«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Diario

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venerdì, 29 gennaio 2010

"Millevoci" ha rappresentato per un decennio, nel mondo della scuola trentina, un punto di riferimento sui temi dell'interculturalità. Significa in sostanza che una buona parte delle politiche di inserimento dei bambini e ragazzi di origine straniera sono passate da lì, sul piano dell'educazione alla multiculturalità, del sostegno linguistico come nella formazione degli insegnanti.

Il progetto nasce alla fine degli anni '90 per iniziativa proprio del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani e prende corpo attraverso l'accordo fra diversi soggetti, la Provincia Autonoma di Trento, l'Università, l'Iprase, il Comune di Trento e, appunto, il Forum. Mano a mano che il progetto è diventato realtà ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio servizio alla scuola trentina, forse lasciando dietro di sé una delle ragioni che ne avevano motivato la nascita, come spesso avviene quella più politica, la capacità di un interrogarsi permanente sulle nuove frontiere dell'accoglienza riferita al mondo della scuola. Questo ha fatto sì che uno dei soggetti promotori, identificabile con la componente amministrativa, tendesse a prendere il sopravvento, includendo "Millevoci" come un segmento della Pat, lasciando al Forum un ruolo di supplenza nelle attività di sperimentazione formativa nelle scuole.

Si pone dunque, a completamento di un ciclo comunque molto significativo, la necessità di un bilancio di "Millevoci" capace di indagarne luci ed ombre, interrogandosi sulle linee di rilancio del Centro quale interfaccia fra le attività degli enti fondatori (che ancora intendono parteciparvi), la Pat (ed in particolare gli assessorati all'istruzione e alla solidarietà internazionale) e i luoghi della formazione e della ricerca sui temi dell'immigrazione, della pace e della mondialità il Trentino nel frattempo si è dato.

E' quello che vado a proporre di buon mattino al Palazzo dell'Istruzione, dove mi attendono Laura Bampi, Alberto Conci e Francesca Zeni. Una conversazione gradevole e approfondita che tocca anche i temi della formazione degli insegnanti tanto sul piano dell'educazione alla nonviolenza come delle "nuove geografie", della memoria (il treno avocato a sé dalla Pat è nato per la verità nell'ambito dell'attività del Forum) intorno alla quale si svilupperà l'iniziativa congiunta con il Consorzio trentino dei Comuni e la Trentini nel Mondo, l'organizzazione della marcia "Perugia - Assisi" nell'obiettivo di rendere meno rituale questo appuntamento, l'educazione permanente.

Insomma, se ne va quasi l'intera mattinata. Così arrivo alla sala della cooperazione dove si svolgono gli "stati generali" dell'agricoltura trentina che gran parte delle relazioni più importanti sono già state svolte (e delle quali non c'è traccia scritta). E', questo, un mondo che mi affascina ma che avverto ingessato nelle idee e negli apparati. Gli interventi che ascolto sono banalissimi saluti, più per marcare la presenza che altro. Ma i nodi, invece, sono complicati da sciogliere, ed il mondo dell'agricoltura vive oggi una crisi nella crisi più generale. Dalla quale si dovrebbe uscire investendo sulla qualità, sull'educazione al consumo consapevole, sulla capacità di fare sistema territoriale. Esattamente quel che si fatica a fare e la strada che la cooperazione trentina non ha ancora saputo imboccare con determinazione.

Le persone che affollano gli "stati generali" sono un guazzabuglio di istanze e di approcci diversi, filo ogm e amici dell'agricoltura biologica, sostenitori delle filiere corte e quelli che... il mercato richiede il prodotto tutto l'anno, produttori di qualità e "vim, ostia", innovatori (pochi) e conservatori (i più).

Devo dire che grazie alla legge sull'educazione alimentare e le filiere corte trovo anche molte persone che ti avvicinano e chiedendoti informazioni. Non è così per Paolo De Castro, già ministro dell'agricoltura per l'Ulivo ed ora presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo, un luminare insomma, con il quale scambio due parole e che - con la tipica spocchia di quello che sa già tutto - ti gira le spalle mentre stai parlando. Fa tempo a dirmi che il problema dell'agricoltura italiana è che non riesce a vendere più niente (il 18% di quel che produce) e al diavolo dunque le filiere corte (sto semplificando, s'intende, ma la sostanza è questa). Mi chiedo se gli capita mai di andare a fare la spesa in un supermercato dove vengono proposti i pomodoro provenienti dal Belgio o gli asparagi dal Perù... La politica (quella buona, s'intende) richiede di interrogarsi sulla cultura del limite e, prima ancora, di avere un po' di curiosità.

Lunedì sera a Povo ci troveremo con i produttori locali per parlare di agricoltura biologica mentre in settimana finiremo di scrivere il disegno di legge sugli affitti dei terreni agricoli comunali. Ci sarà anche il tempo per mettere in calendario la visita in Italia ed in Trentino del ministro all'agricoltura dell'Autorità nazionale palestinese e quella di Carlo Petrini, inventore ed anima di Slow Food.

Esco dal Palazzo (quello dell'altro potere in Trentino) e ci ritroviamo con Armando, Fabio e Stefano per fare il punto di "Politica è responsabilità" allo scopo di raccogliere le idee e definire il filo conduttore (l'indice è stato detto) di un nuovo abbecedario fatto di parole capaci di comunicare.

Dopo aver fatto la spesa per il fine settimana, verso le 17.00 sono a casa. Mi metto subito al lavoro per preparare cena (aspettavo quattro amici, ne arriveranno il doppio) ma la casa è accogliente e il fogolar sempre in funzione. Trovo anche il tempo per aggiornare il sito, fra l'altro ne controllo gli accessi e mi consolo con il fatto che le mie non sono solo parole al vento. Ma di questo ne parleremo nei prossimi giorni.

 

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giovedì, 28 gennaio 2010

Due giorni interi in Consiglio a discutere di proposte di mozioni o di legge presentate dall'opposizione di centrodestra (PDL e Lega Nord). Tranne una breve parentesi sulla situazione della discarica della Maza (mozione presentata dal Patt e condivisa da tutti ma non senza polemiche), per due giorni il Consiglio si è affrontato attorno a documenti che avevano il solo scopo di segnare il territorio.

Sulla scuola ho già scritto nel diario di ieri. Oggi è la volta delle mozioni sull'uso della pillola Ru 486 a partire da due mozioni, una a firma Morandini e l'altra Penasa. Naturalmente si dice di non volerne parlare in maniera ideologica, ma in nome della fede cristiana. Appunto. In realtà siamo in presenza di una ben definita strategia, l'occupazione ultra ideologica e fondamentalista di temi a forte caratterizzazione morale, evocando guerre di religione nell'intento di aprire brecce e contraddizioni nell'ambito del centrosinistra.

Prima le moschee, poi il crocefisso e i presepi, poi ancora la questione della fede religiosa di chi fa le pulizie negli uffici consiliari della Lega, infine l'altrettanto irricevibile e farneticante idea di visita psichiatrica per gli extracomunitari. Ora l'aborto, attraverso la proposta di costituire una commissione di studio sugli effetti della Ru 486. Sullo sfondo, il reiterato no alla Turchia nell'Unione Europea, agitato come assalto alla cristianità. Le mozioni sulla pillola abortiva vengono bocciate ma intanto la sceneggiata televisiva è andata in onda, con tanto di evocazione fino alla nausea delle immagini di feti strappati alla vita.

Segue la discussione su un disegno di legge a sostegno delle imprese trentine già respinto in Commissione dopo che in sede di ascolto dei soggetti sociali aveva registrato un'avversione generalizzata. Ciò nonostante se ne fa oggetto di dibattito, anche in questo caso in nome dell'anti ideologia, per rivendicare la rappresentanza dei piccoli imprenditori trentini che la Lega si dice di rappresentare. Il Consiglio prosegue fino alle 19.30, rimane solo da espletare il voto elettronico sui due articoli e sulla legge, ma gli esponenti del Carroccio chiedono la sospensione del dibattito, così di ipotecare anche una parte della giornata di mercoledì prossimo. Il presidente del Consiglio propone di concludere il punto all'ordine del giorno e... apriti cielo. Urla e schiamazzi per dire che non si rispetterebbero le minoranze. Il tutto dopo due giorni di lavoro d'aula praticamente monopolizzati dal centrodestra e praticamente inutili visto che non hanno portato ad alcun risultato concreto se non quello di sfibrare la resistenza dell'aula.

Riesco a ritagliarmi lo spazio per la riunione sull'iniziativa "Officina Medio Oriente" che PAT e Forum stanno preparando per fine marzo, per un incontro del Coordinamento del Progetto Prijedor, per fissare un po' di appuntamenti e, infine, per cenare con Jovan Teokarevic, professore belgradese e amico, a Trento perché la sua Università è gemellata con quella di Trento in una triangolazione euro-balcanica che coinvolge anche Skopije, Sarajevo, Zagabria. E' una gioia conversare con Jovan, persona di rara intelligenza e che mi richiama le atmosfere d'oriente di cui provo nostalgia. Tanto da mettere in cantiere un viaggio a Istanbul, incrociando Ennio Remondino e Ali Rashid. Insomma, la nostra identità mediterranea.

 

mercoledì, 27 gennaio 2010

Oggi siamo bloccati in Consiglio dalle 10.00 del mattino fino alle 23.00. Fino alle 19.00 in seduta ordinaria e dalle 20.00 in convocazione straordinaria. Nell'una e nell'altra vanno in discussione le mozioni proposte dalla Lega e dal centrodestra sulla riforma o, meglio, della delibera dell'Assessore Marta Dalmaso che regola il secondo ciclo di studi. Della quale si vorrebbero le dimissioni, con tanto di mozione di sfiducia. Si trattasse di un confronto acceso ma vero non ci sarebbe nulla di male, anzi. Ma in realtà ho la sensazione che il confronto sia condizionato per un verso da motivi di natura strumentale, per altro verso dal voler corrispondere ad un fronte - composito certo - che si vuole cavalcare e che ha come obiettivo (più o meno consapevole) quello di svuotare la vera riforma della scuola trentina, ovvero la LP n.5/2006, meglio conosciuta come legge Salvaterra o sull'autonomia scolastica.

Di fronte alle competenze concorrenti della nostra autonomia in materia di istruzione, abbiamo infatti la possibilità di interpretare tale autonomia non solo per "negoziare" ma per introdurre modalità di declinazione degli orientamenti in un disegno di scuola fortemente ancorata al territorio ed insieme capace di forte innovazione. Ma è lo stesso concetto di autonomia scolastica a scontrarsi con una realtà che invece procede all'incontrario:  da una parte la burocrazia che non intende cedere sovranità alle scuole, dall'altra un pezzo rilevante del mondo della scuola che non intende assumersi le proprie responsabilità, o che interpreta l'autonomia scolastica semplicemente come un'incombenza in più.

Sta qui l'origine del cortocircuito della scuola trentina e di una protesta che guarda il dito anziché la luna. Non averlo compreso ha prodotto difficoltà di comunicazione, mentre il conservatorismo già c'era. Davvero non si capisce altrimenti l'opposizione ad esempio al biennio comune, che poi è l'opposizione all'elevamento dell'obbligo scolastico, come si evince anche nella scelta del centrodestra sul piano nazionale di reintrodurre l'apprendistato a quindici anni. Così come non si capisce il non voler mettere in discussione realtà come gli istituti professionali che attualmente si configurano come scuole di serie C, a testimonianza di una selezione che avviene in maniera sempre più marcata in base alle condizioni sociali delle famiglie. Né si comprende nemmeno la semplificazione a cui in continuazione si ricorre assimilando la ministro Gelmini e l'assessore Dalmaso, nonostante da una parte si dichiari di voler far cassa sulla scuola e dall'altra si affermi la scelta di non tagliare un solo euro sulla scuola ma, al contrario, di volerla potenziare. C'è, insomma, un grande equivoco e forse anche un grande imbroglio, gestito ad arte anche da qualcuno all'interno del palazzo.

L'unica nota positiva in una giornata segnata dall'iniziativa del centrodestra è l'incontro con la "guerriera gentile", come è stata chiamata Rebiya Kadeer, la rappresentante mondiale della popolazione uigura, a Trento grazie all'invito del Forum per la Pace e i Diritti Umani. Questa piccola grande donna racconta al presidente Dellai e successivamente alle persone che affollano la sala Aurora di Palazzo Trentini la vicenda del suo popolo. Emerge così dalle sue parole il grande tema dell'autonomia: "da tempo volevo venire - dice la leader uigura - a conoscere questa regione, per comprenderne l'autogoverno".

Stride davvero che si guardi con questa attenzione all'autonomia trentina (o regionale) dalla leader in esilio dello Xinjiang come dal Dalai Lama, dai Balcani come dalla Palestina, e che proprio qui in Trentino non ci sia la dovuta consapevolezza del valore della nostra autonomia. All'uscita da palazzo Trentini un amico del Forum mi avvicina e mi dice che sarebbe molto interessante estendere questa riflessione sull'autonomia e sull'autogoverno alla questione del Sahara occidentale nel suo paese d'origine, il Marocco. Tempo di paradossi...

 

martedì, 26 gennaio 2010

"Niente di vero sul fronte occidentale" è il titolo del nuovo lavoro editoriale di Ennio Remondino, giornalista Rai per anni inviato nelle aree di guerra, dedicato ad un tema di grande rilievo come quello della verità nei contesti di guerra, laddove cioè la verità viene regolarmente cancellata. Viene presentato in una sala della Regione che non riesce a contenere le quasi duecento persone che partecipano all'iniziativa.

Con Ennio ci siamo accompagnati negli anni delle guerre e dei dopoguerra balcanici, uno sguardo il suo mai banale nonostante lo strumento - quello televisivo - più adatto alla semplificazione piuttosto che all'approfondimento; il lavoro di ricerca dell'Osservatorio Balcani e Caucaso divenuto in questi anni un punto di riferimento imprescindibile per scandagliare quella parte d'Europa; i percorsi di cooperazione di comunità con i quali abbiamo costruito decine e decine di relazioni fra il nostro paese e l'ex Jugoslavia.

Uno sguardo, quello di Remondino, profondo ma anche ironico, mai di parte... pure in un contesto dove, anche nella diplomazia internazionale e rispondendo a criteri di appartenenza o di affinità politica o religiosa, hanno sposato una delle narrazioni in campo. Narrazioni che le guerre non hanno fatto altro che irrigidire e radicalizzare.

Uno sguardo che prova a stare nella realtà, ad abitare - come uso dire - i conflitti, a "capire per raccontare" come dice Remondino, cercando di praticare un giornalismo d'inchiesta e di informazione capace di autonomia di giudizio. Lo stesso si potrebbe dire per una cooperazione che dovrebbe saper interrogarsi con curiosità, fatta di mille caffè o the, grappe o rakije, da prendere guardandosi negli occhi con i nostri interlocutori prima di mettere in campo interventi concreti. O per una politica che invece di rincorrere le emergenze (o la loro rappresentazione mediatica) dovrebbe saper intervenire attraverso la diplomazia preventiva e le istanze del diritto internazionale. Cose rare, purtroppo.

Quando Ennio arriva in sala accolto da un applauso appare emozionato a veder davanti a sé tanta gente accorsa ad ascoltare le sue parole, un riconoscimento al suo lavoro di anni, quasi un ringraziamento per i tanti reportage talvolta realizzati in condizioni impossibili.

Il libro, che presentiamo con le parole mie e quelle dei giornalisti Pino De Cesaro e Fabrizio Franchi, ha come sottotitolo "Da Omero e Bush, la verità sulle bugie di guerra": è un racconto che parte da lontano, che tratta con sorprendente ironia e leggerezza alcuni passaggi cruciali della storia scritta con la penna dei vincitori. Così Ulisse è un bugiardo e un disadattato sociale, reduce di una sporca guerra, Aristotele un filosofo spione, Garibaldi un galeotto e avventuriero e il generale Custer "il figlio della stella del mattino", ovvero quello che aveva l'abitudine di attaccare i piccoli villaggi indiani prima dell'alba. Remondino aggiunge carne al fuoco raccontando dei cadaveri disseppelliti di Timisoara per una rivoluzione dei servizi segreti o dell'attacco Nato all'ambasciata cinese di Belgrado come pura e semplice ritorsione di partite giocate altrove, bugie e sberleffi di stato o di apparato. E tante altre storie.

Nelle parole di Remondino si scorge anche l'amarezza per un giornalismo "arruolato", "embeddet", quello che si inaugurò nella guerra del Golfo o quello che gronda di sensazionalismo. Ed anche un po' di stanchezza verso una Rai che lo ha spedito in punizione ad Istanbul, senza peraltro capire il carattere strategico di realtà come quella turca... ma da lì solo quel killer invasato e prezzolato di nome Ali Agca per l'informazione nostrana fa notizia. Ennio a novembre andrà in pensione, mi dice che gli piacerebbe collaborare con l'Osservatorio Balcani e la cosa mi fa brillare gli occhi.

Sono le 1 e 30 del mattino quando metto piede a casa. Ero partito al mattino presto per Bologna, dove ho incontrato i ragazzi del Liceo Manzoni per parlare di Europa di mezzo, di Balcani, dei messaggi che lungo un decennio quei luoghi hanno continuato ed ancora continuano ad inviarci e non abbiamo saputo ascoltare. Giornata intensa e pile esaurite.

 

lunedì, 25 gennaio 2010

Il fine settimana non è stato propriamente di relax. Sabato mattina un ultimo saluto a Prisca, che di Cadine era un'istituzione. L'avevo vista l'ultima volta alla casa di riposo di via Borsieri a Trento, il primo dell'anno. Già fortemente provata dalla malattia, ma ancora nervosa e tenace, come l'ho conosciuta tanti anni fa. Chissà se ora avrà quel po' di pace che non ha mai saputo avere...

E poi una giornata piena di incontri, fra Trento dove ci incontriamo per "Politica è responsabilità" e Folgaria per l'incontro del Coordinamento del PD del Trentino con il Gruppo Consiliare provinciale sulla questione scuola. Scendo dall'altipiano che è già notte, mi aspetta una cena fra vecchi amici (ma non solo) ma il piacere del conversare si carica di domande fino a tardi. L'indomani lo passo a leggere il libro di Ennio Remondino (visto che ne dobbiamo parlare martedì sera) e a mettere in ordine la posta, l'agenda degli impegni, il sito e altro ancora.
Così la settimana inizia con la testa tutt'altro che sgombra, settimana fitta di impegni politici ed istituzionali. Preparo la lezione che devo tenere sull'Europa di mezzo martedì mattina al liceo Manzoni di Bologna con i ragazzi delle classi superiori, la presentazione del libro "Niente di vero sul fronte occidentale" ancora martedì ma alla sera, mentre mercoledì è previsto l'incontro con Rebiya Kadeer, leader in esilio del popolo uiguro, minoranza dello Xinjiang cinese. Sempre mercoledì inizia una nuova sessione del Consiglio provinciale, con annessa seduta straordinaria serale richiesta dalla Lega sulla scuola ed un nutrito ordine dei lavori che non si sa bene quando riusciremo a concludere. Venerdì poi ci saranno gli Stati generali dell'agricoltura, appuntamento che intendo seguire perché non nascondo il mio timore sulla tenuta di un'economia trentina priva di classe dirigente e di idee. Appuntamenti da preparare, documentazione da studiare, parole da annotare, note da scrivere.

Sulla mia scrivania in ufficio trovo un regalo di Chiara, con un messaggio proprio tenero. Un libro, "amare... Sarajevo. Estate 1946, estate 1948". Se ne andrà per un po' di tempo in Inghilterra, ma prima dobbiamo vederci per un bicchier di vino come si conviene.

Nel corso del pomeriggio gli incontri si alternano alle telefonate. Spaziando dal turismo responsabile (a proposito, quanta nostalgia per la bosanska kafa al Morica Han di Sarajevo...) al progetto sul Danubio (sento il vecchio Rumiz che mi dà segnali di entusiasmo), dalla regolamentazione degli appezzamenti agricoli di proprietà comunale in affitto (questione che sta suscitando polemiche in diversi comuni e sulla quale mi prendo l'impegno per in piccolo disegno di legge) alla discarica della Maza di Arco (ormai al collasso ma che non si può chiudere perché a quanto pare non ci sono alternative immediate).

La mia scrivania è un puzzle di cartelle colorate, ognuna di esse è un file aperto. Ma dov'è il senso del limite?

 

venerdì, 22 gennaio 2010

Passo la giornata in treno: Orvieto, Roma, Bologna, Trento. Sì, perché faccio prima a tornare a Roma e ripartire da lì verso nord che raggiungere Firenze con un regionale e prendere lì il treno che prendo a Roma e che mi porta fino a Bologna. Venticinque minuti di ritardo fanno sì che perda la coincidenza verso il Brennero ed il successivo treno regionale (che ferma in tutte le stazioni o quasi) è dopo due ore. Così arrivo a Trento che sono le 17.00. Non male, vero? Orvieto - Trento, meno di 500 km e, nonostante l'alta velocità, 9 ore e 30 minuti. Spero proprio che l'annuncio di un accordo con Trenitalia per ripristinare il collegamento con la capitale sia reale, ma questo cambia ben poco della situazione disastrosa in cui versa il servizio. Senza parlare di sporcizia, cattivo odore, posti a sedere che hanno problemi di manutenzione, porte guaste. Alla stazione di Bologna, un tempo gioiello di efficienza, dove mi tocca una sosta obbligata di oltre due ore, c'è un solo bar ultra affollato e nemmeno un ristorante. Per di più fa un freddo cane. Così decido di fare due passi verso il centro, alla ricerca di una libreria. Prima di trovarne una devo arrivare praticamente a Piazza Maggiore, lungo un tragitto fatto di negozi di moda e fast food. A quanto pare anche qui, nella dotta Bologna, si legge sempre meno...

Dopo vari tentativi andati a vuoto (a Trento come a Roma), trovo il libro di Ennio Remondino "Niente di vero sul fronte occidentale" che martedì prossimo presenterò con l'autore a Trento. Con Ennio ci conosciamo da tempo, per le nostre comuni frequentazioni balcaniche e per esserci trovati in più occasioni dietro lo stesso tavolo di relatori a parlare proprio di quell'Europa che ancora manca all'appello, Turchia compresa. C'è grande stima per il lavoro di Osservatorio Balcani e Caucaso, così come l'amarezza per la disattenzione con cui i media seguono quel che accade in queste regioni d'Europa. Basta leggere il prologo del suo libro per rendersi conto di quanto sia profonda questa amarezza per una professione che sta perdendo il gusto della documentazione e delle verità più scomode.

Mi chiama Silvano Falocco per ringraziarmi della lezione della sera precedente e per dirmi che sta ricevendo un sacco di telefonate entusiaste, tanto che mi chiede di tenere a maggio l'ultimo incontro del percorso formativo che ormai tradizionalmente viene dedicato al tentare di rispondere alla domanda "Che cos'è la politica?". Non posso che esserne lusingato e la cosa mi conferma che in fondo la domanda c'è e qualche spazio si può aprire. Ne parleremo a Trento nell'incontro informale di "Politica è responsabilità" di sabato mattina, "un atto d'amore verso la politica". Che richiede idee, pensiero e buone pratiche. E che dopo un anno di gestazione finalmente a febbraio prende il via. Ma di questo parleremo diffusamente nei prossimi giorni.

 

giovedì, 21 gennaio 2010

Mi ha fatto piacere ricevere l'invito dalla Scuola di formazione politica "Danilo Dolci" di Roma per svolgervi una lezione. Avevo incontrato Silvano Falocco qualche mese fa alla Fortezza da basso nel cuore di Firenze dopo vent'anni, riconoscendo prima la sua voce dietro di me per poi associarla ad un volto, a dispetto degli anni poi non tanto cambiato. Raccontarsi in qualche pillola un pezzo così significativo di vita non è affatto facile, ma è quel che basta per intuire che qualcosa da raccontarsi avrebbe potuto esserci. Ero a Firenze per presentare "Darsi il tempo", avevo con me una copia e gliela ho regalata. Evidentemente la lettura deve averlo stimolato visto che dopo qualche settimana mi ha chiamato per invitarmi a tenere una lezione. Probabilmente pensava al tema della cooperazione, ma alla richiesta di un titolo per il nostro incontro quasi scherzosamente gli ho suggerito "Il criminale che è in ciascuno di noi". Detto, fatto.

E così oggi sono qui, nel quartiere Ostiense, alla libreria "Le storie". Zeppa di gente, forse incuriosita da un argomento così improbabile. Eppure avrei potuto immaginare, per come ricordavo Silvano, che mi avrebbe potuto prendere sul serio. Ma ormai è fatta e sono qui a parlare di una cosa maledettamente seria, senza voler prendersi troppo sul serio. Mentre aspettiamo l'orario di inizio, Silvano mi racconta della scuola, di uno spazio che le persone si sono date "perché non si discute più da nessuna parte". Di un luogo che non vuole essere "della politica", che un po' teme la politica per il suo scadere in un fare privo di pensiero, ma intimamente politico.

Fra i presenti anche qualche volto conosciuto come Enrico Fontana, ma per tutti loro è come aver preso a scatola chiusa, non avendo proprio idea di dove intendo spingermi. Silvano mi aveva scritto che avrei dovuto parlare per mezz'ora o poco più... e che poi sarebbe seguito il dibattito. Mentre scorrono le parole vedo le persone attente, per certi versi stupite della piega che cerco di proporre. Guardo il mio moderatore, non vedo segni d'impazienza: 30, 50, 70, 90 minuti, nessuna interruzione ma nemmeno un bicchier d'acqua. Son tutti lì, è un buon segno. All'applauso che accompagna la fine del mio intervento segue un fuoco di fila di domande, vere, difficili, impegnative. Alcune riguardano come riuscire a fare corrispondere il profilo del pensiero con quello dei luoghi della politica, di qui forse lo stupore. Me la cavo con la metafora che ha accompagnato il mio argomentare: la scelta di abitare il conflitto, la bellezza ed il dolore del "compromettersi". La concreta possibilità di aprire pertugi che diventano porte e anche di più. Il bisogno di proporre sguardi, di ascoltare, di meravigliarsi senza cadere nell'ingenuità. Che pure, in tanto cinismo, ci può anche stare.

Quei pochi libri che mi sono portato non bastano ed in molti mi chiedono di trovare il modo per proseguire la conversazione, di tornare sulle suggestioni proposte. Uno dei presenti mi ringrazia per una cosa piuttosto singolare, quella di aver dato un buon motivo alla sua iscrizione al PD, della quale non era poi tanto convinto. Ma, ad essere sinceri, non è che sia stato molto tenero verso questo partito, che pure mi riguarda. Nell'ascoltare i commenti dei partecipanti, mi viene da riflettere su quanto forte sia la domanda di buona politica, o forse più semplicemente di politica senza aggettivi. Nel senso di strumenti per leggere quel che ogni giorno vediamo nella nostra profonda solitudine.

Un bicchiere di vino e via, a prendere il treno per Orvieto, dove Ali mi aspetta per cena. Mentre scrivo sono in treno, non arriverò a destinazione prima delle 23.00. Ma il piacere di passare una serata come ai vecchi tempi val bene questa ultima fatica.

     

mercoledì, 20 gennaio 2010

La crisi di ruolo del Consiglio regionale si manifesta con il rinvio (definitivo?) del Disegno di Legge di modifica della legge elettorale sui Comuni. Devo dire che per come era iniziato l'iter di questa proposta, l'epilogo appare piuttosto scontato. Se c'era una cosa che si sarebbe dovuta affrontare in una seria riforma elettorale sui Comuni avrebbe dovuto essere quella di togliere di mezzo il sistema maggioritario che ha svilito buona parte della dialettica politica nei piccoli comuni. Ma di questo nella proposta Cogo non c'era traccia. Per il resto, non c'è certo da stracciarsi le vesti che tutto rimanga così com'è.

Sul Trentino appare un'intervista a Sara Ferrari nella quale la consigliera del PD del Trentino chiede all'assessore Dalmaso (anche lei del PD) di fermare la sua proposta di riforma che definisce "pericolosa". In realtà la vera riforma della scuola c'è già, è quella del 2006 in larga misura rimasta inattuata per le resistenze conservatrici presenti tanto nel Palazzo quanto nel mondo della scuola. Dovrebbe essere questo il vero oggetto del contendere, e invece siamo di nuovo fuori tema. La riforma del secondo ciclo, sulla quale il Trentino ha competenze concorrenti, dovrebbe infatti avvenire in un quadro di forte autonomia progettuale, affinché le scelte di taglio del ministro Gelmini avessero in Trentino effetti del tutto marginali. Invece ci è azzuffati sulle ricadute in termini di orari scolastici o sulla proposta del biennio comune, ovvero sul concretizzarsi dell'aumento dell'obbligo scolastico a sedici anni.  O, ancora, sulla soppressione degli istituti professionali, ibridi residuali di un sistema scolastico ancora fortemente classista. Meglio la Gelmini, si dice. Talvolta mi chiedo che cosa ci tenga insieme...

Paghiamo il fatto che il PD (anche in Trentino) si sia costituito più in opposizione con la destra berlusconiana che attraverso un percorso di sintesi di una nuova cultura politica. Di questa realtà il gruppo consiliare rappresenta la fotografia, tant'è che un profilo politico collettivo fatica ad emergere. In questo momento il PD è più uno spazio che altro, e per fortuna che c'è altrimenti saremmo ancora a coltivarci luoghi più che altro ideologici ed autoreferenziali. La scelta di vivere in mare aperto comporta anche questa fatica, spero semplicemente che essa sia fertile, capace di aprire contraddizioni e di mettere in moto processi virtuosi.

Mi metto a preparare gli appunti per la relazione che devo tenere l'indomani a Roma, nell'ambito della scuola di formazione politica intitolata a Danilo Dolci, pensiero eretico del dopoguerra. Il tema ruota attorno al concetto di "banalità del male", al quale un altro pensiero politico, quello di Hannah Arendt, ha cercato di dare cittadinanza. Sostanzialmente invano. 

 

martedì, 19 gennaio 2010

Giornata in Consiglio Regionale. Praticamente inutile, se non per evidenziare che sul Disegno di Legge proposto da Margherita Cogo sull'ordinamento e sull'elezione degli organi dei Comuni non c'è solo l'ostruzionismo di una parte della minoranza ma anche una certa confusione nella maggioranza. A testimonianza che - nella diversità dell'ordinamento politico fra le due provincie di Trento e Bolzano - anche su questo argomento la Regione ha ampiamente fatto il suo tempo.

Come già si è visto nel corso di questo primo anno di legislatura, il Consiglio regionale così com'è ha ben poco da dirsi. Le istanze che emergono nel confronto in aula da un lato riflettono le peculiarità delle due province, dall'altro la difficoltà di rintracciare una trama comune a partire da competenze ormai residuali.

Credo oltre modo che nel corso di questa legislatura sia necessario avviare un'ampia riflessione sul ruolo della Regione, affinché nella seconda parte dell'attuale legislatura si provi a ridisegnarne ruoli e funzioni.

Sui  giornali incombe, a partire da una dichiarazione del capogruppo Upt Giorgio Lunelli e da quella di lunedì di Margherita Cogo, la questione della scuola e della cosiddetta "riforma Dalmaso". Ne parliamo nel gruppo consiliare per prendere atto, anche in questo caso, della grande distanza di posizioni fra noi. Posizioni diverse non sullo specifico della riforma del secondo ciclo, ma nell'impostazione generale, investendo il tema - che ho posto sin dall'inizio di questo confronto - dell'autonomia scolastica. Solo in questo ha ragione Margherita Cogo, quando afferma che la madre di tutte le questioni è l'accordo Pat - Miur del 2004. E' proprio così, con un piccolo particolare e cioè che il progetto della "scuola dell'autonomia" rappresenta, a mio modo di vedere, il profilo politico alto di una proposta riformatrice. Ho continuato a dire in questi mesi che se non si riparte dalla riforma Salvaterra (e fors'anche dalle dimissioni dell'allora assessore all'istruzione nella scorsa legislatura) si fa fatica a comprendere la partita che si sta giocando in questo frangente. Sono i nodi di fondo di quella riforma (l'autonomia scolastica in primis) ad essere in discussione, ma ignari sono in molti continuano a guardare il dito.  Decidiamo di approfondire il tema sabato prossimo, nell'incontro fra il coordinamento e il gruppo consiliare a Folgaria. E che nel frattempo cerchiamo da astenerci da nuove esternazioni. Non servirà granché.

Cerco di utilizzare al meglio il tempo che scorre inesorabilmente, inanellando incontri di varia natura. Di rilievo quello con Franco Giacomoni, fino a qualche tempo fa presidente della SAT. Con lui parliamo dell'impegno sul diritto all'acqua, di approccio verso la montagna, di soccorso alpino. Ci comprendiamo al volo, soprattutto sulla necessità di andare oltre la cultura dell'emergenza. Che sia Franco a pormi il problema di che cosa pensa il PD del Trentino su questi temi, quasi mi emoziona. Prendiamo l'impegno di rivederci a breve.

In Consiglio regionale prosegue la discussione generale. Alla fine il DDL Cogo verrà sospeso. Epilogo naturale di un confronto che non rimarrà certo fra le pagine alte di questa istituzione.

 

lunedì, 18 gennaio 2010

E' il diritto all'acqua il tema di oggi. Ci sarebbe anche dell'altro, per la verità, come ad esempio il regolamento di cui si parla in sede di prima commissione regionale in materia di indennità di Sindaci, Assessori, Presidenti dei Consigli Comunali nonché degli organi di governo delle Comunità di valle. O, ancora, dei gettoni dei Consiglieri. Non mancano le contraddizioni, che vengono raccolte come raccomandazioni alla Giunta, affinché la stesura finale del regolamento ne possa tenere conto.

Nel frattempo mi ha raggiunto al gruppo consiliare Rosario Lembo, il segretario del Contratto mondiale per il diritto all'acqua. Negli ultimi anni Rosario ha fatto del tema dell'acqua una ragione di vita ed oggi è uno dei massimi esperti italiani sul tema. Oggi è alla testa di quel vasto movimento di opposizione che ha preso corpo intorno alla scelta del governo Berlusconi di privatizzare la gestione dell'acqua, considerandola un bisogno come un altro anziché il bene collettivo ed un diritto inalienabile. Ed imponendo, ne abbiamo ampiamente parlato anche in questo blog, che entro il 2011 gli enti locali cedano la gestione ai privati. In Trentino l'autonomia ci mette al riparo, ma fine a quando?

Nel primissimo pomeriggio incontriamo insieme il vicepresidente ed assessore Alberto Pacher per capire come dare attuazione all'ordine del giorno approvato in Consiglio Provinciale durante il dibattito sulla Finanziaria. Propongo in primo luogo che la Provincia si faccia artefice di un'iniziativa verso le regioni italiane e gli enti locali per coordinare le azioni contro la privatizzazione. Vediamo altresì quali possono essere le modalità con le quali in Trentino possiamo evitare possibili incursioni privatistiche sulla gestione della risorsa idrica, sia rispetto ai 199 comuni che gestiscono "in house" la distribuzione dell'acqua, sia verso Dolomiti Energia che ha acquisito il patrimonio prima in capo alle municipalizzate di Trento e Rovereto. Avanziamo l'idea di una sorta di diritto di prelazione nell'ambito dei "patti societari" di DE affinché la quota pubblica non possa essere ridimensionata rispetto all'attuale 61%, ma anche dello scorporo da DE del comparto acqua, portandolo totalmente alla gestione della PAT.

Corro al Consorzio trentino dei Comuni per incontrare il presidente Simoni e definire il calendario di incontri con i Comuni e il territorio delle Comunità di valle che come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani intendiamo promuovere. L'obiettivo che ci diamo è quello di far sì che i temi della pace possano trovare ambiti più ampi di contatto. A febbraio inizierà un tour che nelle intenzioni coinvolgerà Sindaci, consiglieri delegati alla pace, bibliotecari, associazioni di volontariato presenti sul territorio.

Di acqua parliamo anche nella serata dedicata a questo tema nell'ambito della Festa Neve a Folgaria proprio con Rosario Lembo e Alberto Pacher. Vi partecipa anche Stella Bianchi, della segreteria nazionale del PD. Nel mio intervento provo ad associare il tema dell'acqua a quello della pace, o meglio al fatto che l'acqua è diventata nel corso del tempo fattore di conflitto armato e di impoverimento. Porto gli esempi del Danubio, il più grande ecosistema europeo messo a dura prova dal cianuro utilizzato dalla miniera di Aurul per l'estrazione dell'oro, del Mare d'Aral oggi ridotto al 10% della sua tradizionale superficie grazie alla deviazione dei fiumi Amu Darya e Syr Darya per la coltivazione intensiva del cotone, del fiume Giordano e del progressivo impoverimento del mar Morto con l'espropriazione della risorsa idrica dei territori palestinesi. Per non parlare della testimonianza che ci hanno portato nelle scorse settimane i protagonisti della "guerra dell'acqua" a Cochabamba in Bolivia.

L'acqua è dunque un paradosso del nostro tempo, fattore di ricchezza che diviene elemento di impoverimento. Così l'attenzione che vi riponiamo deve essere ben più forte di quel che sin qui vi abbiamo dedicato, in Trentino come altrove. Senza dimenticare che il concetto stesso di bene comune racchiude il paradigma della proprietà collettiva, oltre il mercato ed oltre lo stato. Non proprietà pubblica, bensì di ciascuno.

Voglio dire che non abbiamo a che fare solo con la strategia di controllo dell'acqua da parte delle multinazionali. Si pongono nodi di cultura politica sui quali riscontriamo un profondo ritardo culturale, che investe anche il centro sinistra.

Leggo sulle cronache giornalistiche che il candidato alle primarie pugliesi sostenuto da D'Alema, Francesco Boccia, si esprime per la pubblicità dell'acqua ma per la privatizzazione della sua gestione. Effettivamente che la pioggia non sia di proprietà di qualcuno non occorreva che lo dicesse un esponente del PD. Proprio non ci siamo.

 

venerdì, 15 gennaio 2010

La riunione della Terza Commissione consiliare provinciale occupa l'intera mattinata. Sono previste le audizioni sul disegno di legge Bombarda che propone un pacchetto molto ampio di iniziative per far fronte ai cambiamenti climatici. Una proposta senz'altro condivisibile che rappresenta una sorta di manifesto dei comportamenti virtuosi sul piano della riduzione delle emissioni di CO2, quasi una legge quadro che attraversa diverse discipline salvo poi entrare nel merito di azioni specifiche fin troppo articolate e non so quanto realizzabili in assenza di un diffuso cambiamento di approccio culturale. Insomma, è necessario metterci mano per introdurre una gradualità di obiettivi, ma in ogni caso un contributo importante e utile.

Arrivano le associazioni imprenditoriali, compresa la Federazione delle cooperative, e... apriti cielo. E' la summa dell'ipocrisia. Tutti a dire che effettivamente il tema del clima è cruciale, che il fallimento di Copenhagen corrisponde ad un atto di irresponsabilità dei grandi della terra, eccetera, eccetera. Ma quando poi si tratta di entrare nel merito delle scelte si comincia a dire che quel che può fare una piccola realtà come il Trentino risulta insignificante, che in un quadro di crisi economica non si possono porre limiti allo sviluppo, che se si vieta l'innevamento artificiale a quote inferiori ai 1.300 metri di altitudine va in crisi il settore turistico. Insomma, il nostro sistema di vita non è negoziabile.

Il consumo energetico pro capite descrive questa realtà, nella sua profonda iniquità ed irresponsabilità. In termini di Tep (Tonnellate equivalenti petrolio) il consumo energetico nel mondo è grosso modo così suddiviso: gli Stati Uniti sono a 8 tep pro capite, l'Europa è a 4,2, l'Italia a 2,5 e la Cina a 1,4. Questo significa che l'impronta ecologica (il peso di ognuno di noi sulla terra) non è uguale per tutti. E che dovremmo cominciare a considerare che ognuno deve fare la sua parte per rientrare nel proprio territorio "biologicamente produttivo". Tanto per capirci oggi l'Italia ha un'impronta ecologica quasi doppia (vedi scheda).

L'audizione prende una piega diversa quando sono ascoltate la Sat e le associazioni ambientaliste, evidenziando così una profonda spaccatura dentro la nostra stessa comunità. Nell'audizione dei rappresentanti dell'Università trentina viene messo in rilievo la situazione nella gestione del rifiuto umido che caratterizza la provincia di Trento, ovvero l'assurdità di non dotarsi di un sistema di biodigestori per lo smaltimento del nostro umido.

Viene a fagiolo, visto che il punto successivo all'ordine del giorno della Commissione è esattamente questo, in relazione alla petizione popolare contro la realizzazione del biodigestore di Lasino. Avevo detto più volte che la contrarietà alla localizzazione in località "Predera" avrebbe dovuto corrispondere all'individuazione di un sito alternativo, per evitare di cadere nella logica del "non nel mio giardino". Ma non solo di siti alternativi non ne vengono proposti ma anche sull'altra localizzazione provinciale, quella di Cadino, si è scatenata l'opposizione con tanto di raccolta di firme già consegnate al Consiglio provinciale. Così esprimo il mio disaccordo e questo sarà l'unico voto di astensione. A quanto pare, conta di più rincorrere il consenso che non il farsi carico dei problemi. Questa è la lezione e misuro l'incoerenza anche rispetto al confronto sul DDL sul clima: da una parte si dice che così non va e poi, di fronte alle spinte corporative (siano esse l'acciaieria della Valsugana o la questione "biodigestori"), le si rincorre. Questo modo di pensare la politica non mi piace affatto. La giornata non si ferma qui, ma ne parlerò a parte.

L'impronta ecologica. Scheda (tratta dal sito di WWF Italia)

Impronta ecologica è un termine con cui si indica il determinato "peso" che ognuno di noi ha sulla Terra. L'impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall'intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera.

Il metodo dell'impronta ecologica per misurare l'impatto pro capite sull'ambiente è stato elaborato nella prima metà degli anni '90 dall'ecologo William Rees della British Columbia University e poi approfondito, applicato e largamente diffuso a livello internazionale da un suo allievo, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell'Ecological Footprint Network, il centro più autorevole e riconosciuto a livello internazionale. 
Il metodo dell'impronta ecologica consente di attribuire, sulla base dei dati statistici di ogni paese e delle organizzazioni internazionali, un'impronta ecologica di un certo numero di ettari globali pro capite come consumo di territorio biologicamente produttivo. Il WWF utilizza dal 2000 il metodo di calcolo dell'impronta ecologica nel suo rapporto biennale Living Planet Report, commissionando a Wackernagel e al suo team il calcolo dell'impronta ecologica di tutti i paesi del mondo. Secondo i calcoli più recenti l'impronta ecologica dell'umanità è di 2,2 ettari globali pro capite, mentre quella dell'Italia è di 4,2 ettari.

L'Italia ha un'impronta ecologica (sui dati 2005) di 4.2 ettari globali pro capite con una biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, dimostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettaro globale pro capite. Nella classifica mondiale è al 29° posto, ma in coda rispetto al resto dei paesi europei. E' di tutta evidenza che anche il nostro paese necessita di avviarsi rapidamente su una strada di sostenibilità del proprio sviluppo integrando le politiche economiche con quelle ambientali. Solo tenendo in conto la natura saremo in grado di fornire il giusto valore al nostro "benessere" e di procedere a politiche energetiche, dei trasporti, di uso del territorio capaci di rispettare il nostro straordinario Bel Paese, facendo fruttare al massimo i suoi elementi di qualità.
I paesi con oltre un milione di abitanti con l'impronta ecologica più vasta calcolata su un ettaro globale a persona, sono gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti d'America, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, l'Australia, l'Estonia, la Svezia, la Nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69° posto, ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2%) e il rapido sviluppo economico che la caratterizza giocheranno un ruolo chiave nell'uso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro.
Se tutti gli esseri umani avessero un'impronta ecologica pari a quella degli abitanti dei paesi "sviluppati" non basterebbe l'attuale pianeta per sostenerla: nel 2050 ce ne vorrebbero due di pianeti, se continuerà l'attuale ritmo di consumo di acqua, suolo fertile, risorse forestali, specie animali tra cui le risorse ittiche. Soprattutto nei paesi ricchi, quindi, dovremmo ridurre il nostro peso sull'ambiente e sulle risorse del Pianeta, così da ridurre la nostra impronta ecologica.

 

giovedì, 14 gennaio 2010

Verso le 19.30 esco dalla Biblioteca Civica di Trento dove si è da poco conclusa la conferenza "Nucleare oggi" che abbiamo promosso come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con l'Uspid, l'Unione degli scienziati per il disarmo. L'ultimo segmento di una lunga e proficua giornata di confronto sul tema del nucleare e per questo Luisa, che al Forum ci lavora, mi augura buona serata immaginando che gli impegni della giornata si siano conclusi. Ma così non è. Alle 20.45 inizia "Trentino in diretta" dedicata alla questione che la Lega Nord ha irresponsabilmente sollevato circa la religione di appartenenza degli addetti alle pulizie nella sede del loro gruppo consiliare. Interrogazione giustamente giudicata irricevibile da parte del presidente del Consiglio Giovanni Kessler, ma che ha sollevato l'indignazione di molti e un polverone mediatico persino nazionale.

All'inizio volevo sottrarmi all'invito a partecipare alla diretta televisiva proprio per evitare di dare il mio contributo a questa volgarità, ma queste uscite della Lega altro non fanno che mettere in luce quel che cova nel profondo della nostra comunità o comunque in una parte - non so quanto marginale - di essa. Legittimando, certo, idee e comportamenti estranei al vivere civile ma che non dobbiamo far finta di non vedere. Tant'è che nel corso di un'ora e mezza di trasmissione fioccano le telefonate degli ascoltatori e molte di queste sono di persone che  rincarano la dose. Abitare il conflitto, no? E allora eccomi qui, con il senatore leghista Divina, con Aboulkheir Breigheche, presidente della Comunità islamica del trentino Alto Adige, con il nuovo direttore di Vita Trentina Marco Zeni ed il presidente della Povocoop81 dove la signora di religione islamica presa a pretesto dalla Lega lavora.

Mi rifiuto di pensare che il Trentino sia questo, così come - e lo abbiamo documentato anche su questo blog - Rosarno non è la Calabria. Ma sicuramente è "anche" questo e dunque la cosa è maledettamente seria e pericolosa. Ci saranno senz'altro telefonate pilotate dai leghisti, ma fra quelli che si prendono la briga di telefonare ci sono anche molte persone semplicemente accecate dal pregiudizio e dall'ignoranza. Devo trattenermi dalla voglia di inveire contro questi irresponsabili che giocano con il fuoco, cercando di mantenere la calma e di invitare chi ascolta a prendere in considerazione che questi nuovi cittadini oggi portano al Trentino un contributo decisivo, a cominciare dall'economia locale. Che la cultura islamica non è un corpo estraneo ma parte integrante dell'identità europea. E che le guerre di religione nel corso della storia hanno prodotto solo tragedie.

Il fatto è che la Lega ha scelto di usare proprio i simboli religiosi nell'ergersi a paladina di una battaglia contro l'islam, facendo leva sul sentire più remoto e su vicende storiche mai elaborate a partire dalla frattura fra oriente e occidente. Quanto è importante studiare Fernand Braudel e quell'affresco straordinario che è rappresentato dal suo principale lavoro "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II", quel passaggio di tempo che va dal XV al XVI secolo che vide la cacciata degli ebrei e dei mori dalla Spagna, la conquista delle Americhe, la battaglia di Lepanto contro il dominio ottomano sul Mediterraneo.

La Lega è l'interprete di quella frattura mai sanata e non è casuale che i simboli che vengono agitati siano le moschee, il crocefisso obbligatorio nei locali pubblici, il presepe portato nelle scuole elementari e negli asili... ed ora questa cosa di discriminare i lavoratori a partire dal loro credo religioso. Divina dice che non è il caso di far troppo rumore su questa cosa, ma è il classico nascondere la mano dopo aver gettato il sasso, un doppio binario che alimenta paure, disinformazione, odio.

Mi chiedo dove finiremo. Occorre davvero un serio lavoro di formazione e di educazione permanente, perché in un mondo che cambia così profondamente è necessario attrezzarsi, avere a disposizione strumenti ed opportunità di conoscenza.

Si potrebbe dire la stessa cosa sul nucleare. In questi anni abbiamo dato troppe cose per scontate, ad esempio l'aver chiuso con la scelta nucleare, senza mai interrogarsi sulla dipendenza dal petrolio, sulle fonti energetiche alternative o, più in generale, sulla cultura del limite.

Di questo si è parlato nell'incontro pomeridiano alla Sala degli affreschi. Con Mirco Elena, anima di Isodarco (la scuola internazionale sulla ricerca e sul disarmo), giunto alla sua XXIII edizione, con Matthew Evangelista, direttore del Dipartimento studi governativi della Cornell University di New York, e con Nadia Arbatova, direttrice del Dipartimento Studi Politici Europei e della Fondazione per l'Integrazione Europea di Mosca. Una sala affollata che s'interroga sulla scelta nuclearista del governo Berlusconi, sulla sicurezza della tecnologia nucleare, sul legame fra nucleare civile e nucleare militare, senza dimenticare che il nucleare ha continuato ad incombere sul territorio italiano anche in questi ani, con le barre di uranio della centrale di Caorso che dovevano essere mantenute in sicurezza in assenza di un luogo di stoccaggio, con gli oltre novanta ordigni nucleari custoditi nelle basi "extraterritoriali" di Aviano e di Ghedi. Di tutto questo stanno parlando ad Andalo quasi cento studiosi provenienti da tutto il mondo ed anche in questo, provo a dire nell'introdurre l'incontro alla Biblioteca civica, il Trentino segna la propria diversità.

Ma sarà così? Non è che mentre facciamo un sacco di cose di qualità sta crescendo intorno a noi un mostro di cui nemmeno ci accorgiamo? Non è che coltiviamo le nostre autoreferenzialità, mentre l'imbarbarimento si insinua e i luoghi che pure sono stati l'antidoto allo spaesamento non sono capaci di rinnovarsi ed esprimere una classe dirigente all'altezza della complessità? E' con queste domande che a tarda sera prendo la strada di casa.

 

mercoledì, 13 gennaio 2010

Sono quelle di ieri e di oggi giornate di incontri di lavoro, conversazioni, scambi di idee.

Vedo Mario Raffaelli, parliamo del Corno d'Africa (nel quale lui è impegnato da anni con uno specifico mandato da parte del Ministero degli Affari Esteri italiano) e di altre aree regionali. E' interessante rilevare come alcuni aspetti cruciali della post modernità, ad esempio quella che vado definendo da tempo come tendenza al "neofeudalesimo", ritorni nelle sue analisi sulla Somalia. Parliamo anche di quel che accade in Italia e in Trentino, dell'Alleanza per l'Italia e del PD e anche su questo c'è molta sintonia. Gli propongo di partecipare al progetto "Politica è responsabilità" e la sua risposta è immediata e favorevole.

In questi giorni ho sentito anche altre persone, con percorsi e sensibilità piuttosto diverse come Giuliano Beltrami o Maria Luisa Martini, ed in tutti ho trovato un grande interesse e disponibilità, quasi stupore che dall'interno della politica vengano proposte come quella a cui stiamo lavorando.

Vedo Emiliano Bertoldi il quale mi espone il tema degli alloggi per stranieri e di un regolamento che nei fatti ne impedisce il pieno accesso. Tema alquanto delicato che affronterò al più presto con il gruppo consiliare.

Incontro il coordinamento del Progetto Prijedor in vista dell'assemblea di venerdì prossimo nella quale si deciderà un po' il futuro dell'associazione, oggi ad un bivio dopo quasi quattordici anni di lavoro e di sperimentazione originale sul piano della cooperazione.

Altro incontro sui temi dell'Europa balcanica è quello del gruppo di lavoro per il programma "Seenet 2" promosso dalla Regione Toscana ma che vede coinvolte complessivamente ben sette regioni italiane (e diversi organismi di ricerca nazionali fra i quali l'Anci e l'Osservatorio Balcani e Caucaso) in un vasto programma di cooperazione sullo sviluppo locale ed il turismo responsabile nella regione.

Vedo Erica Mondini ed il gruppo operativo del Forum per la Pace e i Diritti Umani: un canovaccio fitto fitto di cose da fare e che andremo a proporre alla prossima riunione del Consiglio del Forum prevista a metà febbraio. Ma anche cose già decise da rendere operative: il nuovo sito web con un'impronta alquanto innovativa, il progetto del Cafe de la Paix la cui realizzazione inizia ad entrare nel vivo dopo che l'Itea (che metterà a disposizione il luogo dove verrà realizzato) ha definitivamente deciso di accogliere la nostra proposta, la gestione della nuova sede del Forum in Galleria Garbari a Trento quale spazio (e servizi) a disposizione delle associazioni che vi aderiscono, il percorso che ci porterà alla marcia Perugia Assisi, e - su tutte - la proposta del focus annuale del Forum che segnerà nei prossimi mesi il nostro lavoro.

Con il vicepresidente Alberto Pacher ho un lungo elenco di questioni da affrontare su vari argomenti che rientrano nelle sue competenze di assessore ai lavori pubblici, all'ambiente e alla mobilità. Mozioni approvate da attuare, interrogazioni che non hanno ancora trovato risposta, il tema della privatizzazione dell'acqua di cui discuteremo alla Festa Neve lunedì prossimo e l'attuazione degli impegni assunti nell'ordine del giorno approvato in Finanziaria. In particolare propongo al vicepresidente di farsi carico di un'iniziativa presso le regioni italiane che si sono già espresse contro la privatizzazione per attivare un meccanismo referendario o altre iniziative di contrasto al provvedimento approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso.

Accanto ad altri incontri, riprende anche l'attività consiliare. Questa settimana si riuniscono diverse commissioni legislative, oggi era la volta della seconda, venerdì della terza, alle quali devo partecipare come componente o in supplenza di consiglieri del nostro gruppo assenti.

In questi giorni sono impegnati in Trentino decine di scienziati provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Andalo dove si svolge l'annuale incontro di Isodarco. Iniziativa che viene all'indomani della scelta del governo italiano di ritornare al nucleare. Di questo si discuterà con alcuni di loro nell'incontro previsto alla Sala degli Affreschi (Biblioteca Civica) giovedì alle ore 17.00. Mentre preparo qualche appunto per l'incontro di domani mi chiama il giornalista Paolo Mantovan per chiedermi di partecipare al forum di RTTR che sempre domani sera sarà dedicato alla polemica avviata dalla Lega contro la presenza di lavoratori stranieri nel servizio di pulizia degli uffici consiliari. Si sovrappone ad altri impegni, ma non posso sottrarmi. In fondo Rosarno non è poi così lontana.

 

lunedì, 11 gennaio 2010

Durante il mattino mi chiama Ali Rashid. Quando ci siamo salutati a Gerusalemme lui aveva un appuntamento alla Knesset, il Parlamento Israeliano, con il rappresentante della comunità araba d'Israele. Paradossalmente la Knesset è forse l'unico luogo politico di dialogo di una comunità altrimenti divisa su tutto. Un dialogo difficile, condizionato dal fatto che il diritto di cittadinanza non è in quel paese uguale per tutti (chi non svolge servizio militare ha meno diritti), ma pur tuttavia si tratta della massima istituzione nella quale è presente anche la componente palestinese, in rappresentanza di territori come la Galilea e alcune città come Gerusalemme dove sono rimaste popolazioni arabe (circa un milione di persone).

Negli incontri avuti Ali ha raccontato dei nostri progetti e di un approccio diverso alla cooperazione che valorizzi i territori, i saperi locali, la storia. Mi dice che oggi l'hanno chiamato da Ramallah per confermargli nello specifico che sono molto interessati alla nostra proposta e, più in generale, ad un approccio sulla cooperazione che va oltre l'aiuto. E poi un'altra cosa, che a me sta ancora più a cuore. E cioè che di una figura di cultura e di esperienza come lui hanno ancora bisogno. Non vi nascondo l'emozione. Ali in questi anni ha spesso pagato - nelle vicende interne all'autorità palestinese - la sua grande autonomia di pensiero.

Rimaniamo che butto giù un'agenda di lavoro e ci accordiamo di vederci a breve a Milano anche con Moni Ovadia, con il quale è nato un sodalizio importante. Chiamo il presidente Dellai e l'assessore Giovanazzi Beltrami per fissare con loro degli appuntamenti a breve. Devo capire quanto la comunità trentina ha voglia di mettersi in gioco in un progetto di grande rilievo culturale prima ancora che di sviluppo locale. Il primo è partito per Roma, lo sentirò sul cellulare. Lia invece non risponde ma dopo qualche minuto mi invia un sms in cui mi dice di essere in ospedale perché operano sua figlia dodicenne. Eravamo lo stesso giorno in Palestina, dovevamo vederci, ma lei era dovuta rientrare d'urgenza. Ora speriamo che tutto si metta per il meglio.

Sento anche Michele Rumiz che da un paio d'anni lavora a Slow Food. La Palestina e i Balcani, terre d'incontro e di scontro, come dice Predrag Matvejevic, "spazi che producono più storia di quanta ne possano consumare". Aree sulle quali stiamo lavorando in vista dell'edizione 2010 di "Terra madre", l'incontro mondiale delle comunità del cibo previsto a Torino nel prossimo autunno. Sono contento che Michele stia lavorando su queste cose, me ne sento un po' responsabile se penso che qualche anno fa mi venne a trovare per avere qualche consiglio sulla sua tesi di laurea dedicata al tema del turismo responsabile. Stiamo lavorando da qualche mese (credo di averlo già annotato in questi appunti) su un ipotesi di viaggio lungo i sapori del Danubio da realizzarsi nel 2011 ed ora la collaborazione sulla Palestina. Ne dovrebbe nascere un "presidio": si chiama "akoub". Andate a cercarlo su qualche motore di ricerca.

Ci vediamo con il comitato promotore di "Politica è responsabilità". Siamo ormai alla definizione dei dettagli e fissiamo il 23 gennaio (ore 11.00 alla Sosat, con ogni probabilità) la data dell'incontro dei "direttori responsabili" per quindici giorni, ognuno chiamato a portare una sua tesi di una cartella e a discuterla con i lettori del nuovo portale. Insomma, dal primo di febbraio si parte. Vorrebbe essere un contributo alla buona politica. Speriamo di riuscirci.

 

sabato, 9 gennaio 2010

Dopo giorni di grande intensità e di clima dolcissimo, l'aria ed i colori del Trentino sembrano ancora più freddi. L'agenda di questi giorni non è particolarmente intensa, qualche incontro, un sopralluogo al Passaggio Teatro Osele per il progetto "Cafe de la Paix" che finalmente inizia a decollare, la riunione dei tavoli di cooperazione con i Balcani, il riordino delle carte e delle idee per la ripresa dell'attività (se così si può dire quando in realtà non la si è mai interrotta). Mi accorgo, girando in centro città a Trento, che il "Diario alla Palestina" è stato letto da molte persone che quasi si stupiscono del mio essere già qui dopo avermi pensato a Ramallah o Nazareth.

Oggi è sabato e ho il primo impegno vero, una mattinata di conversazione con i volontari dell'Operazione Colomba sui temi della pace, della mondialità, della cooperazione internazionale. Ormai si tratta di un appuntamento annuale e quando ho chiesto all'amico Fabrizio Bettini (che da qualche anno organizza questo percorso formativo) se avrei dovuto attenermi ad un argomento in particolare, mi ha risposto "mi fido di te, fai quel che credi".

Con un mandato così ampio mi preparo un po' di appunti, vent'otto cartelle per l'esattezza così da spaziare in lungo e in largo sui temi del nostro tempo. Ma quando di buon mattino faccio mente locale sulla mattinata, cambio idea, metto da parte gli appunti della sera prima e butto giù una sola stringata cartella. Sarà il recente viaggio in Palestina il canovaccio per affrontare i paradigmi del presente: la terra come risposta all'economia virtuale, l'unicità dei territori come risposta alla globalizzazione, la critica dell'umanitario come leva per valorizzare la ricchezza locale, l'interrogarsi sull'autodeterminazione per uscire dal secolo degli stati nazionali, il Mediterraneo e l'Europa come chiavi per individuare uno sbocco politico ad una situazione paralizzata, le molte identità euromediterranee come risposta allo scontro di civiltà, l'elaborazione del conflitto come passaggio fondamentale per la riconciliazione...

Nel mio argomentare, temo di dare troppe cose per scontate e di non riuscire a farmi seguire, ma al contrario vedo le giovani persone che mi ascoltano reagire con puntualità e intelligenza. Così, dalle nove e un quarto alle tredici e qualcosa, il tempo vola, non vedo nessuno distratto e gli interventi sono fittissimi. Dopo quasi quattro ore di parole Fabrizio ci richiama al buon senso, ma avverto che ci sarebbero ancora domande da rivolgere o cose da approfondire: qualcuno mi chiede un indirizzo di posta elettronica, qualcuno si annota la bibliografia che ho portato, altri - incuriositi - acquistano "Darsi il tempo" chiedendomi anche qualche parola di dedica. Sfuggire alla retorica, in questi casi, consiglierebbe di scrivere "con amicizia", qual che mi viene dopo una mattinata intensa di lavoro quel che mi passa per la testa è "semplicemente" la necessità di trasmettere esperienze e saperi affinché la storia non ricominci sempre da capo.

Una bella mattinata.

 

giovedì, 7 gennaio 2010

Sono molte le immagini che porto a casa da questo breve viaggio in Palestina. Alcune sono state raccontate in questo "diario" che oggi si conclude. Altre rimangono dentro. Non so se sono riuscito a trasmettere con le parole quello che ho provato a Gerusalemme, Aboud, Beit Jalla, Ramallah, Cana, Nazareth... nel raccontare non tanto della miseria e delle ferite profonde, ma delle cose belle dalle quali è possibile ripartire.

Non sono andato in Palestina con l'intento di portare solidarietà o aiuti. Nella striscia di Gaza, dove non siamo riusciti ad entrare, l'emergenza richiede interventi urgenti e la Provincia autonoma di Trento si sta movendo proprio in questa direzione. Sono tornato qui, dopo esserci venuto poche settimane fa portandomi via l'angoscia del filo spinato e dei muri, per cercare di capire un po' di più, individuare interlocutori credibili, consolidare buone relazioni e costruirne di nuove.

Nel libro "Darsi il tempo" ho definito la relazione come la vera chiave per una cooperazione internazionale diversa, rispettosa e sostenibile. Negli incontri realizzati, tanto nel ministero dell'agricoltura come nella casa dell'amico Tareq, abbiamo raccolto sensazioni e domande, senza la pretesa di avere risposte che infatti sono tutte da costruire. Così facendo si sono aperte molte finestre, speriamo che facciano entrare aria buona.

Più che parlare di dialogo e di pace, ci siamo confrontati sulla terra e sui suoi prodotti, sull'acqua e sulle biodiversità. Abbiamo discusso delle radici comuni, della cultura e dei saperi, della storia e delle sue diverse narrazioni. Non di nuovi confini, quelli che ci sono già sono troppi ed insopportabili, né di nuovi Stati che quei confini (e quei muri) non fanno altro che legittimare.

E così facendo abbiamo posto la necessità di una diversa agenda della pace. Di cui parleremo a Trento, a fine marzo, in una tre giorni che proverà non a cercare torti e ragioni di un conflitto violento, sordo e senza fine, ma il bandolo di una matassa talmente intricata da richiedere di essere presa in mano con la delicatezza e la fantasia necessarie.

 

mercoledì, 6 gennaio 2010

La Galilea in questa stagione, a dispetto dell'inverno, è verde come non mai. Un verde che assume diverse tonalità: quello intenso dei prati o dei campi di grano, quello argenteo degli olivi, quello macchiato di rosso dei fichi d'india maturi, quello che sa di mare delle macchie di leccio e quello improbabile dei pini che nascondono storie dolorose di villaggi distrutti. Come a Safuria, nei pressi di Nazareth, dove visitiamo quel che rimane del vecchio cimitero, ultima testimonianza degli "assenti" che un tempo non tanto remoto abitavano quel luogo, ora kibbutz.

Qui siamo nello stato di Israele. In Galilea la popolazione araba e quella israeliana - almeno sulla carta - convivono, ma la convivenza non c'è. I palestinesi nelle vecchie case delle città o nei villaggi rurali, gli israeliani nelle città nuove e moderne sorte nelle vicinanze. Società separate, che a mala pena si tollerano, chiuse ciascuna nella propria verità. Non c'è contaminazione, ma solo storie e narrazioni separate. E un rancore cupo, profondo, che il tempo non sembra affatto attenuare.

Nemmeno le istituzioni locali sono comuni. Tranne qualche rara eccezione, come nella città di Haifa. Ma a Nazareth c'è il municipio arabo e, totalmente separato, quello di Illit, l'altra Nazareth fatta di palazzi di venti piani. Le scuole sono separate, così le forme di organizzazione sociale, o le istituzioni della sicurezza (nel senso che polizia ed esercito sono rigidamente israeliani). Può sembrare strano, ma con la fine del comunismo sono scomparse anche le pochissime famiglie miste, quando l'ideologia era più forte dell'appartenenza nazionale o religiosa.

Incontriamo Ramiz Jaraisy, che di Nazareth è il sindaco. Avvertiamo tensione, in queste ore ci sono state aggressioni contro gli abitanti di un piccolo villaggio arabo e il sindaco stesso non più tardi di due mesi fa è stato oggetto di un attentato presso la sua abitazione, per lui senza conseguenze ma non per altri che lo accompagnavano. Entriamo nel vivo della nostra conversazione, ovvero l'idea di riconciliare quella terra con la vite. Progetto che lui conosce e condivide, il vino di Cana. Sapremo mettere insieme la loro storia e le nostre competenze?

Nel succedersi degli incontri, avvertiamo come qui, a dispetto della natura, tutto sia maledettamente difficile. Ripartire dalla "cultura terranea", ci diceva qualche mese fa Giuseppe De Rita di fronte ad un'economia ridotta ad un enorme casinò. Chissà se fra qualche tempo la terra di Galilea si arricchirà anche del verde antico della vite?

da Nazareth, 6 gennaio 2009

 

martedì, 5 gennaio 2010

Ismail Daiq è un stato fino a due anni fa docente dell'Università di Agraria di Gerusalemme. Oggi è ministro dell'Agricoltura dell'Autorità Nazionale Palestinese. Lo incontriamo presso la sede del ministero, a Ramallah. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, iniziamo l'incontro parlando di Mediterraneo e delle giare, antiche di cinquemila anni, ritrovate in Sicilia e che venivano da Gaza in Palestina. Insomma, della storia di  popoli apparentemente così lontani e che invece hanno in comune saperi tramandati lungo le navigazioni, i mercati, le culture religiose. E di Europa, che nella mitologia è figlia di Agenore, re di Fenicia, l'attuale Libano.

La storia ci introduce all'argomento di cui vogliamo parlare, la valorizzazione delle produzioni locali di qualità. E di come le nostre comunità possono dialogare e conoscersi nello scambio di esperienze e nel mettere a disposizione gli uni degli altri le proprie competenze. Devo dire che non fatichiamo a capirci, perché troviamo il professor Daiq sulla nostra lunghezza d'onda. Tanto è vero che qualche mese fa ha avviato come Ministero la realizzazione di una "banca delle sementi", per far sì che le specie autoctone possano essere salvaguardate dall'omologazione ma soprattutto dalla concentrazione in poche mani della ricerca genetica sulle specie vegetali, con l'effetto di creare impoverimento, perdita di biodiversità e dipendenza.

Non avrei immaginato di poter raccontare della legge provinciale sulle filiere corte approvata pochi mesi fa dal nostro Consiglio provinciale e di ritrovare, proprio qui in Palestina, non solo uno straordinario interesse ma anche un analogo provvedimento legislativo per quanto riguarda l'utilizzo de prodotti locali nelle mense pubbliche. Perché il problema è che oggi gran parte del consumo interno di prodotti alimentari (figuriamoci sul resto) viene dall'importazione.

Filiere corte non vuol dire autarchia. E quindi non tralasciamo nemmeno il confronto sui prodotti di qualità che potrebbero trovare uno sbocco di mercato in altri paesi e che costituiscono altrettanti simboli della cultura locale, dal cus cus ai datteri, dall'olio (non è questo il paese dell'ulivo?) al melograno. E, quanto a "genius loci", la terrasanta non è davvero seconda a nessuno.

Comunità che s'incontrano, non per parlare di aiuti, ma per confrontarsi e capire che cosa ciascuno può apprendere dall'altro. In paesi ricchi, quand'anche impoveriti. E' questo il senso del nostro essere qui.

da Ramallah, 5 gennaio 2009

 

lunedì, 4 gennaio 2010

Siamo in Palestina, questo è certo. Anche se la Palestina è oggi più un concetto storico e geografico che altro.  In realtà si fatica a capire se si è nello Stato di Israele oppure nei territori dell'Autorità Nazionale Palestinese, non solo per la labilità dei confini ma anche perché gli stessi territori si dividono in zone (A, B, C) dove il grado di autogoverno e di sovranità cambia radicalmente. Non è, come ben presto ci accorgeremo, solo una questione nominale. Cambia la certezza del diritto, se così si può dire.

Lo vediamo ad Aboud, prima tappa della nostra visita. Una piccola cittadina non lontana da Ramallah, ma fino a non molti anni fa ben più importante. Basta visitarne l'area archeologica per capirlo. Là dove un tempo si ricavavano le pietre per le case, si scorgono in mezzo agli olivi (ma senza alcuna indicazione) antichissime tombe romane, realizzate nella roccia e, al di là dell'incuria, ancora ben conservate. Chiedo perché non si propone un progetto di recupero e valorizzazione e Ibrahim che ci accompagna mi risponde che loro nulla possono perché i beni archeologici sfuggono ad ogni suddivisione amministrativa, essendo a totale discrezione del governo israeliano. Colpiscono i simboli scolpiti nella pietra ma una cosa in particolare, il grappolo d'uva. Segno di un genius loci che la storia recente ha praticamente cancellato.

Qualcuno però non si rassegna. E così, accanto ad antichissimi ulivi, una cooperativa di giovani ha deciso di coltivare la vite. Piccoli appezzamenti, qualche ettaro in tutto, ma sono pieni di buona volontà e di determinazione. Non è facile perché, mi dicono, quella è zona "C" e infatti, poco distante, stagliano verso il cielo le torrette militari con la stella di Davide. Difficile investire in un luogo dove da un momento all'altro le ruspe possono spazzare via il lavoro di anni, ma loro ci provano. Enzo, che nel campo della vite è un'autorità, dà a questi giovani agricoltori qualche consiglio sulla potatura e subito nasce un confronto serrato. E' la conoscenza il terreno su cui vale la pena di investire.

Da Aboud, Palestina, 4 gennaio 2010

 

domenica, 3 gennaio 2010

Quando dovevano descrivere un luogo baciato dalla natura, i contadini di un tempo lo chiamavano "Palestina". E ancor oggi in alcune zone della Valle dei Laghi così vengono chiamati quegli appezzamenti di terra che danno frutti speciali come l'uva nosiola per il vino santo, per esempio.

Oggi ne comprendo la ragione prima solo intuita. Nonostante sia il 3 gennaio, qui a Gerusalemme c'è un tiepido sole e la terra dà "ogni ben di dio". Il succo dei melograni, il sapore dei mandarini, i datteri che sono altra cosa da quel che noi conosciamo, i profumi e la fragranza delle verdure nei mercati, come l'immancabile mentuccia nel the che ci viene servito con le sfoglie fatte a mano da Zalatimo nella città vecchia, ti raccontano di una terra speciale, al di là di ogni "promessa".

Quell'eccesso di storia, paradossalmente, l'ha messa in ginocchio e non la fa sorridere. Riempiendola di filo spinato, mura di cemento armato lunghe centinaia di chilometri, confini assurdi ed angoscianti in un luogo che dovrebbe essere simbolo di pace e di speranza per il mondo intero.

Sono a Gerusalemme per una visita che mi porterà nei prossimi giorni a Betlemme e Beit Jala (dove il Trentino sta sviluppando un programma di cooperazione fra comunità), a Cana (in Galilea), ad Aboud e a Ramallah per parlare di diritto all'acqua, di agricoltura e della valorizzazione dei prodotti di questa terra oggi alle prese con un contesto di progressivo impoverimento e con un'economia che rischia di soccombere sotto il peso non solo della militarizzazione del territorio ma anche della globalizzazione.

Parleremo dell'acqua, uno dei simboli del conflitto israelo-palestinese, in vista di una Carovana internazionale che il "Contratto mondiale per il diritto all'acqua" promuoverà proprio qui in Terrasanta nei prossimi mesi. Parleremo di cose uniche come l'akoub, una specie di cardo selvatico dal sapore simile al carciofo che qui si raccoglie per farne dei piatti speciali e che Slow Food vorrebbe farne un presidio locale e internazionale. E di vino, nel verificare la possibilità di dar corpo ad un'idea che con l'amico Ali Rashid coltiviamo da tempo di riavviare la produzione dell'uva e del vino di Cana, quello biblico delle nozze che, col tempo e con il prevalere del fondamentalismo religioso, è andato perdendosi.

Sono questi altrettanti tratti di un'idea di sviluppo locale fondato proprio sull'unicità dei prodotti di un territorio e sull'identità che ne viene in un tempo dove tutto è omologato, includendo le culture materiali, i saperi e le tradizioni che si sono trasmesse da generazione a generazione, favorendo così la permanenza degli abitanti nelle loro terre.

Ed è anche la convinzione che la pace si possa affermare costruendo contesti favorevoli al dialogo, in grado di prevenire la degenerazione violenta dei conflitti. Contesti che da soli, certo, non sono sufficienti perché la pace passa in primo luogo attraverso percorsi di riconciliazione complessi e dolorosi, ma che possono aiutare perché nelle condizioni materiali si gioca la possibilità di guardare al futuro con meno angoscia e rancore.

Mentre scrivo questa nota per il "Trentino" vedo i colori del tramonto su questa città straordinaria e mi chiedo se saremo in grado di poter venire qui fra qualche anno solo per il piacere di visitarne i vicoli della città vecchia e di trovare nello sguardo dei vecchi seduti nei loro piccoli bazar quel po' di pace che oggi non c'è.

Gerusalemme, 3 gennaio 2010

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venerdì, 1 gennaio 2010

Neanche il tempo di mettere un po' in ordine nel trambusto del cenone e di prendersi qualche ora di sonno che diamo inizio alle danze. Voglio dire che già il mattino del 1 gennaio mi fa capire che anche il 2010 nasce sotto il segno della frenesia.

Per prima cosa finisco di sistemare la "Lettera agli amici", il secondo rapporto periodico sull'attività di consigliere provinciale rivolto alle persone che mi hanno dato il loro sostegno nella campagna elettorale di un anno fa e a quanti ne facciano richiesta. Un modo per "dare conto" agli elettori e per ricevere osservazioni, proposte, idee, critiche...  attraverso nove cartelle che spaziano sui temi che più mi hanno impegnato in questo secondo semestre e che provano a delineare un profilo politico del mio lavoro. Ed anche per inviare a tutti i lettori l'augurio di un anno sereno, proficuo e ricco di nuove esperienze.

Verso le 11.30 sono alla Casa di riposo di via Borsieri a Trento, dove ci attende un momento di attenzione verso le persone anziane che vi soggiornano, consumando insieme a loro il pranzo del primo giorno dell'anno. Una modalità di iniziare l'anno nuovo in un luogo simbolico della condizione umana che abbiamo inaugurato come gruppo consiliare del PD del Trentino già lo scorso anno alla Casa della giovane. Gli ospiti ci accolgono con calore, ci mettiamo seduti con loro ed è l'occasione per farci raccontare della loro vita e dei loro ricordi. Penso tra me come sia disumano mettere i vecchi in un angolo, questa forma di rottamazione in un mondo che di basa solo sull'efficienza delle persone. Dov'è finita la vecchia cara famiglia allargata dove c'era un posto d'onore (e di tenerezza) per la persona anziana?

Il tempo di fare un salto a casa per rimettere in ordine le cose dell'anno che se ne è andato e torno in città dove è prevista la tradizionale marcia per la pace promossa dalla Commissione diocesana Giustizia e Pace. Voglio esserci, anche se l'impronta che si dà a questo momento è fortemente caratterizzata in senso religioso. Perché il tema del "creato" è oggi più che mai centrale, perché vorrei che la pace non conoscesse barriere ideologiche, perché la mia vita testimonia dell'apertura verso le altre culture, anche se a volte avrei il desiderio di una qualche forma di reciprocità. Partecipo alla parte "laica" della marcia, augurandomi in cuor mio per il futuro una maggiore attenzione affinché l'appuntamento del primo gennaio diventi un incontro di tutti e non solo di qualcuno.

Ritorno sui miei passi. Faccio mente locale su quel che devo portarmi in viaggio, documenti e quant'altro mi servirà negli incontri dei prossimi giorni. Poche ore di sonno e alle 3 in punto del mattino, suona la sveglia. L'anno inizia in quel luogo del mondo così carico di storia da costituirne la tragedia, la Palestina.