«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Oggi ne comprendo la ragione prima solo intuita. Nonostante sia il 3 gennaio, qui a Gerusalemme c'è un tiepido sole e la terra dà "ogni ben di dio". Il succo dei melograni, il sapore dei mandarini, i datteri che sono altra cosa da quel che noi conosciamo, i profumi e la fragranza delle verdure nei mercati, come l'immancabile mentuccia nel the che ci viene servito con le sfoglie fatte a mano da Zalatimo nella città vecchia, ti raccontano di una terra speciale, al di là di ogni "promessa".
Quell'eccesso di storia, paradossalmente, l'ha messa in ginocchio e non la fa sorridere. Riempiendola di filo spinato, mura di cemento armato lunghe centinaia di chilometri, confini assurdi ed angoscianti in un luogo che dovrebbe essere simbolo di pace e di speranza per il mondo intero.
Sono a Gerusalemme per una visita che mi porterà nei prossimi giorni a Betlemme e Beit Jala (dove il Trentino sta sviluppando un programma di cooperazione fra comunità), a Cana (in Galilea), ad Aboud e a Ramallah per parlare di diritto all'acqua, di agricoltura e della valorizzazione dei prodotti di questa terra oggi alle prese con un contesto di progressivo impoverimento e con un'economia che rischia di soccombere sotto il peso non solo della militarizzazione del territorio ma anche della globalizzazione.
Parleremo dell'acqua, uno dei simboli del conflitto israelo-palestinese, in vista di una Carovana internazionale che il "Contratto mondiale per il diritto all'acqua" promuoverà proprio qui in Terrasanta nei prossimi mesi. Parleremo di cose uniche come l'akoub, una specie di cardo selvatico dal sapore simile al carciofo che qui si raccoglie per farne dei piatti speciali e che Slow Food vorrebbe farne un presidio locale e internazionale. E di vino, nel verificare la possibilità di dar corpo ad un'idea che con l'amico Ali Rashid coltiviamo da tempo di riavviare la produzione dell'uva e del vino di Cana, quello biblico delle nozze che, col tempo e con il prevalere del fondamentalismo religioso, è andato perdendosi.
Sono questi altrettanti tratti di un'idea di sviluppo locale fondato proprio sull'unicità dei prodotti di un territorio e sull'identità che ne viene in un tempo dove tutto è omologato, includendo le culture materiali, i saperi e le tradizioni che si sono trasmesse da generazione a generazione, favorendo così la permanenza degli abitanti nelle loro terre.
Ed è anche la convinzione che la pace si possa affermare costruendo contesti favorevoli al dialogo, in grado di prevenire la degenerazione violenta dei conflitti. Contesti che da soli, certo, non sono sufficienti perché la pace passa in primo luogo attraverso percorsi di riconciliazione complessi e dolorosi, ma che possono aiutare perché nelle condizioni materiali si gioca la possibilità di guardare al futuro con meno angoscia e rancore.
Mentre scrivo questa nota per il "Trentino" vedo i colori del tramonto su questa città straordinaria e mi chiedo se saremo in grado di poter venire qui fra qualche anno solo per il piacere di visitarne i vicoli della città vecchia e di trovare nello sguardo dei vecchi seduti nei loro piccoli bazar quel po' di pace che oggi non c'è.
Gerusalemme, 3 gennaio 2010
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