di San Donà, sulla collina di Trento, nel primo pomeriggio, ci sono i funerali di Luciana, l'anziana mamma di Donatella Boschetti che venerdì scorso ha lasciato questo mondo, serenamente e circondata dall'affetto dei propri cari. La piccola chiesa parrocchiale è colma di persone per l'ultimo saluto di un quartiere di case popolari che sono invecchiate insieme ai suoi abitanti ma dove ancora avverti l'esistenza di una comunità. Per la verità tanti capelli bianchi anche nei figli, per capirci quelli della mia età, persone che magari non vedi da anni e che un po' fatichi a riconoscere.

Faccio tempo a partecipare all'ultima parte della riunione del gruppo consiliare. In tanti anni di impegno politico non ho mai partecipato a riunioni così fredde e vuote. Qui ognuno fa le sue cose, ma se mi chiedete quale sia il profilo politico culturale del nostro agire collettivo dopo un anno di lavoro, devo dire con tutta onestà che faccio fatica a rispondere. In realtà ci si vede per confrontarsi sull'ordine del giorno della tornata consiliare che da domani ci vedrà impegnati per tre intere giornate.

Fra questi punti il Disegno di legge sulla violenza contro le donne. Se ne parla da mesi, ma sin dall'inizio la discussione si è arenata attorno al ruolo decisivo dei "centri antiviolenza", evidenziando fra le donne del "movimento" e una politica che deve tener conto di una pluralità di approcci culturali, uno scontro che appare irriducibile. Sui giornali in queste settimane si sono usate espressioni forti, cariche di manicheismi, tipiche di questo tempo. Francamente sopra le righe e che invece penso tutt'altro che non ricomponibile, almeno sul piano del garantire un approccio di genere.

Verso sera con Stefano Albergoni ci concentriamo sulle modifiche da apportare a questo sito e poi ci diamo appuntamento per l'indomani, quando raccoglieremo le suggestioni proposte per "Politica è responsabilità" e decideremo la sua data di avvio. Qui della passione non possiamo certo farne a meno, ci investiremo idee, tempo e un po' di denari, considerato che il 30% della mia indennità di carica va proprio a questo progetto (oltre al 20% che verso mensilmente al PD del Trentino). Ma di questo particolare ne riparleremo.

Alle 19.00 chiudo baracca e quella che mi attende è una serata stranamente libera.

 

venerdì, 19 febbraio 2010

Il tema di questa giornata è l'Europa. L'Europa attraverso molteplici suggestioni, quella del Mediterraneo, quella del suo fiume, il Danubio, quella dei conflitti mai elaborati.

Racconto a Fausta Slanzi della scelta del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani di indicare l'Europa e il Mediterraneo come traccia tematica che caratterizzi l'azione stessa del Forum nell'anno che viene e anche oltre. E del mio pensare che questa cosa non riguardi solo le realtà coinvolte dal Forum ma la nostra comunità nel suo insieme. Allora perché non immaginare di dedicare il Festival dell'economia del 2011 al tema delle relazioni euromediterranee? La cosa potrebbe avere una straordinaria articolazione attraverso le multiformi espressioni del pensiero e dei saperi materiali che lungo la storia hanno attraversato l'Europa e il suo grande mare. "Mare di mari", come lo definiva Fernand Braudel. L'idea gli piace. Vedremo come cercare di farla diventare realtà.

Questa proposta si aggancia alla seconda suggestione europea, della quale parliamo nell'incontro con i responsabili nazionali di Slow Food. Mi raggiungono in ufficio il presidente nazionale della Fondazione Slow Food Piero Sardo e Michele Rumiz che per quella associazione si occupa dell'area balcanica. L'idea è quella di realizzare l'anno che viene un viaggio lungo i territori e i sapori del Danubio. Una navigazione con l'obiettivo di avvicinare i cittadini europei all'Europa, attraverso la conoscenza del suo grande fiume che lungo i 2888 chilometri del suo corso l'attraversa trasversalmente. Il Danubio oggi rappresenta la metafora dell'Europa che non c'è e farlo conoscere attraverso le sue biodiversità potrebbe rappresentare - oltre ad un veicolo importante di sviluppo sostenibile per quelle regioni - anche un contributo alla ripresa di un progetto politico - l'Europa - che oggi non è nelle corde dei suoi cittadini.

Progetto ambizioso, non c'è che dire, e che la piccola realtà di "Viaggiare i Balcani" da sola non sarebbe mai in grado di realizzare. Unendo le forze, mettendo in gioco le circa quaranta "comunità del cibo" che si riferiscono a Slow Food nell'Europa di mezzo, coinvolgendo gli amici di Unesco, il sistema trentino e le sue relazioni balcaniche la cosa potrebbe diventare fattibile.

L'incontro è molto positivo, c'è comunanza di approccio e di visione. Prendiamo accordi per il progetti di studio di fattibilità, per l'incontro di "Terra Madre Balcani" che si dovrebbe tenere in Bulgaria a luglio, e anche per un'altra cosa, la Palestina. L'idea di costruire anche lì delle comunità del cibo valorizzando i prodotti che quella terra straordinaria produce s'incontra con la richiesta di invito della Palestina all'edizione di quest'anno di Terra Madre a Torino. Ne abbiamo parlato a gennaio con il ministro dell'agricoltura dell'Autorità nazionale Palestinese ed era entusiasta. A maggio verrà in Italia su nostro invito e sarà l'occasione per formalizzare quel gruppo di lavoro comune sulle biodiversità e sui prodotti del territorio che si era deciso insieme di costruire.

Ed infine, l'Europa dei conflitti non elaborati. L'occasione per parlarne è la mostra che viene inaugurata al palazzo della Regione sul dramma delle foibe e del conflitto lungo il confine nord orientale. Anni di oblio ed anni di strumentalizzazione politica hanno fatto sì che quelle pagine di storia (e quella tragedia) diventassero motivo di una nuova violenza che s'intrecciava con il dolore vissuto in solitudine dai profughi istriano dalmati. Ho semplicemente ricevuto l'invito all'inaugurazione e sono lì, per testimoniare la mia vicinanza a quel dolore. Mi chiedono invece di prendere la parola come presidente del Forum, accanto all'anziano senatore Lucio Toth che di quella comunità è presidente nazionale e insieme al direttore del Museo storico Giuseppe Ferrandi e all'assessore alla cultura della PAT Franco Panizza.

O sono io ad essere cambiato (e un po' è sicuramente così), ma le mie parole entrano più facilmente in dialogo con le persone presenti nella sala che in altri luoghi dove mi si chiede di dire qualcosa di sinistra.

Nel breve incontro, a cominciare dalle parole del presidente Toth, non sarà l'appartenenza nazionale italiana il tratto distintivo, bensì la cittadinanza europea. Nel mio intervento parlo della comunità ebraica sefardita di Sarajevo e Toth al margine dell'incontro mi racconta di un dolce di rose della sua infanzia che proprio della cultura sefardita era parte. E' proprio vero che la vita, come scriveva Vinicius de Moraes, è l'arte dell'incontro.

 

giovedì, 18 febbraio 2010

Giornata difficile, dura, ma al tempo stesso istruttiva. Due gli eventi che più di altri possono essere interessanti, la riunione della terza commissione sulla petizione popolare contro la realizzazione a Cadino (Faedo) dell'impianto di biodigestione dell'umido e l'incontro serale a Pergine sulla scuola.

Partiamo da Cadino. Si presentano una dozzina di persone in rappresentanza del Comitato civico che si oppone al biodigestore e i rappresentanti del Comune di Salorno. Il loro argomentare è ormai una litania conosciuta che dice in buona sostanza "qui non si deve fare". Giocare sulla paura (l'odore, le polveri, l'inquinamento) e non dire nulla sulla necessità di farsi carico del problema se non spostandolo altrove è insieme fuorviante e irresponsabile. Perché la tecnologia anaerobica ha raggiunto livelli di sicurezza elevatissimi e perché oggi il nostro comportamento - portando fuori provincia a costi elevatissimi l'80% dell'umido prodotto - è irresponsabile. Il problema è che a fronte di atteggiamenti di questo tipo la politica non sa fare altro che rincorrere la ricerca di consenso. Lo abbiamo visto a Lasino, lo vediamo oggi a Cadino. La Lega salta su ogni mugugno, il centro sinistra non sempre ha il coraggio di dire che una politica responsabile è quella che è capace di farsi carico dei problemi. Può essere che ci si sia trovati di fronte a localizzazioni discutibili o ad impianti vetusti (come a Levico), ma se non va bene Cadino dove le prime abitazioni (trenta persone in tutto) distano quasi un chilometro dall'impianto progettato, vorrei capire quale altro sito in Trentino può considerarsi adeguato. A meno che non si pensi di realizzare un impianto in mezzo ai boschi. Il sindaco di Salorno dice di non essere mai stato consultato come se i centri limitrofi a quello dove si vuole realizzare un impianto avessero una sorta di diritto di veto. Anche in questo la somiglianza alla vicenda di Lasino è molto forte: vi immaginate che per una localizzazione di questo genere si debba non solo trovare il sito e convincere una comunità a farsene carico, ma avere anche il consenso dei Comuni vicini? Vorrebbe dire - in buona sostanza - non farne nulla, in altre parole lasciare le cose come sono.

Il fatto grave è che questa è ormai la cifra del tempo. Cattiva politica e antipolitica, non sanno far altro che rincorrersi alla ricerca di un facile consenso.

Provi a non rincorrere questo cliché sulla scuola, e ti ritrovi addosso gli insulti. Ad usare la politica, l'autonomia come grimaldello per evitare che in Trentino avvenga quel che accade in Italia con le scelte del governo che sui tagli all'istruzione fa cassa, anche qui fra spinte contraddittorie e assetti di potere consolidati, nessuno ti capisce e la cosa viene vissuta come cedimento. Provi a rovesciare il carattere concorrente delle competenze incardinando sull'autonomia scolastica alcuni possibili cambiamenti, e ti scontri con ideologismi e conservatorismi.

A Canale di Pergine il Circolo locale del PD promuove un incontro con l'assessore Dalmaso, il consigliere Zeni e il sottoscritto e quel che ne esce è un contraddittorio fra gli autoproclamati "stati generali della scuola" e l'assessora. Non c'è ascolto, c'è la messa sotto accusa. Non serve nemmeno riconoscere che qualcosa non ha funzionato, perché lo schema non lo ammette. Qui non si fanno prigionieri. Non serve nemmeno indicare scenari diversi nei quali provare a leggere la vicenda non della riforma ma dell'emanazione del provvedimento relativo all'ordinamento scolastico del secondo ciclo, perché ho la sensazione che proprio non venga compreso, assorti come si è in una narrazione tanto semplificata da divenire manichea. "Qui siamo in Italia, altro che autonomia...". E' davvero paradossale che le parti si siano così invertite, le proposte di cambiamento vengono dal governo provinciale e la conservazione di quel che c'è (e che non funziona, perché agli istituti e alle scuole professionali non ci vanno certo i figli dei ricchi) venga dalla protesta. Persino la proposta di un biennio comune dell'istruzione superiore viene avversata, dai più (le corporazioni) come egualitaria (parola inammissibile), da qualcuno come strumentale per nascondere la vera natura del provvedimento.

Marta Dalmaso mette in gioco tutta se stessa, devo dire che questa sera mi sembra più convincente di altre volte, rassicura sui tagli che in realtà sono investimenti crescenti, sul personale, persino sul biennio (forse sbagliando), ma non serve a nulla. Io me ne sto zitto fin dopo le 23.30, quando provo ad introdurre una diversa narrazione che parte dall'avversato accordo Pat - Miur con l'allora ministro Moratti (stava lì la vera intuizione) ma non c'è verso. "Fate qualcosa di sinistra" dice qualcuno. "Basta con i soldi alle private" dice qualcun altro, come se in questi anni fossero venuti meno in Trentino i finanziamenti alle scuole pubbliche... Un'antica discussione, che nel tempo si ripropone in forme parossistiche, senza capire che fra il pubblico e il privato c'è tutto il concetto di comunità e che l'unica maniera di ricondurre una parte del privato, quello confessionale, ad un sistema formativo provinciale non discriminatorio è proprio quella di usare lo strumento del finanziamento pubblico.

Pubblico - privato, laici - cattolici... è lo schema sempre buono per non capire nulla di questa terra. Una sinistra che non a caso è sempre stata marginale, incapace di uscire dallo schema della disastrosa vulgata novecentesca. E che si autoassolve con l'altro schemino sempre pronto, quello del tradimento.

E' un "deja vu" insopportabile. Quando arrivo a casa sono proprio stanco. 

 

mercoledì, 17 febbraio 2010

All'Osservatorio sui Balcani e Caucaso c'è la riunione mensile dello staff. E' un po' che non vi partecipo ma stamattina si discute del programma di iniziative dedicate al tema dell'identità europea che si svilupperà in diverse città italiane nel corso del 2010. E', quello dell'Europa, un tema che mi appassiona perché credo che questa debba essere la prospettiva politica su cui lavorare. L'Europa come progetto di pace, di cittadinanza democratica, di autogoverno locale, di apertura e di dialogo fra culture. Ben diverso cioè dall'Europa degli Stati nazionali, ciascuno alla ricerca della propria egemonia, fortezza a difesa dei propri privilegi, che approfondisce il solco fra oriente e occidente.

Nonostante di Europa si continui a parlare, è pur vero che l'idea originaria, quella dell'Europa come progetto politico sovranazionale e delle regioni, delle minoranze dunque, capace di elaborare il suo drammatico Novecento e anche per questo di pace, non sembra essere nelle corde dei cittadini europei, che tali non s'avvertono se non in sottrazione rispetto ad altre cittadinanze europee.

Occorre, per questo, uno sguardo lungo sulla storia. Leggere Fernand Braudel, "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II", appare oggi più che mai utile per comprendere la nostra di età. L'elaborazione delle vicende storiche che riappaiono come fantasmi nella nostra vita quotidiana, in forma di paure, razzismo o altro ancora. In questi giorni in cui del tema della memoria si riempiono le pagine dei giornali, dovremmo chiederci quanto i cittadini europei hanno elaborato la loro storia, un'identità che è in continuo divenire perché prodotto dell'incontro fra culture in continua contaminazione. Quanto hanno elaborato dell'Olocausto e della colpa verso il male assoluto. Quanto hanno saputo leggere dalle lezioni che venivano dai Balcani nei recenti anni '90.

Di queste storie dovremmo parlare. Osservare i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso non serve solo a conoscere e cercare di descrivere un'area di prossimità, significa osservare se stessi, guardarsi dentro. Perché mai il Novecento europeo nasce e muore a Sarajevo? Ed è forse questa la ragione per cui c'è invece rimozione.

Se ne va tutta la mattinata. E' un piacere rivedere gli amici di OBC, è come rituffarsi in un contesto di cui avverto una grande mancanza.

Risalgo a Trento. Quarta Commissione fino alle 17.00, un incontro sulla questione dei biodigestori con un tecnico del depuratore di Trento che ha chiesto di parlarmi, la riunione con alcuni tecnici e insegnanti dell'Istituto Agrario di san Michele all'Adige ed esperti vitivinicoli sulla Palestina, un salto casa e poi, dopocena, al centro civico di Sopramonte dove c'è l'incontro della maggioranza della circoscrizione sul tema della cava di Cadine, fotocopia di tante altre contraddizioni e di tante altre paure per certi versi giustificabili, per altre ascrivibili in larga misura alla logica del "non nel mio giardino". Come non capire che sulla paura si sedimenta solo antipolitica?

 

martedì, 16 febbraio 2010

Martedì grasso, scuole chiuse, analogamente a molti uffici pubblici e negozi del centro di Trento. Nonostante l'affollamento del Carnevale non avverto gioia nelle strade, né l'ironia verso i potenti, quasi che anche la trasgressività della festa in maschera avesse preso anch'essa la piega della ritualità, come se fosse venuta meno la capacità di guardarsi con gli occhi degli altri. Il Carnevale così non arricchisce, fotografa piuttosto la disabitudine alla trasgressione quanto alla meraviglia.

Tutto è dato, tutto è scontato. Con questi pensieri e approfittando del mio trovarmi in anticipo rispetto all'incontro previsto alle 18.OO, mi permetto due passi per il centro città. Spero di non trasferire stati d'animo sulla realtà, forse è semplicemente il grigiore della giornata, ma ho come l'impressione che le persone che incontro per strada "aspettino la pioggia per non piangere da soli" come recitava Fabrizio in "Storia di un impiegato".

Atomizzazione sociale e solitudine sono tratti del nostro tempo, ciascuno chiuso nel proprio particolare o nel proprio rancore. Ma per fortuna il Trentino è anche tante altre cose. Ad esempio, sono le persone che incontro al gruppo consiliare, in rappresentanza dell'Associazione per lo sviluppo sostenibile dell'Alta Val di Non che raggruppa amministratori dei nove comuni della zona, realtà della società civile, organizzazioni dei contadini e di altre categorie. Una sorta di "patto territoriale" sgombro da furbizie e particolarismi, immaginato per dar voce alle espressioni della creatività, della qualità e della fantasia del territorio.

Il focus dell'incontro è la legge recentemente approvata sulle filiere corte  e l'educazione al consumo consapevole e come questa potrà essere attivata sul territorio per favorire le produzioni di qualità, la loro commercializzazione, la possibilità di fare sistema territoriale.

Sono con me anche Michele Ghezzer, Edoardo Arnoldi ed Enzo Mescalchin, parte del gruppo di lavoro con cui abbiamo costruito la legge. E' forse la prima volta che affrontiamo - a partire da una concreta realtà - le possibili ricadute della legge e ci rendiamo conto di quanto ancora ci sia da fare per trasformare le disposizioni legislative in azioni concrete. E di come un provvedimento legislativo debba corrispondere alla crescita culturale di una comunità, nella consapevolezza che i comportamenti virtuosi possono arrivare là dove la legge s'infrange di fronte al conservatorismo.

Fra i miei interlocutori ci sono atteggiamenti diversi, quelli più rigorosi e forse ideologici, come quelli più pragmatici di chi pensa all'attivazione di reti alternative. In mezzo il valore (e la fatica) della contaminazione, di chi non teme il corpo a corpo con la grande distribuzione o la cooperazione organizzata, nonostante queste siano vissute spesso come modello di sviluppo insostenibile. Non v'è dubbio, c'è di che lavorare...

La discussione, accesa, si protrae fino a tardi e quando usciamo dall'ufficio nelle strade rimangono solo i coriandoli e quegli odiosi filamenti di plastica che non ho idea di come si chiamino e che hanno preso il posto delle stelle filanti.

 

lunedì, 15 febbraio 2010

Al mattino lavoro in ufficio, fra documentazione consiliare e telefonate varie. Nel pomeriggio c'è riunione del Gruppo ma, essendo a ranghi ridotti (francamente questa cosa del ponte di Carnevale non la capisco) facciamo semplicemente il punto sull'ordine del giorno del prossimo consiglio e discutiamo di una proposta di legge per garantire una forma di copertura assicurativa al volontariato trentino. Sono quasi 50 mila le persone a vario titolo impegnate in associazioni di volontariato riconosciute (praticamente un cittadino su dieci) ma si tratta a mio avviso di un dato sottostimato rispetto ad una realtà ben più vasta. Pongo la questione affinché si possano individuare categorie di volontariato effettivamente a rischio. Conosco il problema da vicino, in tutti questi anni di impegno nella solidarietà internazionale è sempre andato tutto bene, qualche piccolo incidente, ma niente di che. Eppure le situazioni a rischio nelle quali ci siamo trovati sono moltissime, e la copertura per anni è stata pressoché zero. Poi un po' ci si è attrezzati, ma i mezzi a disposizione delle associazioni sono limitati e di conseguenza anche le assicurazioni coprono relativamente. Il problema per una comunità che intende favorire il volontariato come tratto distintivo della propria identità sociale è dunque reale, anche se non è facile trovare una giusta misura che eviti sprechi o condizioni di privilegio.

Nel secondo pomeriggio c'è la riunione del Consiglio della Pace e dei Diritti Umani, praticamente il Consiglio del Forum. Mi consola vedere che nonostante l'aria di festa che c'è in giro, gran parte dei consiglieri siano presenti. L'ordine del giorno è nutrito e non abbiamo il tempo di svilupparlo per intero. Concentriamo dunque l'attenzione su tre punti.

Il primo riguarda il Centro di formazione alla solidarietà internazionale. Ne ho parlato in questo diario nei giorni scorsi. Ora come Forum dobbiamo indicare il nome della persona che andrà a far parte del Consiglio di Amministrazione del Centro, insieme ai rappresentanti della PAT, dell'Università di Trento, della Federazione trentina delle Cooperative, delle Associazioni di volontariato internazionale, della Fondazione Campana dei Caduti, di OCSE, e d'altro canto, delle due persone che faranno parte del "Gruppo di progettazione". Jenni Capuano, direttrice del Centro, ci espone le attività e i programmi. Con lei affrontiamo anche le possibili sinergie che vorremmo mettere in campo. Sarà Alberto Conci a rappresentarci nel CdA, mentre Francesca Vanoni e Mauro Cereghini continueranno a far parte del gruppo di progettazione.

Il secondo punto all'ordine del giorno è l'individuazione del tema annuale che dovrebbe caratterizzare l'azione del Forum. Avanzo la proposta che il tema, in realtà un po' più che annuale, sia l'Europa e il Mediterraneo come idea di pace. L'Europa è oggi un progetto in crisi. Un'Europa senza i cittadini, se pensiamo alla scarsa partecipazione (43% degli eventi diritto, vedi il pdf nella home page) alle elezioni del Parlamento Europeo nel 2009; un'Europa che nell'immaginario collettivo è dimezzata (di quale Europa parliamo, quella a 27 stati dell'Unione Europea o quella a 47 del Consiglio d'Europa?); un'Europa senza politica europea (quella degli Stati che non cedono sovranità o quella delle Regioni quale progetto sovranazionale?).

L'Europa di cui abbiamo bisogno è una proposta di pace, in grado di riflettere sul suo ‘900 e le tragedie che l'hanno attraversata non solo nel passato ma anche nel presente, capace di ricomporre la frattura storica fra oriente e occidente, come luogo d'incontro delle tante minoranze che la compongono e di dialogo con il grande mare che la circonda, attraverso il quale si sono intrecciati storie, saperi, identità culturali e religiose. Un tema vastissimo, sul quale propongo di dar vita ad un gruppo di lavoro del Forum e di articolare un programma di iniziative culturali che vedano protagonisti anche i soggetti in rete con il Forum. Non solo convegni, tanto per capirci, promovendo iniziative che possano servire a far crescere la consapevolezza che la nostra identità nasce dall'incontro di identità diverse che hanno avuto proprio nel Mediterraneo lo spazio dell'incontro e, talvolta, dello scontro. La proposta suscita un intenso dibattito, tutti i presenti condividono l'idea e ci mettiamo al lavoro.

Infine, terzo punto, la marcia Perugia Assisi. Il 16 maggio coincide con le elezioni amministrative nei Comuni del Trentino e non sarà facile organizzare la partecipazione. Decidiamo quindi di immaginare un nostro percorso di avvicinamento, affinché se ne parli non tanto per i contenuti - piuttosto generici - della piattaforma 2010 ma all'insegna della conoscenza del pensiero di Aldo Capitini, nel cercare di inverare il messaggio originale che il 24 settembre 1961 (quasi cinquant'anni or sono) Capitini si propose nel promuovere un evento che è entrato a far parte della storia del nostro paese. Un percorso culturale che ci porterà a fine mese nel seminario alla Cittadella di Assisi e poi sul territorio.

La giornata si conclude alla sede del PD del Trentino, dove è convocata l'assemblea degli eletti alle elezioni primarie. Due lunghe relazioni, quella del segretario Michele Nicoletti sul quadro politico nazionale e locale, con una particolare attenzione ai temi della scuola e dell'ambiente, e quella di Roberto Pinter sulle elezioni amministrative, sugli incontri in corso, sulla tenuta della maggioranza provinciale ma anche sulle sue contraddizioni. Avrebbero forse meritato ciascuna uno spazio di confronto più ampio. 

 

venerdì, 12 febbraio 2010

L'assessore Marta Dalmaso incontra alle 9 del mattino i consiglieri provinciali della maggioranza, al fine di aggiornarci sulle vicende della scuola alla luce delle ultime disposizioni del Ministero della pubblica istruzione. La riunione è la conferma di quanto fumo sia stato fatto per un atto amministrativo che aveva il solo lo scopo di migliorare i (pesanti) provvedimenti nazionali - in virtù delle competenze concorrenti che lo Stato Italiano ha in materia di monte orari e di programmazione dei cicli scolastici - introducendo alcune scelte di qualità come il biennio comune alle superiori. Il che avrebbe comportato - com'è ovvio - il taglio di alcune ore in alcune materie ed il potenziamento di quelle relative alla formazione generale.

C'è nel mondo della scuola, inutile nascondercelo, un clima di grande conservazione. La legge 5 sull'autonomia scolastica è ampiamente avversata, perché vuol dire maggiore assunzione di responsabilità, più richiesta di innovazione e di capacità progettuale. Le materie non si toccano, soprattutto quelle che hanno maggiore potere contrattuale. Gli istituti tecnici, pur nella loro dequalificazione, non possono essere messi in discussione. I posti di lavoro, che si lavori bene o male poco importa, sono materia inaffrontabile e sulla qualità della formazione non c'è - in buona sostanza - alcuna verifica. Se un ragazzo non va bene, cavoli suoi. Mica è cosa sulla quale gli insegnanti devono interrogarsi...

Di questa conservazione il "palazzo" ne approfitta per mantenere le proprie prerogative di potere burocratico, buona parte della politica tende a cavalcarla, gran parte dell'informazione pure.

Della scuola si parla anche in serata, nella commissione di lavoro appositamente convocata in sede del PD del Trentino. Presenti una quarantina di docenti e dirigenti scolastici e devo dire che finalmente c'è un luogo dove se ne discute in maniera competente e non strumentale. Mi chiedo perché questo patrimonio di esperienze e di sapere non si è messo in moto subito per chiarire l'orizzonte dei provvedimenti, porre un argine al corporativismo e fermare l'opera di disinformazione... Mi vengono in mente i titoli dei giornali: "No allo sfascio della scuola trentina" e mi chiedo quale disegno sottacevano...

Rimane il fatto che la scuola, anche quella trentina, richiede riforme profonde ed in primo luogo di dare piena attuazione alla riforma che abbiamo varato (la Salvaterra) e che è rimasta lettera morta. Su questo credo che il PD del Trentino dovrebbe mettere in cantiere un lavoro sistematico a cominciare da un convegno di bilancio. Ne saremo capaci?

L'altro tema della giornata è dedicato al progetto "Politica è responsabilità" (vedi il riferimento nella prima pagina di questo sito). Mano a mano che ne parliamo ne affiniamo il profilo e gli strumenti: il sito web è praticamente pronto, si tratta ora di definire l'indice dei temi che verranno trattati nel corso dei prossimi dodici mesi nelle 26 tesi tematiche che saranno poste, una ogni quindici giorni, all'attenzione della rete. L'indice richiede che tutti coloro che hanno dato la disponibilità ad essere "direttori responsabili per 15 giorni" indichino il tema che intendono sviluppare. Con il gruppo promotore affrontiamo i mille altri accorgimenti che in questa sede vi risparmio. Rimane il fatto che il tema della formazione di una nuova classe dirigente sia oggi all'ordine del giorno e credo che il nostro progetto rappresenti una delle rare proposte sul tappeto per cercare di trovare delle risposte. Vedremo.

La giornata si conclude a Mezzolombardo, dove ci troviamo con Paolo Fedrizzi a parlare del sistema sanitario trentino e del futuro dell'ospedale di zona, recentemente chiuso per rischio di crollo. Paolo fa il medico di base da quarant'anni, una grande professionalità quindi, ma ciò che più mi colpisce nelle sue parole è l'umanità, è il fatto che i pazienti non sono numeri ma ognuno una storia, una vita, una sofferenza, una solitudine di fronte alla morte. Il che non è affatto scontato. Mi parla di un'anziana signora che ha accompagnato nei suoi ultimi minuti il giorno precedente, della sua serenità, dell'opportunità di crescita che quelle ore hanno rappresentato per i famigliari che l'hanno assistita. Lui teme la disumanizzazione del sistema, l'efficientismo tecnocratico dei grandi numeri, lo sradicamento delle persone malate dal territorio e dalla vicinanza ai loro parenti, il trasformarsi della sua stessa categoria in dispensari di ricette. Devo dire la verità, sono entrato in quella casa pensando una cosa e ne sono uscito con molti dubbi e con un'idea in parte diversa. Erano tanti anni che non vedevo Paolo, l'ho trovato chiuso nel suo mondo ma anche molto stimolante. E così abbiamo fatto le undici passate anche questa sera. 

 

giovedì, 11 febbraio 2010

Giornata lunga ed intensa di impegni.

Torno a casa che è quasi mezzanotte, stanco ma soprattutto seriamente preoccupato. La riunione con il Circolo del PD di Borgo Valsugana, alla quale ho partecipato insieme al segretario Michele Nicoletti e al capogruppo Luca Zeni, è un affresco del disorientamento che c'è in giro. Il tema della serata non è ben definito ma in buona sostanza si parla del le vicende che hanno sconquassato la valle attorno all'inquinamento ambientale e più in generale delle politiche ambientali del partito. Dalla breve introduzione del segretario del Circolo agli interventi che si susseguono è un lungo ed indistinto lamento verso l'operato della giunta e verso un partito incapace di far sentire il proprio peso.  Dalle loro parole si evince come la comunicazione segua semplicemente le cronache giornalistiche, e per altro distrattamente. Di quel che si fa sul piano consiliare (dal Colbriccon allo stop verso i tentativi di sfruttare l'acqua del Garda per farci business, dall'indagine della terza commissione alle proposte che ne sono emerse per difendere il nostro territorio dall'inquinamento ambientale, dal no al nucleare all'acqua come bene comune...) non c'è traccia. E' come se l'antipolitica che viene seminata a piene mani non trovasse anticorpi nemmeno nei luoghi della politica. Il che mi porta a dire che servono strumenti efficaci di comunicazione e mi conferma nell'urgenza di attrezzarsi per ricostruire - attraverso percorsi formativi ad ogni livello - una nuova classe dirigente.

Ci si lamenta di essere lasciati soli, in un quadro dove le responsabilità amministrative ricadono immediatamente - vista la figura di Pacher - sull'immagine del partito. C'è delusione, nessuno si fa vivo. Nel mio intervento provo a rispondere, non per difendere qualcuno ma per cercare di mettere a fuoco l'attività amministrativa dall'azione politica. E per dire che deve essere l'organizzazione territoriale a pianificare la presenza dei consiglieri sul territorio. Avverto che il mio sguardo su una dimensione collettiva del partito fa a pugni con la logica del partito/immagine, che poi è anche del partito/delega.  E poi altre logiche ancora, molte volte legate alle vecchie dinamiche di appartenenza. Il risultato che siccome "non è dei nostri" non lo chiamiamo.  Tant'è vero che le uniche persone che in questi mesi mi hanno chiamato ad un dibattito su Monte Zaccon e Acciaieria sono state le consigliere del gruppo di minoranza di Roncegno.  Affrontando una sala potenzialmente ostile alla maggioranza e che pure ha accolto le cose che ho detto sul futuro della Valsugana con attenzione e condivisione. La mia impressione è che paghiamo anni di vuoto nella discussione politica.

Preoccupazione politica che condivido con Nicoletti nel scendere verso Trento. Un cortocircuito che non si supera con l'attivismo, ma con strumenti efficaci. E forse anche rivolgendo lo sguardo ad una dimensione più ampia, nel quadro di un impegno dove il partito è solo una parte dell'orizzonte di ognuno, dove l'impegno culturale e sociale non è altro.

Questo diario credo lo testimoni concretamente. Anche di una giornata come questa, iniziata di primo mattino con l'appuntamento con Jenni Capuano, direttrice del Centro di Formazione sulla solidarietà internazionale, ambito ancora poco conosciuto che ha assorbito le attività formative sulla cooperazione internazionale che facevano capo all'Unip, alla Federazione delle Cooperative e all'Università di Trento e che coinvolge anche la sede di Trento (unica in Italia) di Ocse (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) oltre ovviamente alla PAT. Un lungo e mi sembra fruttuoso confronto nella sede che un tempo fu il convento degli Agostiniani. Proseguita trovandoci al gruppo con Michele Ghezzer, Diego Pancher, Luca Zeni e Roberto Pinter per discutere delle elezioni comunali di Mezzocorona, dove il centrosinistra deve ricostruire la propria presenza politica ed istituzionale. Quasi centocinquanta persone hanno partecipato alle primarie del PD del Trentino, un potenziale straordinario, ma il partito non c'è. Lo stesso si potrebbe dire per l'UpT... Se vogliamo un cambio politico alla guida dell'amministrazione è necessario che i partiti della coalizione provinciale trovino una candidatura a sindaco e un programma condivisi. Con il via vai di persone che passano dall'ufficio del gruppo (che fa da supplenza ad una sede fuori mano ma soprattutto dove fai fatica a trovare interlocutori con i quali parlare). Fra queste Victoria Gomez, così , solo per il piacere di darmi un saluto. Ci dedichiamo pochi ma intensi minuti dove le parlo del mio recente viaggio in "Terrasanta", le butto lì qualche suggestione mediterranea che tocca le sue corde latine, lei di origine spagnola e cittadina del mondo. Rimaniamo per una "paella" da mangiare all'aperto non appena la primavera lo consentirà.  Infine nel tardo pomeriggio mi raggiungono Eugenio, Luca e Daniele per una riunione del gruppo di lavoro di Viaggiare i Balcani. Finiamo verso le 19.30 e il resto della serata già lo conoscete.

In Valsugana scende una fitta nevicata, così anche le acciaierie sono un po' meno grigie. Stamattina la Giunta provinciale ha reso noti i primi dati di analisi dei terreni in prossimità dello stabilimento e sono tutte nella norma, il che è bene ma non risolve affatto il problema di un insediamento insostenibile. Tanto che la Giunta ha proposto di istituire un gruppo di lavoro che da subito sarà impegnato nello studio della riconversione dell'area. Esattamente quel che avevo proposto tre mesi fa.

 

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mercoledì, 10 febbraio 2010

Nel corso di questi ultimi anni ho avuto una particolare attenzione al tema delle foibe. Molti dei viaggi di studio realizzati nell'ambito di percorsi formativi che avevano a che fare con l'elaborazione del conflitto e la memoria partivano proprio da Trieste e dalla volontà di togliere il velo che ricopriva (e ancora ricopre) le vicende che hanno segnato il conflitto lungo il confine nord orientale del nostro paese. Lo facevo quando ancora la "giornata del ricordo" nemmeno esisteva e a parlare di foibe era solo qualche studioso. Oltre, ovviamente alla comunità degli esuli immersi in un dolore spesso considerato ingombrante.

Anche per questo, nel collettivo di Osservatorio Balcani e Caucaso ho proposto negli anni scorsi di prendere in mano coraggiosamente questa vicenda, cercando di sottrarla ad una memoria usata come clava politica, come purtroppo è quasi sempre avvenuto e ancora avviene. Ne è nato un lavoro molto importante, di grande equilibrio e serietà nella documentazione: un DVD multimediale dedicato alle scuole superiori, uno strumento che davvero consiglio ai docenti e agli studenti che intendono trattare questo argomento in maniera non superficiale.

Chissà perché, quest'anno, non ho voluto scriverne nulla. Forse avverto un overdose di retorica della memoria, di cui ha recentemente scritto anche su queste pagine l'amico Giuseppe Ferrandi. E perché temo la ritualità del parlarne a comando e non come tratto di una riflessione che dovrebbe rientrare a pieno titolo nei percorsi non solo della didattica ma nell'educazione permanente.

Anche di questo mi trovo a parlare in un colloquio con il presidente Dellai. Ho una fitta scaletta di questioni da porgli che spaziano dall'attività legislativa ai rapporti internazionali, primo fra tutti il fatto che la nostra autonomia sta diventando un punto di riferimento crescente nella ricerca di soluzioni di pace a conflitti regionali, dal Kosovo al Tibet, dalla Palestina allo Xinjiang...

In questo cantiere c'è anche la preparazione di un disegno di legge sull'educazione permanente. Le leggi possono anche non servire, a volte proprio non servono, ma qui se non interveniamo nel facilitare l'approccio alla conoscenza ho paura che la deriva dell'imbarbarimento sia troppo forte per affrontarla con il contagio - che ne so - della buona lettura. I processi di trasformazione sono così rapidi che il bagaglio di conoscenza di ciascuno di noi diventa in fretta obsoleto. E questo vale per la cultura generale come per le competenze professionali. Nessuno può più permettersi, se vuol far bene il proprio lavoro, di vivere di rendita: insegnare oggi è altra cosa di vent'anni fa, così fare l'assistente sociale e, vorrei dire, qualsiasi altro mestiere.

Leggere un libro, andare a teatro, fare un viaggio ... mettere in campo nuove esperienze professionali, realizzare le condizioni per una intelligente flessibilità sul lavoro, essere disponibili al cambiamento ... potrei continuare a lungo ma è così che una comunità si attrezza ad abitare il proprio tempo. Impossibile mettere tutto questo in una legge, ma interrogarsi su quel che può essere utile mettere in campo per creare condizioni favorevoli alla conoscenza in ogni fascia d'età, questo forse è possibile.

Madrano è un piccolo centro che s'incontra lungo la strada che sale verso l'altipiano di Piné. Attorno al piccolo cimitero una folla di amici provano ad essere di conforto a Maurizio, Teresa e Margherita che hanno perso la loro compagna e mamma Cristina. E' accaduto tutto così in fretta che l'incredulità si legge nei volti dei presenti, che percepisco come una comunità di persone un po' così com'era Cristina: attenta, rigorosa, esigente, dolce. Non ci frequentavamo, ma me ne vado via con la sensazione di una perdita grande quanto irrimediabile.

Un paio d'ore più tardi sono a Torbole. I promotori della legge sul Parco Agricolo dell'Alto Garda mi aspettano per capire che cosa si può fare affinché ne sia data applicazione. Approvata un anno e mezzo fa è nel frattempo rimasta lì, sulla carta, in attesa di una Comunità di valle che ancora non c'è. Proprio in mattinata ne avevo parlato con Dellai, sollecitandolo a farsene carico, sia perché la legge prevede che scaduti diciotto mesi è la Pat a doverlo fare, sia per avere certezza di quale ambito dell'amministrazione provinciale ne seguirà l'attuazione. Il confronto è interessante ed investe l'insieme delle politiche per l'agricoltura trentina, che vive una fase di grande incertezza.

La giornata si conclude a Rovereto, a casa di Erica, dove ci troviamo per parlare delle attività del Forum per la Pace e di Palestina. E per un'ottima cena. Quando finiamo è abbastanza tardi, arrivo a casa e la pioggia nel frattempo si è trasformata in una fitta nevicata, il che aiuta a chiudere la giornata con un briciolo in più di serenità.

 

martedì, 9 febbraio 2010

Giovedì e venerdì i primi sintomi, sabato sera e domenica febbre alta, lunedì e martedì a letto nel cercare di dargli la volta con aspirina, tisane e inalazioni. Tutti gli impegni (prima commissione regionale, terza commissione provinciale, consiglio regionale e appuntamenti vari) cancellati senza che caschi il mondo, a testimoniare tante cose, in primo luogo che il delirio quotidiano nel quale siamo immersi è una nostra costruzione mentale e che alimentiamo per tenerci vivi.

Anche per questa ragione, passata la febbre, agli appunti sulle cose da fare preferisco un libro. Dal mucchio di quelli ai quali assegno una qualche priorità tiro fuori "La pulizia etnica della Palestina" di Ilan Pappe (Fazi editore). E' la cronaca ragionata della Nekba (la catastrofe del 1948), la cacciata dei palestinesi dalle terre che avevano abitato e coltivato da sempre, ma con un accento insolito: a parlare è uno scrittore israeliano, nato ad Haifa nel 1954, figlio di coloni olandesi sfuggiti alla persecuzione nazista. Un titolo forte, diciamo pure "politicamente scorretto", ma straordinariamente documentato e doloroso, per chi lo scrive innanzitutto.

«...Ora si chiama Yoqneam; qui avevano comperato terreni alcuni ebrei olandesi nel 1935 prima di "incorporare" nel loro insediamento nel 1948 i due villaggi palestinesi evacuati. Anche il vicino kibbutz di Hazorea si è preso della terra. Yoqneam è un luogo gradevole perché vi scorre uno degli ultimi fiumi di acqua pulita nella zona di Marj Ibn Amir. In primavera l'acqua sgorga abbondante attraverso un bel canyon giù per la valle, come una volta quando arrivava alle case di pietra del villaggio. Gli abitanti di Qira lo chiamavano fiume Muqata; gli israeliani lo chiamano "fiume della pace". Come tanti altri paesaggi in questa zona di attrazione ricreativa e turistica, anche questo luogo nasconde le rovine di un villaggio del 1948. Con mia grande vergogna, mi ci sono voluti anni prima di scoprirlo».

Un professore universitario, uno scrittore, un attivista per i diritti umani. Che non teme di descrivere la nascita del proprio paese come il prodotto di un crimine contro l'umanità, perché così è riconosciuta dal diritto internazionale la "pulizia etnica". Insomma, un traditore.

Una narrazione, certamente. Ma che rovescia le parti perché viene dalla coraggiosa (e costosa) ricostruzione di come sono andate le cose negli anni che portarono alla nascita dello Stato di Israele, da una persona che cerca la verità senza spogliarsi della propria appartenenza. Nella documentazione, un'infinità di nomi di villaggi palestinesi, ogni tanto mi soffermo su qualcuno di questi, associandolo con le immagini ancora vive dei luoghi dei miei recenti viaggi. Di uno in particolare, Lifta.

«Fino a cinque anni fa, quando una nuova strada collegò la Gerusalemme - Tel Aviv ai quartieri settentrionali ebraici di Gerusalemme - costruita illegalmente su territorio occupato dopo il 1967 - entrando in città si vedeva a sinistra, abbarbicate sulla montagna, una serie di belle case  antiche, ancora intatte. Ora non ci sono più, ma per tanti anni sono stati i resti del pittoresco villaggio di Lifta, uno dei primi sottoposti a pulizia etnica in Palestina ... un bell'esempio di architettura rurale , con strade strette che correvano parallele ai pendii delle montagne ...».

Lifta è il villaggio della famiglia del mio amico Ali, come non vedere l'angoscia nei suoi occhi quando mi indicava i luoghi delle sue radici.

E' andata così. E in tanti altri modi, a partire dal dolore di ciascuno. Riconoscere ed elaborare il conflitto, le vicende della storia, anzi delle storie, non per cacciare qualcuno da qualche luogo (oggi quella è la terra di tutti quelli che la abitano), ma semplicemente perché la pace (e la riconciliazione che ne è il presupposto) richiedono un'elaborazione che vada oltre la storiografia ufficiale dei vincitori. Se così non sarà, rimarrà (e rimane) il rancore. Il tempo non farà altro che ingigantire (per quanto possibile) l'incomunicabilità.

Mentre leggo il testo di Ilan Pappe, penso alla fatica nell'organizzare l'evento che abbiamo in animo di promuovere a fine marzo con la Provincia di Trento che abbiamo intitolato "Officina Medio Oriente", nella promozione del quale si è scelto di coinvolgere anche le associazioni di amicizia fra Italia e Israele. Non so se ne uscirà qualcosa di utile, sempre che ci riusciamo di mandarla in porto. Ma sarà certamente un'officina di educazione alla pace per ognuno di noi.

Immerso in questi pensieri, mi giunge la telefonata di Luca che mi dà una triste notizia, se ne è andata Cristina Boglia. Lavorava ad Eurac, l'Accademia di Bolzano. Impegnata da tempo in progetti europei, Cristina era stata nel 2000 e per un anno intero l'interfaccia sudtirolese nella costruzione dell'Osservatorio sui Balcani. Poi era rientrata in Accademia dove ancora era impegnata professionalmente, ma se quell'impresa è diventata il più importante centro (italiano ed europeo) di informazione e ricerca sull'Europa orientale è anche un po' merito suo. Un tumore se l'è portata via a quarantacinque anni, lasciando Maurizio e le piccole Teresa e Margherita. Che tristezza.

 

venerdì, 5 febbraio 2010

Oggi nevica. Avrei voluto essere con quei quattrocento ragazzi trentini che sono in viaggio per la Polonia, destinazione Auschwitz. E' il treno della memoria che l'associazione "Terre del fuoco" ha proposto lo scorso anno con il Forum trentino per la Pace e la Provincia e che quest'anno viene riproposta. Ma la costipazione mi perseguita da diversi giorni e così sono qualche ora in ufficio e poi a casa. Sarà per l'anno prossimo.

La nostra comunità ci investe ed è bene che sia così, affinché questa opportunità di conoscenza possa crescere e diventare parte di un più ampio progetto di educazione permanente. Quello della memoria è uno dei temi che abbiamo messo fra i punti cruciali del programma del Forum e di cui andremo a parlare nelle prossime settimane nel confronto con i Comuni e le associazioni in ognuna delle comunità di Valle.

Il viaggio interroga le loro giovani vite attorno alle tragedie del Novecento. Un secolo che abbiamo oltrepassato, ma il cui messaggio non è affatto elaborato. Perché - come ha scritto Mariuccia Salvati - "Auschwitz è il Novecento". Il secolo delle "nefaste meraviglie", il tempo della "produzione umana del disumano".

Auschwitz è una piaga aperta, di un corpo malato che prima l'ha prodotta e che poi si è salvato la coscienza con Norimberga, perseguendo i criminali (una parte, per la verità), non certo la "banalità del male". Per dirla con Karl Jaspers, affrontando la colpa criminale, non quella politica e morale. Soprattutto là dove il nazifascismo aveva registrato un grande consenso popolare, il problema venne in larga parte rimosso. Qui da noi era più facile e meno doloroso assecondare l'idea degli "italiani brava gente", piuttosto che scavare dentro le proprie responsabilità.

Ma, come sempre avviene quando non vengono elaborati, i conflitti rimangono lì come fantasmi, pronti a riapparire ogni volta che la paura e qualche apprendista stregone saprà far leva su rancore e narrazioni divise. Ed oggi ci accorgiamo di una società non attrezzata ed ignorante, incapace di convivere con le diversità, carica di pregiudizi, che odia gli zingari. Cioè i primi ad essere sterminati nei campi della morte. In quello ustasa di Jasenovac, oggi al confine fra la Croazia e la Bosnia Erzegovina, il computo delle sessantanovemila persone che vi persero la vita nemmeno conteggia le vittime di etnia rom, assassinati prima ancora di diventare dei numeri.

Nemmeno si è riflettuto abbastanza su quella scritta "Arbeit mach frei" (il lavoro rende liberi) e su quel che descriveva: da una parte la razionalità del sistema concentrazionario, la piena corrispondenza fra l'obiettivo che lo stato tedesco si era dato e gli strumenti messi in campo per perpetrare questo crimine; dall'altra il fatto che quella era una "fabbrica", l'estrema applicazione della rivoluzione industriale alla guerra come aveva presagito qualche decennio prima Arthur Rimbaud. Non a caso qualcuno voleva farla sparire, per fortuna senza successo.

Come non c'è stata riflessione, appunto, sulla banalità del male, sul fatto che intorno ai campi della morte la vita scorreva normalmente. Che non è poi tanto diverso dall'estraneità (e dal fastidio) che continua ad avere una città come Trieste verso la Risiera di San Sabba. O che la Russia del post comunismo sia retta da un ex agente del Kgb, ovvero uno dei simboli che contribuirono a trasformare - per usare ancora le parole di Rimbaud - la "promessa in demenza". Potremmo continuare all'infinito.

Il resto l'ha fatto la retorica. Si possono istituire giornate in ricordo o in memoria di qualsiasi avvenimento o tragedia che l'umanità ha vissuto e nello stesso tempo svuotarne il significato perché ingessate sulla ricorrenza piuttosto che attorno alla capacità di un paese o di una comunità di vivificarne il significato. Che cosa significa il primo maggio se ogni anno muoiono sul lavoro in Italia più di 1100 lavoratori o abbiamo a che fare con situazioni di sfruttamento come quelle viste a Crotone?

Ne scrivo per "Consiglio provinciale cronache" dove il Forum ha una pagina dedicata. Intanto fuori continua a nevicare.

 

giovedì, 4 febbraio 2010

Mentre siamo in Consiglio provinciale arriva la notizia del raid di alcuni giovani studenti nella sede del Pd del Trentino di via Brennero, a Trento. "Dalmaso come Gelmini", "Dellai come Berlusconi", "PD - PDL la stessa arroganza"...  questi gli slogan degli striscioni o dei cartelli che vengono affissi alle pareti. Fossi stato lì mi sarei messo a piangere. Quindi la mia solidarietà a Michele, Laura e Marta che hanno vissuto quei minuti, forse non di paura ma di frustrazione certamente.  

E il biasimo per queste azioni che magari vengono pensate come di lotta, con tanto di ricerca di effetti mediatici, con fotografi ed operatori "embeddet". Al seguito, come in guerra. L'importante è lo slogan ad effetto e una tecnica collaudata per far parlare di sé, non certo capire la posta in gioco.

Che, l'avrò detto in tutte le salse, non è la riforma del secondo ciclo, bensì la volontà di affossare la legge Salvaterra. Obiettivo sul quale convergono le parti più retrive e corporative del mondo della scuola, un segmento importante e potente della burocrazia provinciale (che sin dalla scorsa legislatura s'è messo di traverso costringendo l'assessore Salvaterra alle dimissioni) e gli utili idioti che nemmeno sanno quali sono le competenze della provincia o che hanno in mente il fatto che qui siamo in Italia e che quindi "che cos'è questa storia dell'autonomia?"...

Ma la cosa che più mi fa incazzare sono le stupidaggini della consigliera Cogo che, di fronte ad un'aggressione tanto odiosa non trova niente di meglio che dire "Su questo tema abbiamo misurato la distanza abissale che corre tra le due anime del PD dopo lo scioglimento della Margherita" e che quella Dalmaso darebbe "una riforma classista, che in nome di una pur giusta meritocrazia, penalizza i più deboli. Il sistema duale, poi, è retrogrado e lo usano ormai solo nei paesi del nord Africa" (il Trentino, del 5 febbraio pag.3). Ma di che cosa sta parlando? Molte delle critiche rivolte al provvedimento dell'assessore Dalmaso partivano esattamente dall'opposto, ovvero dal "retaggio egualitarista" di cui sarebbe portatrice. Siamo in presenza del rovesciamento della realtà.

Che si siano compiuti degli errori, ci sta. Bisognava dire sin dal primo minuto che, a differenza della Gelmini, sull'istruzione in Trentino non si taglia ma s'investe, che la riforma della scuola in Trentino s'è fatta due anni fa e si chiama legge Salvaterra e riguarda la grande sfida dell'autonomia scolastica, che proprio questo doveva essere uno dei passaggi decisivi nella capacità di rispondere alla Gelmini attraverso la gestione istituto per istituto degli orari, che la proposta sul biennio comune è la giusta declinazione dell'allargamento dell'obbligo scolastico a 16 anni (cosa che viene messa in discussione dai provvedimenti del governo Berlusconi con la norma sull'anticipo dell'apprendistato), che il ghetto degli istituti professionali andava giustamente superato. Che tale percorso dovesse essere partecipato, non ci piove. Ma anche in questo caso erano gli strumenti della legge 5 (il Consiglio delle Autonomie) che dovevano essere attivati, cosa che invece non è avvenuta per un insieme di ragioni che hanno molto a che vedere con il boicottaggio strisciante della legge stessa.

"Le due anime del PD dopo lo scioglimento della Margherita", dice la Cogo. Che tradotto vuol dire: c'è una "sinistra" (i DS) che non è mai stata d'accordo con la riforma Salvaterra (ed ora con la Dalmaso) e una "destra" che questa posizione ha avvallato sin dai tempi dell'accordo Pat - Miur (che sarebbero quelli della Margherita e quelli di Solidarietà). Effettivamente non so quanto un partito non solo incapace di nuove sintesi culturali ma anche così cristallizzato possa reggere.

Mi arriva il documento di Flavio Ceol. Quattro cartelle fitte fitte sulla scuola, di uno che la materia la conosce bene. I suoi argomenti sono sferzanti, è sicuramente una buona base di discussione quand'anche su alcune cose non sia d'accordo. Del resto con Flavio abbiamo nei mesi scorsi continuamente messo in guardia l'assessore Dalmaso di quel che poi avrebbe potuto scoppiare. Le ha scritte come suo contributo per una riunione della Commissione tematica del PD che avrebbe dovuto riunirsi in serata e che scopro essere rivolta solo ai componenti l'assemblea e il gruppo consiliare. In una situazione del genere perdere del tempo in una riunione tecnica (per capire chi invitare) mi sembra francamente ridicolo, tanto che decido di non andarci nemmeno.

Non si può stare a guardare. C'è da far emergere un orizzonte politico della proposta e c'è una strategia di comunicazione da inventare se non vogliamo che la menzogna diventi realtà. C'è in giro un grande sconcerto e c'è un forte appannamento nella capacità di avere memoria anche ravvicinata dei passaggi politici della nostra autonomia. E un'idea della politica come ricerca di consenso purchessia.

E' proprio vero che le riforme lasciate a metà  si scavano la fossa.

 

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mercoledì, 3 febbraio 2010

Incontro Franca e Annamaria a lato del Consiglio provinciale. Parliamo di diverse cose, fra queste del disegno di legge antiviolenza, di scuola e di sviluppo rurale dell'alta Val di Non. Ci sono fra noi molte sintonie, ma anche distanze. La cosa che però più mi preoccupa nelle loro parole è un farsi interpreti di uno scollamento fra la politica e gli elettori, "persone che ti hanno votato" mi dice Annamaria "che non riescono a parlarvi, non vi trovano sul territorio ...".

Mi verrebbe voglia di mandare tutti al diavolo, cerco invece di capire. La mia agenda urla, piena com'è di appuntamenti, incontri sul territorio e riunioni. Carenza di comunicazione? Mi passa davanti il "rapporto semestrale" o il tempo che dedico a questa stessa cronaca quotidiana del mio impegno politico ed istituzionale.

Ma davvero il problema è di "comunicazione"? O non invece di merito, come temo... Questo non significa affatto che criticità non esistano a cominciare dalla necessità di luoghi nei quali il confronto si possa sviluppare, dopo anni di deserto e di progressivo trasformarsi dei partiti in comitati elettorali.

Ma credo ci sia qualcosa di più profondo. Ho la sensazione che il nostro mondo (parlo della sinistra) fatichi o nemmeno si ponga il problema di indagare intorno alle proprie categorie, di uno scarto crescente di pensiero che è cresciuto mano a mano che si è scelto di posizionarsi lungo i crinali impervi della ricerca di nuove sintesi culturali. Ho in mente la conversazione con Liliana di qualche sera fa a Povo, quel "non riconoscersi più" che sa di tradimento, quel richiamo tutto ideologico alla coerenza, quando ognuno di noi sa che quest'ultima o è una ricerca continua o fa paura. A ragion del vero, quel collocarsi sull'uscio di fronte al "dimmi da che parte stai" mi costava anche prima di assumere questo ruolo istituzionale. Ora sei solo più esposto, si vede di più, è meno capito.

Oltretutto i media non apprezzano affatto, ignorano anzi, la fatica della politica. E' l'antipolitica, ovvero il sangue, l'ingrediente preferito. O il pettegolezzo, che da me non avranno di certo. Ed anche questo non giova alla comunicazione.

Il PD, del resto, è nato per costruire nuove sintesi culturali ed una proposta politica capace di tradurle in programmi di governo (o di opposizione). Non per vincere laddove la sinistra aveva perso. Non per battere Berlusconi, ma per sconfiggerne la cultura politica che molto spesso attraversa in modo trasversale gli schieramenti.

Per ritessere una trama di idee e di partecipazione, compresi i luoghi di formazione delle idee e di nuove classi dirigenti. Più sto in Consiglio provinciale e più avverto che questo è il problema più urgente nella nostra comunità. Del resto, nasce da qui il progetto "Politica è responsabilità" che a breve prenderà il via. Occorrono le parole di un nuovo abbecedario, servono i luoghi dove le idee diventino elaborazione collettiva.

E' con questi pensieri che attraverso una lunga giornata di Consiglio provinciale. Le voci martellanti degli esponenti dell'opposizione ostentano dichiarazioni di guerra semplicemente perché respingiamo le loro proposte di legge. Non c'è democrazia, gridano. Sono due settimane che il Consiglio non discute d'altro che di mozioni o proposte di legge delle minoranze.

 

martedì, 2 febbraio 2010

Qualche appuntamento al mattino, terza commissione per l'intero pomeriggio. Ma oggi, contrariamente alle mie sensibilità, vi voglio parlare di quel che riportano i giornali, in questo caso il Corriere del Trentino che, in prima pagina, titola: "Pd, Tonini apre a Valduga".

Ora, per chi non lo sapesse, Valduga è il sindaco uscente di Rovereto, la seconda città della nostra provincia, verso il quale per l'intera consiliatura il PD ha svolto un ruolo di opposizione, votando contro i suoi principali atti di governo, ultimo bilancio compreso. Un po' difficile poterlo considerare, per effetto di un contorsionismo politico, il candidato sindaco del centrosinistra.

Tant'è vero che in tutti questi anni si è lavorato per costruire un'alternativa nel governo della città della quercia, così come negli ultimi mesi, costruendo una significativa compattezza nel circolo locale, nell'impostazione del partito a livello provinciale e, niente affatto secondario, condividendo questa posizione anche con la sezione roveretana dell'UpT.

Giorgio Tonini non è persona sprovveduta, anzi. E' stato braccio destro di Veltroni, è senatore (quand'anche eletto altrove), è presidente del PD del Trentino ma in primo luogo persona intelligente e sa bene che la partita che si gioca a Rovereto è tutt'altro che secondaria anche sul piano provinciale. Perché dunque una presa di posizione del genere, contro l'orientamento del segretario provinciale, del responsabile della partita elettorale amministrativa di maggio, del circolo di Rovereto e tutto il percorso costruito pazientemente dal segretario del circolo e dal circolo stesso?

A prescindere dalle intenzioni, si tratta di un assist lanciato al presidente Dellai che di Valduga si è fatto alfiere nei mesi passati. Ricorda, per analogia, quel che è avvenuto in alcuni passaggi cruciali della vicenda politica trentina degli ultimi anni, dalla Pinzolo-Campiglio alla Val Jumela, dalle candidature degli esponenti di costruire comunità alla formazione della giunta nell'ultima legislatura...  A che pro, dunque? Forse semplicemente perché la politica ha smarrito una dimensione collettiva per cui s'interpreta il proprio ruolo solo nel manifestarsi. C'è un'opinione diversa? A Giorgio Tonini non mancano certo i luoghi nei quali esprimere la propria opinione.  

Il percorso attuato dal circolo di Rovereto e dal partito sul piano provinciale nell'avvicinarsi alle elezioni di maggio è stato tutt'altro che pregiudizievole verso qualcuno e nemmeno segretato: aperto invece alle alleanze più ampie a partire dai contenuti programmatici e alla luce del sole.

Difficile dire quale sarà l'impatto di questa uscita, sicuramente non aiuta il PD ma nemmeno la coalizione che governa il Trentino. Certo è che così si rischia di compromettere non solo l'esito delle elezioni comunali a Rovereto ma più in generale l'idea che abbiamo della politica, del carattere democratico dell'agire, del rispetto verso i ruoli e il carattere collettivo delle scelte.

Un passo falso, in un contesto già piuttosto difficile per un partito che vive sul piano nazionale uno stato piuttosto confusionale. Il recente dibattito congressuale - pur nella positiva partecipazione - non ha sciolto i nodi di fondo che oggi riappaiono sia sul piano della cosiddetta "vocazione maggioritaria" (che poi riguarda l'identità culturale democratica o di sinistra) quanto sul modo con cui si sono andate costruendo le alleanze nelle elezioni regionali (vedi vicenda Vendola in Puglia). Senza affrontare poi la questione delle forme degenerative della politica che ci portiamo appresso dai vecchi partiti.

Al PD servirebbe una lunga marcia, nella quale mettere in gioco idee e pratiche, vorrei dire le parole stesse di un nuovo abbecedario e il senso dell'agire politico. Ma anche le forme di una politica che ripropone stancamente antichi rituali.

Staremo a vedere. Un contributo anche personale affinché la politica possa riqualificarsi, abitando luoghi ostili al cambiamento, sto provando a portarlo. Certo è che il rimescolamento delle carte (delle idee come delle appartenenze) per quanto avviato non lo ritengo che agli inizi.

A conclusione della giornata, mentre in terza commissione legislativa finiamo l'esame del Disegno di Legge n.81 della Giunta sulla riqualificazione architettonica e la semplificazione delle procedure burocratiche in edilizia, ci ritroviamo un articolo sulla ristrutturazione delle baite, che con il DDL non centra niente e che apre un sacco di perplessità. Lo dico nonostante abbia posto anche personalmente nella campagna elettorale il problema del recupero conservativo dei vecchi insediamenti urbanistici. Ma la proposta di realizzare un sistema di turismo d'elite in nome dell'eco-sostenibilità non mi convince affatto. Chiedo tempo e di fatto diamo uno stop all'articolo. Un tema sul quale ritornerò nei prossimi giorni.

 

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lunedì, 1 febbraio 2010

La sala della Circoscrizione di Povo è piuttosto grande, mi verrebbe da dire troppo grande per un incontro serale sull'agricoltura biologica promosso dal circolo locale del PD del Trentino in una piccola comunità della collina di Trento. E invece c'è tanta gente. Sul palco, anzi sotto il palco nel cercare di ridurre le distanze fra l'uditorio e i relatori, un agricoltore biologico della zona, una giovane donna che si occupa della certificazione biologica, un esponente dei Gruppi d'acquisto solidale e un consigliere provinciale. La platea è attenta alle parole dei relatori, i quali non finiscono di parlare che subito partono a raffica le domande. Sono tante le preoccupazioni per quel che mettiamo nel piatto e più in generale per la salubrità dei nostri stili di vita. E' naturale che le persone presenti siano quelle più sensibili ed anche più esigenti, molti altri - consumatori distratti di merendine industriali o di bibite colorate - scelgono di non sapere e di starsene a casa.

Come avviene sempre più frequentemente di questi tempi, l'immaginario delle persone tende ad essere in bianco e nero. Da una parte il biologico e dall'altra tutto il resto. Una guerra di religione che non ha aiutato e non aiuta al confronto in un ambiente tradizionalmente conservatore e alla contaminazione culturale. Ed è esattamente quel che è avvenuto in Trentino negli ultimi anni, in una chiusura e contrapposizione ridicola e spesso insopportabile. Così che sull'agricoltura biologica, paradossalmente, anziché sviluppare una legislazione a sostegno verso chi sceglieva questa filosofia di produzione, dal 1991 (data della prima legge sul biologico, che venne presentata da Solidarietà) ad oggi si è delegiferato, riducendo in buona sostanza il biologico ad un articolo della legge quadro sull'agricoltura (LP n.4/2003).

In questo contesto di contrapposizione spesso manichea, la logica della contrapposizione porta che nessuno si fida più di nessuno e dunque nemmeno di quel poco biologico che c'è ("chi controlla i produttori biologici?" è una delle domande che vengono dalla sala), figuriamoci di chi viene ad illustrarti una legge come quella sulle filiere corte e l'educazione al consumo consapevole dove di biologico se ne parla ma non in maniera esclusiva. Una contrapposizione che emerge infatti anche nel confronto di Povo, quasi che i prodotti agroalimentari ottenuti attraverso la lotta integrata e i protocolli sempre più avanzati adottati nell'agricoltura trentina fossero veleno. Riecheggia in qualche intervento anche il dibattito di questi mesi sull'inceneritore o sulle acciaierie della Valsugana.

Non sono abituato a nascondermi. Per questo insisto sulla necessità di accettare la sfida del confronto, di evitare che l'agricoltura biologica sia relegata alla pura e semplice testimonianza (oggi in Trentino rappresenta il 2,9% sull'insieme dell'agricoltura), di scegliere la strada di contaminare per togliere il terreno vitale alle lobby della chimica. Non nascondo nemmeno le difficoltà che s'incontrano specie nel confronto con la cooperazione trentina e con una politica che fatica a smarcarsi dall'apparato di produzione (e di consenso) che rappresenta. La cultura della responsabilità è in primo luogo "farsi carico", e questo vale anche per le scelte sbagliate del passato, come nel caso della gestione dei rifiuti. Farsi carico, ovvero l'opposto del "non nel mio giardino". Allora chiedo ai presenti, anche se non è il tema della serata, quanto sia responsabile continuare a scaricare tonnellate di rifiuti in discariche come la Maza di Arco in prossimità del Lago di Garda, quanto lo sia portare fuori provincia a costi elevatissimi l'80% dell'umido che produciamo in ragione del fatto che nessuna comunità è disponibile ad ospitare impianti di biodigestione. Insomma, s'impone una nuova idea di sviluppo, non c'è dubbio, il che presuppone uno scarto culturale che va pazientemente costruito.

Un approccio che trova il consenso di buona parte della sala. In particolare, nel rapporto fra produzione con i sistemi di lotta integrata e biologico i produttori presenti convengono con me sulla necessità di rompere l'isolamento. Da parte mia annuncio la formazione di un gruppo di lavoro (aperto a chi vorrà collaborare) per arrivare ad una nuovo provvedimento legislativo sull'agricoltura biologica che normi in maniera precisa non solo la diffusione e il sostegno di questa modalità di produzione ma anche le regole di tutela rispetto alle derive, ai controlli e quant'altro.

La serata si conclude - come si suol dire - a "tarallucci e vino", tutto biologico naturalmente. Ed anche questo spazio finale è un susseguirsi di capannelli nei quali la discussione continua. Un soggetto politico vivo è quello che sa creare momenti di dibattito come questi.

 

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