«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Come avviene sempre più frequentemente di questi tempi, l'immaginario delle persone tende ad essere in bianco e nero. Da una parte il biologico e dall'altra tutto il resto. Una guerra di religione che non ha aiutato e non aiuta al confronto in un ambiente tradizionalmente conservatore e alla contaminazione culturale. Ed è esattamente quel che è avvenuto in Trentino negli ultimi anni, in una chiusura e contrapposizione ridicola e spesso insopportabile. Così che sull'agricoltura biologica, paradossalmente, anziché sviluppare una legislazione a sostegno verso chi sceglieva questa filosofia di produzione, dal 1991 (data della prima legge sul biologico, che venne presentata da Solidarietà) ad oggi si è delegiferato, riducendo in buona sostanza il biologico ad un articolo della legge quadro sull'agricoltura (LP n.4/2003).
In questo contesto di contrapposizione spesso manichea, la logica della contrapposizione porta che nessuno si fida più di nessuno e dunque nemmeno di quel poco biologico che c'è ("chi controlla i produttori biologici?" è una delle domande che vengono dalla sala), figuriamoci di chi viene ad illustrarti una legge come quella sulle filiere corte e l'educazione al consumo consapevole dove di biologico se ne parla ma non in maniera esclusiva. Una contrapposizione che emerge infatti anche nel confronto di Povo, quasi che i prodotti agroalimentari ottenuti attraverso la lotta integrata e i protocolli sempre più avanzati adottati nell'agricoltura trentina fossero veleno. Riecheggia in qualche intervento anche il dibattito di questi mesi sull'inceneritore o sulle acciaierie della Valsugana.
Non sono abituato a nascondermi. Per questo insisto sulla necessità di accettare la sfida del confronto, di evitare che l'agricoltura biologica sia relegata alla pura e semplice testimonianza (oggi in Trentino rappresenta il 2,9% sull'insieme dell'agricoltura), di scegliere la strada di contaminare per togliere il terreno vitale alle lobby della chimica. Non nascondo nemmeno le difficoltà che s'incontrano specie nel confronto con la cooperazione trentina e con una politica che fatica a smarcarsi dall'apparato di produzione (e di consenso) che rappresenta. La cultura della responsabilità è in primo luogo "farsi carico", e questo vale anche per le scelte sbagliate del passato, come nel caso della gestione dei rifiuti. Farsi carico, ovvero l'opposto del "non nel mio giardino". Allora chiedo ai presenti, anche se non è il tema della serata, quanto sia responsabile continuare a scaricare tonnellate di rifiuti in discariche come la Maza di Arco in prossimità del Lago di Garda, quanto lo sia portare fuori provincia a costi elevatissimi l'80% dell'umido che produciamo in ragione del fatto che nessuna comunità è disponibile ad ospitare impianti di biodigestione. Insomma, s'impone una nuova idea di sviluppo, non c'è dubbio, il che presuppone uno scarto culturale che va pazientemente costruito.
Un approccio che trova il consenso di buona parte della sala. In particolare, nel rapporto fra produzione con i sistemi di lotta integrata e biologico i produttori presenti convengono con me sulla necessità di rompere l'isolamento. Da parte mia annuncio la formazione di un gruppo di lavoro (aperto a chi vorrà collaborare) per arrivare ad una nuovo provvedimento legislativo sull'agricoltura biologica che normi in maniera precisa non solo la diffusione e il sostegno di questa modalità di produzione ma anche le regole di tutela rispetto alle derive, ai controlli e quant'altro.
La serata si conclude - come si suol dire - a "tarallucci e vino", tutto biologico naturalmente. Ed anche questo spazio finale è un susseguirsi di capannelli nei quali la discussione continua. Un soggetto politico vivo è quello che sa creare momenti di dibattito come questi.
2 commenti all'articolo - torna indietro