«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Quello stesso ambiente che ancora oggi avverto a pelle quando entro nelle stanze della politica, quand'anche in senso lato. Oggi sono infatti alla sede nazionale della CGIL in Corso d'Italia, dov'è convocata la riunione del Direttivo della Tavola della pace in preparazione della Marcia Perugia Assisi del prossimo 16 maggio. E' il 16 maggio una giornata importante per il Trentino, visto che si vota nella maggioranza dei Comuni, condizionandone quindi la partecipazione.
Io so che non dovrei partecipare a queste riunioni. So in anticipo che me ne verrò via un po' incazzato, forse perché la mia soglia di sopportazione verso i luoghi di una sinistra che non sa interrogarsi su niente è sempre più bassa. E quel che rimane del movimento per la pace non fa certo eccezione. Mi illudo per un attimo che la proposta di parlare sin d'ora della marcia del cinquantenario (quella del 2011) possa aprire un confronto sul futuro, su orizzonti più ampi, ma devo velocemente ricredermi, perché l'effetto "Napolitano" si avverte anche qui, tanto che conta più il centocinquantenario dell'unità d'Italia che il precipitare dell'Europa. Si saprà mai essere federalisti a Roma?
Dopo tre ore di parole che avverto distanti alzo i tacchi, rassicurando Flavio Lotti che come Trentino faremo nonostante le elezioni la nostra parte. Ma il punto non è questo. Che cavolo significa parlare di pace se quel che accade nei territori di questo paese va esattamente nella direzione contraria? Perché non ci si interroga sull'inessenzialità del pacifismo? Perché la cultura della pace non sa dialogare in maniera fertile con la politica? Perché i simboli della pace sono i guerrieri dell'emergenza?
Già che sono a Roma, provo a coltivarmi altri contatti, persone e amici che hanno da tempo scelto di starsene alla larga dai meccanismi di una società civile che ha preso il peggio dei partiti. Vedo Giulio Marcon, responsabile della campagna Sbilanciamoci. Vedo l'amico Ali Rashid, con i quale dobbiamo perfezionare il progetto di una nuova associazione per la cultura della parte del Mediterraneo che un tempo era la "fertile crescent". Vedo Silvano Falocco che mi ha invitato a maggio a chiudere proprio qui a Roma la scuola di formazione politica intitolata a Danilo Dolci con una riflessione sulle possibili coordinate di un nuovo impegno politico oltre i partiti nazionali. Vedo dopo qualche anno in cui ci si è sentiti solo per telefono Stefano Semenzato e Marina Pivetta, frammenti di una storia comune. Che ha lasciato tracce profonde se considero la comunanza dei nostri sguardi su quel che accade, ma che ben difficilmente sapranno ritrovare itinerari condivisi. Perché è proprio di questo che in buona sostanza vorrei parlare con loro, per capire se l'idea di un nuovo schema di gioco è nelle loro corde oppure no. A dire il vero non ricevo risposte, ciascuno alle prese con il proprio tragitto che l'ha posto ai margini della politica, ma che ritroveremmo se fossimo in grado di mettere in campo qualcosa di profondamente diverso da quanto sin qui si è visto.
Il volo che mi riporta a Verona è l'ultimo della sera e quindi Stefano e Marina mi portano a prendere una fritturina di pesce a Fiumicino paese, così poi sono a due passi dall'aeroporto. Un fine giornata che avverto caldo della loro amicizia. E che mi accompagnerà fino a sera tardi, visto che fra ritardi e tempi di trasporto arrivo a casa che è mezzanotte passata.
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