«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
La cosa grandiosa, nel senso letterale del termine, è il vestito che viene da Hebron. Trentaquattro metri di lunghezza e più di venti di larghezza, duecentoventi chilogrammi, è costato migliaia di ore di lavoro da parte delle donne dei villaggi palestinesi, ciascuna con il suo punto di ricamo caratteristico. Viene steso nel piazzale davanti al Palazzo della Regione riempiendolo tutto. Descrive una storia, il sapere antico, l'orgoglio... ma anche la scelta di far parlare l'arte quando le parole non bastano.
E in queste ore le parole avrebbero voglia piuttosto di gridare, di fronte all'annuncio di 1.500 nuovi insediamenti nella Gerusalemme araba. Che per il diritto internazionale siano illegali non sembra importare niente, perché ormai da più di sessant'anni il diritto si è fermato a Tel Aviv. Più difficile ancora di gridare è provare comunque a dialogare, tanto potrebbe apparire persino ipocrita.
Provo a scriverne.
Il dialogo è difficile anche nel contatto umano nei pressi degli stand, ciascuno con i suoi... e probabilmente non può essere che così. Al dibattito di venerdì sera "La pace oltre i confini" il rettore dell'Università Al Quds di Gerusalemme Saari Nusseibeh non potrà esserci, perché Gerusalemme è bloccata, per i palestinesi naturalmente. Chiamo Ali e gli chiedo se può sostituirlo. Lo avverto riluttante, ma l'amicizia va oltre. Ma sento forte l'indignazione per quel che accade in queste ore in Palestina. Più che rabbia, amarezza profonda. Mi invia uno scritto, tenerissimo, che riporterò nei prossimi giorni su questo sito.
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