«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Diario

« marzo 2010 | aprile 2010 | maggio 2010 »

venerdì, 30 aprile 2010Laghetti di Colbricon

Mattinata dedicata alla scrittura, pomeriggio e sera densi di appuntamenti. In mezzo il piacere di andare a fare la spesa, per rendere la casa accogliente e buona. Amo far da mangiare per gli amici e scegliere gli ingredienti più adatti alla mia cucina. Il fine settimana si presenta sostanzialmente sgombro da impegni, la primavera impazza e intorno a casa è un'esplosione di profumi e di colori.

Il primo appuntamento pomeridiano è all'assessorato dell'istruzione dove ci troviamo per fare il punto sul Centro Millevoci. Il percorso che propongo di fare è in realtà già iniziato qualche settimana fa con l'incontro degli operatori che vi hanno sin qui lavorato e dovrebbe proseguire, se non incontrerà ostacoli, con l'apertura di un blog dedicato sul sito "Vivo scuola" della PAT, per poi approdare ad un convegno di alto profilo sul tema dell'integrazione scolastica da realizzarsi in autunno e che dovrebbe rappresentare la cornice di un nuovo protocollo d'intesa.

Con l'assessore Marta Dalmaso parliamo anche di altre cose, della frutta tagliata e piena di antiossidanti che viene scelleratamente distribuita nelle scuole italiane (ma anche trentine), confezionata in contenitori di plastica (alla faccia questa volta del contenimento dei rifiuti), confezionata in provincia di Forlì alla faccia delle filiere corte, che non riporta alcuna tracciabilità del prodotto. Le propongo di emanare una circolare affinché i dirigenti scolastici respingano al mittente questa porcheria. Parliamo anche degli orti del mondo, progetto che Slow Food intende avviare nelle scuole trentine per avvicinare i ragazzi alla terra, alle sue ricchezze e ad una sana cultura gastronomica.

Dall'assessorato arrivo al gruppo consiliare dove di lì a poco ci vedremo come promotori di "Politica è responsabilità". E' l'occasione per un primo bilancio del sito, dei temi fin qui proposti, del livello di confronto che si è avviato. Complessivamente il giudizio è positivo, c'è un po' di preoccupazione che il confronto non sia proprio alla portata di tutti, vediamo insieme un po' di accorgimenti per renderlo più fruibile. Infine fissiamo la data della conferenza stampa di presentazione che decidiamo di fare l'11 maggio prossimo.

E' quasi ora di andare a Dro dove mi aspetta un dibattito nell'ambito della campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del prossimo 16 maggio. Scendo insieme ad Alberto Pacher, anch'egli della serata, dedicata alle tematiche ambientali e dello sviluppo locale. Con noi i rappresentanti del Parco Fluviale del Sarca e del Comitato promotore della Legge di iniziativa popolare (oggi legge della PAT a tutti gli effetti) sul Distretto agricolo del Garda.

La sala di Ceniga è piena e la discussione pregnante di contenuti e di idee. Parlo per ultimo fra i relatori ma vedo che l'attenzione è catturata e le suggestioni che vengono proposte suscitano domande ed  interventi tanto sul fare sistema locale, come sulle filiere corte o sull'acqua.

Mi colpisce un concetto inserito al primo posto del programma della lista del PD. Si parla di "pausa costruttiva", proposta che si può declinare sia nel senso di porre fine alla logica del cemento che continua a mangiarsi territorio ma anche come necessità di fermarsi a riflettere su dove stiamo andando, di mettere a fuoco e comprendere le trasformazioni in atto che talvolta generano inquietudine, solitudine, paura. Del resto, che cosa sono un parco fluviale o agricolo se non una narrazione di questo tempo e di questo Trentino? Parlo della necessità di un "ritorno alla terra", non come evocazione di una cultura arcaica ma piuttosto come esigenza di partire dalle cose vere, in grado di contrapporre l'economia reale a quella virtuale.

Se l'uomo politico più potente della Terra si reca a Wall Street per proporre di mettere freno ai titoli derivati viene preso a pesci in faccia, significa che la partita è davvero pesante. Significa che il carattere perverso della finanziarizzazione dell'economia che ha messo in ginocchio il sistema internazionale è ancora in agguato. Se una risposta a tutto questo va data, questa è la capacità dei territori di puntare sulla qualità e di fare sistema. A guardar bene sono i tratti che hanno costituito il retroterra della nostra diversità e del nostro sfuggire all'omologazione con il nord est italiano, l'autonomia e la diffusa cultura all'autogoverno, le stesse caratteristiche della nostra economia.

E' la sfida dell'unicità e dell'autosostenibilità. Una sfida che in Trentino possiamo vincere grazie alle prerogative dell'autonomia, ma che non è affatto vinta. Gli scricchiolii che vediamo nel comparto agricolo come in quello lattiero-caseareo o vitivinicolo ci parlano di un modello senza qualità. Le stesse difficoltà che riscontriamo nell'industria dove dobbiamo fare i conti con un'economia che talvolta non ha nulla a che fare con le vocazioni del territorio. Non bastano gli interventi straordinari delle finanziarie della PAT, non bastano gli ammortizzatori sociali, serve uno scarto culturale capace di legare ambiente e territorio, storia e saperi.

Sono questi, del resto, gli ambiti che ho scelto di presidiare nel mio impegno istituzionale e che hanno prodotto la legge sulle filiere corte, la salvaguardia del Colbricon, il no alla realizzazione dell'impianto idroelettrico Baldo - Garda, l'indagine sui rifiuti ed altro ancora.

Avverto in qualche domanda che mi viene rivolta sul tema dell'acqua il passaggio anche da qui dell'antipolitica: mi riferisco ad una sorta di crociata contro la Provincia di Trento, assimilata nella gestione dell'acqua pubblica alle forze che vogliono la privatizzazione semplicemente perché la forma societaria che gestisce una parte del servizio idrico in Trentino è una SpA come Dolomiti Energia, peraltro a maggioranza pubblica.

Rispondo che i primi a muoversi in Trentino di fronte al Decreto Ronchi siamo stati noi presentando come Gruppo PD in Consiglio provinciale una mozione nella quale si ribadisce che l'acqua è un bene comune non assoggettabile alle logiche di mercato. Che in seguito abbiamo avviato una verifica su quanto lo Statuto di autonomia - grazie agli articoli 8 e 9 - ci mette oppure no al riparo dalle direttive nazionali. Da qui la necessità di puntare alla formazione entro il 2010 di un nuovo soggetto al 100% pubblico, in grado di assorbire il comparto acqua di Dolomiti Energia e di mettere in rete i restanti 198 Comuni (e i loro consorzi) che giustamente intendono rimanere proprietari della loro acqua ma che possono garantire quel servizio solo se in rete e grazie alle risorse finanziarie della PAT. E infine anche un messaggio senza infingimenti: se vogliamo vincere questa battaglia, con il referendum o con gli strumenti dell'autogoverno, si devono costruire alleanze ampie, non settarismi ideologici o scomuniche.

Le molte persone che partecipano all'incontro sono visibilmente soddisfatte, strette di mano e complimenti. Insomma qualche soddisfazione e l'idea che la politica possa riconciliarsi con le idee e le speranze ancora vive. Un bicchiere di vino (sotto la soglia, sia chiaro) e a mezzanotte sono finalmente a casa.

1 commenti - commenta | leggi i commenti
giovedì, 29 aprile 2010pacifismo primordiale

Come i lettori sanno, da quasi un anno sono presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Sessanta associazioni di volontariato (quest'anno dieci nuove iscrizioni), gli istituti museali della provincia, l'Università e l'Iprase, fondazioni ed istituti di ricerca. E la rappresentanza del Consiglio provinciale. Un'attività che si può interpretare in molti modi: per quel che mi riguarda ho proposto una forte discontinuità, tanto nei contenuti quanto nelle modalità di azione. Insomma un'impronta che vuole essere esigente, nel proporsi di uscire dalla banalizzazione di parole come pace, diritti umani, solidarietà... che oggi non riescono più a parlare al cuore e alla mente delle persone. E, contestualmente, ritornare al dettato della legge che nel lontano 1991 ha istituito il Forum, quando si è proposto di condizionare l'azione politica della provincia di Trento non solo sui temi della pace ma anche sul piano delle politiche culturali, giovanili, dell'emigrazione come dell'immigrazione.

Tutto questo, come si può immaginare, richiede un impegno intenso. Abbiamo iniziato con una larga ricognizione di quel che c'è e delle sinergie da mettere in campo per evitare sovrapposizioni e doppioni. Il passo successivo è stata la definizione delle principali linee di lavoro del Forum e l'indicazione di un tema annuale che ne caratterizzerà l'azione. Abbiamo messo mano agli strumenti, a partire dal nuovo sito http://www.forumpace.it/ in chiaro da poche settimane nella sua nuova veste grafica e contenutistica. Successivamente si sono messe a verifica le convenzioni con altri soggetti: è quel che si è fatto con Millevoci, centro che opera da più di undici anni sui temi dell'integrazione scolastica e dell'interculturalità, proponendo l'incontro fra tutti gli operatori coinvolti in questo significativo arco di tempo per proporre un bilancio ed interrogarsi sulle nuove frontiere dell'integrazione. Percorso che si concluderà in autunno con un convegno di approfondimento e la stipula di una nuova convenzione fra i soggetti promotori. Lo stesso ci siamo proposti di fare con Isodarco, affinché la scuola internazionale sul disarmo ormai giunta alla sua XXIV edizione diventi uno strumento al servizio della nostra comunità attraverso una convenzione fra diversi soggetti. Abbiamo avviato un lavoro per ridare senso alla marcia Perugia - Assisi, attraverso la valorizzazione del pensiero di Aldo Capitini, anche in vista della marcia del cinquantenario che cadrà l'anno prossimo. Da ultimo, nei giorni scorsi, abbiamo scelto il tema annuale che caratterizzerà nei prossimi mesi l'azione del Forum, la cultura e la cittadinanza euromediterranea, nell'obiettivo di fornire una cornice per mettere in rete tutto quel che su questo piano viene proposto dal sistema trentino. Potrei continuare con l'impegno sul medio oriente ed il conflitto israelo palestinese, la questione tibetana o uigura (la minoranza cinese dello Xinjang), e tante altre cose ancora che ora non mi vengono in mente.

Scrivo oggi queste cose perché buona parte della giornata la dedico proprio al Forum, nell'incontro con il gruppo di lavoro che si occupa della Perugia Assisi, nell'incontrarci insieme a Mirco Elena con la PAT sul progetto "La scienza al servizio della pace", nel vederci con Paola Venturelli per la nuova brochure del Forum ed infine nell'incontro di un altro gruppo di lavoro, quello sul progetto "Euromediterranea", davvero interessante e che siamo costretti ad aggiornare tante sono le idee che, a partire dal primo canovaccio, vengono fuori dalla discussione.

Come potete capire, basterebbe il Forum per esaurire tempo ed energie. Ma in questi cinque anni vorrei riuscire a dare un'impronta non banale, affinché la cultura della pace possa entrare a pieno titolo fra i tratti della nostra diversità.

mercoledì, 28 aprile 2010il paese di Cornaiano visto dal Renon

Lo scenario è quello di una piccola vallata del Sud Tirolo, poco sopra Bolzano. Il Gasthaus Valzurg di Kardaun è un locale vero, insomma non è costruito per i turisti ed anche arrivarci seppure a pochi minuti dall'autostrada non è semplicissimo. Splende il sole e mangiare all'aperto è una delizia. Sono qui con Stefano Fait e Mauro Fattor. Stefano lo conosco da qualche mese, da quando mi ha chiesto un appuntamento e si è stupito che potessimo darci il tempo per una conversazione vera. Così ci siamo rivisti, sempre per il piacere di scambiarci delle idee. Con Mauro ci incontriamo invece per la prima volta, nonostante sia giornalista dell'Alto Adige ed io consigliere della sua Regione. Per quel che conta...

Non sembra esserci un argomento specifico del nostro incontro, almeno per come il fluire delle parole spazi sull'universo mondo. Ma in realtà non è così. Stefano e Mauro mi hanno chiesto di scrivere una postfazione di un loro libro sul Sud Tirolo. Che ancora non ho letto o, meglio, avendone letto solo l'introduzione senza peraltro aver ancora ben compreso (o solo intuito) l'ossatura del loro lavoro. E' proprio per questa ragione che ho chiesto di vederci e scambiarci un po' di opinioni su quel che accade nella terra dei lontani cugini sudtirolesi.

Ci sono sintonie e distanze, fra tutti e tre per la verità e questo un po' mi rassicura. Personalmente temo che la crisi di un "partito di raccolta" che non ha più senso di esistere in quanto tale trascini il Sud Tirolo verso le derive d'oltralpe, quelle che abbiamo già conosciuto in Carinzia dove Haider e l'estrema destra hanno spopolato. Ci si muove su un terreno molto delicato, compreso fra l'esigenza di evitare tale deriva e al tempo stesso di saper andare oltre un partito che di questa deriva porta molte responsabilità. Non so bene quel che questo possa voler dire, sono invece abbastanza convinto che l'esito di una crisi verticale della SVP sarebbe oggi disastroso. Anche perché l'unico soggetto che in qualche misura poteva contenere in chiave democratica questa crisi, i verdi sudtirolesi, non godono oggi di ottima salute. Avendo il PD altoatesino rinunciato alla contesa nel mondo tedesco in nome di un accordo di governo.

Credo in ogni caso che il piano debba essere un altro, ovvero quello di una sfida politica e culturale capace di guardare ad una nuova fase dell'autonomia, mettendo così in discussione la capacità della politica di costruire un nuovo patto sociale fuori dalla contrapposizione etnica.

Non so quanto questo mio approccio possa essere condiviso. L'impegno che mi prendo con Stefano e Mauro è quello di leggere il testo nei prossimi giorni e di scrivere qualche pagina, lasciando loro piena libertà di cestinarla.

Vivo questa cosa come un'assunzione di responsabilità anche rispetto al mio ruolo istituzionale. E' dall'inizio della legislatura che mi pongo il problema di quale relazione debba esserci fra le nostre due province e di come collocare una regione liberata dalle competenze amministrative in chiave europea.

Il tiroler grostl che ci porta la signora del maso è buonissimo, così il sylvaner. Il tempo se ne va via fra racconti di altre latitudini che altro non sono che sguardi strabici sulla nostra terra. Proprio quel di cui avrebbe bisogno una classe dirigente capace di interrogarsi non su come conservare il potere ma sulle sfide del presente e del futuro. E che la politica non riesce a fare.

Com'è vicino il Sud Tirolo.

 

martedì, 27 aprile 2010

Quando suona la sveglia è ancora notte fonda. Devo essere in aeroporto a Verona Villafranca alle 6.30 per prendere il volo delle 7.20. Faccio sempre un po' di fatica ad andare a Roma, città che conosco bene e che mi fa lo strano effetto, quando ci arrivo, di aver voglia di scapparmene via. Forse perché ci ho abitato in quella città, cinque lunghi anni dal 1984 al 1989, senza però mai sentirmene parte, quasi a mantenere una distanza che a pensarci ora mi sembra davvero un po' ridicola. Conoscendone i luoghi ma non la vita. Una distanza voluta, come a proteggersi da un ambiente - quello politico - che tende ad avvolgerti nella sua autoreferenzialità.

Quello stesso ambiente che ancora oggi avverto a pelle quando entro nelle stanze della politica, quand'anche in senso lato. Oggi sono infatti alla sede nazionale della CGIL in Corso d'Italia, dov'è convocata la riunione del Direttivo della Tavola della pace in preparazione della Marcia Perugia Assisi del prossimo 16 maggio. E' il 16 maggio una giornata importante per il Trentino, visto che si vota nella maggioranza dei Comuni, condizionandone quindi la partecipazione.

Io so che non dovrei partecipare a queste riunioni. So in anticipo che me ne verrò via un po' incazzato, forse perché la mia soglia di sopportazione verso i luoghi di una sinistra che non sa interrogarsi su niente è sempre più bassa. E quel che rimane del movimento per la pace non fa certo eccezione. Mi illudo per un attimo che la proposta di parlare sin d'ora della marcia del cinquantenario (quella del 2011) possa aprire un confronto sul futuro, su orizzonti più ampi, ma devo velocemente ricredermi, perché l'effetto "Napolitano" si avverte anche qui, tanto che conta più il centocinquantenario dell'unità d'Italia che il precipitare dell'Europa. Si saprà mai essere federalisti a Roma?

Dopo tre ore di parole che avverto distanti alzo i tacchi, rassicurando Flavio Lotti che come Trentino faremo nonostante le elezioni la nostra parte. Ma il punto non è questo. Che cavolo significa parlare di pace se quel che accade nei territori di questo paese va esattamente nella direzione contraria? Perché non ci si interroga sull'inessenzialità del pacifismo? Perché la cultura della pace non sa dialogare in maniera fertile con la politica? Perché i simboli della pace sono i guerrieri dell'emergenza?

Già che sono a Roma, provo a coltivarmi altri contatti, persone e amici che hanno da tempo scelto di starsene alla larga dai meccanismi di una società civile che ha preso il peggio dei partiti. Vedo Giulio Marcon, responsabile della campagna Sbilanciamoci. Vedo l'amico Ali Rashid, con i quale dobbiamo perfezionare il progetto di una nuova associazione per la cultura della parte del Mediterraneo che un tempo era la "fertile crescent". Vedo Silvano Falocco che mi ha invitato a maggio a chiudere proprio qui a Roma la scuola di formazione politica intitolata a Danilo Dolci con una riflessione sulle possibili coordinate di un nuovo impegno politico oltre i partiti nazionali. Vedo dopo qualche anno in cui ci si è sentiti solo per telefono Stefano Semenzato e Marina Pivetta, frammenti di una storia comune. Che ha lasciato tracce profonde se considero la comunanza dei nostri sguardi su quel che accade, ma che ben difficilmente sapranno ritrovare itinerari condivisi. Perché è proprio di questo che in buona sostanza vorrei parlare con loro, per capire se l'idea di un nuovo schema di gioco è nelle loro corde oppure no. A dire il vero non ricevo risposte, ciascuno alle prese con il proprio tragitto che l'ha posto ai margini della politica, ma che ritroveremmo se fossimo in grado di mettere in campo qualcosa di profondamente diverso da quanto sin qui si è visto.

Il volo che mi riporta a Verona è l'ultimo della sera e quindi Stefano e Marina mi portano a prendere una fritturina di pesce a Fiumicino paese, così poi sono a due passi dall'aeroporto. Un fine giornata che avverto caldo della loro amicizia. E che mi accompagnerà fino a sera tardi, visto che fra ritardi e tempi di trasporto arrivo a casa che è mezzanotte passata.

 

lunedì, 26 aprile 2010

Il mattino, libero da impegni, diviene un'opportunità. Posta arretrata da sbrigare, documentazione da studiare, varie cose da scrivere. Tasto dolente, quest'ultimo. Avrei anche una traccia per un lavoro editoriale che ho in testa da un po' ma che non trovo il tempo di sviluppare. So non rincorrere gli avvenimenti e darmi un'agenda di lavoro con una significativa autonomia, ma sono troppe le cose da seguire. L'unica risposta che conosco è quella dell'agire collettivo ma ciò presuppone luoghi collettivi, un partito come intellettuale collettivo si diceva un tempo, ma il gruppo consiliare non è questo. Nemmeno il PD del Trentino lo è, o almeno fin qui non lo è stato. E dunque provo ad uscirne mettendo in campo dei gruppi di lavoro di persone competenti e disponibili. Tanto per essere chiari, è una richiesta di aiuto.

Nel primo pomeriggio c'è riunione del Gruppo consiliare, riunioni che fanno il punto sulle cose da fare. Il tema sul quale si sviluppa un po' di discussione è la situazione del fallimento delle funivie Folgarida Marilleva e delle possibili strade di risanamento (ma non della società di Bertoli), che implicano scelte dal forte significato politico. Prima di mettere in campo iniziative specifiche, decidiamo quindi di avere un confronto con il Presidente Dellai.

Lascio la riunione del Gruppo per correre all'inaugurazione della nuova sede delle Edizioni Erickson. Nella presentazione di questa impresa editoriale, una foto ritrae Dario Ianes e Fabio Folgheraiter giovani pionieri in partenza per la fiera del libro di Francoforte. Ho conosciuto Dario Ianes all'inizio degli anni '90, quando demmo vita a Solidarietà di cui divenne coordinatore cittadino. Allora le Edizioni Erickson erano ancora una piccola casa editrice seppure in continua crescita. Nel corso degli anni ho visto crescere a distanza quel gruppo iniziale di persone fino a diventare quel che ora sono, ovvero un'azienda leader nel campo dell'editoria sociale e non solo.

Ora - in un contesto di crisi generale e più specifico per l'editoria - sono stati in grado di porre in essere un investimento di 11 milioni di euro. I numeri di questa avventura sono raccontati al numeroso pubblico che affolla l'auditorium del nuovo centro nel cuore di Gardolo dal presidente della Erickson Giorgio Dossi e dalla madrina della cerimonia, Maria Concetta Mattei. Segue una tavola rotonda conclusa da Lorenzo Dellai che ne approfitta per riprendere quel che già era emerso dalle parole di Dossi, ovvero l'idea di un'impresa che cresce nell'accompagnarsi con il Trentino e il credito che rappresenta. E' un assist anche per parlare di scuola e formazione, descritta in questi mesi dalla stampa locale come in preda al caos grazie alle proposte della provincia sui cicli scolastici, e di togliersi qualche sassolino... Il che, com'è ovvio, non significa che non ci siano difficoltà, ma da ascrivere in primo luogo al contesto autistico che pervade il nostro tempo.

Dario è visibilmente soddisfatto e così le persone che con lui sono stati protagonisti di questa bella avventura e con i quali nel corso del tempo ho avuto modo di collaborare: penso a Riccardo, Matteo, Ornella. Grazie al loro lavoro le Edizioni Erickson hanno contribuito a fare diversa questa nostra terra.

 

domenica, 25 aprile 2010

Il 25 aprile non offre nulla di nuovo. Né qui, né altrove. I soliti riti, che non aiutano ad interrogarci sulle ragioni di tanto smarrimento. Di tante sconfitte. Le paure alimentano il peggio, non trovando risposte intelligenti si rifugiano in quelle semplificate. La retorica nazionale come risposta al leghismo dilagante ci riporta all'indietro. Le bandiere rosse diventano simboli fuori dal tempo, a presidio di una memoria ingessata e piena di rancore. Sono nel corteo, fra tanta gente, ma la sensazione - come sempre più frequentemente mi succede - è quella della solitudine. 
sabato, 24 aprile 2010

Non c'è tregua. Alla Campana dei Caduti sul Colle di Miravalle sopra Rovereto c'è l'iniziativa promossa dalla Consulta provinciale degli studenti proprio per riflettere sul sessantacinquesimo della liberazione, incontro di giovani che titola "Resistenze, Liberazioni".

Nei giorni precedenti ho proposto loro di alternare le voci delle celebrazioni con testimonianze di ragazzi che sono arrivati in Trentino da altri paesi, proposta accolta positivamente e così a scendere a Rovereto con me ci sono Kando, studentessa tibetana alla Facoltà di economia di Trento e Liridon, un giovane kosovaro di 17 anni che da un anno lavora e studia in Trentino. Le loro testimonianze di vita daranno il segno più di ogni altro intervento all'iniziativa. Così rinuncio al mio di intervento (un po' lasciando stupiti gli organizzatori, quasi che il protagonismo di chi fa politica dovesse essere una regola) che invece metto nero su bianco per il Corriere del Trentino (uscirà in prima pagina sull'edizione trentina del 25 aprile). Mentre risaliamo verso Trento, l'emozione di Liridon per la sua prima volta di fronte ad un pubblico così numeroso è un po' passata e lo vedo molto contento di quest'esperienza. Ma anche di sentire quanto io sia vicino e conosca quel pezzo di Europa.

Arrivo a casa e gli appunti diventano un articolo. Non mi voglio appiattire sull'unità del paese e vedo nello stesso intervento di Napolitano quasi una reazione che ci porta a guardare all'indietro rispetto a quel che di grave accade in questo Paese. Parlo invece di Europa come progetto di pace e sovranazionale, del federalismo europeo di Ventotene caduto nell'oblio (lo potete trovare nella home page di questo sito), di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi.

Il tempo di spedirlo, di mettere su cena, e risalgo in auto per andare a Mezzocorona dove c'è un incontro con i candidati del PD sul programma. Nel borgo rotaliano, grazie soprattutto al lavoro dell'amico Diego Pancher, si è messo insieme un folto gruppo di persone motivate, fra i quali diversi giovani. Cosa niente affatto scontata solo qualche mese fa. E invece ora a ragionare sulle vocazioni del territorio, sulle problematiche giovanili relative al lavoro e al tempo libero, sul collegamento viario con il capoluogo, sugli spazi culturali che non ci sono ci sono loro, una nuova generazione di persone. Fresche e motivate, non male direi.

Ogni tanto occorre anche andare a fare la spesa. Esco dal supermarket che sono quasi le 19.00 ed ho a cena quattro/cinque amici. Ma con Gabriella siamo maestri nell'imbandire le tavole e casa nostra è soprattutto la cucina. Amo fare la polenta sul fuoco a legna e i porcini della scorsa stagione ci vengono in soccorso. Finalmente un po' di tranquillità.

 

venerdì, 23 aprile 2010

Giornata fittissima di appuntamenti. Il primo è alla Uil, dove devo incontrare i responsabili dei postelegrafonici, Decarli e Quaglierini. Con quest'ultimo ci conosciamo da una vita, quando insieme facevamo le prime riunioni dei Comitati Unitari di Base delle scuole superiori di Trento. Flavio da diversi anni è segretario della sua categoria, ma è tanto che non si vede. Così il rincontrarsi è anche l'occasione per raccontarci delle nostre vite. Ma il focus dell'appuntamento incombe e così iniziamo una attenta disamina della situazione in cui versa il servizio postale in Trentino. Mi sorprende felicemente che lo sguardo che mi viene proposto non sia di tipo sindacale, per comprendere invece come poter usare le prerogative dell'autonomia nel riuscire a garantire alla nostra comunità un servizio efficiente e corrispondente alle direttive europee. E' strano ma ci si capisce al volo e di questo tema intendo farmene carico nell'azione amministrativa dei prossimi mesi.

Il tempo di tornare in ufficio e c'è Claudia Vorobiov che mi aspetta. Devo relazionarle sull'incontro avuto a Sarajevo, anche perché il gruppo di lavoro di "Viaggiare i Balcani" nel pomeriggio s'incontra a Verona per fare il punto sulle attività. Come scrivevo nei giorni passati, credo molto in questa attività, tanto sotto il profilo culturale pensando al viaggio come opportunità di crescita personale, quanto sotto il profilo di aprire la possibilità di un'attività professionale attorno all'organizzazione dei viaggi. Oggi è il tempo in cui si investe, si tratta di gettare basi solide per entrambe queste piste di lavoro.

Non c'è tempo per la pausa, perché finito l'incontro con Claudia arrivano in ufficio gli amici delle Giudicarie esteriori (Bleggio e Lomaso) per fare il punto delle varie cose che abbiamo in ballo: l'inquinamento da reflui delle grandi stalle della zona, la proposta di un disegno di legge sul rapporto fra numero di capi di bestiame e territorio disponibile, le discariche di copertoni in alcune di esse a due passi da zone di alto pregio naturalistico, le coperture in eternit che ancora permangono sulle stalle che abbiamo avuto modo di visitare con il sopraluogo della scorsa settimana, la tutela e la valorizzazione della Val Lomasona. Di lì a breve avremo tutti insieme un colloquio con l'assessore Pacher dove affronteremo ognuna di queste problematiche. L'incontro è positivo, staremo a vedere quali saranno gli esiti, almeno per quanto riguarda le sue competenze.

Nemmeno il tempo per un caffè e devo andare ad incontrare il Sindaco di Trento Alessandro Andreatta e l'assessore Lucia Maestri. Due gli argomenti del nostro incontro: il programma del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani sulla "cittadinanza euromediterranea" e il "Cafè de la paix". Un colloquio che durerà più di un'ora e che poi prosegue oltre con l'assessore Maestri, devo dire positivo. Entrambi i temi che affrontiamo non possono prescindere da un forte coinvolgimento della città di Trento e definire una stretta collaborazione mi sembra davvero importante.

Finisco in Via Belenzani e raggiungo il Forum dove con Martina e Francesca abbiamo un incontro con Alberto Conci che da qualche mese lavora sui temi della pace nell'assessorato all'istruzione. C'è fra noi una forte intesa culturale ed anche questo è un tassello importante nell'azione del Forum, che investe molti aspetti: dal centro Millevoci alla formazione degli insegnanti, dal rapporto con il Centro di formazione alla solidarietà internazionale alle iniziative in preparazione della marcia Perugia Assisi. Martedì prossimo andremo insieme a Roma all'incontro della "Tavola della pace" proprio per le attività che faranno da sfondo alla marcia del prossimo 16 maggio.

Si è fatto tardi e mi spiace non riuscire a passare all'incontro sulle "Voci migranti" proposto all'Ancora dal Gioco degli Specchi. Ma gli impegni presi nel corso della giornata affollano già abbastanza non solo la mia agenda ma anche il blok notes delle cose da fare. E il fine settimana non dà tregua.

 

giovedì, 22 aprile 2010

Sono piuttosto preoccupato per la tenuta della maggioranza che governa la nostra autonomia. Non mi riferisco alle fibrillazioni di cui spesso parlano le cronache giornalistiche, né al clima fra i partiti della coalizione che invece mi sembra, nonostante le difficoltà emerse nella formazione delle alleanze in vista delle elezioni comunali di maggio, tutto sommato positivo. E confermato dalla stessa riunione dei rappresentanti dei partiti e dei consiglieri della maggioranza che si tiene in serata nella sala Wolf della Provincia. Sono preoccupato per altri aspetti, ben più profondi delle scaramucce tanto care al pettegolezzo. Il primo riguarda l'orientamento della base sociale che ha sin qui espresso in Trentino il centro sinistra autonomista. Il secondo è la difficoltà di interpretare questo tempo da parte della politica.

Di entrambe questi temi ho intenzione di scriverne nei prossimi giorni, quando troverò un momento di concentrazione. Ma la riunione di questa sera della maggioranza mi conferma in queste preoccupazioni che vi espongo succintamente.

In primo luogo perché non ci si interroga affatto sulle trasformazioni anche rapide che avvengono nella nostra società, quasi dando per scontato che l'onda lunga di quel che accade in Italia qui non possa attecchire. E' la prima questione. Il "blocco sociale" che ha espresso la diversità della nostra provincia rispetto al resto del nord di questo paese ha le sue principali radici nell'autonomia (una lunga tradizione di autogoverno) e nell'assetto proprietario riconducibile alla cooperazione trentina. Un blocco sociale che oggi però mostra crepe vistose, ben evidenziate dai fattori di crisi che investono alcuni comparti della cooperazione, che in questi anni sono stati protetti ma non aiutati a crescere sul piano della qualità delle produzioni come del loro ruolo sociale.

La seconda questione è la fatica della politica a leggere il presente. Ci si affida ai sondaggi piuttosto che alle analisi, alla ricerca del consenso invece che alla crescita culturale, all'assecondare corporativismi anziché raccogliere e lanciare sfide nuove. Discutiamo della situazione economica in Trentino e ragioniamo ancora attorno ai punti di crescita del PIL senza accorgerci che nelle ragioni che erano alla base della crisi finanziaria mondiale nulla è cambiato. Tanto che il presidente degli Stati Uniti proprio oggi andava a Wall Street per cercare di indicare alcune regole per mettere le briglia allo strapotere dei titoli derivati, mentre noi nemmeno ci poniamo il problema di come utilizzare le potenzialità del nostro territorio (a cominciare dal sistema delle casse rurali) per rompere l'assedio della finanziarizzazione. Anche in Trentino, "tutto è come prima" dicono i bene informati.

Oppure. Dovremmo avere la capacità di vedere come la globalizzazione sta cambiando il mondo del lavoro. Ne fa un cenno Ale Pacher nella riunione della maggioranza, quando descrive un dato piuttosto preoccupante: ditte di progettazione che concorrono ai bandi con offerte che indicano ribassi dell'80% perché tanto a lavorare è qualcuno che sta a diverse migliaia di chilometri, in India ad esempio, con paghe incommensurabili e contratti da schiavi. Lo stesso potremmo dire con la tendenza sempre più invasiva di lavoratori comunitari che arrivano a lavorare in Italia ma con i contratti dei loro paesi magari stipulati da ditte nostrane che lì hanno trasferito le loro attività.

Lo stesso concetto di welfare andrebbe affrontato con una particolare attenzione alle traiettorie individuali (ho letto con particolare interesse il contributo di Michele Guarda nell'ambito del confronto su http://www.politicaresponsabile.it/ nel confronto sulla tesi welfare-lavori proposta da Franco Ianeselli). Per non parlare delle questioni che ho posto da tempo, del controllo sulle enormi masse di denaro che si riciclano nel mattone o nella terra, invadendo e condizionando interi comparti dell'economia dei territori.

Ma di questo non si discute nella riunione di maggioranza. Vedo un solco fra la realtà dei partiti e le necessità di una politica capace di guardare oltre l'orizzonte del giorno per giorno. In realtà manca un minimo comun denominatore che possa fare da collante alla coalizione, servirebbe qualcuno che ci lavora, istruendo gli incontri, promuovendo riunione a tema, favorendo la fluidificazione dei pensieri. Di tutto questo spero di riuscire a parlarne con il presidente Dellai, visto che della coalizione dovrebbe essere il garante e al quale una visione ampia certamente non manca.

E di un altro aspetto, che riguarda da vicino tutto questo, quello dell'educazione permanente. Perché solo una comunità consapevole è in grado di abitare il tempo della globalizzazione senza subirne gli effetti perversi. Ne parlo in avvio di giornata con Dario Ianes, al quale propongo di far parte di un gruppo di lavoro che sto mettendo insieme per elaborare un Disegno di legge proprio dedicato al tema dell'educazione permanente (se qualcuno è interessato, si faccia vivo).

E' infatti mia convinzione che uno snodo decisivo per una comunità responsabile sia proprio quello dell'agire sulle motivazioni delle persone, sulla capacità di guardare in maniera non conservatrice alla propria attività professionale, sulla disponibilità al cambiamento, sulla voglia di mettersi in gioco, sulla necessità di interrogarsi sulle proprie certezze e sui propri saperi. Penso a quanta parte della pubblica amministrazione richiederebbe una capacità di innovazione a fronte di contesti profondamente cambiati e alle straordinarie potenzialità che si potrebbero attivare. E di come questo valga anche per la cooperazione o per il settore privato.

Dario con il suo collega Fabio Folgheraiter ha fondato nell'ormai lontano 1984 le Edizioni Erickson, oggi casa editrice leader in Italia nel settore degli studi pedagogici, dell'apprendimento e dell'handicap, con un fatturato che supera gli 8 milioni, con un catalogo di 1.173 opere e oltre settanta dipendenti. Lunedì prossimo, fra l'altro, ci sarà l'inaugurazione della nuova sede a Gardolo. Forse sarà l'occasione per parlarne.

Diverso è l'argomento, ma della necessità di un approccio responsabile con il mondo si parla anche nell'incontro promosso nel pomeriggio dalle Acli e dal CTA (l'organizzazione turistica aclista) che ha come oggetto il turismo responsabile. Sono fra i relatori dell'incontro e pongo esattamente questo problema: il viaggiare non solo come occasione di sostegno a processi di sviluppo locale in situazioni impoverite tipico del turismo responsabile, ma come modo di abitare i conflitti e per avere uno sguardo vivace e strabico sulla modernità, come investimento per costruire forme di cittadinanza attiva e consapevole.

Approfitto dell'incontro per parlare del programma del Forum sulla cittadinanza euromediterranea, come antidoto culturale alle paure, agli stereotipi, alla frattura storica fra oriente e occidente che oggi riemerge come scontro di civiltà. Il problema è riuscire a superare anche su questo piano la mera testimonianza, per un contagio con il turismo nelle sue forme tradizionali e per questa ragione voglio parlare ad un pubblico che penso fatto in primo luogo di credenti del turismo religioso e dei pellegrini di Medjugorje che ho incontrato sul ponte di Mostar domenica scorsa. Anche su questo avverto che le mie parole vengono apprezzate dagli organizzatori come dal pubblico presente.

Il valore del viaggio diviene dunque parte integrante di quell'educazione permanente di cui parlavo poc'anzi: una scommessa nella quale credo molto e che vorrei potesse trovare nel corso di questa legislatura una forte e rinnovata attenzione anche sul piano dell'azione amministrativa.  

mercoledì, 21 aprile 2010

A cena con noi c'è Ciro Russo, coordinatore dei progetti finanziati dalla Provincia Autonoma di Trento in sud America. Con Ciro c'è una vecchia amicizia fin dai tempi in cui era segretario della FIM, il sindacato metalmeccanico della Cisl trentina. Conclusa quell'esperienza, era la fine degli anni '80, se ne andò per conto della PAT prima in Mozambico e dal 1992 nel Chaco, nel nord dell'Argentina, dove è rimasto in tutti questi anni per seguire i progetti della "Trentini nel Mondo". Non esattamente un luogo di vacanza visto che se la regione dove Ciro normalmente risiede viene chiamata "Pampa dell'inferno" un motivo dovrà pur esserci. Un ruolo di grande responsabilità considerato che gran parte dell'emigrazione trentina ha avuto l'America Latina come destinazione. Ciro non è certo persona da farsi intimidire di fronte alle responsabilità, viene per così dire dalla gavetta, anch'egli figlio di migranti pugliesi, operaio alla Alumetal di Mori, poi protagonista con Bepi Mattei di quella straordinaria vicenda sindacale e politica che fu negli anni '70 la FLM trentina.

Ricordo ancor oggi quella certa diffidenza con cui Ciro osservava questi giovani militanti della nuova sinistra con i quali si stava avviando un percorso politico comune, anticipando in Trentino il processo che diede vita a Democrazia Proletaria. Lui, come buona parte degli attivisti della FIM Cisl, militava infatti del Partito di Unità Proletaria di Vittorio Foa, Pino Ferraris e Silvano Miniati. Io venivo dall'esperienza di Avanguardia Operaia, organizzazione politica che in Trentino aveva un certo radicamento nell'Università, nelle scuole e nei quartieri, fatta di giovani intellettuali, "quadri" come si diceva allora. Mondi e storie diverse che s'incontravano. Poi col passare degli anni diventammo amici, qualche vacanza insieme al Bohinjsko Jezero quando ancora c'era la Jugoslavia, il comune impegno in DP del Trentino e successivamente nel dar vita a Solidarietà.

E' dal 1992 che Ciro mi invita ad andare in America Latina per vedere i progetti e le attività della Trentini nel Mondo. Non ho mai trovato il tempo, imperdonabile. Eppure la cooperazione internazionale, proprio a partire da quegli stessi anni, è diventata un territorio importante del mio percorso umano e politico. In compenso, abbiamo continuato a scambiarci idee e pensieri sui temi della mondialità e, nonostante la distanza fisica, la nostra amicizia è andata crescendo. Anche partendo dalle difficoltà che una cooperazione non banale porta con sé, a cominciare dalle critiche che quando pesti sui piedi a qualcuno o non assecondi qualcun altro circondano il tuo lavoro. Nella consapevolezza che quando decidi di abitare crinali tanto complessi sbagliare è pressoché inevitabile.

Ma un conto sono le cattive parole che ti cadono addosso quando ti trovi a compiere scelte che per un motivo o per l'altro possono cambiare la vita e i destini delle persone (quante volte di fronte a certi articoli di giornale che facevano eco ai "boatos" ho detto a Ciro "ma chi te lo fa fare"), altro è quel che è accaduto nelle scorse settimane, quando la magistratura del Paraguay si è prestata alle ritorsioni di persone allontanate dall'attività della Trentini nel Mondo incriminando Ciro Russo ed emettendo nei suoi confronti un mandato di cattura.

Il Paraguay è la classica "repubblica delle banane", dove non c'è uno stato di diritto e dove tutto si gioca attraverso l'amico dell'amico. Così si può finire "ricercati" perché hai provato a demolire dei gruppi di potere che avevano come obiettivo quello di intercettare i fondi della PAT. La cooperazione è anche questo, e Ciro lo aveva già imparato a sue spese in Mozambico, quando nel rifiutarsi di pagare tangenti aveva rischiato di lasciarci le penne. Già un paio d'anni fa, come Trentini nel Mondo, si erano posti il problema se stare o meno in quel paese, e proprio Ciro aveva insistito di mantenere aperti alcuni progetti rivolti alle comunità locali (anche trentine, visto che giustamente quando si opera in un territorio, non puoi rivolgerti solo ad una parte dei suoi abitanti), probabilmente fra le più povere dell'emigrazione italiana in Sudamerica. Evidentemente sottovalutando i pericoli che potevano essere in agguato in un paese dove basta una denuncia e un po' di connivenze per mandare in galera qualcuno.

Avevo sentito Ciro al telefono e via mail nelle scorse settimane per cercare di capire quel che stava accadendo. Ma stasera è un fiume in piena. Non l'ho mai visto così indignato. Per l'assurdità kafkiana di tutta questa vicenda, per l'incertezza delle reazioni, per la fragilità delle relazioni, per lo stesso atteggiamento di una parte della stampa trentina che ha provato - senza grande successo per la verità - a sbattere il mostro in prima pagina. Quella stessa stampa che qualche mese fa, di fronte alla tragedia che ha colpito la Trentini nel Mondo e l'intera comunità trentina con l'incidente costato la vita a Rino Zandonai (che della Trentini nel Mondo era il direttore), Gianbattista Lenzi (consigliere provinciale) e Luigi Zortea (Sindaco di Canal San Bovo), parlava di eroi della cooperazione e del valore dei legami profondi con i nostri migranti e che poi, con altrettanta facilità, si dispone a dare ascolto alle calunnie  piuttosto che reagire indignata. Ma anche questo fa parte del clima odierno, di una comunità sempre più fragile e provata nella sua coesione sociale.

Costruire una comunità coesa nel saper affrontare le sfide del presente, prima fra tutte quella di usare le prerogative dell'autonomia per abitare la globalizzazione, dovrebbe essere il senso profondo anche del tessere un legame profondo con la nostra storia di popolo migrante. Invece sporchiamo tutto.

Ciro aveva in programma di chiudere la sua esperienza in America Latina nel corso di quest'anno, ma ora, prima di ritornare definitivamente, intende uscire senza ombra alcuna questa vicenda, anche a costo di andare in Paraguay a difendersi nell'aula di un tribunale. Lo vedo più ancora determinato del solito, anche se l'amarezza pesa.

Tante altre cose nel corso della giornata, ma di questo volevo parlarvi.

 

martedì, 20 aprile 2010

Mi fa bene cambiare aria. Il rientro ed anche la riunione del Consiglio regionale sembrano più leggeri, un po' per il fatto che il Consiglio scorre via senza intoppi, dopo essersi sbloccata la discussione sulla legge che riguarda i segretari comunali. Con la trattazione di una mozione sull'Iran chiudiamo anticipatamente i lavori, nella comune consapevolezza che è piuttosto inutile star in aula a perdere tempo, trattando mozioni che non interessano granché. E quella che il consigliere Morandini aveva presentato mesi e mesi fa sulla repressione in Iran è proprio una di queste.

E' mia forte convinzione che il Consiglio regionale dovrebbe occuparsi prevalentemente di questioni che hanno a che vedere con le relazioni internazionali, transfrontaliere, delle minoranze, immaginando una Regione definitivamente privata di competenze amministrative, assegnandole un ruolo di indirizzo in particolare attorno ai temi europei ed euroregionali.

Accade invece che la miopia dei più, penso in particolare all'intervento di Pichler Rolle, porti a dire che di queste cose (in questo caso l'Iran) il Consiglio regionale non dovrebbe nemmeno discuterne. C'è davvero poca capacità di visione, specie se penso che grazie proprio all'ancoraggio internazionale la nostra regione ha potuto beneficiare di un'autonomia dinamica che oggi viene studiata in ogni parte del mondo.

La mozione in questione, debitamente emendata grazie agli interventi del sottoscritto, dei consiglieri Dello Sbarba e Anderle, passa con l'astensione della SVP. E il consiglio si chiude qui.

Vado da Pacher per concordare un po' di cose sul Lomaso. Sotto la Provincia le Bandiere rosse dei Comunisti italiani e di Rifondazione, non so bene a protestare per che cosa, sono nella loro solitudine davvero patetiche. Eppure ci sono un paio di telecamere a riprenderle, "a prescindere" come direbbe Totò.

C'è proprio bisogno di rovesciare lo schema dell'attuale rappresentazione politica, per non farsi imbrigliare in una storia che sembra ripetersi all'infinito diventando farsa. Rovesciare lo schema però non è semplice, in primo luogo perché la rappresentazione che s'impone è ancora quella nazionale. Più lo sarà, più i territori saranno sorvolati dalla politica "romana", più la Lega apparirà come l'unico soggetto pigliatutto, ad un tempo rassicurante ed antisistema, nonostante sia al governo del paese.

Ne parlo con Riccardo Dello Sbarba in un intervallo del Consiglio regionale per capire se loro, come Verdi del Sud Tirolo, si stiano ponendo queste stesse domande. Difficile per loro immaginarsi di "auto proteggersi" in un PD altoatesino che per governare deve sostanzialmente rinunciare a contendere l'elettorato di lingua tedesca alla SVP. La quale mostra segni ormai evidenti di difficoltà proprio a mantenere il ruolo di "partito di raccolta". Epperò il problema se lo stanno ponendo, anche in considerazione che la federazione dei verdi di cui sono parte nelle ultime elezioni regionali è stata sostanzialmente cancellata.

Anche il presidente Dellai se lo pone, visto che l'Api non vola e non rappresenta affatto territorialità diffuse. Occorrono due o tre anni di lavoro, come dice nella sua recente intervista al Trentino. E' bene che se ne sia reso conto. Occorre altresì la capacità di scartare sul piano del pensiero, aggiungo io. Nei prossimi giorni proverò a parlargliene. Ma in tutto questo, quel che mi sorprende, è il vuoto del PD sul piano nazionale, più intento a rassicurare che ad interrogarsi. La risposta alle istanze federaliste di cui Romano Prodi si è fatto interprete lascia davvero di stucco: pensare che oggi il problema sia l'unità del paese anziché la capacità di sintonizzarsi con i territori e di ripensare così tanto i paradigmi quanto lo schema della politica vuol dire proprio non aver capito.

E' la percezione che ho sentendo in un programma televisivo quel che dice Massimo D'Alema parlando di alleanze. Con questa classe dirigente non andremo da nessuna parte.

 

lunedì, 19 aprile 2010

Il mare è calmo, arriva in stanza una leggera brezza. Senj è un'antica città marittima, circondata dalle mura che la proteggevano dalle incursioni dei nemici, sovrastata dal castello degli Uscocchi che domina il golfo a sua volta circondato dalle isole fra le quali le piccole ed agili imbarcazioni riuscivano a mettere in scacco le grandi navi mercantili della Repubblica di Venezia.

Lungo la litoranea il sole fa le prime prove d'estate. Passiamo il golfo di Bukari e Rijeka (la città di Fiume, capitale istriana dove ancora numerosa è la comunità di lingua italiana) ed è mattino inoltrato quando arrivo a Trieste. Eugenio prosegue in treno, io invece ne approfitto per salutare qualche amico. Chiamo Matteo Apuzzo. Ha lavorato per anni con la Fondazione Maritain, ha curato il master postuniversitario di Portogruaro dedicato ai Balcani ed ora è impegnato nella progettazione europea. E' stato anche segretario provinciale della Margherita e poi nel PD, ma ora è ai margini del partito.

Ci mettiamo a conversare in un caffè di piazza Unità d'Italia, è un po' che non ci si vede e dunque molte le cose da raccontarci. Parliamo soprattutto di politica e anche lui conviene che è necessario cambiare lo schema di gioco a partire dai territori. Il clima politico in Friuli dopo la sconfitta di Illy di un anno fa non è certo favorevole e fra un anno la Provincia ed il Comune di Trieste torneranno al voto. Ma non si coglie alcuna capacità di indagare le ragioni della sconfitta, di allora come delle scorse settimane. Rimaniamo di organizzare un incontro per parlare di una prospettiva territoriale che oggi non c'è.

Come sono strane le cose. Nella conversazione con Matteo parliamo di varie cose fra cui il programma del Forum sulla cittadinanza euromediterranea. In questo viaggio avrei voluto passare da Zagabria per vedere lo scrittore Predrag Matvejević e così scopro che proprio oggi Predrag è a Trieste per una conferenza sull'Europa. Così lo chiamiamo e dopo un quarto d'ora ci vediamo al caffè Specchi. Con Metvejević siamo amici e rivederlo è davvero un grande piacere. I suoi saggi sul Mediterraneo lo fanno una delle persone più sensibili e competenti sul nostro mare, il suo "Breviario Mediterraneo" è uno dei testi più affascinanti per immergersi nella sua storia. Ora sta lavorando su "Pane nostro", che il primo settembre uscirà nelle librerie italiane. E' la storia del pane del mediterraneo, quel che il pane rappresenta nelle culture e nelle tradizioni che i marinai portavano di approdo in approdo. Nel programma del Forum c'è l'idea di una grande manifestazione sul pane, che vorremmo realizzare in una piazza di Trento con la narrazione di Predrag. E' entusiasta dell'idea e così rimaniamo d'accordo. Nel caldo sole primaverile parliamo di tante cose, soprattutto quel che questo tempo ci sta riservando. E di come male è messa l'Europa in cui ha creduto insieme a Romano Prodi che gli aveva affidato il prestigioso incarico di seguire per conto della Commissione il protocollo di Barcellona sul Mediterraneo. Idee e progetti oggi caduti nell'oblio. Lo lascio dandogli una copia di "Darsi il tempo", Predrag mi chiede una dedica, cosa sempre difficile da scrivere ma che in questo caso mi viene d'istinto.

Siamo nel golfo di Trieste, a due passi dal porticciolo nei pressi della vecchia stazione marittima si intravvedono delle meduse straordinariamente grandi ma anche altrettanto belle. Come bella è la sorpresa di rivedere Caterina, amica geografa che ha lasciato le sue antiche rotte per la musica. L'ho conosciuta qualche anno fa in un convegno sulle "Città divise" che Matteo Apuzzo aveva organizzato proprio qui, a Trieste. Ne venne un libro, edito dalla "Infinito edizioni", e l'amicizia con Caterina con la quale ho condiviso, fra l'altro, l'affetto per la bosanska kafa e per una città Mostar.

Mi rimetto in viaggio verso Trento. I chilometri volano, ma non avverto fatica. Come amo l'andare, amo anche il ritorno.

domenica, 18 aprile 2010

Sarajevo. Il canto del muezzin mi sveglia al mattino presto e così, ancora un po' assonnato, entro nello spirito del luogo. Ha un bel dire Kusturica che Sarajevo non è più quella di un tempo. E' vero certamente che la guerra si è portata via almeno diecimila figli di quella città, che una parte della popolazione se ne è andata, che c'è stato un esodo dalle campagne verso la città che ne ha in parte modificato la composizione sociale, che la guerra l'hanno vinta i nazionalisti (di tutte le parti) e tante altre cose ancora. Eppure la forza di quella città ancora la vedi nella dignità delle persone anziane, nel fascino delle sue moschee, nella laboriosità dei suoi artigiani lungo le vie che dalla piazza della città vecchia salgono verso la collina.

Sono contento di essere qui, seppure per poche ore. L'incontro che abbiamo programmato intorno alle attività sul turismo responsabile ha un esito positivo. L'aver scommesso qualche anno fa sul turismo responsabile come ambito di valorizzazione delle unicità dei luoghi, di ripesa economica ed insieme di conoscenza di un pezzo imprescindibile di Europa, non ha ancora dato i risultati che avremmo voluto nonostante il cuore del vecchio continente sia ai più largamente sconosciuto. Troppi ancora i pregiudizi, profonda l'ignoranza. Si preferisce farsi suggestionare da un povero diavolo come Brosio che, dopo la sua mamma e la coca, ha "visto" la Madonna a Medjugorje, apparsa una volta a Lourdes ma almeno un centinaio di volte nelle colline dell'Erzegovina dove l'industria del pellegrinaggio non conosce tregua nonostante il Vaticano e la stessa chiesa di Zagabria abbiano più volte diffidato dal culto di Medjugorje.

Una storia che andrebbe raccontata, fatta di estremisti ustaša, fanatismo, traffici d'armi, colossal americani, scomuniche, rapimenti e... milioni di pellegrini.

Nel pomeriggio scegliamo la strada più lunga per il ritorno, per il piacere di andarci a prendere la bosanska kafa a Mostar, nel piccolo locale nei pressi del "vecchio" ponte dove - quando mi capita di soggiornare nella capitale erzegovese - vengo al mattino presto a godermi il primo sole.

Quello stesso ponte distrutto nella guerra dalle cannonate dei croati nell'intenzione di cancellare il simbolo della storia turca di questa città, colpi che partivano proprio dalle colline intorno alla città in fondo non troppo lontane dai luoghi delle apparizioni. Oggi quello stesso ponte ricostruito viene ammirato dai pellegrini italiani che dopo essere andati a Medjugorje almeno arrivano fin qui, ma che niente affatto s'interrogano su quel che è accaduto e nemmeno sanno che quel ponte veniva bombardato dagli amici di Padre Jozo che dell'industria di Medjugorje è il grande artefice.

Alcuni di questi si fermano a parlare con noi, vengono da Milano e ci chiedono che cosa facciamo lì. Diciamo loro che stiamo arrivando da Sarajevo e ci guardano strani come a domandarsi "che cosa si può andare a fare a Sarajevo?".

Proprio a questo dovrebbe servire il lavoro di associazioni come "Viaggiare i Balcani" e i viaggi di conoscenza che vengono organizzati, qui come in altri paesi della regione. E' una grande scommessa, ma i luoghi di cui parliamo sono troppo interessanti da non indurci a desistere.

Non abbiamo il tempo per fermarci oltre, vedere gli amici di qui, assaporare l'aria della Neretva. Dobbiamo ripartire e tiriamo fino ad arrivare a Senj, sul mare degli Uscocchi (i pirati che nel XiV e XV secolo assalivano le navi veneziane), dove ci fermiamo a prendere una frittura di calamari e a dormire. Ci risveglieremo l'indomani in riva al mare, là dove nasce la bora, il vento di Trieste.
sabato, 17 aprile 2010

Da Trento a Sarajevo sono all'incirca 1200 chilometri. Pensare di andare e ritornare nel fine settimana è una piccola pazzia. Ma chi mi conosce sa che non sono nuovo a queste cose. Certo, gli incontri e le conferenze oggi si possono fare anche via skipe, ma il contatto diretto ti permette un rapporto più vero, specie quando devi non solo dire come la pensi ma anche prendere decisioni importanti.

E quindi alle 9.00 del mattino parto in automobile, insieme ad Eugenio, uno dei collaboratori dell'associazione "Viaggiare i Balcani". Altri modi per arrivarci? Dall'Italia non ci sono voli diretti su Sarajevo e quindi se vuoi andarci in aereo devi fare scalo a Vienna o Monaco. O altre tratte ancora più complicate. Fra una cosa e l'altra, tempi morti, ci impieghi di più che in auto. Poi l'aeroporto di Sarajevo ti tira brutti scherzi, spesso i voli vengono cancellati, le condizioni atmosferiche non sempre sono buone (siamo in mezzo alle montagne, non dimentichiamolo). In questo caso, poi, la nube che viene dall'Islanda ha bloccato i voli di mezza Europa e se avessimo fatto la scelta di andarci in aereo saremo rimasti a terra.

Non mi pesa il viaggio. Conversando, è l'occasione per confrontarsi su tante cose. Anche se, ad un certo punto del viaggio, mi viene da chiedermi se è giusto sobbarcarsi queste sfacchinate. Mi soccorre l'amore verso la Bosnia e una città come Sarajevo che ho nel cuore. C'è un bel sole caldo e quando oltrepassiamo il confine a Slavonski Brod è come tornare in un luogo un po' anche mio, famigliare. E così, fra una cosa e l'altra, intorno alle 19.00 siamo a destinazione.

Manco da questo paese da un anno e da Sarajevo ancora di più. Prima di ricevere il mandato consiliare ero da queste parti più o meno una volta al mese ed ora avverto nostalgia verso questi luoghi ed atmosfere che tanto mi hanno dato nel corso di questi anni. Eppure non è un bel vedere. Passato il confine, nonostante siano trascorsi quindici anni dalla fine della guerra, iniziano le macerie, lì a testimoniare nel loro aspetto funereo la tragedia della guerra.

Sarajevo è ancora lontana, non ci sono che pochi chilometri di autostrada in BiH, le strade trafficate e controlli radar ovunque. E' l'imbrunire che entriamo nella capitale bosniaca. Un piccolo alberghetto nella Bascarsija, la città turca, due passi per annusare l'aria. Domani ci attende una giornata faticosa.

venerdì, 16 aprile 2010

Mattinata in terza commissione legislativa provinciale, per l'audizione dei soggetti sociali sul disegno di legge sulle piste ciclabili e pedonali. Istanze interessanti, ma mi colpisce come emerga così nettamente la rappresentazione del proprio particolare. Ciclisti amatoriali, sportivi, mountain bike, ski roll, podisti, amanti delle passeggiate, genitori con le carrozzine dei loro bambini... ma anche liberi professionisti, ambientalisti, gestori del trasporto pubblico, associazioni imprenditoriali, animalisti, ognuno portatore di istanze diverse e spesso contraddittorie. Provare a fare sintesi, ad esprimere un'idea di turismo diffuso e di stagionalità non tradizionali ma anche di un uso intelligente e creativo del tempo libero, non è facile ma vale la pena di provarci. La politica dovrebbe servire proprio a questo.

Vado in ufficio dove completo la scrittura del diario del giorno precedente. Mi raggiunge Erica Mondini, vicepresidente del Forum. Le racconto dell'assemblea di qualche giorno fa alla quale non ha potuto essere presente e poi parliamo di Palestina. Parliamo anche delle elezioni comunali di Rovereto, comune di cui Erica è consigliere uscente. Ha deciso di non ricandidare ed è molto soddisfatta del clima nuovo che si respira nella città della quercia anche come effetto della candidatura di Andrea Miorandi: aria nuova e tanti giovani nella lista del PD del Trentino. Difficile dire se Miorandi potrà farcela al primo turno, anche perché la proliferazione delle liste e dei candidati sindaco penalizzano il centrosinistra. Sono infatti quattro le candidature a sinistra che non vi si riconoscono, fotografia di un cortocircuito ideologico ma anche di veti insopportabili: così Italia dei valori, Federazione della Sinistra, Verdi, Cittadinanza attiva, presentano loro candidati a sindaco. Eppure Miorandi non è uomo di partito (pur essendo di area PD), una candidatura giovane, di profondo rinnovamento, in rappresentanza di istanze ambientaliste e della cosiddetta società civile.

Di seguito mi metto a preparare la conferenza della serata ad Albiano: l'incontro con il gruppo giovanile avrà come argomento l'Europa. Mi incuriosisce il fatto che a chiedermi di andare a parlare con i giovani di Albiano sia stato Mario Casna, consigliere provinciale della Lega. E mi chiedo che cosa mi attende...

Verso le 18 vado a Mezzocorona dove presentiamo la lista del PD e il candidato sindaco espressione anche della lista di riferimento dell'UpT. E' grande la soddisfazione di essere riusciti a presentare una lista di sedici candidati in una realtà difficile qual è il grosso centro rotaliano, espressione di storie personali, generazioni e sensibilità politiche diverse, ma anche di aver trovato una bella candidatura a nuovo sindaco come quella di Corrado Buratti. Rimango infatti positivamente impressionato dall'impronta politica delle sue parole e del programma. Purtroppo alle venti dovrei essere ad Albiano e devo scappar via. Due parole di augurio e l'impegno per proseguire il confronto durante e dopo la campagna elettorale.

Albiano non è poi così distante ma imboccando soprapensiero la strada che da Lavis porta in val di Cembra bisogna fare un giro piuttosto lungo. I ragazzi però mi aspettano e poi mi stanno ad ascoltare per un'ora intera, nonostante qualcuno di loro avesse degli appuntamenti per la serata. Invece seguono attentamente le storie che racconto loro, dalla mitologia da cui prende nome il "vecchio" continente a quel decisivo passaggio di tempo che portò alla rottura fra oriente ed occidente. Per arrivare al Novecento e al "secolo degli assassini", fino allo "scontro di civiltà" dei giorni nostri. O alle geografie che non conoscono quand'anche riguardino l'Europa.

Mi chiedono di ritornare per meglio mettere a fuoco le suggestioni che ho loro proposto, e francamente è una bella soddisfazione. Non so quanto le mie parole potranno funzionare da antidoto ai pregiudizi, ai luoghi comuni e alle derive del nostro tempo, ma intanto qualche dubbio e curiosità credo di essere riuscito a fargliela venire. E allo stesso Casna gli tocca di complimentarsi.

E' ormai tardi e domattina si parte per Sarajevo. E' tanto che manco da quella città e nonostante sarà una sfacchinata di 2500 chilometri, l'idea di assaporare le atmosfere bosniache mi riempie di leggerezza.

 

giovedì, 15 aprile 2010

Un fitto calendario di incontri, oggi.  Cominciamo in Commissione. Viene richiesta la presenza mia e del consigliere Bombarda in Seconda Commissione per illustrare la richiesta d'incontro proposta dal Comitato promotore della Legge di iniziativa popolare sul Parco Agricolo del Garda trentino, approvata dal Consiglio nell'ultima parte della scorsa legislatura. L'attuazione della legge langue perché incardinata sulla Comunità di Valle che ancora non c'è e quindi viene richiesta l'attivazione dell'articolo 7 della legge, ovvero l'intervento della PAT qualora, trascorsi 18 mesi dall'approvazione della legge, la normativa non abbia ancora trovato applicazione. Nei mesi scorsi ho incontrato più volte il Comitato promotore, ho proposto alla Provincia di fare "come se" attraverso un percorso di ricerca/approfondimento che faccia da ponte fin quando la Comunità non sarà operativa, perché non vada perso altro tempo. In questa direzione andava anche  l'interrogazione presentata con i consiglieri Bombarda e Dallapiccola. Ma la risposta venuta dall'assessore Gilmozzi riflette la freddezza con cui si era accolta a suo tempo la proposta di legge, affermando in buona sostanza che occorre aspettare la comunità di valle. Con Pacher eravamo d'accordo in modo diverso e quindi riproponiamo l'utilità di un intervento intermedio e, in questo senso, la Commissione si esprime favorevolmente all'ascolto del Comitato.

Finisco questo primo incontro e corro alla sede del "Gioco degli Specchi" dove con il coordinamento dell'associazione parliamo di due cose. In primo luogo il tema dell'integrazione scolastica dei figli degli immigrati e, in questo contesto, del ruolo del Centro interculturale "Millevoci". Escono molte idee e chiedo loro di partecipare attivamente al blog che su questo tema si aprirà sul sito del Forum e di Vivo Scuola. Il secondo aspetto che affrontiamo è quello relativo al programma "Cittadinanza euromediterranea" proposto dal Forum. Il lavoro fatto in questi anni dal Gioco degli Specchi ha nei fatti anticipato una serie di contenuti e sensibilità che oggi andiamo a proporre con questo programma e quindi la sintonia fra noi è molto forte.

Di seguito ci incontriamo con Danilo Merz della Coldiretti per illustrare la bozza del Disegno di legge sui fondi rustici alla quale sto lavorando da qualche settimana. Ci conferma come il problema sia effettivamente attuale e di una certa rilevanza e la proposta viene in linea generale condivisa. E' anche l'occasione per uno scambio di idee sulla situazione dell'agricoltura trentina e in particolare del ruolo della Cooperazione trentina. Sulla quale emerge una comune preoccupazione: la cooperazione trentina da snodo cruciale della nostra diversità e autonomia rischia di diventare fonte di paralisi.

Alle 15.00 ci sarebbe l'incontro della maggioranza relativamente alla legge di riforma del personale, ma devo andare alla sede del Forum per fare il punto sugli strumenti di comunicazione. Oltre al sito, da poco radicalmente rinnovato (http://www.forumpace.it/), abbiamo in ballo gli strumenti cartacei (brochure e "Appunti di Pace") ma anche il possibile rapporto con il mondo dell'informazione quotidiana e periodica. Occorre una strategia comunicativa per veicolare in modo semplice concetti complessi. Problema sul quale dovremo ritornare.

Verso le 17.30 gli incontri sono finiti. Le agenzie battono la notizia dello "strappo" di Gianfranco Fini. Potrebbe apparire paradossale che il centrodestra si spacchi dopo l'esito favorevole delle elezioni regionali. Ma è proprio quell'esito elettorale e quel peso sempre più decisivo della Lega a far venire a galla le contraddizioni. Non so se avete fatto caso al voto di Vigevano. Al ballottaggio per il sindaco del grosso centro lombardo (un tempo roccaforte del PCI) erano arrivati il candidato del PdL e quello della Lega. Il risultato del ballottaggio è stato schiacciante (75 a 25%) a favore della Lega. Insomma, quel che emerge dal voto è l'egemonia politica del Carroccio sull'attuale maggioranza al governo.  Non è solo l'asse Berlusconi - Bossi, dunque, ma la presa d'atto che dentro l'alleanza di governo il soggetto che più di altri trae beneficio elettorale, sapendo interpretare le spinte più corporative e le paure, è sicuramente la Lega. Il suo espandersi verso sud indica inoltre come la sua proposta politica non si propone tanto o solo la rappresentazione di un territorio (il nord) bensì di un sentire postmoderno le cui coordinate culturali si avvertono in Sicilia come in Piemonte, in Italia come in Olanda, in Europa come negli Stati Uniti.

In questo quadro appare disarmante il dibattito nel PD. Romano Prodi rilancia l'ipotesi di un partito di realtà federate e la reazione è un'alzata di scudi. Che sia questa la reazione romana non è affatto sorprendente. Ma invece se la prende con lui anche Massimo Cacciari perché avrebbe dovuto farsene carico prima, quando aveva il pallino nelle sue mani. Il quale ritorna a parlare di partito "del Nord", che poi con una cultura del territorio non c'entra un fico secco. Non vedo spiragli, troppi i personalismi, troppo il rancore. Ma soprattutto mi preoccupa l'assenza di un vero dibattito sulle ragioni di una sconfitta che non è di queste elezioni, ma storica. Che richiede altri pensieri, altre parole e probabilmente anche altre persone. Un altro schema di gioco, si è detto qualche mese fa. Personalmente proverò a dare il mio contributo in questa direzione.

 

1 commenti - commenta | leggi i commenti
mercoledì, 14 aprile 2010

In Consiglio prosegue la discussione sul DDL della Lega sul numero di ragazzi stranieri per classe. Ma chi è lo straniero? Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, nati in Trentino da famiglie provenienti da paesi altri che cosa sono? Stranieri? Eppure è così, fino ai diciott'anni di età sono apolidi, non hanno cittadinanza alcuna.

Per queste persone l'italiano non sarà la lingua materna, ma è la lingua madre, molto spesso la insegnano ai loro stessi genitori, oltre ad avere l'opportunità di conoscere anche la lingua normalmente parlata in casa. Detta in altre parole, hanno sotto questo profilo una marcia in più. Per quegli studenti che invece sono da poco migrati nel nostro paese, la facilità d'apprendimento della nuova lingua è molto rapida, quand'anche la lingua scritta sia un po' più ostica.

Dov'è quindi il problema? L'integrazione non è solo la comprensione e l'uso appropriato della lingua, ma da tante altre cose, che rimandano in primo luogo ai luoghi comuni e all'ignoranza che pervadono le nostre comunità. L'integrazione scolastica oggi ha a che vedere in primo luogo con il pieno dispiegarsi del diritto di cittadinanza, il che significa riconoscere le identità che vanno incontrandosi, avere un po' di dimestichezza con le storie e le geografie, con le letterature e le musiche e così via. Vuol dire ri-conoscersi. E poi diritti e cultura della responsabilità. Ma di chi sto parlando, di "noi" o di "loro"?

Delle nuove frontiere dell'interculturalità abbiamo parlato la settimana scorsa nell'incontro per la nuova fase di "Millevoci", ma c'è un baratro fra come se ne è parlato in quella occasione e la discussione oggi in quest'aula. C'è nelle parole dei rappresentanti della Lega un astio e un rancore verso tutto quel che sa di cultura e di complessità, che riflette quel che si sente nei bar di paese, poi non tanto diverso dal disprezzo fra campagna e città, fra chi "lavora" e gli intellettuali, che si nutre di pettegolezzo, di leggende metropolitane, di volgarità urlate, di pornografia. Di questa descrizione del popolo loro sono l'espressione, certo. Non della dignità, ma dell'invidia e del rancore.

Nonostante governino l'Italia da anni, loro sono i rappresentanti del popolo incazzato contro lo Stato e le istituzioni in genere, contro le regole e contro i soprusi delle burocrazie. Non importa che il loro premier sia il campione di tutti i privilegi e le immunità, quel che odiano sono la sinistra e l'incoerenza dei suoi rappresentanti che parlano della scuola pubblica e poi portano i loro ragazzi nelle scuole private.

Sto parlando di scuola ma potrei descrivere con le stesse parole il risultato elettorale, il voto nelle province che sovrasta quello delle città, delle cinture operaie tradizionalmente di sinistra che ora votano per la Lega, un voto che nell'aula del Consiglio provinciale viene di continuo evocato per dire che chi comanda in Italia sono loro e che prima o poi toccherà anche al Trentino finire nelle loro mani.

In effetti noi continuiamo a parlare alla razionalità delle persone, loro si rivolgono direttamente alle pance, agli umori, agli istinti più inconfessabili che magari c'erano già prima, ma che ora non conoscono freni inibitori. La Lega è come la guerra, uno spazio di libertà tribale dove tutto è possibile.

La discussione sulla scuola è così la fotocopia di ogni altra discussione. Nel pomeriggio affrontiamo la mozione proposta dal nostro gruppo per avviare un lavoro d'indagine sulle povertà e sulle politiche si contrasto ed il tono non è poi tanto diverso. "Tutto si dà agli extracomunitari, niente ai trentini". Messaggi facili, demagogici, che fanno leva sul torto subito, che parlano all'incertezza del presente e alla paura del futuro. Che in Trentino ci sia un welfare considerato ai primi livelli, il reddito di garanzia introdotto con la finanziaria, servizi efficienti... non conta niente.

Per tornare un attimo alla scuola, si dice che quella trentina è allo sfascio, ma chi viene da altre regioni ci dice che non abbiamo idea di quel che abbiamo. E forse nemmeno sanno che i nostri insegnanti hanno un contratto che porta nelle loro buste paga trecento euro in più rispetto ai loro colleghi italiani. Sempre meno di quel che dovrebbe prendere un educatore che fa bene il suo lavoro, s'intende. Ma infinitamente di più di quel che prende un insegnante rumeno che oltre tutto (si fa per dire) si trova a dover "comprare" i suoi alunni per "farsi" la classe e mantenere il suo posto di lavoro. O forse un insegnante rumeno non ha gli stessi diritti?

Non che i rischi di impoverimento in Trentino non ci siano, sia chiaro. Non che un pensionato faccia salti, o che una famiglia che vive su un solo reddito possa stare tranquilla. Ed è per questo che abbiamo deciso di proporre un percorso di conoscenza al quale far seguire in sede di finanziaria adeguate misure di sostegno al reddito. Al tempo stesso dobbiamo uscire dalla demagogia e dirci che complessivamente viviamo oltre le possibilità. Che c'è un senso della sobrietà e dell'importanza delle cose vere da riprendere in mano affinché diventi motivo di cittadinanza consapevole e responsabile. Che c'è un tessuto sociale (che pure ha reso il Trentino diverso) da rimotivare. Una classe dirigente da formare e una narrazione da ricostruire.

Fra questi pensieri scorrono le ultime battute del Consiglio provinciale. La proposta di legge della Lega viene bocciata. La nostra mozione sulle povertà approvata. Ma nell'uscire dall'aula alle otto di sera non ho una sensazione positiva. Piuttosto quella degli assediati.
martedì, 13 aprile 2010

Giornata di Consiglio provinciale. Potremmo dire: nulla di particolarmente importante, ordinaria amministrazione. Fino ad un certo punto, però. Perché ad un certo punto arriva in aula la proposta di legge della Lega che propone limiti all'inserimento degli studenti stranieri nella scuola trentina. Della scuola,  della qualità dell'istruzione, dell'integrazione scolastica, di come sono cambiati i termini della presenza dei figli degli immigrati in Trentino visto che oggi gran parte degli alunni cosiddetti stranieri sono nati in Italia, non importa granché. L'importante è fare rumore e dar voce a quell'indistinto malumore per cui se esiste un problema questo è ascrivibile all'immigrato. La Lega non fa altro che cavalcare ogni boatos (dal presepe al crocifisso, a proposito di ideologismi): in questo caso la presenza di bambini figli di stranieri come causa di rallentamento dell'attività didattica.

Non sto qui a dire dei livelli della scuola trentina, fra i più qualitativamente elevati d'Italia, tanto sul piano dei livelli di apprendimento che sul piano dell'integrazione. Che, anche nella scuola trentina, vi siano cose che potrebbero funzionare meglio non ci piove, perché le trasformazioni che avvengono nella nostra società comportano una continua necessità di aggiornamento e di conoscenza che spesso si scontra con mentalità obsolete ed atteggiamenti conservativi.

Ma la narrazione che viene fatta di problemi che nascerebbero per effetto della presenza di alunni cosiddetti stranieri non corrisponde per nulla alla realtà dei fatti. Ripeto, questo non significa che non esistano criticità, ma che ritengo essere più riconducibili alla fatica di una formazione più complessa che non alla stessa complessità di una scuola ormai pluriculturale.

Il centrodestra e la Lega in particolare, in questi frangenti, mostra il "meglio" di sé. Annusa l'aria, ascolta il chiacchiericcio, agita le paure. Propone demagogicamente quote etniche e poi bolla come "ideologica" ogni posizione contraria. Ma è negli interventi dei vari consiglieri della Lega che vien fuori la natura pericolosa di questi personaggi, i quali si lasciano andare - forti dell'aria che tira in Italia e dello sdoganamento che gli elettori hanno loro concesso - in espressioni che ben descrivono l'ignoranza, la volgarità e il livore che li caratterizza. E la cattiveria che viene dalle loro parole. Se questa gente fosse al governo della nostra autonomia, spazzerebbe via tutto quel tessuto che si è faticosamente costruito negli anni. Lo dico perché ad un certo punto del confronto, all'invito della consigliera Ferrari di andarsi a vedere i dati proposti dalla rivista "Didascalie" rivolto ai consiglieri di minoranza, seguono parole pesanti verso il giornale della scuola trentina.

Dobbiamo far quadrato nel difendere l'anomalia trentina. Ma non bastano, a questo proposito, gli appelli, occorre lavorare per costruire una cultura condivisa nella coalizione di governo. Non possiamo dare per scontato che quel che si è fatto sia diventato patrimonio comune. Come occorre far tesoro delle esperienze realizzate. Non è affatto casuale che, come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani e assessorato all'istruzione della Pat, nelle scorse settimane abbiamo proposto di compiere un bilancio dell'esperienza di "Millevoci", proprio allo scopo di verificare contenuti e strumenti, insomma le nuove frontiere, del lavoro di mediazione interculturale che dovrebbe  essere alla base di un nuovo patto costitutivo del Centro Millevoci che, lo voglio ricordare, vede coinvolti oltre alla Provincia, il Forum, l'Università, la Fondazione Campana e il Comune di Trento.

Infine un consiglio. E' a disposizione di tutti il Rapporto annuale 2009 "L'immigrazione in Trentino" a cura di Maurizio Ambrosini, Paolo Boccagni e Serena Piovesan per conto di Cinformi. E' un quadro di numeri e di analisi che ben descrive la serietà e l'impegno messo in campo da questa nostra anomalia. Cerchiamo di coltivarla.

 

lunedì, 12 aprile 2010

Al mattino è convocato il Gruppo consiliare provinciale del PD del Trentino. All'ordine del giorno il confronto sullo stato della maggioranza anche alla luce della formazione delle coalizioni e delle liste per le elezioni comunali che il 16 maggio prossimo in Trentino riguarderanno la grande maggioranza dei Comuni. Ne esce una discussione politica vera. E' forse la prima volta, da quando siamo insediati, che nel gruppo si sviluppa un confronto politico a tutto tondo: si affronta il contesto politico provinciale, le dinamiche all'interno della coalizione di maggioranza e dell'UpT, lo stato del blocco sociale che è alla base del centrosinistra autonomista. Tema quest'ultimo sul quale insisto nel mio intervento, perché ne avverto le crepe.

Se il Trentino è l'unica realtà regionale dell'arco alpino non omologata alla vandea leghista, lo si deve ad una serie di fattori (l'autonomia, il diffuso sistema di autogoverno locale, lo straordinario tessuto associativo...), non ultimo l'assetto economico e sociale del nostro territorio, caratterizzato dalle prerogative finanziarie dell'autonomia e dalla tradizionale presenza della cooperazione trentina, nei fatti il primo soggetto economico (dopo la PAT) della nostra provincia. Una presenza che fa da cornice alle migliaia di imprese famigliari diffuse in molti settori chiave come l'agricoltura o la zootecnia, o di imprese cooperative nei servizi come nel campo ambientale.

Ma è proprio in tali ambiti che oggi possiamo cogliere una serie di elementi di criticità. La crisi della filiera del latte, i rischi che stanno correndo alcune delle più importanti cantine sociali, alcuni elementi di difficoltà nell'industria turistica sono lì ad evidenziare il tramonto di un modello basato sulla quantità e la difficoltà di avviare contestuali processi di conversione fondati invece sulla qualità. Cosa che viene regolarmente auspicata nei documenti programmatici, ma poi ampiamente smentita dalle pratiche concrete e da un diffuso conservatorismo presente in alcuni di questi settori. Non bastano le tradizioni, serve una capacità di rimotivazione culturale che non si può ridurre alla pura e semplice difesa economica delle categorie. Che peraltro nemmeno c'è, se pensiamo alle dinamiche di mercato (e alla crisi) che investono tutte le produzioni prive di valore aggiunto sul piano della qualità.

A queste difficoltà sociali corrispondono anche crepe politiche. Lo si è visto nella formazione delle coalizioni sul territorio e nella geometria variabile che si è determinata in molti comuni trentini. Tant'è che in Comuni come Ala, Arco, Levico, Mori ed altri minori, i due principali partner della coalizione provinciale (PD e UpT) hanno espresso candidature contrapposte. E che in altri (Avio, Lavis, Mezzocorona...) il Patt abbia operato scelte di alleanza con il  centrodestra. Parliamo delle difficoltà interne all'UpT e di una deriva che si sta manifestando nella direzione di mettere in campo alleanze di "centro-centro".

Ne scriverò nei prossimi giorni, per proporre uno sguardo d'insieme sull'esito del voto regionale e sulla necessità di rilanciare il progetto della coalizione che governa il Trentino.

Nel primo pomeriggio inizio una serie di incontri come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Per iniziare incontro i rappresentanti dell'associazione "Terre del fuoco" che da due anni gestisce il "Treno della memoria". Un'esperienza straordinaria che ha portato ottocento ragazzi delle scuole trentine a visitare Auschwitz nell'ambito di un percorso formativo sul tema della memoria. Parliamo di un possibile nuovo itinerario formativo sui luoghi del conflitto lungo il confine orientale, che partendo dalle vicende delle pulizie etniche che hanno segnato questi territori dal fascismo al dramma delle foibe e dell'esodo istriano dalmata, passa per la tragedia del gulag titino di Goli Otok (l'isola calva), per giungere infine ai conflitti che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia negli anni '90.

Incontro Maria Rosa Mura (il Gioco degli Specchi) per condividere la proposta sulla "Cittadinanza Euromediterranea" che più tardi porterò all'assemblea del Forum. Maria Rosa, come immaginavo, non solo condivide la proposta, ne è entusiasta. Mentre gli descrivo gli itinerari ancora solo abbozzati ricevo da lei stimoli e suggerimenti, oltre alla disponibilità a far parte del gruppo di lavoro che ne seguirà l'articolazione.

Arriviamo così all'assemblea del Forum. Ci sono 9 nuove associazioni che hanno scelto di aderire al Forum che accogliamo in questa assise. Un segnale importante l'adesione delle associazioni di rappresentanza degli immigrati, anche questo un preciso segnale di integrazione. Illustro di seguito il progetto tematico annuale che abbiamo condiviso nel Consiglio del Forum, dedicato come dicevo alla "Cittadinanza euromediterranea". Il progetto è molto ambizioso, non c'è dubbio, e richiede per essere realizzato il coinvolgimento delle associazioni e delle istituzioni che del Forum sono protagoniste. Non caricando le associazioni di un tema in più rispetto alla loro programmazione, bensì individuando (e stimolando, s'intende) fra le attività di ciascun soggetto delle iniziative che potrebbero rientrare negli itinerari proposti. Questi rispondono alle seguenti suggestioni:  la storia, ovvero "L'Europa fuori di sé";  i saperi, ovvero "Conoscersi..."; i pensieri, "Pensieri in cerca di cittadinanza"; ed infine le geografie, ovvero "Scoprire l'Europa". Rimando i lettori alla proposta, che pubblicheremo a breve anche su questo sito.

Presentiamo il nuovo sito del Forum (http://www.forumpace.it/), davvero un bel salto rispetto a quello precedente, un'impronta nuova tanto sotto il profilo grafico che su quello dei contenuti. Francesca Zeni ne illustra l'articolazione e i servizi a disposizione delle associazioni per valorizzare le loro attività ed insieme condividere spunti di riflessione, contenuti, progettualità.

Infine la Marcia Perugia Assisi. Quest'anno sarà il 16 maggio, giorno in cui in Trentino si vota. Non a Trento e negli altri Comuni che sono stati da poco alle urne (Pergine Valsugana, Mezzolombardo, Cles,  Aldeno...) e dunque da questi Comuni organizzeremo la partecipazione, cercando un tratto politico e culturale che caratterizzi questa partecipazione. Una sorta di anticipazione di quel che intendiamo fare l'anno prossimo, quando cadrà il cinquantenario dalla prima marcia, datata appunto 1961. Quando proporremo un itinerario formativo e conoscitivo sul pensiero eretico di Aldo Capitini.

Finita l'assemblea, ma non la giornata. Ci incontriamo con Alberto Robol e Mirco Elena per parlare dell'attività di Isodarco, la scuola annuale dell'Unione degli Scienziati per il disarmo. Giunta alla sua XXIV edizione, vorremmo rilanciare quest'attività per il suo particolare valore e spessore scientifico su tre temi: il nucleare, le risorse, l'informazione. Condividiamo l'idea di un protocollo fra soggetti diversi (Pat, Forum, Opera Campana, Centri formativi...), per mettere a disposizione alla comunità trentina questa risorsa davvero importante. Che si parli di Isodarco nel mondo e poco o niente nel territorio che la ospita è davvero un controsenso, a cui intendiamo mettere rimedio.

Arriva in tarda serata la notizia che anche a Mantova ha vinto il centrodestra. Al primo turno la distanza fra gli schieramenti era a tutto favore del centrosinistra. Dopo quindici giorni noi siamo inchiodati al risultato del primo turno e la destra vince. Non era mai accaduto dal dopoguerra in avanti. Peccato davvero perché Mantova è una gran città bella, che in questi anni è diventata la piccola capitale della letteratura con il suo festival e la sua gradevole accoglienza. Ma l'onda della destra è più forte del buongoverno. E noi i maestri del farci del male. Dobbiamo davvero fermarci e riflettere.

venerdì, 9 aprile 2010

Giornata di incontri. Inizio al mattino con gli amici di Slow Food, in ballo l'organizzazione della prima edizione di "Terra Madre Trentino", immaginata a ridosso (26 - 31 ottobre 2010) alla nuova edizione di Terra Madre, l'incontro mondiale delle comunità del cibo che si svolgerà la settimana precedente a Torino. L'idea sarebbe quella di portare in Trentino i rappresentanti delle comunità del cibo che partecipano alla kermesse mondiale delle esperienze e dei territori con cui il Trentino ha avviato negli anni una relazione di cooperazione e di farne un evento per avvicinare al concetto di "Buono, Pulito e Giusto" la nostra gente, dai produttori ai consumatori.

Con Slow Food c'è da parte mia un rapporto che dura da tempo, attraverso il coinvolgimento nei progetti di cooperazione di comunità e più recentemente nell'elaborazione della legge sulle filiere corte. M'impegno a fargli avere nel giro di qualche giorno un quadro di relazioni da rappresentare sul territorio e qualche idea per la manifestazione, immaginandola come parte integrante del progetto di "cittadinanza euromediterranea" che andrò a proporre lunedì prossimo all'assemblea del Forum.

A seguire, l'incontro di "Viaggiare i Balcani". Progetto che prosegue da ormai otto anni e che quest'anno si trova a dover fare i conti con il venir meno del finanziamento sulla cooperazione internazionale della PAT. Che la promozione dell'unico sito esistente in Europa sul turismo responsabile nella regione, realizzato in tre lingue (http://www.viaggiareibalcani.net/), non sia stato preso in considerazione per un peraltro minimo finanziamento, più ci penso e più mi fa incazzare. Ma tant'è. Che le istituzioni trentine non abbiano in mente il carattere strategico della costruzione dell'Europa, preferendo a questo la destinazione di denari per l'aiuto umanitario quando lo sa ormai il mondo che gli aiuti creano prevalentemente  dipendenza e corruzione, mi fa davvero cadere le braccia. Ma la politica richiede visibilità piuttosto che lungimiranza. E questa è, del resto, la ragione della sua crisi.

Ma intanto in difficoltà sono progetti come questo, che vivono sull'impegno professionale di persone che hanno sempre ammirato di questa nostra (anche delle istituzioni) diversa capacità di guardare al futuro. E' comunque un mettersi alla prova, per verificare forme di autosostenibilità. Accanto a questo lavoro di informazione e di conoscenza dei luoghi, quello di promozione dei territori attraverso il turismo responsabile, i viaggi di vacanza intelligente o di studio. La programmazione dei viaggi sta conoscendo quest'anno uno sviluppo inedito, a testimonianza della crescente attenzione verso questa parte sconosciuta dell'Europa. Come si fa - del resto - a non conoscere città straordinarie come Sarajevo, non a caso definita la Gerusalemme dei Balcani?

Nel primo pomeriggio ci sarebbe la conferenza stampa con Tiziano Treu sui temi del lavoro, ma preferisco ritornare in ufficio e portarmi avanti con il lavoro, anche perché da li a poco ho in programma altri incontri. Prima con Corrado Bungaro e Laura Mezzanotte per ragionare sulla destinazione del "magazzino", un potenziale spazio multiuso nel cuore del quartiere di San Martino nel cuore storico di Trento, che stiamo immaginando come luogo si musica, ballo e formazione (anche politica, certo). E' anche l'occasione per parlare sulle cose di questo mondo, di quel che sta accadendo in questo nostro paese, della disperazione e della solitudine della gente.

Nel secondo pomeriggio ho appuntamento al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani con l'associazione Ingegneri Senza Frontiere. E' l'occasione per conoscere il nuovo direttivo, completamente rinnovato, per presentare il Forum e le sue attività, per capire la possibilità di un loro coinvolgimento tanto nel percorso sulla cittadinanza euromediterranea quanto nell'impegno per il diritto all'acqua. E' questa una bella associazione, fatta non solo di studenti ma anche di persone che ritengono di rivolgere la loro professione ad un diverso rapporto con l'ambiente sui temi dell'acqua, dell'energia, dell'abitare e tante altre cose ancora. Anche personalmente ho avuto con loro (e con Andrea Cemin che ne è stato il portavoce) un ottimo rapporto ed un'istintiva sintonia, in particolare sui temi della cooperazione internazionale. Sintonia che ritrovo anche in questi ragazzi che ora si sono presi in carico l'associazione.

Così finisce la giornata? Non proprio. Vado a casa e mi metto a scrivere fino a tardi, quando per la felicità di Nina (e mia) rientra anche Gabriella.
2 commenti - commenta | leggi i commenti
giovedì, 8 aprile 2010

Mercoledì avrei dovuto essere a Roma per il Seminario organizzato dalla Campagna Sbilanciamoci su "L'uso degli indicatori di qualità sociale ed ambientale nelle politiche pubbliche: le proposte della società civile". In realtà avevo voglia di andarci più per vedere un po' di persone all'indomani del voto amministrativo e capire se qualcosa cominciava a smuoversi nel verso giusto, che non per lo specifico del seminario comunque interessante.  Dico "il verso giusto",  nel senso che più il tempo passa più mi convinco che occorra una proposta davvero fuori dagli schemi sin qui seguiti. Ne parlo da tempo, ma dopo l'esito delle elezioni per il rinnovo dei consigli regionali è ora di rompere gli indugi.

In altre parole questo significa riconoscere la sconfitta, che è prima culturale che politica. Che non dipende solo o tanto dalla qualità di un candidato presidente, ma dalla percezione che questo paese ha di sé, del suo presente e del suo futuro. Questo vuol dire predisporsi non alla rivincita nelle prossime elezioni, ma ad un percorso di ricostruzione culturale, che indaghi le categorie del pensiero, le parole, le forme dell'agire, voltando davvero pagina rispetto al Novecento.  Guardarsi intorno, riconoscere le paure e prenderle per mano, cercare quel che di interessante i territori esprimono sul piano della sostenibilità e della qualità, intercettare saperi e modalità di auto-organizzazione sociale. Tutto questo richiede un tempo disteso, scandagliare università, imprese, territori, sperimentazioni sociali e politiche. E soprattutto non farsi prendere dalle scadenze.

Alla fine mercoledì a Roma non ci sono andato. Stanchezza o non so che altro, forse comincio ad imparare il senso del limite. Ho chiamato le persone con le quali avevo l'impegno di vedermi per darci un nuovo appuntamento, a metà maggio, quando andrò lì per un contributo proprio su questi temi nella giornata di chiusura della scuola di formazione politica dedicata a Danilo Dolci.

Non scendere nella capitale vuol dire tempo liberato per lo studio. A cominciare dai flussi migratori che hanno segnano lungo un secolo questo nostro Trentino che della sua storia di migrazione ha smarrito la memoria. Un solo dato. Dal 1874 al 1915 i dati ufficiali dicono che se ne sono andati dal trentino oltre 40 mila persone. Se pensiamo che l'emigrazione clandestina c'era già allora, praticamente un abitante su quattro è migrato da questa terra. Fenomeno che è proseguito, anche se con numeri inferiori, fino all'inizio degli anni '70 quando, con il secondo statuto di autonomia, il Trentino ha iniziato a gestirsi le proprie risorse e a cambiare volto.

E' di questo Trentino migrante che parliamo a Molina di Ledro. Un piccolo pubblico per una intensa e bella serata fatta di immagini (il film "Come un uomo sulla terra"), di analisi, di racconti, perfino di aneddoti. Ma la gente se ne sta chiusa in casa, incollata al televisore a guardare porcherie o talk show dove esponenti dei partiti di rovesciano addosso parole volgari.

Questa è una questione ineludibile. Trovare il modo di ricostruire un filo di dialogo con le tante persone che oggi vivono nell'incertezza del futuro, nella paura, nel rancore verso una politica avvertita (e molto spesso realmente) distante e verso coloro che ti insidiano in quel poco che pensi di avere. Ne parlo con Adel Jabbar, al quale chiedo di far parte del gruppo di lavoro che presiederà all'organizzazione delle attività del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani sul tema annuale del quale discuteremo nell'assemblea di lunedì prossimo: la cittadinanza euromediterranea. Gli racconto quel che intenderemmo fare: un contenitore di eventi, piccoli e grandi, dove i cittadini possano conoscersi in tutto quel che li accomuna ad altri cittadini, magari con la pelle più scura o più chiara, con i lineamenti della montagna o del deserto, dai caratteri più fieri o più inclini al quieto vivere. Suggestioni facili da comprendere e che possano dare il senso ad un concetto di cittadinanza aperta. Adel mi sembra attratto dal progetto e cominciamo a scambiarci idee e proposte, come ad esempio quella di far conoscere il pensiero nonviolento nell'Islam. Scopriamo così di avere conoscenza comuni, come ad esempio il vecchio Gabriel Mandel, uomo di grande religiosità e dalla cultura sterminata.

Fra crescere una cittadinanza euromediterranea. Riuscire solo in questo, vorrebbe dire dar senso al nostro impegno.
martedì, 6 aprile 2010

Dopo qualche giorno di riposo, riprende l'attività e dunque anche il diario di bordo.

Inizio questa giornata, finalmente piena di sole primaverile, visitando il Lomaso, nelle Giudicarie esteriori. Più precisamente, facendo il giro delle grandi stalle che punteggiano il territorio, al centro della crisi della filiera del latte e nello specifico del Caseificio di Fiavé.

Oggi l'aria è così nitida che quasi non si avverte l'odore acre dei liquami che vengono scaricati nei campi di granoturco, la monocoltura imperante nella zona. Eppure quello dell'odore è il primo problema che le persone avvertono, anche se probabilmente non si tratta del problema più grave. Il nodo vero sta infatti altri due aspetti (intrecciati fra loro) che subito tocchiamo con mano, la dimensione delle aziende ovvero un numero di capi troppo elevato per la quantità di territorio disponibile ed il rapporto con un territorio che potrebbe avere una molteplicità di vocazioni che nei fatti viene oggi compromessa dalla presenza invasiva delle stalle.

Il biotopo di Fiavé è un'area protetta, di grande bellezza e suggestione. Peccato che proprio sul confine dell'area faccia capolino una montagna di copertoni d'auto, usati a copertura del mais triturato in prossimità della stalla Carloni. Quest'ultima è un vecchio edificio fatiscente che per certi versi mi ricorda qualche tratto della Romania, intonaci degradati, il tetto in eternit. Mi chiedo come sia possibile che in Trentino ci siano queste cose. Dell'eternit (copertura a base di amianto) è vietata la produzione e la vendita in Italia dai primi anni '90 e dunque quella copertura ha come minimo vent'anni. Avvicinandosi, t'accorgi che il materiale è oltremodo degradato e i rischi per l'ambiente gravi. Ma anche per il latte che lì si produce. Nella parte superiore di questo edificio decrepito vi abitano un paio di famiglie pachistane che lavorano nella stalla. Dietro la stalla, a poche centinaia di metri il "Dos", insediamento storico i cui abitanti si lamentano di quel degrado e di quei copertoni dove d'estate s'annidano le zanzare. Ci sono state molte denunce, ma senza alcun esito.

Visitiamo altre stalle nella zona di Dasindo. Quella dei Carli, a ridosso di uno splendido borgo medievale, appare degradata come quella precedente. Anche qui eternit ovunque. Perfino sul tetto del magazzino del consorzio elettrico Ceis, da poco sistemato. Rimango letteralmente allibito. Siamo lungo la strada principale di collegamento, prossimità del Copat, il consorzio dei produttori agricoli della valle dove è stato da poco aperto un bel negozio di prodotti naturali e biologici. A due passi dalla stalla Rinascita con un potenziale di oltre mille tori da ingrasso. Perché in alcune di queste stalle non ci sono più mucche da latte, ma solo capi da carne. Richiedono ancor meno cura e di conseguenza manodopera. Poco stallatico e molti liquami, nemmeno buoni per concimare la terra. E poi la terra bisognerebbe averla se non in prossimità almeno nella zona, ma la legge nazionale prevede che questa possa essere anche fuori regione. E qui bisognerà intervenire.

Da Dasindo andiamo verso la Valle Lomasona. E' la prima volta che visito questa splendida valle che all'estremità ti porta praticamente sopra il lago di Garda. Una zona intonsa, ricca di ruscelli d'acqua e di fauna selvatica. Per diversi chilometri non ci sono case, solo la stradina che ti porta alla scuola di roccia e alla Malga che prende il nome della valle. Un edificio antico, al quale negli anni '80 sono stati aggiunti dei manufatti di pessimo gusto con delle prese d'aria altrettanto brutte. E anche qui, come segno di uno sviluppo ben poco sostenibile, le coperture dei manufatti più recenti in eternit. La struttura, privata, è in stato di abbandono. Tutto intorno, bellissimi prati inzuppati d'acqua e i segni di un impianto d'irrigazione mai entrato in funzione per una coltivazione intensiva di ortaggi, altra idea insana e per fortuna ben presto lasciata cadere.

E' mezzogiorno passato quando completiamo il sopraluogo in prossimità di una nuova stalla in località Comighello, dove è previsto l'allevamento di settecento vitelli da latte e anche in questo caso senza nemmeno un metro quadrato per lo smaltimento dei reflui. Mattinata utile, con molti stimoli e l'urgenza di alcuni interventi.

Nel primo pomeriggio un salto in ufficio, la posta elettronica e quella normale, e poi ho appuntamento con Marino Cofler. Non vedo Marino da mesi, per lui molto travagliati. Prima problemi di cuore, poi una grave caduta in montagna di cui porta ancora i segni sul corpo. Ma piano piano è riuscito a venirne fuori ed ora lo vedo caricato. Marino è insegnante all'ITI Buonarroti ed è stato un forte oppositore ai provvedimenti relativi all'organizzazione dello studio nel secondo ciclo proposto dall'assessore Marta Dalmaso. Insegna chimica e l'attività di laboratorio è per i ragazzi che arrivano nella sua scuola - a suo avviso - la materia di maggior contatto didattico. Perché tagliarle, dunque? 

Sembra quasi che l'estensione dell'obbligo a sedici anni nemmeno sia stata presa in considerazione. E che ci debba essere continuità di formazione fra elementari, medie e superiori, nessuno si pone neanche il problema. "Arrivano così, cosa dobbiamo fare?" Ma come non capire che la questione ha come sfondo proprio questo scenario, che la riforma dell'obbligo impone una nuova organizzazione dello studio, a cominciare appunto dal biennio comune, ovvero più formazione generale e meno indirizzo specifico. Come non capire che anche la professione di insegnante richiede aggiornamento, motivazione, responsabilità. Marino è persona preparata e coscienziosa. Ma negli istituti superiori immaginare che vi sia continuità didattica rispetto agli istituti comprensivi e capacità di accompagnare livelli diversi di apprendimento, nemmeno viene preso in considerazione. Ci sono i programmi ministeriali, punto e basta. Alla faccia della Legge Salvaterra e dell'autonomia scolastica.

E infatti il nodo è soprattutto qui. Di una riforma lasciata a metà, avversata come ho più volte scritto in questo diario, tanto nel Palazzo quanto nelle scuole, da una burocrazia che non intende mollare il proprio potere come dagli insegnanti che si guardano bene dal prendersi in carico nuove responsabilità. Che ci siano stati problemi di comunicazione e contraddizioni nelle stesse scelte dell'assessorato, non ci piove. Ma non possiamo eludere il problema. Per questo la partita è tutt'altro che chiusa.

Inizio a leggere "Pensiero politico e scienza della mente" di George Lakoff. Le prime pagine mi incoraggiano, indicano la necessità di uscire dall'illuminismo per scandagliare l'inconscio cognitivo. Buona lettura.

 

giovedì, 1 aprile 2010

Ieri sera ho finito tardi al congresso della Condotta di Trento di Slow Food, tenuta in un luogo molto suggestivo, l'azienda agricola Navarini a Ravina, dove è custodito un vero e proprio museo del rame, pezzo dopo pezzo dalla metà degli anni '50 fino ai giorni nostri, dove il rame ancora si lavora. L'incontro, in preparazione dell'assemblea regionale prevista per il 17 aprile, è interessante soprattutto per un aspetto, la partecipazione. Oltre alla presenza dei fondatori c'è un nutrito gruppo di giovani che non si fanno certo intimidire dalle parole di Sergio Valentini e dal carattere politico che il nuovo corso di Slow Food si è dato a partire da "Terra Madre" e dal suo programma caratterizzato dallo slogan "Buono, Pulito e Giusto". Mi chiedono di dire due parole e racconto della proficua collaborazione che si è avviata, in particolare nell'elaborazione della legge sulle filiere corte e l'educazione al consumo. Finiamo con la polenta, il formaggio fuso, la mortandela e il vino, ovviamente presidi locali.

Al gruppo c'è aria di vacanza. Ciò nonostante lavoriamo sulla mozione relativa alla necessità di mettere ordine e limitare la proliferazione selvaggia degli impianti della telefonia mobile, documento che presenterò nei prossimi giorni. Mentre sto ritoccando il disegno di legge sui fondi rustici (le aree rurali di proprietà comunale o provinciale che vengono dati in affitto) mi chiama il sindaco di Zambana per pormi un problema analogo, quello delle aree demaniali lungo l'asse di esondazione del fiume Noce, dove da anni i contadini del posto producono i migliori asparagi. C'è preoccupazione che questi fondi siano dati in affitto a chi offre di più, aprendo la strada a grandi soggetti estranei al territorio. Voglio verificare se nella legge che stiamo predisponendo si può allargare la disposizione anche a queste aree. Nel frattempo mercoledì è previsto un incontro in Comune, e visto che io quel giorno sarò a Roma chiedo a Michele Ghezzer - che sulla proposta di legge ha lavorato con me - di parteciparvi.

Alle 14.00 mi aspettano alla Sala Depero in Provincia per uno degli incontri guidati che i circoli anziani organizzano per conoscere più da vicino le istituzioni. La sala Depero è affollata dagli anziani del circolo di Padergnone che mi ricevono con un applauso. Ovviamente di circostanza, visto che la gran parte dei partecipanti nemmeno mi conosce. Ma il secondo e il terzo e quello finale, devo dire, non sono affatto di circostanza. Racconto di me, del mio impegno politico prima di entrare in Consiglio provinciale, degli ambiti di lavoro che mi sono ritagliato come membro della terza commissione legislativa (ambiente e territorio), come consigliere attento allo sviluppo locale (agricoltura, risorse locali e sostenibilità), come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani.

Siamo all'indomani delle elezioni regionali e allora voglio metterli un po' alla prova: parlo loro del carattere limitato delle risorse, della necessità di imboccare la strada della responsabilità e della sobrietà, di un mondo interdipendente che richiede attenzione ai temi della pace, dell'immigrazione e dei nostri tenori di vita. Guardo i volti delle persone che ho davanti a me per capirne la reazione, ma vedo cenni di assenso. Gli racconto infine che cosa vuol dire fare il consigliere coscienziosamente, il tempo che vi si deve dedicare, ma anche della condizione di privilegio che pure godiamo e così è l'occasione per dire loro come utilizzo la mia indennità di carica. Sono colpiti da come ne parlo senza infingimenti e la reazione è sorprendentemente positiva. Cominciano a farmi domande sul mio lavoro e sul mio essere poco sui giornali (così ne approfitto per parlare del giornalismo vero e di quello degenerato), sull'energia in Trentino, sulla centrale idroelettrica di Santa Massenza, sull'acqua che qualcuno vorrebbe privatizzare. Temi che sto seguendo con attenzione e sui quali ho qualcosa da dire. Applauso, foto di gruppo conclusiva e molte strette di mano. In tempi di antipolitica, sono importanti anche questi momenti d'incontro.

Ritorno in ufficio, il tempo per scrivere  il diario del giorno precedente e di mettere in ordine l'agenda di lavoro della prossima settimana. Sono così contento di avere davanti qualche giorno di tranquillità in casa...