«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Verso le 11.00 ho appuntamento con Gianni Rigoni Stern. E' appena rientrato da Srebrenica e ha un sacco di cose da raccontarmi e farmi vedere. Vuole tirarmi dentro il suo piccolo sogni di dare una mano ad un villaggio della zona attraverso un progetto di sviluppo rurale. Ovviamente mi fa piacere essermi conquistato la sua fiducia di uomo burbero dell'altipiano. Provo ad immaginare una triangolazione fra il Trentino, il Veneto e la città bosniaca, mettendo in campo saperi, relazioni e la suggestione di utilizzare i diritti d'autore dei racconti di guerra di suo padre per un progetto di rinascita economica, sociale e culturale dell'antica "Argentea", Srebrenica appunto.
Nel pomeriggio mi attende un incontro che ho fortemente voluto. Riguarda Millevoci. Il Centro Millevoci nasce nel novembre 1998 grazie ad un protocollo d'intesa fra la PAT, il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, l'Iprase e il Comune di Trento, successivamente allargato anche all'Università degli Studi di Trento. Fu la scommessa di far interagire soggetti diversi del mondo della scuola attorno ai temi dell'accoglienza e dell'interculturalità per cercare di dare risposte alte a delle domande che con il trascorrere degli anni diverranno sempre più ineludibili. Un tavolo comune di confronto con l'obiettivo di definire azioni congiunte per migliorare l'integrazione degli alunni stranieri nella scuola trentina.
Sono passati più di dieci anni. Difficile dire se quella scommessa è stata vinta oppure no. Molte cose sono state fatte e probabilmente se il Trentino è stato in questi anni terra accogliente lo si deve anche a questo lavoro. Ma molto c'è ancora da fare, molto da cambiare. Sì, perché in questo tempo è mutato il quadro, la dimensione e la qualità dei bisogni, il tipo di utenza. A cominciare dal fatto che gli alunni stranieri di un tempo sono diventati padri e madri, e i loro figli non sono "stranieri", ma ragazzi nati in Trentino, trentini a tutti gli effetti.
E' proprio per interrogarsi sulle nuove frontiere dell'interculturalità che il Forum e l'Assessorato all'Istruzione hanno promosso nel pomeriggio di oggi, presso il palazzo dell'istruzione a Trento, un incontro di lavoro con le persone e i soggetti che hanno lavorato ed interagito nel corso degli anni con il Centro Millevoci. L'obiettivo è provare a mettere a prova le categorie concettuali e le parole, le une faticano a descrivere, le altre non riescono a comunicare. Pace, diritti umani, solidarietà non vogliono dire più nulla. E lo stesso si può dire per formule come interculturalità, come se le culture, incontrandosi, non producessero conflitti. E' a questi conflitti, è a queste paure spesso sopite, a volte gridate, che dovremmo parlare. Riconoscendole, tanto per cominciare, senza necessariamente bollarle come xenofobia o razzismo. Le paure sono reali, sono il prodotto di trasformazioni tanto rapide quanto radicali che mettono in discussione quel che prima era consolidato. Un altro obiettivo è quello di interrogarsi sui cambiamenti avvenuti. Siamo giù oltre l'accoglienza e l'aiuto: oggi si pone il tema del riconoscere i diritti di cittadinanza, la dignità di essere parte di una storia, insieme diversa e comune. Che in primo luogo dovremmo conoscere. E' un problema degli insegnanti, dei genitori, dei ragazzi. Dovremmo dunque investire nella conoscenza, conoscenza delle storie, delle geografie, delle letterature, delle arti, non per saperne di più degli altri ma per conoscere meglio noi stessi, nel nostro saperci riconoscere come cittadini europei e mediterranei.
Di questo parliamo. Molti i partecipanti, molti gli stimoli. E infine l'impegno di aprire una fase di confronto sui siti del Forum e Vivo scuola, per arrivare da qui a sei mesi ad un momento pubblico di bilancio e soprattutto di rilancio di Millevoci come interfaccia fra tutte le componenti che operano nella scuola, questa volta non per accogliere ma per ritrovarsi.Ne parlo con le persone che stanno al gruppo consiliare. Qualcuno mi chiede: ma cosa possiamo fare noi per recuperare il consenso perduto? Continuo a ripetere che la sconfitta è più profonda di quel che in genere si pensa. Che le paure che spingono tanta povera gente a rivolgersi alla Lega le abbiamo fin qui esorcizzate senza comprendere che vanno invece riconosciute, prese per mano, elaborate. L'altra strada è il tirar su muri, la chiusura, il chiamarsi fuori. Risposte effimere ma semplificate, noi e loro, io e gli altri. Il tema dell'"immunità" posto da Mauro Milanaccio su "Politica è responsabilità" viene a pennello e così scrivo di getto qualche riga.
Butto giù anche lo schema progettuale di un percorso che verrà proposto alla prossima assemblea del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani come tratto che ne dovrebbe caratterizzare il lavoro nel prossimo anno: l'Europa e il suo mare, attraversati di lungo e in largo da popolazioni che incontrandosi e scontrandosi hanno formato identità e radici culturali.
Mi viene una suggestione: l'Europa è fuori di sé. In questa riscoperta ci giochiamo il futuro. Ne riparleremo ampiamente.
In primo luogo sono personalmente contento che un progetto che ho proposto in campagna elettorale si stia realizzando. Corrispondeva anche un impegno di destinare una parte della mia indennità di consigliere provinciale per la comunicazione, la circolazione delle idee e la formazione. Tanto per essere chiari, della mia indennità (che ammonta complessivamente a circa 6.200 euro mensili) il 20% va al PD del Trentino e il 30% a questo progetto.
In secondo luogo, per chi sono i primi protagonisti di questo dialogo. Marco Brunazzo prima, Mauro Milanaccio ora e a seguire Franco Ianeselli sono persone giovani, indicano la possibilità di un cambio generazionale a fronte di una generazione come la mia che ha sequestrato il proprio tempo, rendendone più complessa l'elaborazione. Marco, oltre a rompere il ghiaccio è stato davvero un ottimo direttore responsabile. Ha proposto una tesi che rappresenta uno degli snodi che la politica deve saper affrontare in forme originali, in rapporto al funzionamento delle istituzioni, al ruolo dell'informazione, alle forme di partecipazione diretta...
Sono anche soddisfatto di come sia iniziato il confronto con i lettori, per le venti persone che hanno preso carta e penna e si sono messe in gioco su un tema tanto importante quanto delicato come quello della democrazia. Scrivere un editoriale è relativamente semplice, interloquire nel merito molto meno scontato. Specie quando si è andato perdendo il gusto dell'argomentare, a tutto vantaggio di una politica gridata.
Un'altra cosa che mi sembra interessante è quella di un sito che prende corpo grazie all'apporto decisivo dei suoi direttori responsabili e del dialogo che si crea con i lettori. A fine anno avremo una vera e propria biblioteca on line, una vastissima documentazione di articoli e materiali di approfondimento dove ciascuno potrà attingere e dare senso alle parole che si scrivono.
E, da ultimo, il sito è proprio bello. Ce l'hanno detto in tantissimi: semplice, di facile lettura, sobrio, raffinato. Bisogna che impariamo a fare cose utili, senz'altro, ma anche belle e piacevoli.
I risultati elettorali tardano ad arrivare. Una veloce riunione di gruppo, dove decidiamo che abbiamo bisogno di confrontarci sulla situazione politica trentina. Effettivamente... Propongo di accelerare i tempi per una mozione sul tema degli impianti della telefonia mobile per provare a regolare l'attuale giungla che determina un'assurda proliferazione di antenne, proposta che mi vedrà primo firmatario.
Mentre parto per Fiavè, arrivano i primi risultati, che per la verità sono un po' più confortanti di quel che poi sarà il verdetto conclusivo. Tutto il nord tranne la Liguria (e la nostra regione) sono nelle mani del centro destra e della valanga leghista, che inizia a penetrare anche in altre regioni come l'Emilia Romagna, la Toscana e le Marche, collocandosi come movimento capace di intercettare non solo le istanze di un'area geografica (perché con il federalismo centra ben poco) ma anche (e soprattutto) il rancore di tutti quelli che si sentono minacciati.
Non è questa la sede per un'analisi del voto, ma ho l'impressione che anche questa volta non si imparerà un bel niente. Era l'amarezza che avevo provato sabato quando a Milano, dopo l'incontro sulla Palestina, ci siamo messi a discutere sulle elezioni e quel che sarebbe accaduto in Lombardia. Da persone amiche ed intelligenti veniva solo rancore, come se la scontata affermazione di Formigoni giunto al suo quarto plebiscito non riguardasse anche noi, una sinistra sempre uguale a se stessa, capace solo di dividersi e di riproporre stanchi rituali ideologici. Incapace di intercettare i territori, di mettersi in connessione con essi, di ricostruire coesione sociale, di parlare alle paure, di abitare il difficile crinale della compromissione.
Arrivo a Fiavè per l'incontro con un gruppo di persone che da anni si battono per cercare una soluzione al tema dell'inquinamento dovuto alla presenza nella zona degli allevamenti intensivi di capi bovini. Mi descrivono una situazione da far west, fortemente condizionata da poteri forti che della produzione di latte o di carne di qualità in realtà se ne fregano, scoprendo un mondo che gioca più sui contributi e sulle assicurazioni che altro. Ed anche compromessa sul piano del rispetto delle regole.
Le Giudicarie esteriori rappresentano bene uno dei tratti di criticità del modello di sviluppo trentino, laddove la quantità (e le furbizie) prevalgono sulla qualità, ormai da tutti riconosciuta come la chiave per abitare i processi globali. Raccolgo informazioni e elementi sui quali riflettere. Mi chiedono di assumermi l'impegno di elaborare un disegno di legge sul recepimento delle normative europee sull'uso dei nitrati e sul rapporto fra capi di bestiame e territorio da pascolo. E' un filone tematico che sto seguendo e ci diamo appuntamento per un sopraluogo la prossima settimana.
E' ormai sera inoltrata quando ritorno verso Trento. Mi ero preso un mezzo impegno di andare a Rovereto ad un incontro di "Pace per Gerusalemme", ma ho la testa piena e vado verso casa. Mano a mano che arrivano i dati elettorali si intravede l'esito finale, sette a sei. Diciamo che il malato è grave, ma la partita non è chiusa.
Intorno ad un tavolo un po' di amici, storie e generazioni diverse. Ci dicono che effettivamente alla pace è necessario dare sguardi, parole ed opportunità diverse da quelle fin qui sperimentate, senza il bisogno di schierarsi "armati" da una parte o dall'altra, ma convinti di essere noi stessi parte di quella tragedia, che ci riguarda come europei e come cittadini del mediterraneo.
La cultura come grimaldello di pace, questa è l'idea. Storia, letteratura, teatro, musica, saperi materiali, sapori... di questo ed altro ci occuperemo, valorizzando le attività che verranno promosse in questa chiave, come Terra madre, la Carovana dell'acqua, il Vino di Cana, il vestito delle donne di Hebron. E le innumerevoli relazioni territoriali, per dare un altro significato alla parola cooperazione.
Decidiamo di partire, ci serve un nome e uno statuto. Le idee non mancano. Nei giorni scorsi, nell'Officina Medio Oriente realizzata a Trento, di questo non c'è stato modo di parlare ed è stata forse un'occasione perduta. Ma anche in questa occasione, come già nell'ottobre scorso in occasione del "Time of responsabilità" a Gerusalemme, in molti si sono interrogati sulla banalizzazione di parole come pace e dialogo, laddove vengono annunciati muri ed insediamenti illegali. Non servono confini, serve un cambio di approccio e di pensiero. Per questo nascerà questa nuova associazione.
Enrico Levati mi dice che fra qualche settimana andrà in pensione e che lui ha voglia di esserci in questa cosa. Michele Rumiz, giovane che probabilmente in pensione non ci andrà mai, in serata mi scrive "Grazie mille ancora per l'invito di oggi. Ho molto apprezzato". Generazioni diverse che s'incontrano e provano a parlarsi, cittadini del Mediterraneo.
Non faccio in tempo a rientrare per l'inaugurazione della mostra di Rudi Patauner e la presentazione del libro "Anni Rudi" che racconta vent'anni di satira che hanno contribuito a fare diversa questa terra. Con Rudi c'è un rapporto speciale, il mio abbraccio non manca.
Il "Trentino" di oggi titola a tutta pagina "Kessler all'attacco di Dellai". Della serie, facciamoci del male. Il Trentino rischia a breve di essere l'unica regione del nord a non essere nelle mani di una destra pericolosa e xenofoba, e noi non troviamo di meglio che svilire la nostra diversità, peraltro su questioni di ben poco spessore politico.
L'oggetto di questa nuova querelle è la decisione da parte della Giunta provinciale di ritirare il DDL sul personale per un momento di ripensamento sulla materia, anche alla luce delle centinaia di emendamenti presentati dalla Lega. Una decisione legittima, che avrebbe dovuto essere concordata con la maggioranza con qualcosa di più che qualche telefonata, certo, ma questo riguarda più i rapporti fra esecutivo e la sua coalizione che non il confronto fra i diversi livelli istituzionali. L'unico errore compiuto in questa circostanza è tutto politico, ed è quello di aver annunciato il ritiro in aula senza prima aver concordato il ritiro contestuale anche del Disegno di legge (l'articolo unico sulla trasparenza) da parte della Lega.
Perché dunque questo nuovo attacco da parte di Kessler? Qui non c'è in ballo solo il modo di interpretare il ruolo di presidente del Consiglio Provinciale. Che le due persone non si amino è risaputo. Un antico rancore dovuto al fatto che il figlio politico di Bruno Kessler non coincideva affatto con quello naturale. Non che le dinamiche personali non abbiamo peso, affatto. E sappiamo quanto l'ambizione possa fare cattivi scherzi. Così a seguirlo a ruota sono le dichiarazioni di Margherita Cogo, che rincara la dose. Ma anche qui, a che pro? Entrambi esponenti del PD del Trentino (e del gruppo di cui faccio parte), quel che appare ad un lettore qualsiasi è che ci sia una strategia del partito per delegittimare l'attuale esecutivo e la figura del suo presidente, considerato più un concorrente che un alleato decisivo per far vivere l'anomalia trentina.
Dico con estrema chiarezza che non sono d'accordo. Se ci sono criticità da far emergere nella maggioranza, non c'è alcun problema, lo si faccia nelle forme costruttive di un confronto di merito sulle questioni, così come l'abbiamo fatto ad esempio sul Colbricon, arrivando a far cambiare le scelte già assunte dalla Giunta provinciale.
A fare da cornice a questa vicenda c'è una situazione complessa che riguarda lo stato di salute dell'UpT, il partito di Dellai, all'interno del quale cresce la fronda contro il presidente e non certo da posizioni di apertura verso il PD, tant'è vero che le fibrillazioni riscontrate in questi giorni nella formazione delle alleanze per le elezioni comunali del 16 maggio vedono lo zampino di chi in questo partito vorrebbe riconsiderare l'alleanza con il centrosinistra. Come non capire che queste uscite giornalistiche altro non fanno che rafforzare questa fronda nell'UpT?
La questione è dunque ben più politica. Credo che alla base vi siano diverse visioni di questa terra, nell'analisi della sua storia recente, del presente come del futuro del Trentino. Credo dovremmo parlarne, perché è un tema almeno per me dirimente, ma credo dovrebbe esserlo anche per quanto riguarda il PD del Trentino.
Così ci si riprende il tempo per studiare e scrivere, nonché per una serie di incontri. Uno di questi è con il vicepresidente Pacher, con il quale affronto tre temi: la situazione dell'APPA, l'agenzia provinciale per l'ambiente, del suo funzionamento e potenziamento, delle sue relazioni con l'Azienda sanitaria, dei rapporti con gli enti locali e il territorio; il tema della gestione dell'acqua in Trentino su cui stiamo elaborando uno specifico Disegno di Legge; ed infine la questione dell'attuazione della legge sul Parco Agricolo dell'Alto Garda. C'è infine la questione del regolamento sugli impianti della telefonia mobile, che stanno sorgendo in maniera caotica in tutto il Trentino ma che mi rimane per oggi negli appunti. Temi sui quali con il vicepresidente proviamo ad indicare soluzioni ed un piano di lavoro. Ce n'è per i prossimi sei mesi, senza dimenticare che molte altri ambiti di intervento non meno importanti incombono. Ci vorrebbe un gruppo di lavoro per ognuno di questi titoli, una commissione ambiente del partito attiva e stimolante, un gruppo consiliare capace di lavorare come un collettivo. Nonostante si sia il gruppo consiliare di maggioranza relativa, ne siamo ancora ben lontani.
Arrivo a casa ad un'ora decente. E così mi rimetto al lavoro davanti alla mia postazione internet di casa. Dopo cena, indosso invece i panni del telespettatore. Fra le centinaia di migliaia di persone che si sintonizzano sulla manifestazione spettacolo di Michele Santoro stasera ci sono anch'io. Non mi piace Santoro, ancor meno Travaglio ed in genere i talk show televisivi. Non amo l'idea che la proposta politica del centrosinistra si caratterizzi in negativo sulla figura di Berlusconi, considerandola una forma di subalternità. Ma oggi siamo in presenza di una tale involuzione politico istituzionale che ad essere in gioco sono i fondamenti della democrazia italiana. Per cui seppure per un attimo mi sento parte di quella moltitudine che cerca i modi per far sentire la propria voce.
Santoro, Travaglio e compagnia continuano, anche a fine serata, a non piacermi. La sconfitta di questi anni non è stata il prodotto di un grande inganno, come qualcuno crede. Si è trattato di una sconfitta culturale prima ancora che politica. O si ricomincia da lì, o non se ne verrà a capo semplicemente dicendo tutto il peggio possibile di quel personaggio da operetta che da sedici anni, tranne un breve intervallo, guida questo paese. Per farlo occorre indagare quel che avviene nella nostra società (e la nostra capacità di comprenderlo), rivedere le nostre categorie interpretative, rimettere mano alle nostre idee e alle nostre proposte. Come vado dicendo da un po', mettendo mano al nostro stesso vocabolario.
So bene che la strada della politica è stata spesso resa impraticabile dalla politica stessa. E che dunque è più facile rincorrere il guru della situazione che prendere per mano il rancore di tanta povera gente. Ma non ci sono scorciatoie.
Oggi avevamo all'ordine del giorno la riforma del personale. Una legge importante, che ha impegnato le forze politiche, la commissione legislativa ed infine la giunta con una sua proposta che in buona sostanza riprendeva buona parte delle sollecitazioni venute dal dibattito. Qualche contraddizione nella maggioranza, ma niente di che... Nonostante ciò, nonostante verso le opposizioni si sia aperta non una linea di comunicazione ma un'autostrada, lasciando separato uno dei punti (quello sulla trasparenza) dal testo generale affinché venisse approvata questa proposta come contributo appunto delle opposizioni, la Lega annuncia l'ostruzionismo e centinaia di emendamenti.
Di fronte a questa situazione e considerata la non urgenza del provvedimento, ma anche per evitare di paralizzare i lavori dell'aula per chissà quanto, la Giunta decide di ritirare il provvedimento e di riportarlo in aula quando ci saranno elementi di rasserenamento del clima. Ne conseguiva che anche il Disegno di legge (di un solo articolo) della minoranza (quello sulla trasparenza) venisse ritirato. La Giunta, sbagliando, non concorda tale consequenzialità e apriti cielo. La Lega va avanti e prova ad incassare. Riunione della maggioranza dove prevale, in nome del fatto che comunque il testo era stato condiviso in Commissione, l'idea di approvare il DDL come atto di buona volontà, pur rimarcando l'irresponsabilità dell'atteggiamento ostruzionistico. Bastano queste parole perché l'aula diventi una gazzarra, linguaggi da caserma, insomma uno spettacolo indecente. Il Disegno di legge comunque passa all'unanimità, con un'astensione che proprio non mi piace.
La Lega va presa drammaticamente sul serio. Invece noi ne abbiamo riso, abbiamo riso della loro rozzezza, senza comprendere che la Lega, l'ho scritto e detto più volte, rappresenta il fenomeno politico più moderno di questo paese, nel senso che più di ogni altro riesce ad interpretare gli umori e gli istinti più inconfessabili che covano nella nostra società. E, a forza di sorridere, oggi è il primo partito del nord di questo paese o rivendica di esserlo. E' il vero soggetto egemone dentro il centrodestra, lo è culturalmente ed anche politicamente. Nemmeno in Trentino possiamo stare tranquilli. Certo, qui i processi di spaesamento che hanno segnato il resto del nord sono attenuati da un diverso contesto economico, sociale e culturale, e dunque lo spazio, il brodo di coltura del leghismo, è per il momento minore. Non è detto però che la situazione non possa cambiare e ciò dipenderà non poco dalla capacità che dimostreremo di saper coltivare la nostra diversità (e l'autonomia in primo luogo). Intanto iniziamo ad avvertire anche qui, specie nelle valli più prossime alla vandea, i segnali dell'imbarbarimento, anche in termini di consenso elettorale come si è visto nelle elezioni per la Camera ed il Senato.
C'è una deriva che ci deve preoccupare. E' l'istintiva reazione verso ogni cosa che potrebbe mettere in discussione una realtà di seppur relativo privilegio. Anche una piccola pensione può esserlo, anche una casa Itea lo è, anche la sicurezza di un lavoro... se rapportato a chi non ce l'ha o riceve 3/400 euro per lavorare 10-12 ore al giorno. Chiedetevi, ad esempio, perché la gente è contro l'Europa se non per effetto dell'intuizione che un progetto politico come questo comporta una riconsiderazione del nostro complessivo tenore di vita? Ho continuato a ripeterlo in questi anni: nell'espressione "il nostro tenore di vita non è negoziabile" c'è la fine dell'umanesimo, cioè la barbarie dell'esclusione. La paura e la solitudine abitano qui. La Lega sa bene come interpretarla... e noi ne ridiamo.
Quando finisce il Consiglio non sono ancora le 18.00 e quindi faccio in tempo a partecipare all'incontro "Impresa solida - Impresa solidale. Fare impresa con i diversamente abili" che si tiene a Palazzo Trentini, promossa da Fondazione Fontana, Handicrea, IPSIA del Trentino, Mani Tese, Valore Sociale, Impresa Solidale. In particolare, gli interventi di Piergiorgio Cattani e di Graziella Anesi sono una lucida testimonianza di quanto difficile sia per una persona portatrice di handicap rapportarsi al lavoro. La responsabile di "Handicrea" s'interroga sulla solidità della sua impresa e mi viene immediatamente da chiedermi quanto lo sia la politica, quanto siano consolidate le conquiste di civiltà fatte su questo terreno negli anni passati. Penso in cuor mio che in realtà oggi si viva anche su questo terreno, analogamente a molti altri ambiti sociali come il disagio e la malattia mentali, dando per scontate scelte legislative e retroterra culturali maturati negli anni '60/'70 e che invece non lo sono affatto. Penso a questo paese ma ancor più al fatto che nell'Unione Europea le scuole speciali sono ancora in vita in 25 paesi su 27, figuriamoci altrove. Penso ad esempio che nei paesi ex comunisti ancor oggi esiste la laurea in "difettologia" il che la dice lunga sull'approccio culturale che impera in questi paesi. Ricordo come fosse ieri quando, più o meno una decina d'anni fa, ospitammo a cena a casa nostra due insegnanti provenienti dalla Bielorussa (in Trentino nell'ambito dell'accoglienza dei bambini di Chernobyl) le quali erano scandalizzate che qui si perdesse tempo con bambini con handicap che non avrebbero mai potuto ripagare i loro costi sociali. Non ci fu nulla da fare, il nostro era lusso per ricchi...
Del resto è quel che regolarmente avviene nelle scuole private e, talvolta, anche in quelle pubbliche, quando i genitori che chiedono l'inserimento dei loro ragazzi diversamente abili si sentono rispondere che sì, si può fare, ma che ci sarebbero scuole più "attrezzate" delle loro. Vi lascio immaginare quale possa essere la reazione di questi genitori.
Nel dibattito seguono le testimonianze di Davide Galesso, Diana Quinto e Pierino Martinelli, il quale racconta in maniera molto efficace di come si ponga il tema della "diversa abilità" in un paese come il Kenya.
Mentre scendo le scalinate di Palazzo Trentini ripenso alla mia giornata, alla sensibilità di quest'ultimo incontro e alla gazzarra in Consiglio, metro di misura e specchio di un paese reale sempre più incattivito. E penso al partito del "celodurismo" che domenica prossima spopolerà nelle regioni del nord italiano.
Con Domenico c'è un rapporto di profonda amicizia, entrambi impegnati da una vita - pur in ambiti diversi - per affermare le cose in cui crediamo. E' un po' che non ci si vede ma nella nostra conversazione in pausa pranzo riprendiamo il confronto là dove l'avevamo interrotto qualche mese fa. C'è una comune preoccupazione per le derive che sta prendendo la politica (ma anche il giornalismo) per effetto di un progressivo e diffuso impoverimento culturale. E di una crescente incapacità di interrogarsi sui processi che avvengono nella nostra comunità, a cominciare dalle forme di riorganizzazione del potere economico. Conveniamo sulla necessità di uno spazio come quello proposto con "Politica è responsabilità" nell'indagare la sostanza come gli strumenti della democrazia e per questo gli chiedo di intervenire senza reticenze.
Chiamo Ciro Russo in Argentina. Oggi la sua foto è su tutti i giornali locali, perché colpito da un mandato di cattura in Paraguay. Mi dice di essere tranquillo ma lo sento molto amareggiato e stanco. Ciro è una persona di rara forza d'animo, non l'ho visto scomporsi nemmeno di fronte alle calunnie più infamanti. E, negli ultimi anni, il logorio della calunnia, dei boatos giornalistici, è stato continuo, tanto che in più di una occasione mi sono trovato a chiedergli chi glielo facesse fare di continuare a fare quella vita, ogni anno migliaia di chilometri fra il Brasile, il Cile, l'Uruguay e l'Argentina a coordinare i circoli e l'attività progettuale della Trentini nel Mondo. E dall'America Latina all'Italia. Non è facile lavorare con l'emigrazione trentina, per una semplice ragione. Manca spesso un comune sentire che faccia da retroterra culturale all'agire dell'associazione. Inutile negarlo, le stesse comuni origini trentine sono andate col tempo smarrendosi, lasciando il campo a logiche talvolta opportunistiche e ai possibili vantaggi che ne possono venire. Il che può spiegare i piccoli grandi rancori, le cattiverie, la denigrazione. Ricordo quando il compianto Rino Zandonai mi parlava proprio di questo in relazione alle dinamiche interne alle comunità di origine trentina presenti nell'Europa orientale. Cerco, come posso, di fargli sentire la mia vicinanza.
A fine giornata mi vedo con Mauro. Lavora all'Agenzia provinciale per l'ambiente che in queste settimane è stata nell'occhio del ciclone per effetto delle inchieste della magistratura sull'inquinamento ambientale. Un confronto molto interessante e ricco di stimoli sui quali lavorare per cercare di trasformare i mesi di lavoro della terza commissione nella sua indagine conoscitiva sull'inquinamento in proposte di ordine politico e legislativo. Quello sull'ambiente è uno dei temi che cerco di presidiare e gli chiedo di aiutarmi nel lavoro di elaborazione di tali proposte. Durante questo inizio di legislatura abbiamo portato a casa la salvaguardia del Colbricon e lo stop ai mega progetti idroelettrici sul Baldo - Garda. E questo, di per sé, darebbe significato al mio lavoro di questi mesi. Ma qualche altro traguardo lo possiamo mettere in conto.
Ah, dimenticavo. Durante la seduta pomeridiana arriva da Roma la notizia che il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso di chi voleva annullare le elezioni del novembre 2008. L'indomani, il direttore del "Trentino" parlerà di un "vento" avvertito dai cittadini per descrivere il sospiro di sollievo dei trentacinque consiglieri provinciali nei loro "comodi seggioloni". Un'immagine che farà sorridere, forse. Ma la notizia non mi dà alcun particolare sollievo.
Tutto bene, dunque, all'insegna del dialogo e del politicamente corretto. Ciò nonostante non riesco a sbarazzarmi di un'inquietudine di cui pure ho parlato nell'articolo che il Trentino ha pubblicato sabato e che trovate nella home page di questo sito. Perché nelle strade di Hebron e in tutta la Palestina c'è chi spara e chi viene ammazzato, chi attua la pulizia etnica e chi la subisce, chi si prende l'acqua e chi ne viene espropriato.
Sono convinto che il dialogo debba essere cercato malgrado tutto, ma non posso tacere il fastidio verso chi non riconosce il sopruso, verso un far parti uguali fra disuguali, per usare l'espressione tanto cara alla scuola di Barbiana.
Ho visto lungo le strade dello Stato di Israele troppi ulivi secolari tagliati di netto alla base del loro tronco per emozionarmi di fronte alla posa di una giovane pianta di ulivo in un parco di Trento. Troppi pini piantati per nascondere le macerie di antichissimi villaggi palestinesi rasi al suolo, per applaudire il rappresentante del Keren Kayemeth Leisrael, un'associazione ecologista che, come viene scritto nel loro sito web, «... nel 1901 iniziò a raccogliere in tutto il mondo i fondi necessari al riscatto della Terra d'Israele, la stessa Terra che oggi tutela con varie attività: ha bonificato paludi e piantato più di 200 milioni di alberi, ha livellato il terreno per la costruzione di infrastrutture e case, ha aperto strade e costruito bacini idrici per la conservazione dell'acqua piovana, ha fatto indietreggiare il deserto creando spazio per gli abitanti del paese».
Quegli alberi, mi spiace, non rappresentano affatto un impegno ambientale. Quelle strade non sono state strumento di comunicazione fra le genti e quegli insediamenti sono avvenuti con la pulizia etnica della Palestina. E' andata così, che ci piaccia o no. C'è anche un'altra narrazione, che parla di Europa e di Olocausto, che rivendica un risarcimento da parte dell'umanità intera che di quella tragedia porta con sé la responsabilità e che quella tragedia non ha avuto la capacità di elaborare per davvero.
Tutto questo non significa che oggi non si debba partire da quel che la storia, nel bene e nel male, ha prodotto. Partire dai quei ragazzi che in quei luoghi sono nati, dalle speranze di pace come dalle paure che accendono ed agitano le vite. Ed anche da tutte le persone che a Trento in questi giorni hanno cercato un dialogo che strideva con quel che stava accadendo in Palestina.
Le vie della pace sono difficili, proprio perché le narrazioni faticano ad incontrarsi, ma è per questo che la pace non è banalizzabile. Nemmeno negli atti simbolici. E nemmeno nell'anticonformismo istrionico di Emir Kusturica che si presenta a Bolzano in serata, di fronte ad un cinema Cristallo pieno come nelle grandi occasioni. Che Kusturica sia un grande del cinema balcanico non ci piove. Personaggio controverso, amato ed odiato. Lui, che a Sarajevo è nato e che quella città dovrebbe amare nonostante "non sia più quella di prima", non può dire che la gente di Bosnia Erzegovina ha votato per un partito nazionalista e lì è cominciata la guerra perché questa lettura degli avvenimenti è un insulto alla sua stessa intelligenza. Perché se quella città è cambiata è anche perché qualcuno l'ha tenuta sotto assedio per tre anni e mezzo. Eppure la gente applaude le sue battute scherzose ed anche gli apprezzamenti non proprio lusinghieri verso altri uomini e donne della cultura di quel paese che non c'è più e che la pensano diversamente da lui.
Narrazioni diverse. La pace è farle dialogare. Ma la cosa che mi sorprende e mi addolora (ed infastidisce un po', per la verità) è come si possa rivendicare tutto quel che si è fatto senza un briciolo dell'autoironia proverbiale di questa gente. La colpa è di qualcun altro, mentre tu (in questo caso Kusturica) sei rimasto quel che eri. Il che, peraltro, non è di per sé una grande prerogativa. Luka Zanoni, amico e caporedattore di Osservatorio Balcani e Caucaso che ha il compito di intervistarlo, fatica a reggere il dialogo senza mandarlo al diavolo.
Diciamo pure che la pace non si aiuta nemmeno così. Potrà costruirsi anche "la città di seconda mano", Mokra Gora, al confine fra la Serbia e la Bosnia, luogo di pace e di bellezza naturalistica come lui la definisce, ma gli orrori di quella valle che ho attraversato tante volte per andare da Kraljevo a Sarajevo passando per Visegrad non si cancellano tanto facilmente. E le storie di vita che lì sono state cancellate non si possono accontentare di un regista che l'ha comprata con quattro soldi.
Potrei dire le stesse cose per i temi che oggi affrontiamo in Officina Medio Oriente. Si può scegliere la retorica del dialogo, oppure affrontare le questioni nella loro cruda e difficile realtà. E' questo il secondo flash che vi voglio proporre. Si può parlare di quanto è bello mangiare insieme, cristiani, ebrei, mussulmani... oppure mettersi in discussione davvero, interrogandosi sul perché di una tragedia infinita, predisponendosi a dire parole dure verso la propria parte (o quella che si ritiene tale), tanto più dure quanto questa si dimostra più forte. Il contrario di quello che avviene.
E, nel far questo, sapendo introdurre elementi di discontinuità. Proviamo a farlo nella serata "La pace, oltre i confini" all'ex Convento degli Agostiniani, nel momento forse più politico del confronto di questi giorni, ma alla fine ognuno dei relatori va per la sua strada ed il tentativo di porre il tema di una prospettiva post-nazionale nel dibattito sul futuro di quella parte cruciale del Medio Oriente e, a guardar bene, del mondo, cade nel vuoto. Quando tocchiamo il tema dell'Europa (perché l'Europa è un progetto politico post nazionale) è già tardi. Praticamente, un'occasione perduta.
Ne parleremo a Milano, sabato prossimo, quando c'incontreremo per dar vita ad una nuova associazione culturale che dall'Europa allarghi il suo sguardo sul Mediterraneo. Lo ritengo un nodo cruciale, tanto da averlo proposto come orizzonte sul quale caratterizzare l'azione del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani nei prossimi mesi. Perché è dalle strozzature della storia che bisogna ripartire.
Nel dibattito butto lì la questione: le nuove guerre dette post ideologiche diventano scontro di civiltà, ci portano cioè ai nodi irrisolti della storia. Per questo si accaniscono contro la cultura, le biblioteche nazionali, le città. E' davvero paradossale che culture millenarie come quelle ebraica e palestinese, che di questi intrecci sono state il lievito, non si accorgano dell'imbarbarimento che ne viene.
Bossi, che da animale politico qual è l'ha capito da tempo, agita la "battaglia di Lepanto", la cristianità contro l'oriente. Analogamente, la gente comune - pur nell'appannamento generale - ha compreso istintivamente che il privilegio di un sistema di vita insostenibile lo si difende solo se un pezzo dell'umanità sarà condannata all'esclusione. La tragedia, e la sconfitta, è che gli va bene così.
E' ormai mezzanotte quando ne parliamo con Ali e Silvia, nel bellissimo scenario di piazza del Duomo.
Da Zambana ci trasferiamo a Cadino, dove alle 10 è previsto un sopralluogo della Terza Commissione consiliare sui terreni dove è prevista la realizzazione del biodigestore. Come a Lasino, anche qui centinaia di firme per dire che non si deve fare. Il luogo prescelto è una delle rare aree del fondovalle dove non ci siano abitazioni nel raggio di quasi un chilometro, in una zona di scarso pregio agricolo, piuttosto degradata di suo (proprio oggi ho presentato in Consiglio provinciale una "question time" sulla sporcizia lungo la strada statale del Brennero fra San Michele all'Adige e l'inizio del Sud Tirolo, adiacente fra l'altro all'area in questione). Le caratteristiche dell'impianto (di ultimissima generazione) sembrano dare tutte le garanzie e comunque una soluzione alla situazione costosa e insostenibile dell'esportazione dell'umido fuori provincia bisognerà pure trovarla. Ma questo non basta, visto che a qualche consigliere dell'opposizione non sembra vero di poter saltare sulla protesta di turno. Vedo in giro una grande disonestà intellettuale.
Rientriamo a Trento. Un paio d'ore in ufficio e poi, nel pomeriggio, al congresso della Cgil del Trentino. Lo scenario è quello dell'interporto a Trento nord, uno dei molti "non luoghi" che s'incontrano nella nostra periferia urbana. Un palazzo di vetro che potrebbe essere collocato in qualsiasi luogo (o meglio in nessun luogo) tanto è anonimo. Dolorose eredità che lasceremo dietro di noi.
Il Congresso inizia con il racconto di alcuni ragazzi che s'interrogano sul sindacato, non male l'idea. Interviene in apertura (credo sia la prima volta) il sindaco di Trento, per un saluto niente affatto rituale che entra invece nella condizione sociale del nostro tempo. Un bell'intervento quello di Alessandro Andreatta. E poi, a seguire, la relazione del segretario generale uscente Paolo Burli. Il peso della tensione si coglie nel suo volto teso e nemmeno la fine delle dodici fitte cartelle del suo intervento sembrano far posto ad un sorriso.
Quella di Burli è una relazione intensa e stimolante. Che s'interroga sul rancore e su un benessere che non ci rende felici. Sul ruolo del sindacato, che dev'essere contrattuale più che di supplenza politica. Il che non impedisce una sua capacità di sguardo sulle contraddizioni che emergono nella nostra società e sulle necessarie linee di innovazione per il futuro. Un ruolo contrattuale non solo sul piano del conflitto sociale, che ha nel rapporto con la Provincia Autonoma di Trento uno snodo cruciale, di cui si colgono le scelte positive (come si è affrontata la crisi globale) come i ritardi (nella direzione di un'economia sostenibile). Ne emerge un sentirsi parte di una "comunità autonoma" (concetto caro al presidente Dellai) che responsabilmente cerca il proprio destino. Anche questa è una piccola interessante, novità.
Mi piacerebbe interloquire. Vedo un tema, in particolare, solo sfiorato dalla relazione di Paolo, ascrivibile a quello più generale dell'interdipendenza, che richiede una visione che dovrà essere almeno europea e senza la quale ben difficilmente verremo a capo delle nuove forme che assume il lavoro. Di situazioni come quelle di una manodopera impiegata in Trentino ma che ha i propri riferimenti contrattuali in Romania o altrove. Perché se effettivamente vogliamo interrogarci sul rancore è anche da qui che dovremmo partire, comprendendo che questo sentimento nasce dalla paura verso il futuro. Perché, ad esempio, sono i soggetti più deboli a non volere l'Europa? L'apertura delle frontiere viene intesa come la ragione di una progressiva precarizzazione, che innesca una potenziale guerra fra poveri che dà spazio alla chiusura e a chi di queste preoccupazioni si erge a paladino. Sono problemi veri, che investono i lavoratori dipendenti in primo luogo. Fili scoperti, che dobbiamo avere il coraggio di prendere per mano. Come, in positivo, dobbiamo avere chiaro del valore straordinario dell'autonomia. Non c'è tema che oggi non passi attraverso un uso intelligente delle nostre prerogative autonomistiche, dalla conoscenza, agli ammortizzatori sociali, alla gestione delle nostre risorse quali la terra, l'energia, l'acqua. Temi che sono al centro dell'intervento del presidente Dellai, un intervento politico e intelligente come lui sa fare.
Penso fra me quale potrebbe essere il modo per interloquire in forme diverse con il sindacato, perché le ragioni che hanno portato all'avvio di "Politica è responsabilità" riguardano anche le soggettività sociali di questa nostra comunità. Mi riprometto di parlarne con Paolo appena il congresso sarà alle spalle.
La cosa grandiosa, nel senso letterale del termine, è il vestito che viene da Hebron. Trentaquattro metri di lunghezza e più di venti di larghezza, duecentoventi chilogrammi, è costato migliaia di ore di lavoro da parte delle donne dei villaggi palestinesi, ciascuna con il suo punto di ricamo caratteristico. Viene steso nel piazzale davanti al Palazzo della Regione riempiendolo tutto. Descrive una storia, il sapere antico, l'orgoglio... ma anche la scelta di far parlare l'arte quando le parole non bastano.
E in queste ore le parole avrebbero voglia piuttosto di gridare, di fronte all'annuncio di 1.500 nuovi insediamenti nella Gerusalemme araba. Che per il diritto internazionale siano illegali non sembra importare niente, perché ormai da più di sessant'anni il diritto si è fermato a Tel Aviv. Più difficile ancora di gridare è provare comunque a dialogare, tanto potrebbe apparire persino ipocrita.
Provo a scriverne.
Il dialogo è difficile anche nel contatto umano nei pressi degli stand, ciascuno con i suoi... e probabilmente non può essere che così. Al dibattito di venerdì sera "La pace oltre i confini" il rettore dell'Università Al Quds di Gerusalemme Saari Nusseibeh non potrà esserci, perché Gerusalemme è bloccata, per i palestinesi naturalmente. Chiamo Ali e gli chiedo se può sostituirlo. Lo avverto riluttante, ma l'amicizia va oltre. Ma sento forte l'indignazione per quel che accade in queste ore in Palestina. Più che rabbia, amarezza profonda. Mi invia uno scritto, tenerissimo, che riporterò nei prossimi giorni su questo sito.
Avverto di aver toccato corde sensibili. Sono felice di scoprire che sono temi che lo appassionano e sui quali ha aperto un suo personale percorso di ricerca. Mi consiglia dei testi e mi offre la sua collaborazione. E' così che si creano sentieri di approfondimento e di ricerca, per cercare di uscire dalla crisi profonda in cui è finita la pace. O meglio, il pacifismo. La cui agenda, se c'è, non sa fare altro che rincorrere gli eventi e le emergenze.
Lavoro un paio d'ore in ufficio e poi vado alla sede del PD del Trentino dove è convocata una riunione congiunta fra Coordinamento e Gruppo consiliare provinciale. In discussione i più importanti Disegni di Legge all'esame del Consiglio provinciale: il DDL n.80 sulla riforma sanitaria, il n.90 sul personale della Provincia, la riforma sul commercio e quella sulla promozione turistica. Tranne che sui primi due, che arriveranno in aula in tempi brevi, sul resto apriamo solo l'istruttoria, demandando alle Commissioni del partito un lavoro di approfondimento.
Un secondo punto di spessore è la questione delle nomine di competenza provinciale, tema assolutamente delicato su cui sappiamo esserci una sensibilità particolare nell'opinione pubblica. Affrontiamo la cosa sul piano del metodo, senza entrare nel merito delle stesse, per dire come queste debbano essere assunte in piena autonomia dalle istituzioni preposte, fatti salvi i criteri di competenza, onestà e visione politica che dovrebbero caratterizzarle. Il che non significa non prendersi le proprie responsabilità anche nell'indicare persone all'altezza, considerato che la nostra comunità ci giudicherà anche per queste scelte. C'è fra tutti un pieno accordo.
Discutiamo infine della situazione che segna la fase di preparazione delle elezioni amministrative che in Trentino si svolgeranno domenica 16 maggio. Roberto Pinter, che insieme al segretario Michele Nicoletti segue con attenzione ed equilibrio questa delicata partita, delinea un quadro ancora molto incerto. La situazione è piuttosto ingarbugliata, per effetto delle tentazioni presenti nel blocco di centro (UpT, Patt, Udc) di sperimentare maggioranze variabili o imporre candidature irricevibili, oppure per effetto di dinamiche locali difficilmente governabili.
La situazione più importante è quella di Rovereto, dove pure il centro sinistra autonomista ha raggiunto un positivo accordo sul nome di Andrea Miorandi. Una proposta bella e innovativa, accettata anche dalla locale sezione dell'Udc ma smentita dai vertici provinciali di quel partito che invece insistono per ricandidare il sindaco uscente Valduga. Tanto da determinare l'uscita della sezione locale dal partito e la presentazione di una loro lista civica in appoggio ad Andrea Miorandi. Qualche margine di incertezza c'è ancora, anche perché è stato per primo Lorenzo Dellai ad avanzare nei mesi scorsi l'ipotesi di riconferma di Guglielmo Valduga.
I problemi più grossi ci sono ad Arco. Anche qui, ad una prima candidatura proposta dall'UpT e dallo stesso presidente Dellai di Mattei è corrisposta un'altra candidatura da parte della maggioranza locale dell'UpT e del Patt verso la persona dell'ex sindaco Morandini. Mentre sulla prima c'era una larga convergenza, sulla seconda niente affatto perché considerata espressione dei poteri forti. Solo che le difficoltà su Arco si riverberano anche su Riva del Garda dove una soluzione era stata raggiunta, ma anche su Mori (UpT spaccato in due) e su Ala. Senza dimenticare la spaccatura, ormai irrimediabile, di Levico che ha visto la rinuncia del sindaco Stefenelli, la cui uscita polemica verso l'UpT (trovate la sua lettera nella sezione "PD del Trentino" di questo sito) ha riempito le cronache locali nei giorni scorsi.
Ne esce un quadro preoccupante proprio dello stato di salute del nostro principale alleato nella coalizione provinciale, l'Unione per il Trentino, fragile e dilaniato al suo interno da interessi contrastanti. Che la presidenza Dellai tiene insieme ma che lascia trasparire profonde incognite per il futuro.
Una ragione in più per trovare le forme e i luoghi per consolidare le linee politico-programmatiche dell'alleanza di centro sinistra autonomista e per rimettere in moto un processo di ricomposizione di una soggettività politica territoriale capace di andare oltre l'attuale assetto partitico.
Ma questo è un altro discorso, che pure non intendo fare cadere, e la spessa proposta di "Politica è responsabilità" va proprio nella direzione di dar vita a luoghi di fluidificazione del pensiero oltre ogni appartenenza.
L'avvio di Politica è responsabilità coincide con l'uscita della nuova veste grafica del sito di Osservatorio Balcani e Caucaso. Un bel lavoro, mi piace. C'è talmente tanta carne al fuoco che quasi ti gira la testa. Così come i numeri di OBC: quasi un milione di visitatori ogni anno, 42 milioni e 756 mila accessi (pagine o notizie del sito scaricate). E' una nostra eccellenza, si dice così, ma ho l'impressione che il Trentino quasi l'ignori. Eppure, sono anche queste le cose che fanno diversa questa terra. Ricordo il colloquio avuto un paio d'anni fa con il vicepresidente della Provincia di Trieste che si complimentava per questo lavoro e che si stupiva per come una comunità come quella trentina avesse la lungimiranza (oltre ai mezzi) di investire sulla conoscenza di una regione (quella balcanica) più prossima a loro che a noi.
In questo quadro devo dire che sono molto contento di come va anche questo sito che state leggendo. Altri numeri, ovviamente, ma anche qui sono già oltre quattrocento visitatori ogni settimana e continuo ad incontrare persone che apprezzano molto questa comunicazione quotidiana.
Lavoro su questo e poi accade che oggi non abbia né riunioni, né appuntamenti. Quindi decido di lavorare in casa. Mi metto a scrivere la relazione per il Disegno di legge che stiamo preparando sull'affitto dei fondi rustici di proprietà degli enti locali e della Pat. Leggo le pagine che mi ha inviato Stefano Fait che s'interrogano sull'anima nera dell'umanità, tesi che l'autore avversa con ogni forza ma quasi disperatamente. Leggo le pagine de "Il Veneto che amiamo", un bel lavoro delle Edizioni dell'asino, casa editrice animata da Goffredo Fofi, che raccoglie scritti e conversazioni con Fernando Bandini, Luigi Meneghello, Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto e che vorrei presentare a Trento prossimamente, magari invitando Dellai e Galan.
Insomma, una giornata tranquilla, quasi non mi sembra vero.
Il sito è proprio carino, abbiamo già definito un itinerario di almeno una decina di direttori responsabili e allora possiamo iniziare. L'onere e l'onore di fare da rompighiaccio tocca a Marco Brunazzo e, del resto, il tema che lui ci propone, "la qualità della democrazia", riguarda il senso stesso di questo progetto, ovvero la riqualificazione della politica e delle forme del suo agire.
Ci ritroviamo con il gruppo promotore, gli ultimi accorgimenti, una parola al posto di un'altra per meglio farsi capire e poi buon lavoro a tutti noi. In primis a Stefano Albergoni che del sito web http://www.politicaresponsabile.it/ sarà l'animatore.
Ci interroghiamo su come dar notizia di questo inizio e scegliamo che il veicolo più importante sarà il passaparola, ovvero il coinvolgimento a cerchi successivi di persone che possono essere interessate in primo luogo proprio attraverso il web. Abbiamo anche intenzione di parlarne con la carta stampata, ma non c'è fretta. L'esito positivo di questa iniziativa non dipenderà dal clamore ma dall'efficacia nella circolazione delle idee, dalla qualità delle idee stesse che circoleranno. Così come ne parleremo in incontri pubblici che rifletteranno i temi sviluppati nel sito ma non solo. Ci cambiamo qualche idea e ci proponiamo di verificarne la fattibilità.
Fra una cosa e l'altra sono quasi le tre del pomeriggio, fra pochi minuti devo presiedere l'assemblea di costituzione del Circolo del PD del Bondone. Non si tratta di primarie ma dell'elezione del coordinatore e del direttivo del Circolo, l'affluenza è sostanzialmente degli iscritti. A Sopramente vi partecipano ventiquattro persone, ancora poche rispetto alla potenzialità dei duecento che nei sobborghi del Bondone parteciparono alle primarie di qualche mese fa. L'obiettivo è proprio quello di coinvolgere tutte queste persone, la vera ricchezza del PD del Trentino. In compenso il clima è buono, tutti convergiamo nell'indicazione di Stella Passerotti come coordinatrice del circolo e nell'elezione del direttivo che sarà composto da quattordici persone, sette per genere. C'è fra i presenti una grande richiesta di promuovere momenti di approfondimento tematico, rivolti agli iscritti ma anche alla comunità, sulla falsariga di quello organizzato qualche giorno fa sulla questione delle filiere corte. Così il Circolo di un partito potrà divenire utile alla sua comunità.
Alle 6 del pomeriggio l'assemblea si chiude con lo scrutinio dei voti e poi, finalmente, una serata di relax. Arrivano le imamgini della manifestazione di Roma dell'opposizione. Testimoniare il dissenso è importante, ma non saranno iniziative di questo tipo a dare una spallata al berlusconismo.
Appena ho concluso l'incontro vado al Commissariato del Governo dove è previsto il presidio della Cgil in occasione della giornata di sciopero generale nazionale contro le politiche del governo sulla crisi e sul lavoro. Qualche centinaio di persone, volti per lo più conosciuti. Niente di nuovo, devo dire. Credo sia giusto essere qui, ma sono altrettanto convinto che anche queste manifestazioni siano l'esprimersi di un rituale ormai inefficace.
Incontro Osvaldo Salvetti, vecchio compagno di mille battaglie, operaio ora in pensione ma dallo sguardo sempre vivace e giovanile, consigliere comunale a Rovereto quando i Consigli di fabbrica esprimevano una soggettività politica di tutto rilievo e nelle istituzioni potevano accedere non solo gli avvocati ma anche gli operai. Ci scambiamo un po' di impressioni su questo tempo, sulla fatica di rinnovare lo sguardo sulle questioni sociali a partire da un orizzonte interdipendente e mi fa piacere sentirlo in sintonia.
Mi posso fermare poco perché al gruppo consiliare mi aspetta Enrico. Lo ricordo bambino, vicino di casa di Carlo e Olga in via Degasperi a Trento. Ora è già padre e vive a Bologna. Ha alle spalle qualche anno di esperienza nella cooperazione internazionale in Sudamerica e vorrebbe riprendere questa attività sul piano professionale. Gli dico senza peli sulla lingua quel che penso della cooperazione internazionale, di quel che è diventata, della crisi di senso prima ancora che di finanziamenti che la caratterizza. Mi sembra condivida il mio approccio ma questo non lo aiuta certo nella possibilità di trovare lavoro. Perché la cooperazione di comunità ha bisogno più di animatori di territorio che di cooperanti. E non sempre (è un eufemismo) le comunità locali intendono darsi questo sguardo sul mondo, preferendo la logica dell'emergenza e dell'aiuto materiale al mettersi in gioco in una relazione. Gli propongo di leggersi il libro mio e di Mauro Cereghini sulla cooperazione, di ritrovarci per scambiare qualche idea e di rimanere in contatto.
Raggiungo Daniele Bilotta all'agenzia viaggi Etli Trento, dove lavora. Dobbiamo raggiungere insieme Rovereto dove ci si vede con Claudio che dell'Etli è il fondatore, per fare il punto sulle attività del turismo verso i Balcani, ambito nel quale Daniele e il gruppo di lavoro "Viaggiare i Balcani" sono impegnati. Una scommessa, quella del turismo responsabile verso l'Europa di mezzo, sulla quale non smettiamo di credere anche se l'orientarsi del turismo è più alla ricerca dei "non luoghi" che della conoscenza e della scoperta. E che insieme intendiamo continuare a percorrere, nella certezza che questa diversa modalità di viaggiare è destinata a crescere e che il fascino di questo pezzo d'Europa ai più sconosciuto prima o poi verrà compreso.
Quello stesso fascino che Abdulah Sidran, poeta e scrittore di Sarajevo, sceneggiatore dei primi film di Emir Kusturica, racconta nel suo "Romanzo Balcanico". L'incontro con lui rappresenta il primo di una serie di eventi che Osservatorio Balcani e Caucaso intende promuovere a Trento e in molte altre città italiane in occasione del decennale dell'Osservatorio. Che cosa straordinaria abbiamo messo in piedi...
La cultura e l'identità europea ne sarà il filo conduttore e il vecchio Sidran in poche e semplici parole racconta di quel che la città di Sarajevo ha rappresentato lungo la storia. Lo fa a partire dal censimento del 1910 e dalla domanda che veniva rivolta ai suoi cittadini: qual è la vostra lingua madre? Le risposte che ne vennero cent'anni fa danno l'idea di quella straordinaria babele che rappresentava (e ancora, nonostante tutto, rappresenta) la "Gerusalemme dei Balcani". Sidran non nasconde la sua "jugonostalgia", ma lo fa in un modo così delicato e profondo che non c'è niente di nostalgico nelle sue parole. Nostalgia, sì. Di un sogno andato perduto. Silvio Ferrari che di Abdulah Sidran ha tradotto le opere e quelle di tanta letteratura balcanica e che in questa occasione fa anche da interprete (devo dire di rara sensibilità) delle parole di Sidran, nella sua introduzione ricorda - a proposito di identità europea - quella volta che Sidran interrogato sull'argomento rispose: "Noi certo siamo europei, non so quanto lo siate voi".
Verso l'una avrei un appuntamento con Edoardo Arnoldi per prendere qualcosa insieme e scambiarci qualche idea ma, visto il carattere disteso della mattinata, lo chiamo e lo invito a pranzo, così ci guadagna il fegato e anche la conversazione. Due fettuccine ai finferli fanno sempre piacere.
Devo dire che anche il pomeriggio è piuttosto rilassato. Mi vedo con Stefano per "Politica è responsabilità", da lunedì 15 marzo si parte con il sito e dobbiamo sistemare le ultime cose. Graficamente è molto bello, Paul Klee ci aiuta davvero. La prima tesi sarà di Marco Brunazzo, giovane docente universitario e studioso sui temi della partecipazione, proprio sulla qualità della democrazia. Ne parleremo con dovizia di particolari nei prossimi giorni, personalmente lo considero l'esito di un impegno elettorale che consegno alla nostra comunità.
A metà pomeriggio ho un appuntamento al Forum con una persona che, andando in pensione, ha deciso di dedicarsi alla conoscenza della regione balcanica. Cura alcune pagine dedicate su un sito web trentino e mi chiede qualche battuta di intervista sulla prospettiva europea.
Tema questo che invece affrontiamo in maniera approfondita nell'incontro del gruppo di lavoro che abbiamo costruito in seno al Forum. Il tema centrale che caratterizzerà l'azione del Forum nel prossimo biennio sarà proprio l'Europa e il Mediterraneo. Sono presenti i rappresentanti del Museo storico del Trentino, del Museo della guerra di Rovereto, delle associazioni (Pace per Gerusalemme, la Comunità dei profughi istriano dalmati, l'Unione scienziati per il disarmo...), le persone che lavorano al Forum: ne esce un confronto intenso e stimolante, come del resto lo è l'argomento. Un sacco di piste di lavoro, dalla storia alla letteratura, dai conflitti alla memoria, dalla conoscenza geografica al turismo responsabile, dalle culture materiali all'idea di fare del pane un ingrediente per intrecciare identità... che proviamo a tradurre in un programma al quale possa concorrere in vario modo un'intera comunità. In questo senso un programma che è già avviato in questi giorni con la settimana dedicata al decennale di relazioni con il Kosovo, con l'incontro con il poeta sarajevese Abdulah Sidran, con l'Officina Medio Oriente della prossima settimana e che vorremmo si potesse concludere dedicando il festival dell'Economia del 2011 proprio all'Europa e alla sue relazioni mediterranee.
Riuscire ad avvicinare l'Europa agli europei e questi al loro mare, alle genti e alle culture che l'hanno attraversato e che l'attraversano. Partendo da noi, da una piccola comunità. Una bella scommessa, no?
Ma l'incontro su cui mi voglio soffermare è quello che ho verso le 13.00 a San Michele all'Adige con Gianbattista Rigoni Stern e Giovanni Kezich. Il primo ingegnere forestale (e figlio di Mario Rigoni Stern), il secondo direttore del Museo degli usi e costumi della gente trentina. Qualche giorno fa Gianbattista mi aveva chiamato per avere un colloquio sulle attività di cooperazione sulle quali sta lavorando a Srebrenica, in Bosnia Erzegovina. Nei mesi scorsi si è ritrovato ad accompagnare Roberta Biagiarelli nel progetto di cooperazione culturale che sta svolgendo nella città bosniaca e dunque eccoci qui, davanti ad un piatto di "gulasch suppe", a parlare di cooperazione e a dargli qualche consiglio elementare: le comunità locali hanno i loro saperi, serve il confronto piuttosto che qualcuno che arriva in un posto a dire quel che si deve o non si deve fare; è necessario darsi il tempo per comprendere le dinamiche locali, osservare prima di proporre qualcosa, fare in modo che l'agire nasca dal confronto e che i protagonisti siano i soggetti locali; muoversi come comunità piuttosto che come singole persone o singole Ong, nell'obiettivo di costruire relazioni durevoli e per questo più inclini alla sostenibilità; considerare l'aspetto economico del finanziamento come importante ma non decisivo, nel senso che si possono avere grandi risorse finanziarie a disposizione e non combinare un fico secco, anzi danni. Cose semplici ma decisive. Vedo nei miei interlocutori sguardi attenti. Gli dico di lasciar perdere la Cooperazione italiana o la Banca Mondiale e di rivolgersi piuttosto alle loro comunità, ad Asiago, ad un Parco o ad un Museo, perché di questo si nutrono le relazioni.
"Vorrei usare quel po' di denaro che viene dai diritti d'autore dei libri sulla guerra di mio padre per qualcosa di utile in un dopoguerra come quello bosniaco" e la cosa mi sembra molto bella. Ma è importante aver chiaro come muoversi, in primo luogo conoscere a fondo i contesti, per far sì che un atto di amore verso un luogo tanto segnato dalla guerra come Srebrenica possa effettivamente rappresentare un contributo per uscire dall'incubo in cui ancora sono. Regalo loro una copia di "Darsi il tempo" e spero possa loro servire. Vedo Kezich scorrere l'indice del libro con grande interesse. Poi mi dona una copia del film sul carnevale in Europa che ha realizzato anche con le maschere che provenienti dalla Croazia e dalla Macedonia. Com'è davvero piccolo il mondo.
Di questo parliamo anche nella riunione serale del Progetto Prijedor. Abbiamo fatto in questi anni cose davvero straordinarie, ma da un po' questo luogo mi sembra angusto. Con il presidente Giuseppe Ferrandi ho una grande affinità, stiamo insieme provando a rinnovare lo spazio tanto sul piano del pensiero come delle modalità di azione, una nuova fase connessa ai comuni obiettivi di costruzione di una cittadinanza europea senza i quali l'azione umanitaria da sola non serve granché. Del resto, se qualcuno è alla ricerca di emergenze umanitarie oggi ne trova certo di ben maggiori altrove e quindi devono essere altre le motivazioni, altro il profilo. Ma ci sono nell'associazione resistenze culturali e tratti caratteriali che ostacolano da tempo questo processo e francamente non ho più voglia di perdere tempo con la cattiveria e l'ignoranza.
Ho dedicato a questo progetto un pezzo della mia vita, ricevendone tanto sul piano dell'esperienza e della conoscenza. Qualcuno in sala mi dice che il mio approccio è forse troppo avanti e in effetti per molte delle persone che sono qui conta di più l'aiuto che il cambiamento profondo (culturale e politico) che può venire da questa relazione in entrambe le comunità. Ricordo che già qualche anno fa dissi (un po' provocatoriamente) in assemblea del Progetto Prijedor che dopo tutto quel che avevamo fatto in quella città ora avremmo dovuto concentrarci a presentare libri, come contributo alla rinascita culturale (e di una diversa classe dirigente). Tema che ritengo ancora oggi decisivo. Ma in buona sostanza abbiamo continuato ad occuparci di tutto, facendo così venir meno un po' anche l'originalità di questa esperienza, la sua capacità di rinnovarsi e di continuare a "scandalizzare" come quando decidemmo di andare nella tana del lupo. La vita è fatta di parabole, è normale.
Ma intanto siamo qui, a perdere il nostro tempo, con un ordine del giorno che diventa sempre più lungo e sempre più obsoleto, con mozioni in attesa presentate un anno fa. Ed un aula di estranei che dà una pessima prova di sé. Sul ruolo della Regione ho presentato al gruppo del PD una proposta di lavoro affinché nel corso di questa legislatura si cominci a delinearne un diverso ruolo e diverse funzioni, pur sapendo che mettere mano alla Regione è inoltrarsi in un ginepraio. Certo è che così - lo continuo a dire - non ha proprio senso.
Per non perderlo del tutto, il tempo, ci si organizza con qualche incontro di lavoro. Uno di questi è quello che con Renzo Dori che incontro insieme a Sara Ferrari. Renzo ha lavorato una vita all'Enel e con lui abbiamo un interessante colloquio sulla situazione interna alla struttura che caratterizzava l'ente ben prima che si provincializzasse l'energia e che continua anche dopo la creazione di HDE e Dolomiti Energia. Un complesso intreccio societario, ma quel che più conta, un serio problema di progressivo degrado degli impianti per effetto della cronica assenza di manutenzione. Il quadro che ci propone è allarmante. La straordinaria opportunità che ci viene dalla nostra autonomia come l'aver riportato in Trentino un settore strategico come il comparto energetico, rischia di venir vanificata da un combinato di interessi, incompetenze e perdita di professionalità. Decidiamo così di porre la questione all'attenzione della Commissione ambiente del partito, invitando gli ex assessori Pinter e Bressanini nonché il vicepresidente Pacher e lo stesso Dori per condividere un quadro generale e cercare di correre ai ripari. La cosa è vieppiù importante anche perché strettamente connessa con la partita "acqua" di cui abbiamo più volte parlato in queste pagine.
Finiamo questa inutile e vuota giornata consiliare alle 17.30, chiusura anticipata per la presentazione presso la Sala di Rappresentanza della Regione del volume "Dedicato agli emigrati che furono traditi dalla propaganda" e frutto di una lunga e minuziosa ricerca presso i vari archivi trentini curata dalla signora Maria Grazia Dalfollo Lenzi (moglie del conigliere Lenzi scomparso nell'incidente aereo del giugno scorso), sull'esodo che avvenne a partire dal 1850 e di come questo sia stato incoraggiato da promesse di lavoro e fortuna, spesso ingannevoli.
Un salto a casa e poi con Sergio Valentini (presidente regionale di Slow Food) a tenere una serata a Sopramonte per la presentazione della Legge sulle filiere corte. Già legge, già votata dal Consiglio, ma che richiede condivisione culturale e di essere presidiata sul piano della sua applicazione non appena sarà vistata dalla Commissione Europea. Una serata gradevole, con molte domande ed il piacere di vedere arrivare in porto progetti e idee di qualità.
Oltre alle emozioni dell'incontro, rimangono ottocento chilometri in auto a velocità sostenuta, la tensione che precede ogni iniziativa, la fatica del concentrarsi sulle parole giuste, il ripartire dopo un veloce scambio di sensazioni, un veloce saluto agli organizzatori che ti chiedono di ritornare, la frugalità di pasti consumati in autogrill per non fare troppo tardi. E quando arrivo a casa è mezzanotte passata.
Sono cose queste che mi aiutano a svolgere in maniera diversa anche il mio mandato politico in Consiglio provinciale, non per coltivarsi consenso ovviamente, ma per avere uno sguardo più ampio, cogliere gli umori delle persone con le quali entri in contatto, vedere esperienze come "la Rondine", uno studentato per giovani provenienti da situazioni di conflitto acuto che oggi è diventato una importante fondazione aretina che si occupa di pace e di cooperazione internazionale. Osservare i cartelli della campagna elettorale regionale già avviata e farti cadere le braccia quando scopri che lo slogan del candidato presidente alla regione è "Toscana avanti tutta". Mi chiedo dove stiamo andando...
Epperò... oggi la fatica si fa sentire. Per fortuna questo lunedì è una giornata piuttosto tranquilla, ho un appuntamento alle 10 con il Sindaco di Zambana per una serie di questioni che investono il suo Comune. Poi mi vedo con Stefano Albergoni per fare il punto sul sito di "Politica è responsabilità" (ormai quasi ci siamo) e su questo stesso sito (dove programmiamo una serie di ritocchi e di nuovi spazi per valorizzare il "diario", i "libri" e gli "eventi"). Ci concediamo un pranzo insieme anche a Cristina (è un bel conversare sulle cose della politica trentina e non solo) e poi vado al gruppo dove - visto che la riunione del gruppo è saltata - riordino un po' di cose, un salto veloce al Progetto Prijedor e poi a mettere su cena, un po' di ospiti per l'otto marzo (per come è ridotta questa festa, una buona cena in compagnia non è una cattiva idea) a base di polenta e funghi porcini.
E' tardi quando leggo la posta elettronica. Da Arezzo Luciana mi scrive così "...Il tuo intervento ci ha fatto riflettere sul conflitto nei Balcani, ci ha illuminato su alcuni aspetti storici e geopolitici e ci ha anche emozionato, soprattutto quando abbiamo scoperto che il tuo approccio al tema "conflitti" ha molti punti in comune con l'approccio di Rondine. Ci ha aperto "finestre" e prospettive che non immaginavamo. Abbiamo inoltre apprezzato la passione con cui parli dei Balcani: si capisce che è un tema che ti sta molto a cuore". Insomma, un po' di soddisfazione suvvia...
Scelgo di andare all'incontro nella sede degli alpini dei volontari trentini, anche perché lì dovrei portare un saluto. E poi come riconoscimento del fatto che da quell'incontro fra realtà molto diverse nell'intervento nel dopoguerra kosovaro ha preso corpo un diverso modo di pensare la cooperazione, quella di una comunità che si mette in gioco nelle sue varie espressioni. Avrei potuto passare anche nelle altre sale, ma non mi piace saltapicchiare semplicemente per farsi vedere. L'incontro con i volontari è intenso, parole, ricordi, immagini si rincorrono in un'esperienza che rimane dentro le persone. "Ho partecipato a molti interventi d'emergenza", afferma un rappresentante dei VVFF volontari, "ma quello era particolare perché non si trattava di una catastrofe naturale, bensì dell'azione dell'uomo".
Con gli amici dell'ANPI (a cui sono iscritto da anni) avrei voluto parlare del tema della memoria anche in relazione alla collaborazione che abbiamo avviato con loro come Forum per la Pace. Riuscire a riflettere sulla storia del Novecento lo ritengo fondamentale e quello potrebbe essere un luogo in cui le generazioni s'incontrano, si conoscono, viaggiano insieme attraverso le realtà simboliche del secolo breve. Pazienza, recupereremo in un incontro da realizzare a breve per confrontarci sull'insieme delle attività.
Figuriamoci se i volontari non ci offrono il pranzo nella loro sede. E' l'occasione per parlare in maniera informale, scambiarsi impressioni e saluti. Riesco ad avere anche un momento di parola con alcuni amici kosovari. Parliamo dell'89 e di "jugonostalgia", di quel che sarebbe accaduto se l'Europa avesse avuto la lungimiranza di guardare alla ragione balcanica anziché alla spartizione delle spoglie della Jugoslavia, del ruolo di Ibrahim Rugova, l'unico fra i leader jugoslavi ad avere un approccio nonviolento, così da essere inascoltato e alla fine messo da parte. Ora Rugova nell'immaginario del giovane popolo kosovaro è una figura leggendaria, ma il suo messaggio rimane inascoltato. La logica con cui le potenze internazionali hanno affrontato il conflitto balcanico legittimava la forza delle armi non certo la nonviolenza, così Dayton è stata la fine di Rugova e la legittimazione tanto di Milosevic quanto dell'Uck. I miei interlocutori in parte dissentono e lo posso capire visto che quella è stata la strada della loro indipendenza. Così parliamo anche di questo e di quel che se ne fanno di un indipendenza peraltro riconosciuta solo da un terzo della comunità internazionale. Mi chiedono che cosa uscirà dalla sentenza della Corte internazionale chiamata ad esprimersi dal ricorso della Serbia sulla loro indipendenza, e così espongo loro il mio approccio post nazionale, l'idea di un'Europa delle regioni come strada per uscire dalle secche del ‘900. Avverto un loro bisogno di approfondire questi temi e ci diamo appuntamento in occasione della visita che faremo a maggio.
Alle due del pomeriggio sono all'assemblea cittadina del PD per la presentazione delle candidature per la figura di coordinatore cittadino. In realtà dell'unica candidatura, quella di Giovanni Scalfi e di una squadra di dodici persone che dovrà affiancarlo in questo lavoro. Vanni espone in maniera molto sintetica le sue idee, una proposta più incardinata sul metodo che non sull'idea di città, ma almeno ora ci sarà un interlocutore per il governo cittadino, per il gruppo consiliare, per le circoscrizioni, per i dodici circoli territoriali. Per lo stesso confronto con il gruppo consiliare provinciale.
Sarà la stanchezza, sarà il mio stato d'animo, ma avverto distanza. Così decido di andarmene a casa. Anche per il bisogno di riprendere fiato. L'indomani mattina (domenica) partenza per Arezzo dove nel pomeriggio ho un convegno sui temi del conflitto con Elvira Mujciic, giovane scrittrice bosniaca originaria di Srebrenica e cara amica.
Al TG3 della sera le immagini degli avvenimenti della giornata, il convegno sull'Università che diventa l'occasione per una nuova polemica di Kessler con Dellai, la conferenza dell'Anpi, altro. Sorrido fra me per come riesco "spontaneamente" ad essere altrove.
Cominciamo dall'appuntamento con il vicepresidente Alberto Pacher, alle 8.30 del mattino. Primo e più importante argomento della nostra conversazione, il parco Agricolo dell'Alto Garda. La legge provinciale che lo istituisce è della fine della scorsa legislatura. Prevede, fra l'altro, che qualora la Comunità di Valle - su cui è incardinata la proposta - non sarà operativa entro diciotto mesi dalla promulgazione della legge, sia la PAT a prendere in mano la partita della sua attuazione. Il problema è che la Comunità di Valle si eleggerà nell'autunno prossimo e prima di riuscire a prendere in mano la questione passerà altro tempo. Perché allora non procedere sin d'ora con un incarico temporaneo ad un Tavolo di lavoro di cui facciano parte anche i Comuni della zona per le azioni di studio preliminare? Pacher si dice perfettamente d'accordo nel procedere in questa direzione.
Seconda questione, l'acqua. A fronte del decreto governativo convertito in legge dal Parlamento il 18 novembre scorso che ne privatizza il servizio, la PAT non deve rimanere con le mani in mano. E' vero che la nostra autonomia (articoli 8 e 9 dello Statuto) ci affida competenze primarie ma è altrettanto vero che in assenza di precisi provvedimenti valgono le normative nazionali. Già alla fine del 2010 sono in scadenza una serie di concessioni e la logica delle gare non ci pone certo al riparo da brutte sorprese. Nei giorni scorsi, prima e durante gli incontri sul territorio che ci hanno visti insieme partecipi, è emersa l'idea di uno scorporo della gestione acqua da Dolomiti Energia (che gestisce il servizio in 19 comuni, compresi Trento e Rovereto) in direzione della costruzione di una società totalmente pubblica che faccia rete anche con il sistema vigente negli altri 199 Comuni del Trentino (a gestione diretta). Parliamo di questo, di una iniziativa da concertare nel PD del Trentino e di un confronto da avviare nella coalizione.
Facciamo un veloce aggiornamento sull'acciaieria della Valsugana. I dati rassicuranti delle analisi dei suoli e dell'aria non risolvono certo la questione del modello di sviluppo della zona. Occorre mettere in campo una forte iniziativa e decidiamo di parlarne con i circoli del PD della Valsugana.
Parliamo infine dell'impianto Wind localizzato fra i Comuni di Lavis (che ne ha decisa la localizzazione) e Zambiana, realizzato sul territorio di Lavis ma vicino alle abitazioni di Zambana. La Provincia non ha competenze, se non quella relativa alle autorizzazioni sanitarie, ma la cosa si configura come uno sgarbo tra territori. Ci incontreremo lunedì mattina con il Comune di Zambana per stabilire il da farsi.
Qualche altra piccola questione e poi corro all'appuntamento con Erica Mondini, al Forum. Lei oltre ad essere una persona cara è anche la vicepresidente del Forum e insieme facciamo il punto delle cose da fare, delle convocazioni degli organismi e degli argomenti da trattare.
Dopo qualche minuto arriva in visita la delegazione del Comune di Peja/Pec (Kosovo) guidata dal sindaco Ali Berisha e dell'associazione Trentino con il Kosovo. Qualche parola di presentazione del Forum e poi entriamo nel vivo dell'argomento che intendiamo trattare, la costruzione di un'Agenzia della Democrazia Locale a Peja/Pec. Organismo previsto dal Consiglio d'Europa, le ADL hanno rappresentato nei dopoguerra balcanici (e ora anche in Caucaso) un'efficace strumento attraverso il quale costruire partenariati territoriali fra le regioni e le città europee intorno ai temi della pace, della democrazia, dei diritti dei soggetti più vulnerabili, della prospettiva europea. Dal loro particolare punto di osservazione è chiaro che fra Europa e Stati Uniti nel corso degli anni si è giocata nei Balcani (e in Kosovo in particolare) una partita piuttosto dura, tutt'altro che favorevole alla costruzione di una forte soggettività politica dell'Europa. D'altro canto è pur vero che gli USA sono stati i più accaniti sostenitori dell'indipendenza kosovara, tanto da infrangere il diritto internazionale che sanciva l'intangibilità dei confini, e dunque la sovranità di un paese riconosciuto internazionalmente come la Serbia. Ma i nostri interlocutori sanno bene che la prospettiva per il loro stesso territorio non può che essere europea, sempre che l'Europa sappia darsi una propria fisionomia post nazionale. Se non sarà così, sarà una federazioni di stati nell'ambito della quale non ci sarà cessione alcuna di sovranità e a quel punto a qualcuno potrebbe risultare più utile un'area balcanica deregolata con cui fare affari d'oro piuttosto che un pezzo d'Europa senza barriere doganali né visti.
L'intesa è piena e ci si muoverà nell'obiettivo di sancire la nascita dell'ADL a Peja/Pec a maggio, in occasione della restituzione istituzionale della loro visita di questi giorni.
Finiamo l'incontro al Forum, un pasto insieme alla delegazione kosovara, e poi all'incontro con il presidente Dellai e di seguito con l'assessore Beltrami - Giovanazzi e i partner sociali del Tavolo trentino con il Kosovo. Un puzzle di relazioni davvero ampio e positivo, raccontato dai protagonisti.
Alle 17.30 un nuovo appuntamento nel quadro del decennale delle relazioni con il Kosovo, la presentazione dell'associazione "Viaggiare i Balcani" e delle proposte di viaggio per il 2010. Lo scenario è quello delle gallerie di Piedicastello, la musica di un quartetto d'eccezione che propone musica e parole di un confine nord orientale che fino a qualche anno fa costituiva la cortina di ferro. Un'attività a cui tengo molto per averla avviata con il Progetto Prijedor e Tremembè sette anni fa e che ora vive di luce propria, seppure in stretta collaborazione con il costruendo Tavolo Balcani. I giovani che hanno preso in mano l'attività negli ultimi tempi illustrano le iniziative in corso e laddove non riescono le parole arrivano la musica e le immagini. Infine il buffet, sapori trentini e balcanici mescolati, che viene letteralmente spazzolato via dalle oltre cento persone presenti all'incontro.
Sono le otto di sera. Alle 20.15 ci sarebbe anche l'assemblea del PD del Trentino ma le batterie sono scariche. Con Silvia Nejrotti (che stasera sarà nostra ospite) decidiamo di dirigersi verso casa dove ci aspetta Gabriella con un'ottima cenetta. Un sussulto di energia per il diario e poi a nanna, visto che l'indomani mi attende una giornata altrettanto densa di impegni.
E' così che entro nell'argomento. I Balcani, l'Europa di mezzo. E inizia la storia. Anche quelli più inclini al casino, che se solo li molli con lo sguardo ti creano il vuoto intorno, reagiscono bene, seguono anche se non sarebbero usi farlo. Chi prende appunti sono prevalentemente le ragazze, ma per quasi due ore tutti rimangono inchiodati nei loro posti, a dispetto dell'età e dello spazio vitale che quell'aula non offre di certo.
Di tanto in tanto li interrogo, qualche volta rivolgo quelle stesse domande anche all'insegnante che assiste alla mia lezione e che siede in un banco come fosse una di loro, perché in realtà lo è, tanto poco ne sa di quel che vado raccontando. Ma gli sguardi sono vispi e incuriositi. Tanto che allo scoccare della seconda campanella nessuno si alza e scatta invece un applauso.
Dovremmo dedicarci a raccontare, ma per farlo occorre qualcosa da dire. E, forse, il problema sta tutto qui.
Astrid, nonostante la giovane età, qualcosa da raccontare ce l'ha. Sfoglio il suo libro sul Kosovo che viene presentato nel tardo pomeriggio a Palazzo Trentini e vi colgo un ritmo leggero, a dispetto dell'argomento trattato. Non c'è affatto retorica nelle sue parole, si è semplicemente lasciata rapire da quel paese che più o meno per caso s'è trovata fra le mani. Anche se i Balcani non sono mai di moda, la piccola sala è piena, il che significa che in questi dieci anni, da quando salii le scale della Giunta provinciale per chiedere che dopo l'emergenza investissimo in relazioni, il ponte è stato attraversato di continuo, da una parte e dall'altra.
Sguardi, racconti, parole: dieci anni di cammino presuppongono un pensiero non banale. E Ilir lo testimonia, basterebbe questo per dire che non si è lavorato invano - dice Emiliano - ed ha ragione.
Comunque ci proviamo. Loro e il Forum sono pressoché coetanei e allora parto da lì. Dal senso della storia, dalla necessità di avere consapevolezza che il film che viviamo ha un prima e un dopo, che se non vogliamo che la storia non sia una coazione a ripetere dobbiamo far tesoro di quel che è accaduto prima di noi e provare ad indagare sempre strade nuove, nella speranza di poter consegnare a chi verrà dopo di noi uno scenario ospitale. Dalla necessità di non affidarsi all'apparenza e quindi di scavare dentro gli avvenimenti, con uno sguardo critico e curioso. Dal bisogno di indagare le ragioni per cui l'uomo, pur nella consapevolezza della tragedia che ogni guerra porta con sé, continui da sempre a perseverare su questa strada. E dunque dal provare a darsi qualche risposta, evitando manicheismi perché la realtà è sempre complessa e contraddittoria.
Argomenti tutt'altro che facili da affrontare, ma c'è attenzione. Molte le domande che ci vengono rivolte e, fra queste, ci si chiede se in questo luogo si può fare volontariato oppure servizio civile.
Questo incontro mi rincuora, mi fa capire oltremodo di quanto sia una sciocchezza parlare di bamboccioni, che entrare in comunicazione è possibile purché si abbia qualcosa da raccontare. Lo dico anche per gli insegnanti che accompagnano le ragazze e i ragazzi: incrociando i loro sguardi mi pare di capire che loro stessi avrebbero bisogno di incrociare i loro saperi con altri saperi, di quanto sia decisivo il tema dell'educazione permanente, di come questa dovrebbe essere alla base di un processo di rimotivazione delle persone anche sul piano professionale.
Di questo parliamo anche nel pomeriggio con il professor Pugliese, docente a Cavalese e che collabora da tempo con il Forum. Gli propongo di far parte di un gruppo di lavoro che intendiamo costruire per avvicinarci all'edizione del cinquantenario della Marcia Perugia - Assisi, quella del 2011, e che pensiamo dovrebbe avvenire all'insegna della riscoperta del pensiero di Aldo Capitini. Penso alla realizzazione di una mostra itinerante sulla vita, le opere e l'attualità del pensiero di questo eretico del Novecento, anche come chiave per interrogarci sull'impegno per la pace nel nostro tempo, mettendo da parte la retorica con la quale in questi anni si è impoverito il messaggio della marcia. Più in generale gli illustro l'impostazione che stiamo dando al nostro lavoro e mi pare di cogliere sintonia. Il professor Pugliese ha curato negli anni scorsi un compendio di itinerari bibliografici su pace e diritti umani, un lavoro che - in sintonia con il sistema bibliotecario trentino - vorremmo mettere in internet, aprendo una apposita sezione del nuovo sito del Forum che a breve sarà in chiaro, indicando in quale delle biblioteche trentine si possono trovare i testi che vengono segnalati. Fare sistema, insomma.
La giornata scorre così, in mezzo tante altre cose, spaziando dall'agricoltura all'Università, sulla quale il PD organizza sabato prossimo un incontro di approfondimento in relazione alle nuove competenze autonomistiche.
Non ci sono impegni serali, ma un po' di lavoro c'è ancora. L'indomani mi attende una lezione al liceo scientifico Galilei, dove un gruppo di studenti sta preparando un viaggio di studio in Bosnia Erzegovina. Non saranno cose che direttamente hanno a che fare con il mio impegno istituzionale, ma avverto come sia importante anche per me questo contatto diretto. Proprio per cercare di evitare che ogni volta tutto ricominci da capo.
Il terzo aggiornamento del piano provinciale rifiuti prevedeva, fra le altre cose, la realizzazione di quattro impianti di biodigestione dislocati in maniera da accogliere i diversi bacini di conferimento sul nostro territorio. La negativa esperienza dell'impianto di Campiello, nei pressi di Levico, di vecchissima generazione tanto da non poterlo nemmeno indicare come biodigestore, ha nei fatti creato un'opposizione a valanga in nome del "non nel mio giardino". E questo nonostante si tratti di impianti anaerobici che riducono pressoché totalmente l'impatto sul territorio circostante. Così, una potenziale risorsa diviene un problema, con elevati costi per la nostra comunità. All'opposizione all'impianto di Lasino è seguita quella contro la realizzazione dell'impianto di Cadino (Faedo): migliaia di firme per dire "non qui, fatelo altrove".
Nella riunione indichiamo la necessità di un approccio responsabile, fondato su due concetti. In primo luogo, quello di ridurre l'impronta ecologica del nostro territorio che passa nelle scelte di sviluppo (penso ad esempio agli allevamenti intensivi che tanti problemi stanno creando in alcune zone del Trentino come il Bleggio) ma anche attraverso i nostri comportamenti virtuali. In secondo luogo attraverso il principio di autosufficienza che tradotto significa opporsi all'import - export dei rifiuti. Nello specifico della gestione dell'umido, questo vuol dire farsi carico di trovare localizzazioni idonee e processi informativi e decisionali improntati a criteri partecipativi e responsabili.
Decidiamo che su questo tema il PD del Trentino dia il via ad una vera e propria campagna per un approccio responsabile al problema. Se ne parlerà in una delle prossime assemblee del partito, anche per evitare che nel cavalcare le situazioni di protesta (e in nome di una ricerca di facile consenso) si facciano coinvolgere anche gli esponenti istituzionali del partito.
Proprio oggi, nella riunione della Terza Commissione consiliare, è all'ordine del giorno la petizione popolare contro l'impianto di Cadino. Se quella localizzazione venisse respinta, davvero non so come si potrebbero trovare soluzioni alternative, considerato il livello di antropizzazione dei nostri fondovalle. La commissione decide di fare un sopralluogo, programma un incontro con il sindaco di Faedo e, infine, di andare a visitare un impianto di ultima generazione nelle regioni dell'arco alpino.
Quello del principio di responsabilità è un nodo centrale, che percorre l'insieme delle nostre scelte di sviluppo, di rapporto con l'ambiente, nell'affrontare un tema spinoso come quello dei rifiuti, nella gestione delle risorse nella consapevolezza del loro carattere limitato. E' il tratto di una proposta politica: politica è responsabilità.
Come i lettori di questo diario sanno si chiamerà così il progetto trasversale che da mesi stiamo coltivando proprio per provare a mettere mano alle parole della politica e che via via va assumendo una sempre più precisa fisionomia. L'abbiamo definito "un atto d'amore" verso una politica che invece tende ad essere ricerca del consenso purchessia. Inizieremo la settimana prossima dando il via al blog, un tentativo di rispondere all'urgente bisogno di buona politica.
La giornata si conclude a Padergnone, a parlare di acqua come bene comune. Alla fine dell'incontro diversi degli amministratori presenti in sala si propongono di farne un tema dell'imminente campagna elettorale per il rinnovo dei consigli comunali. E anche questo è un bel risultato.
A Ponte Arche la sala del Comune vede una nutrita presenza di persone, provenienti dalle Giudicarie e da Dro, a testimonianza che l'argomento è molto sentito. Apro io la serata parlando di un diritto mai scritto nelle carte internazionali perché l'acqua è come l'aria, un elemento costitutivo del vivere. Che oggi se ne parli per farne oggetto di business è segno dei tempi, ma tant'è. Che l'acqua sia un bene di tutti, per la verità nessuno ha il coraggio di smentirlo, tanto che si nega ogni volontà di privatizzazione, salvo poi dire che quel che si vuol privatizzare è "solo" la gestione del bene.
Ma che cos'è il diritto all'acqua se non la sua gestione? Potremmo dire lo stesso quando si parla del mare, altro bene comune, il cui accesso viene sempre più frequentemente privatizzato pur essendo di tutti. Ricordo l'amarezza quando, nell'estate scorsa, lungo il mare di Camerota, con Gabriella cercavamo i luoghi delle nostre prime vacanze in spiagge semi deserte ed oggi appannaggio di anonimi stabilimenti balneari che ne impediscono l'accesso.
Quello di separare la proprietà dalla gestione è un argomento davvero subdolo, che trova adepti anche in Trentino come ad esempio l'amministratore delegato della Dolomiti Energia Marco Merler, società a maggioranza pubblica (61%) che gestisce il sistema energetico provinciale, la distribuzione del gas e la gestione dell'acqua in alcuni comuni del Trentino fra i quali Trento e Rovereto. Il che ci dice come, nonostante gli articoli 8 e 9 dello statuto di autonomia ci assegnino competenze primarie nell'utilizzazione delle acque pubbliche e nell'assunzione diretta di servizi pubblici e a loro gestione mediante aziende speciali, l'attenzione debba essere alta e ci si debba mettere al riparo rispetto alle mire delle società private che cercano di fare affari sull'acqua.
Lo abbiamo visto anche in occasione dello sciagurato progetto di "riqualificazione energetica" (come è stato chiamato il progettato impianto che intendeva prelevare l'acqua dal Garda per portarla a 1.600 m di altezza sul Monte Baldo per poi farla ridiscendere nel lago producendo energia a costi maggiori di quelli spesi per portarla in quota). Che coinvolgevano il fior fiore dell'imprenditoria trentina e nazionale, magari definendo tutto questo come energia pulita e rinnovabile.
nel cercare le strade per metterci al riparo da processi di privatizzazione, la discussione ruota attorno all'idea dello scorporo del settore acqua da Dolomiti Energia e dalla messa in rete dei sistemi di gestione della risorsa idrica (comunali e consortili) laddove la gestione è diretta da parte degli enti locali. In un caso e nell'altro gli interventi di manutenzione e sviluppo del sistema degli acquedotti sono in capo alla PAT e dunque perché non immaginare una nuova società interamente pubblica per la gestione del servizio idrico provinciale?
Un'ipotesi di lavoro condivisa dall'assessore Pacher e che metterebbe il Trentino non solo ai ripari ma che lo collocherebbe fra i territori virtuosi nella campagna internazionale per l'acqua come bene comune. Fra i relatori ed il pubblico si sviluppa una forte e positiva dialettica, nella comune percezione che attorno a questa partita si giochi un tassello importante della nostra diversità. Ed anche su questo piano l'autonomia e le sue prerogative possono giocare un ruolo importante nell'autogoverno della nostra comunità.
Sono molto soddisfatto dell'incontro, perché il confronto mette in luce una possibile strategia di alto profilo e perché questo avviene in un dibattito promosso da un Circolo del PD, che ne testimonia l'utilità sociale.
E' il modo giusto di chiudere una giornata dove il tema dell'acqua è ritornato in continuazione, nella conversazione con Adolfo Laner che incontro per parlare di piccole centraline idroelettriche, nel parlare con Rosario Lembo della carovana per il diritto all'acqua che si dovrebbe realizzare in Palestina nella primavera 2011, con la commissione ambiente del PD del Trentino che si riunisce nel tardo pomeriggio per discutere di biodigestori e della gestione dell'umido in Trentino.
L'acqua è anche la storia di Martin Brod, il villaggio dei cento mulini non lontano da Bihac, in Bosnia Erzegovina, dove il fiume Una disegna un sistema straordinario di cascate e dove in ognuna di queste si rispecchia, secondo la leggenda, una figura femminile. Perché l'acqua, prima di ogni altra cosa, è il simbolo della fecondità e della vita.