«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Al Maso Finisterre, poco fuori Trento, ci vediamo per un incontro informale del PD del Trentino. Ci sono esponenti del Coordinamento, il gruppo consiliare, gli assessori provinciali, i sindaci delle città trentine, la delegazione parlamentare. In ballo molti temi, ma uno più degli altri occuperà le due ore e mezza di confronto: la questione Molinari, il quadro politico nazionale, il contesto politico trentino.
Claudio Molinari, senatore del PD eletto nella lista regionale che esprimeva l'accordo con la SVP, ha dato recentemente le dimissioni dal gruppo parlamentare del PD, contribuendo così al contesto di migrazioni che caratterizza il Parlamento italiano e che ne certifica la profonda crisi politica.
Nell'intervista che Molinari ha rilasciato alla stampa locale parla di un PD che non ha saputo costruire quella sintesi culturale e politica che rappresentava la grande sfida intrinseca alla nascita di questo partito. Il che è probabilmente vero, quand'anche in Trentino qualche passo in più lo si sia compiuto. Ma che non giustifica affatto scelte individuali che ne indeboliscono oltremodo la ricerca, specie da parte di persone che portano con sé - per la funzione che il partito ha assegnato loro - un peso maggiore sul piano della responsabilità.
Il dibattito che si sviluppa è molto pacato, i toni rispettosi. Almeno qui non alberga la cultura del tradimento, semmai l'interrogarsi sulla rappresentazione che ne viene, la necessità di parlare con un elettorato incerto e talvolta smarrito di fronte alla personalizzazione della politica, il bisogno di capire se sia quest'ultimo tratto - quello legato ai propri destini personali - a caratterizzare questa vicenda, la lezione da trarne.
Che il PD sul piano nazionale navighi a vista non ci piove. E' pur vero, come sottolinea il segretario Michele Nicoletti, che è l'unico soggetto che può chiamarsi partito, laddove le forme della politica ruotano attorno al leader di turno, avendo totalmente smarrito una dimensione di spazio collettivo. Come è vero che, in assenza di una sintesi culturale forte, sui nodi decisivi si evidenziano frequentemente idee diverse.
E comunque, se pure questa sintesi sia ancora fragile o assente, non significa che questa non debba essere la strada da percorrere insieme. In particolare penso all'idea di un partito territoriale che questa sintesi non smette di ricercarla, federato (o confederato) con il PD a livello nazionale, che guarda all'Europa come prospettiva politica sovranazionale. Che si richiami al PD ma che sia qualcosa d'altro e di più.
Ricordo che nell'ultimo incontro come questo che qualche mese fa tenemmo a Calceranica, interrogai i presenti esattamente su questo punto, se dovevamo considerare conclusa o meno la fase di scomposizione e ricomposizione politica che ruotava attorno alla nascita del PD del Trentino. La mia risposta era allora ed è oggi la stessa, no. E che quello della territorialità rappresentava il vero cambio di prospettiva che s'imponeva alla politica. Un altro schema di gioco, capace di ricomporre le idee e le contraddizioni fuori dall'orizzonte novecentesco, ma anche dagli opportunismi di un galleggiamento funzionale ai destini di questo o quell'altro esponente politico.
L'idea riemerge in questa conversazione, ne parlano Ale Pacher, Giorgio Tonini, Roberto Pinter ed altri. Io stesso, in un breve intervento, inquadro la questione dei nostri rapporti con il PD nazionale non come questione di statuti o di regole, ma come capacità di guardare a quel che sta accadendo intorno a noi, alle rivoluzioni che sconvolgono il Mediterraneo e alle paure che annebbiano la vista delle persone. Le une e le altre andrebbero comprese e accompagnate, in una cornice che sia insieme locale e globale, trentina ed europea. E regionale, come giustamente sottolinea Tonini, perché in questo quadro il nodo ritorna l'elaborazione del terzo statuto, ovvero di una nuova stagione dell'autonomia.
Altrimenti ci ritroveremo nelle secche ideologiche dell'unità d'Italia e delle identità escludenti, entrambe facce della stessa medaglia che con il federalismo non c'entrano proprio nulla. Perché un disegno di questo tipo richiede autonomia progettuale e di pensiero, merce rara nella politica anche locale.
Credo sia questa la sfida che attende il PD del Trentino e la coalizione di governo dell'autonomia nei prossimi mesi ed anni.
Il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ha avviato il 1 ottobre scorso un percorso di incontri di approfondimento e di iniziative su un tema che avrebbe dovuto segnare la sua attività per un anno intero (si concluderà il 12 gennaio 2012), andando a scavare nella storia, mettendo in rilievo le culture materiali, i pensieri, le geografie della "Cittadinanza euromediterranea". Il caso?
Quando ho lanciato questa proposta non immaginavo certo che nel Mediterraneo si sarebbe aperta una stagione tanto importante, ma una cosa questa scelta la testimonia e ne sono orgoglioso: il pulsare con il proprio tempo. Se c'era una ragione che mi ha portato ad avanzare la proposta di focalizzare l'attenzione del Forum come dell'opinione pubblica sul Mediterraneo, questa gravitava attorno al tema dello "scontro di civiltà". E quel che attraversa oggi il mondo arabo è proprio la risposta laica e democratica allo scontro di civiltà.
E' dunque naturale che oggi il Forum venga individuato come crocevia della mobilitazione a sostegno delle popolazioni in lotta per la dignità, che tanti trentini di origine araba trovino nel Forum un soggetto di riferimento, che il programma che stiamo realizzando con le visite in Trentino di Predrag Matvejevic (lo scrittore del Mediterraneo) o di Wajech Nuseibeh (il custode palestinese del Santo Sepolcro), pulsi con gli accadimenti di queste ore.
In piazza Pasi a Trento, sabato pomeriggio, c'è tanta gente. Nonostante abbiamo avuto poche ore per far partire il tam tam informatico, il messaggio è stato raccolto da almeno due-trecento persone. Una conferenza stampa (venerdì) e poi via con i messaggi, come avviene nei paesi arabi. Rispetto a quelle piazze piene di rabbia, qui c'è un po' di assuefazione e indifferenza, certo. E anche per questo tanto insistiamo sulla necessità di un gesto individuale, che testimoni la vicinanza al dolore delle persone che hanno perso i loro cari nella lotta per la libertà: un lume sulle finestre di casa, come qui, in piazza dove le candele rimarranno accese per tutta la notte.
Perché la luce deve rimanere accesa sul processo straordinario che sta cambiando il Mediterraneo, così come sui traffici di armi fra l'Italia e la Libia, sugli affari della famiglia Gheddafi nel nostro paese, sui legami finanziari del nostro stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con il dittatore libico, che non a caso voleva trasformare quel paese in uno stato offshore, funzionale ai traffici criminali.
Nella piazza l'unica nota stridente è la presenza di qualche bandiera di troppo, dopo che avevamo chiesto di lasciare a casa i simboli di partito. Ma i vecchi vizi di una sinistra che ha bisogno di segnare il territorio sono duri a morire. Come fanno a non capire che ogni segno di partito indebolisce il valore del massaggio che vogliamo portare ai cittadini, incanalandolo nel già visto e fuori del tempo?
Consegniamo al Commissariato del Governo un documento che abbiamo redatto con Fabio Pipinato (detto per inciso, il sito di Unimondo di cui è direttore in questi giorni ha raggiunto picchi d'accesso davvero significativi) e Paolo Burli (segretario della Cgil, che ha collaborato con il Forum nella promozione dell'iniziativa). Indica lo sdegno ma anche un percorso da seguire, affinché il sacrificio di tanta gente sia foriero di una nuova stagione per quei paesi e per tutti noi, cittadini euromediterranei.
Oggi arriva in aula, dopo quasi un anno dalla sua presentazione, il Disegno di Legge sui Fondi rustici. Temo che dopo una legge di peso come quella sulla famiglia, questa proposta possa passare inosservata e per i media è sostanzialmente così. Peraltro arriva a metà pomeriggio, dopo il voto sulla legge di bilancio (consuntivo) e allora provo ad animare un po' l'emiciclo.
Nell'illustrazione, prima di passare alla descrizione dell'articolato, propongo qualche considerazione generale. La prima di queste è il valore della terra, il carattere limitato del suolo, come l'acqua, come l'aria, il suolo fa parte del sistema che assicura la nostra sopravvivenza, nell'alimentazione e come deposito naturale di carbonio. Dovremmo amarla, rispettarla, averne cura. Per parlarne tiro fuori dal mio zaino una mela.
Fingiamo che questa mela sia il pianeta Terra. Tagliamola in quarti e gettiamone via tre. Il quarto di mela che rimane rappresenta la parte di terra emersa dall'acqua degli oceani. Il 50% delle terre emerse è costituito però da aree polari, desertiche o montuose, dove fa troppo freddo o troppo caldo per ogni produzione agroalimentare e allora dobbiamo tagliare a metà il quarto di mela che così diventa 1/8. Ma nel 50% della superficie terrestre che rimane la coltivazione agricola o il pascolo sono spesso impossibili: paludi, zone umide, aree rocciose e poi ci sono le città, le zone industriali, le discariche, le strade. Così quel che rimane diventa 1/16, una fettina sottile sottile di mela che corrisponde ad una buccia (il suolo) ancor più sottile di superficie terrestre, chiamata a nutrire l'intera popolazione del pianeta.
E' un modo per descrivere il valore della terra, l'unica che abbiamo. Tanto che l'incetta di terra è già in corso. Diventa oggetto di conquista, di speculazione, di riciclaggio... per la criminalità economica come per stati che già oggi s'interrogano sul loro spazio vitale. E' quel che avviene già da tempo per la Cina, senza che ce ne rendiamo conto. E senza attrezzare i nostri territori di fronte a dinamiche di questa natura.
C'è fame di terra anche in Trentino. Negli ultimi anni c'è stato un ritorno alla terra come prospettiva occupazionale per i giovani che immaginano nell'agricoltura il loro futuro. Ma per avere il sostegno pubblico all'imprenditoria agricola giovanile occorre una superficie minima coltivabile, ovvero un numero minimo di ore per ogni unità di lavoro uomo che corrisponde a 2080 ore annue. Il fatto è che questa terra spesso non c'è.
Nasce da qui l'idea di regolamentare l'accesso e l'utilizzo dei fondi rustici, tutte quelle proprietà pubbliche di fondi agricoli non riconducibili né alla proprietà privata, né alle proprietà collettive (usi civici). Un tema arrivato recentemente alla ribalta delle cronache per i conflitti nati in alcuni Comuni del Trentino (San Michele all'Adige, Roveré della Luna, Zambana...) intorno proprio ai criteri di affitto di questi fondi. Zone pregiate, dove anche mezzo ettaro può rappresentare un discreto reddito, ma che troviamo un po' ovunque in Trentino, e dunque di rilevanza provinciale. Tema non a caso sollecitato dalle organizzazioni di categoria ed in particolare dalla Confagricoltori.
Arrivo dunque agli obiettivi della legge: l'istituzione di un'Anagrafe provinciale dei Fondi rustici (trasparenza); la regolamentazione delle modalità di affitto e la definizione di criteri qualificanti (giovani agricoltori, economia del territorio, qualità delle produzioni, agriturismo...) ma soprattutto la messa in discussione del criterio della migliore offerta di canone (la situazione attuale) che espone le comunità a rischi di esproprio da parte dei soliti noti; ed infine l'utilizzo dei fondi ubicati in prossimità dei centri abitati per uso socio didattico, ovvero orti per gli anziani, orti didattici per le scuole, fasce deboli.
Ne esce una discussione nella quale una minoranza senza argomenti prova comunque a distinguersi. La maggioranza è compatta e convinta della bontà dell'iniziativa e in serata il testo diventa legge. E' la seconda che porto a casa, dopo quella sulle filiere corte e provo una certa soddisfazione.
Il primo appuntamento di questa giornata è al Consorzio dei Comuni trentini, dove si riuniscono i rappresentanti del Consiglio Comunale di Trento, del Forum, della Fondazione Opera Campana dei Caduti e del Consorzio dei Comuni per dar vita ad una camminata per la pace degli amministratori trentini che il prossimo 21 maggio unirà Trento (e altre località del Trentino) al Colle di Miravalle di Rovereto. La cornice dell'iniziativa sarà la Marcia Perugia-Assisi di settembre e la settimana di iniziative che inizierà il 16 (e 17) maggio con l'accoglienza dei ragazzi provenienti da ogni parte d'Italia che si troveranno in Trentino a discutere attorno ad uno dei valori della Perugia Assisi, la nonviolenza. Seguiranno la manifestazione dei ragazzi delle scuole elementari di "Trento, città per la pace" (18 maggio), il Trentino Folk Festival (Castel Beseno, 19 maggio), quella dei giovani di Tione (20 maggio), per concludersi il 21 con l'iniziativa degli amministratori trentini in cammino verso i rintocchi di Maria Dolens.
Alle 10.00 riprende la sessione del Consiglio provinciale. Il dibattito prosegue per l'intera giornata sulla legge relativa alle famiglie. Devo dire che l'unica nota stonata è l'intervento di Bruno Firmani che motiva la sua opposizione (e le decine di emendamenti) alla legge con la descrizione di un Trentino in preda al consociativismo e al malaffare. Un'analisi che non ha nulla a che vedere con la realtà, tipica di un visione astratta ed estranea al Trentino e alla sua diversità. Rammarica che il rappresentante dell'Italia dei Valori esprima una descrizione del Trentino che non si discosta più di tanto da quella della Lega, che non perde l'occasione per presentare questa terra come se fosse in balia della mafia.
Durante l'intervallo dei lavori del Consiglio, per non restare con le mani in mano, riunione della maggioranza sul Disegno di legge di riforma della Protezione Civile. Quattro le proposte sul tappeto, quella più organica della Giunta e quelle che vedono come primi firmatari rispettivamente i consiglieri Zeni, Bombarda e Kessler. Quest'ultima difficilmente integrabile con il testo della Giunta, in quanto portatrice di una diversa filosofia. Sul tema ci ritorneremo, ma dico subito che condivido l'impostazione della proposta della Giunta, anche se nel mio intervento propongo di integrare il testo rafforzandone la parte formativa.
Si ritorna in Consiglio, dove sono iniziate le votazioni sull'articolato della legge sulla famiglia. Si procede velocemente, la mano di Dorigatti come presidente si avverte nel clima più disteso che accompagna i lavori d'aula. E quando interrompiamo i lavori siamo già in fase di dichiarazione di voto.
Il tempo di uscire dall'aula e inizia la riunione del gruppo di lavoro sul "software libero". Il testo della proposta di legge che andiamo elaborando è particolarmente complesso, specie per persone come il sottoscritto che ne avvertono la portata decisiva ma al tempo stesso non hanno piena padronanza della materia. Avverto in questo una sorta di scarto generazionale, ma cercheremo di fare del nostro meglio.
La giornata si conclude con l'incontro alla Cgil per organizzare una risposta a quel che accade in Libia. Si parla di migliaia di morti e di decine di migliaia di feriti: è come se ci fosse una volontà più o meno occulta di irachenizzare (passatemi il termine) lo scontro, una radicalizzazione estrema per bloccare sul nascere la rivoluzione democratica e nonviolenta che sta cambiando il mondo arabo. Decidiamo di organizzare per sabato pomeriggio a Trento un grande presidio (ore 17.00 Piazza pasi) e di lanciare la proposta di accendere una candela per ognuna delle vittime della repressione e dei bombardamenti in Libia dove la follia del dittatore raggiunge livelli davvero tragici. E di predisporre un documento da consegnare sempre nella giornata di sabato al Commissario del Governo. Ma anche di non farsi distrarre dalla violenza, nel sostegno continuo alla primavera araba.
Per oggi, questo è tutto.
Prende il via una tornata del Consiglio Provinciale dedicata ad alcuni disegni di legge di una certa rilevanza: la legge sulla famiglia, quella sull'Europa, quella sui fondi rustici, quella sul sostegno alle persone fragili. Temi di rilievo che sembrano un po' svanire nella drammaticità degli avvenimenti che insanguinano la Libia. Prima di entrare nel vivo dei temi, l'ingresso in Consiglio di Andrea Rudari al posto di Giovanni Kessler. Così ho un nuovo compagno di banco, spero e credo anche un interlocutore affinché cresca il lavoro collettivo del gruppo consiliare.
Inizia il confronto attorno al Testo unificato dei Disegni di Legge sulla famiglia che prende il nome di "Sistema integrato delle politiche strutturali per la promozione del benessere familiare e della natalità". Unifica ben cinque proposte di legge di provenienza trasversale (due del PDL, e una rispettvamente del PATT, del PD del Trentino e della Giunta) e la gestazione ha comportato un lavoro di otto mesi di confronto e limatura. Ne esce un testo importante, largamente condiviso dalle associazioni del volontariato, che pertanto trova la strada spianata se escludiamo la posizione contraria del consigliere Firmani (IdV) e l'astensione recalcitrante delle Lega.
Devo ammettere che non ho dedicato molto tempo a questo pacchetto di norme, del resto c'è una divisione del lavoro nel nostro gruppo consiliare che ha fatto sì che in particolare i consiglieri Civico e Ferrari sviluppassero, partendo da competenze e sensibilità diverse, una particolare attenzione verso questo tema.
Mentre si sviluppa il dibattito, chiamo Raniero La Valle per fargli gli auguri per i suoi splendidi ottant'anni. Raniero mi ringrazia anche per l'accoglienza avuta a Trento e mi invia il testo della sua "lectio discipularis" che porta come titolo "Il mio Novecento" e che il lettore può trovare nella home page.
Nel primo pomeriggio le agenzie battono la notizia che i bombardamenti sulla folla in piazza a Tripoli avrebbero causato oltre mille morti. Prendo immediatamente la parola per chiedere una sospensione simbolica dei lavori del Consiglio per dieci minuti, intervallo nel quale predisponiamo con il presidente Dorigatti un documento di sdegno verso la carneficina in corso e affinché l'Italia e l'Europa battano un colpo per fermare Gheddafi, a sostegno del processo democratico che sta caratterizzando l'insieme del mondo arabo, che verrà unanimemente condiviso. La violenza del regime libico getta un cono d'ombra sul cambiamento in corso, quasi a "rubare la speranza" come scriviamo nel documento.
Ne parliamo anche al Consiglio del Forum che si riunisce in serata. Le comunità degli immigrati in Trentino provenienti dal Maghreb ci chiedono di tornare in piazza e per questo l'indomani ci s'incontrerà alla Cgil per decidere cosa fare. Nel frattempo i numeri della mattanza crescono drammaticamente e mentre scrivo si parla di diecimila morti e cinquantamila feriti. La follia di un dittatore che si richiama al massacro di piazza Tien an men e che parla di chi protesta nelle piazze come "ratti da sterminare" non merita alcun commento.
Scoppia anche la Libia. Guardo con apprensione quanto accade in questo strano e indecifrabile paese dove la dialettica politica e culturale è rimasta sopita (o incarcerata) per quasi quarant'anni. Forse anche per questo qui le cose sembrano mettersi in maniera diversa rispetto alla sollevazione degli altri paesi, si spara dagli elicotteri sulla gente e i morti sono centinaia. Saranno migliaia... falciati dall'artiglieria di un governo che ha smarrito ogni briciolo di umanità in nome del potere assoluto.
Questo è Gheddafi, l'amico di Berlusconi ma anche di tante aziende (Unicredit, Fiat, Eni...) e personaggi che non hanno esitato a mettere in campo affari d'oro alla faccia del rispetto dei diritti umani, da ultimo il presidente del consiglio che nella sua ultima visita ha prospettato di fare della Libia il più grande stato offshore del Mediterraneo. Gheddafi ha largamente beneficiato di amicizie e connivenze (bipartsan) e non posso dimenticare l'intervento a gamba tesa di Massimo D'Alema in Commissione parlamentare sull'accordo italo-libico sull'immigrazione, quando orientò in modo favorevole il voto del PD su quell'odioso provvedimento. A testimonianza di un insopportabile realismo politico e forse anche di altro.
Quel che avviene in Libia getta un'ombra cupa sulla rivoluzione democratica che sta investendo il mondo arabo. Si bombarda la gente e con essa il sogno della democrazia e della libertà. Eppure non inficia per nulla la sua straordinaria portata. Ne parlo al forum per promuovere a breve una iniziativa pubblica di riflessione, che peraltro corrisponde all'attenzione che come Forum abbiamo dedicato in queste settimane al Mediterraneo.
In questo clima di preoccupazione e di dolore, il lavoro quotidiano rischia di apparire inessenziale. Così gli incontri e le riunioni che si susseguono lungo l'intera giornata. Con Michele Rumiz e Dessislava Dimitrova, rispettivamente responsabili di Slow Food per l'Europa orientale e del Convivio dei Monti Rhodopi (Bulgaria). Con loro parliamo di turismo responsabile nella regione, del viaggio che stiamo organizzando sul Danubio, dell'opportunità di inserire anche la Bulgaria negli itinerari e nelle proposte di viaggio del turismo responsabile.
Sopraluogo con l'Itea al passaggio Teatro Osele dove dovrebbe sorgere il "Cafe de la Paix". Uso ancora il condizionale perché è bene avere la necessaria prudenza quando si è in presenza di un progetto piuttosto ambizioso come questo. Discutiamo dei lavori necessari per mettere a norma i locali e per una destinazione diversa da quella originaria. Insomma, si comincia a vedere la dirittura d'arrivo.
Di questo parlo con il direttore del Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi per definire le necessarie sinergie. Questo accanto ad un'agenda di impegni che vanno dal taglio da dare in Trentino il prossimo 17 marzo al centocinquantenario dell'unità d'Italia, al federalismo europeo (chi si ricorda del settantesimo anniversario del Manifesto di Ventotene?), alle attività attorno ai temi della memoria.
Nel primissimo pomeriggio, riunione di maggioranza sulle "Linee guida per le politiche culturali della Provincia" predisposte dall'assessorato. Panizza illustra i punti salienti, in buona sostanza condivisibili, anche se il documento trascura il tema della cultura diffusa, ovvero tutto quel che non investe le istituzioni culturali e museali sulle quali è incardinato il sistema culturale trentino. In questo senso annuncio la predisposizione di un disegno di legge inerente il tema dell'educazione permanente e informale, il sostegno e la promozione di quelle attività che costituiscono già oggi un tessuto essenziale di crescita diffusa della conoscenza. O forse non vediamo che, nonostante gli ingenti investimenti della Pat in cultura, aumenta l'analfabetismo di ritorno, l'imbarbarimento delle famiglie che trascorrono il loro fine settimana nei centri commerciali o davanti agli schermi televisivi? Una riflessione si pone, un contributo che mi ripropongo di scrivere a breve.
Dall'incontro con Panizza mi sposto al Forum per la Pace e i Diritti Umani, dove ci troviamo con Erica Mondini per concordare le attività del Forum nella realtà di Rovereto: anche in questo caso, un ricco programma di iniziative che verranno illustrate in una conferenza stampa aperta che programmiamo per il prossimo 12 marzo, insieme a tutti i soggetti coinvolti nelle attività sulla "Cittadinanza Euromediterranea".
L'ultimo appuntamento della giornata è con Salvatore Dui, rappresentante della comunità sarda in Trentino. Vediamo il programma che insieme al Forum proporremo nei prossimi mesi: inizieremo il 16 aprile nella chiesetta di Sant'Anna con una manifestazione dal titolo "Intrecci di pace" sulla tradizione della lavorazione delle palme in Sardegna con la professoressa Nevina Dore; seguirà una giornata di riflessione sul sacrificio nella prima guerra mondiale di tanti giovani sardi mandati al macello per un paese che li considerava figli di un Dio minore, riprendendo il Lussu de "Un anno sull'altipiano" e le straordinarie immagini di "Uomini contro", avviando in questo contesto una collaborazione fra i musei storici del Trentino e dell'Ogliastra; ci proponiamo di affrontare i temi del federalismo, mettendo a confronto l'autonomia trentina e quella sarda, potenzialità di autogoverno declinate diversamente nonostante la terra di sardegna abbia saputo esprimere pensieri alti nell'elaborazione federalista. Un impegno culturale per dare senso e respiro ad un momento di festa nella quale il Trentino incontra la Sardegna, le sue culture, i suoi saperi, la sua gente.
Mi piace l'idea di tornare sulla storia per proporre sguardi diversi e non banali sul nostro presente.
S'intitola "Verso dove?". E' la manifestazione/festa di compleanno di "Adottando", associazione di volontariato di Bologna che da prima ancora che la guerra finisse ha avviato una straordinaria relazione di amicizia con la città di Tuzla, in Bosnia Erzegovina. Verso dove? è la domanda che riguarda questo paese ed il lavoro di tanti volontari e affidatari, ma anche i Balcani in generale, il nostro stesso paese, l'Europa. "Per rispondere bisognerebbe avere la sfera di cristallo" dice Irfanka Pagasic che dell'associazione Tuzlanska Amika è stata ed è l'anima. "Ma se tante persone sono in grado di porsi questa domanda, il merito lo si deve all'amicizia che stiamo festeggiando".
in quell'agosto del 1992 quando bruciarono milioni di volumi nella Vjesnica e noi girammo il nostro sguardo altrove, come se quel tragico rogo non ci riguardasse, come se con la Biblioteca nazionale di Sarajevo non andasse in fumo anche una parte della nostra storia.
Si sviluppa così una bella conversazione fatta di storie e testimonianze, di Mediterraneo e di Europa. Quell'Europa che, messa alla prova, ogni volta si dilania o scompare. E' accaduto così negli anni '90, accade la stessa cosa ora di fronte ad un Mediterraneo che meriterebbe ben altra attenzione invece di cancellerie schierate alla difesa di dittatori accomodanti. Parliamo di guerre finite ma non elaborate, di memoria e di riconciliazione. Di quanto sia difficile costruire pezzi di narrazioni condivise, in Bosnia come in Italia o in Sud Tirolo. Di come, in assenza di processi veri di elaborazione dei conflitti, ancora la gente viva nell'incubo di quanto accaduto, nell'indignazione di vedere i signori della guerra diventare signori degli affari, nel rancore sordo di criminali in libertà e di tanta gente che ne va fiera. E, infine, di come non abbiamo imparato nulla dagli avvenimenti degli anni '90, tanto che ora i signori dell'ampolla che andavano ai congressi di Milosevic ce li troviamo ministri della nostra Repubblica. Effettivamente, parliamo di noi.
Alla fine sono in molti che vengono a ringraziarci per aver offerto un momento di riflessione non banale, come ci dice una distinta signora che viene a stringerci la mano. Nel salone dove viene allestito un piccolo buffet le parole in realtà continuano, nelle domande dei presenti o nei capannelli che si formano come in una vera e propria agorà. C'è tanta gente che non ha perso il piacere della parola. E questo è un buon segno.
Mi metto sulla strada del ritorno. Mi chiamano dal quotidiano "Trentino" per avere informazioni sui beni sottratti alla malavita nella nostra provincia grazie alla legge 109/1996. Ne viene un'intervista telefonica che l'indomani sarà pubblicata con una certa evidenza sul quotidiano. Al di là della destinazione dei beni sequestrati, pongo il problema dell'invasività dei capitali criminali che si riciclano nella terra, nei mattoni, nei centri commerciali e di come una piccola comunità come la nostra dovrebbe attrezzarsi di fronte agli effetti dell'economia mondo. Ne ho parlato in un mio ordine del giorno approvato nella finanziaria di due anni fa, ma rimasto ancora lettera morta e sul quale intendo ritornare.
Vorrei passare a trovare l'amico Ali in ospedale a Verona, ma mi perdo in mezzo al traffico e quando arrivo a casa è già sera inoltrata. Una buona domenica, sia chiaro. Ma la stanchezza un po' si fa sentire.
Devo dire che mi sono avvicinato alla lettura di "Paradiso e libertà" (Ponte alle Grazie, 2010) l'ultimo lavoro di Raniero La Valle, con una certa ritrosia. La ragione era quasi istintiva ed aveva a che fare con l'eredità del Novecento. Ho continuato a sostenere in questi anni la necessità di uscirne, di scollinarlo, di mettercene alle spalle la pesante eredità culturale e politica, ed insieme la necessità di darci nuove chiavi di lettura e pensieri, capaci di fare i conti con una storia iniziata nella speranza del paradiso in terra e conclusasi con l'orrore dei sistemi concentrazionari.
Raniero è invece un uomo del Novecento, ne rappresenta in pieno la ricerca più alta, la speranza, il travaglio. La sua storia di studioso, di giornalista e di uomo politico è incardinata sul secolo scorso e sulle sue grandi eredità: il Concilio Vaticano II, la Costituzione e il '68. Il suo messaggio corrisponde ad un'antropologia positiva che fatico a leggere nel nostro presente (e a far mia), ma la sua narrazione è di grande fascino.
E il suo messaggio forte: le profezie si avverano - dice Raniero La Valle - perché i potenti cadono, perché l'uomo può farcela a riprendere nelle sue mani la propria storia. La sua religiosità è profonda, è la fiducia nell'uomo, "quel Dio peccatore", fatto a immagine (il bacio di Dio che ci ha fatti diversi dagli altri animali e per questo i bambini profumano) e somiglianza (l'uomo può essere anche il male ma, attraverso le parole di Gesù, sappiamo a chi dobbiamo assomigliare) di Dio.
E' una gioia incontrare Raniero dopo molto tempo. Anche se le nostre strade raramente si sono incontrate, considero Raniero un amico e un maestro. Così, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale di Trento dove si presenta "Paradiso e libertà", mi avvicino per ringraziarlo dello straordinario dono che ci ha fatto con questo libro, scritto come lui dice per pagare un debito verso le generazioni a venire. Con una esortazione conclusiva: prendete nelle vostre mani questa eredità, lavoratela e rendetela uno strumento utile in un tempo che richiede compiti sconosciuti ad altre età.
E' davvero emozionante ascoltare questo giovane ottantenne, la sua carica umana, la sua infinita cultura, il suo ostinato ottimismo. Se penso alla cattiveria che c'è in giro, all'aridità d'animo che alberga nei luoghi della politica, alla disumanità che veniva dalle parole di un consigliere del PdL che stamane, in terza commissione legislativa, sosteneva che il posto dove dovrebbero starsene gli orsi sarebbe la gabbia o il piatto, il sorriso di Raniero appare come un soffio sovra naturale.
Per questa ragione oggi mi fermo qui.
Il Consiglio regionale è ridotto in uno stato tale che in questa assise si possono ascoltare le cose più incredibili. Basta una proposta voto al Parlamento italiano sulle politiche di sostegno alla partecipazione femminile nel mercato del lavoro e sugli stereotipi di genere nella società e ... apriti cielo. Il livello degli interventi è talmente basso e volgare che verrebbe voglia di essere altrove. E viene fuori il peggio del peggio.
Quel che più mi inquieta non è però l'ignoranza, non sono le smargiassate di personaggi che esprimono la peggiore cultura da osteria, anche se anche alla volgarità dovrebbe esserci un limite di decenza. Sono i cultori dello scontro di civiltà a fare paura. Quelli che nei loro interventi parlano della superiorità occidentale, rivendicano la cacciata dei mussulmani e degli ebrei dalla Spagna e che al tempo stesso presentano mozioni contro la persecuzione dei cristiani nel mondo. I nuovi crociati.
Sappiamo come oggi i simboli e i miti siano vere e proprie armi. Che vanno presi sul serio. E che l'attualità politica carica ogni volta che si ha a che vedere con le pagine non elaborate della storia.
Ignoranza e furore ideologico, ecco la cifra degli interventi di oggi. Il "voto" nel Consiglio regionale passa per una lunghezza, a testimonianza di una maggioranza che non costruisce cultura condivisa. Se fra qualche settimana - come certamente accadrà - il confronto sarà sul centocinquantenario dell'unità d'Italia rivivremo lo stesso film, giocando oltremodo con il fuoco.
Affrontare questi argomenti con la mannaia non può che portare a danni disastrosi. E' finito anche il tempo di tatticismi per coprirsi dalle derive nazionaliste. Ci vorrebbe - invece - il coraggio culturale di affrontarli i nodi irrisolti, con la delicatezza di chi sa che non c'è nulla di più difficile che mettere mano alla storia. Lo dico pensando alla leadership della SVP, partito che - per il suo peso specifico - più di ogni altro dovrebbe farsi carico di aprire una pagina nuova, avendo il coraggio di riconoscere il sordo dolore degli altri. Così da indurre reciprocità e dunque di mettere in campo un disegno non più diviso ma di tutti i sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana che siano. Tutto questo ha come presupposto un lavoro che ancora non c'è stato nel cuore delle comunità e che tutti si guardano bene dall'aprire, compresi quelli che tanto parlano di interculturalità per poi rinchiudersi dentro le proprie appartenenze (e rendite elettorali).
Terreno sul quale la dimensione regionale potrebbe avere un ruolo di "terzietà", qualora non fosse agita dai fantasmi che invece la abitano e che altro non sanno fare che soffiare sul fuoco. Una matassa non facile da districare. Sono mesi che continuo a sostenere che non possiamo starcene con le mani in mano ad assistere alla marcescenza di questa istituzione e così finalmente oggi affidiamo un incarico a due studiosi affinché nel giro di qualche mese ci presentino una proposta che provi ad aprire una strada nuova per uscire dal pantano.
Dovrebbe essere quella di superare le competenze residuali in capo alla regione, chiudere dunque la stagione della contesa attorno alle competenze dell'autonomia e definire un ruolo politico che abbia come orizzonte il terzo statuto d'autonomia e la regione europea.
Per concludere la giornata, quattro ore di riunione con il gruppo di lavoro che mi sta aiutando nella redazione di una nuova legge provinciale sul software libero. Così è mezzanotte passata quando me ne vado dagli uffici del gruppo consiliare. E buona notte.
Riunione straordinaria del Consiglio Provinciale. All'ordine del giorno la nomina del Presidente del Consiglio Provinciale dopo le dimissioni di Giovanni Kessler. Passaggio delicato di per sé, ma complicato dal bisogno delle minoranze di alzare il tiro e di avere garanzie sul lavoro d'aula anche alla luce dei primi due anni di legislatura e alle modalità di interpretazione del suo ruolo da parte del presidente uscente. A cui si aggiungono, in una maggioranza che non sa costruire un proprio disegno unitario, logiche rivendicative di (per quanto piccole) posizioni di potere.
Né le une e tanto meno le altre potranno inquinare una pagina importante nella vita del Consiglio Provinciale: l'elezione di Bruno Dorigatti a Presidente dell'assemblea legislativa. E' questo un bel segnale, di una politica che sa ancora dare buona prova di sé. Non voglio cedere alla retorica, ma Bruno è un operaio che diventa Presidente del Consiglio, contro ogni previsione, contro ogni logica di casta, contro ogni discriminazione di censo. Quando legge il suo primo intervento da presidente viene fuori tutta l'emozione, l'umiltà dell'"università della vita" e insieme l'orgoglio di chi si è trovato a camminare sempre in salita.
Sono felice di questa elezione, l'ho proposta a dispetto di altre designazioni, è diventata la proposta del gruppo e della coalizione. Ed oggi è realtà. Vuol dire che valeva la pena essere qui.
Ma mentre la politica tira fuori una prova di orgoglio, colgo anche una distanza crescente fra quest'aula e quel che accade fuori di qui. Un milione di donne e uomini che nelle piazze di questo paese, domenica scorsa, chiedono dignità. Lo scossone è forte, la politica dovrebbe rifletterci. Prima di loro milioni di persone nei paesi arabi pongono esattamente la stessa rivendicazione - la dignità - in condizioni peraltro ben più difficili e accade quel che nessuno solo qualche settimana prima non si sarebbe mai aspettato: una moderna rivoluzione democratica cambia il corso della storia.
In un caso e nell'altro la politica che c'è fatica a sintonizzarsi. E le due cose - da una parte all'altra del Mediterraneo - non sono in dialogo. Tanto che mentre in Egitto e Tunisia una nuova generazione di donne e uomini facevano saltare gli equilibri più consolidati, in Italia non si è mossa una foglia, come se il carattere a-ideologico di quella rivoluzione fuori dagli schemi venisse guardato con sospetto.
Eppure le due sponde del Mediterraneo parlano un linguaggio affine. Occorre un pensiero, uno sguardo lungo, una politica disposta a mettersi in gioco. Ah, dimenticavo. Poco dopo le otto del mattino così mi ha scritto Ezio da Tunisi: «Ciao Michele, sono in Tunisia e ieri sera ho sentito, in parte, il ministro Maroni: sono esterefatto. Ho provato, io italiano, disappunto (rabbia) per le prole che ha usato nei confronti dei tunisini. Ho subito chiamato Loretta per rassicurarla: la Tunisia non è nel caos, come dice Maroni, sono le sue dichiarazioni a "mettere in difficoltà" chi opera in Tunisia. Ciao Ezio P.» Credo non servano commenti.
Parto dalla fine della giornata. Nella sala dell'ex filanda di Cles ci si incontra a parlare di questioni internazionali. Irrituale, perché se non c'è un'emergenza che incombe è difficile che un argomento come questo diventi oggetto di una serata. Tanto più se la serata avviene in preparazione del congresso del circolo della Valle di Non del PD del Trentino. E invece ne esce una serata a detta di tutti i presenti molto piacevole e tutt'altro che naïf. Mentre argomento le mie idee sul tema dell'interdipendenza e del rapporto fra locale e globale, vedo le persone in sala attentissime.
Non si parla di Berlusconi, né di scandali o di gossip. Si vola alto, ma attraverso cose che hanno a che vedere con la nostra vita quotidiana, a testimonianza che si può ragionare di grandi scenari senza per questo rendersi incomprensibili. Leggo in questo una grande sete di politica vera, di contenuti piuttosto che di battute o di stati d'animo.
Dico cose non scontate, talvolta provocatorie. Eppure chi è in sala non mi sembra faccia fatica a starmi dietro, anche se per molti probabilmente è la prima volta che si affrontano certi argomenti. Perché nel parlare di questioni internazionali non parliamo di altri, o di solidarietà verso qualcuno. Parliamo del nostro tempo, della difficoltà di mettere a fuoco quel che accade, delle nostre paure e delle preoccupazioni verso un futuro incerto. Al quale la politica dovrebbe saper dare qualche risposta, così come i nostri comportamenti. Si parla infatti di limitatezza delle risorse, di politiche improntate alla sobrietà, di come farsi carico e di quel che significa sostenibilità. Temi congressuali, evidentemente.
E negli interventi la percezione che le cose di cui stiamo discutendo siano di straordinaria attualità sembra quasi scontato. Cosa che, probabilmente, non era ad inizio di serata. Quasi che il mio racconto, nell'immaginario di chi è venuto all'incontro, dovesse parlare di aiuti ai paesi poveri o altre amenità di questo tipo. Vedo Alessandro Branz e gli altri amici del circolo molto soddisfatti e tanto basta.
Ho un piccolo rammarico, non vedo nella sala gremita uno solo dei miei vecchi compagni di un tempo. Come se la sfida di costruire una soggettività politica ampia e capace di contaminare contaminandosi non li riguardasse. Come se finita l'opzione del piccolo è bello (che poi tanto bello, a guardar bene, non era) si fosse conclusa anche la storia di una piccola comunità di intenti, di pensiero, di amicizia.
Quando arrivo a casa è mezzanotte passata. La giornata è stata piena di cose, iniziata con gli incontri per il "Cafe de la Paix" di cui ormai si comincia ad intravedere l'atmosfera, seguita da un'intensa e produttiva riunione del gruppo di lavoro sul tema dell'educazione permanente, ed infine allietata dalla notizia che la rivoluzione egiziana ha portato alle dimissioni di Mubarak. Una grande notizia, quest'ultima, perché da ora in poi può aver inizio in questo pezzo di Mediterraneo (e non solo) una nuova storia.
Mi trovo con Alberto Pacher, mi fa piacere che abbia chiesto di parlarmi non di questo o quell'altro problema che spesso ci troviamo ad affrontare sul piano consiliare attorno alle tematiche dell'ambiente e della mobilità sostenibili, bensì di politica a tutto tondo.
Si conviene attorno al fatto che occorre descrivere in maniera più chiara l'orizzonte del nostro lavoro, l'idea che abbiamo del Trentino, da una parte la necessità di rivendicare in pieno l'assunzione di responsabilità nelle scelte che vengono compiute dal governo provinciale di cui siamo la componente maggioritaria, come nel far nel far emergere il bisogno di un cambio di paradigma se vogliamo sul serio rinnovare l'approccio verso i nodi che altrimenti si ripropongono sempre uguali a se stessi.
Un paio di esempi per capirci. Il Trentino è, insieme al Sud Tirolo, il territorio dove più alta è la qualità del vivere secondo il Quars, l'indicatore che utilizza i parametri più innovativi nel monitoraggio delle regioni italiane. Vorrà pur dire qualcosa? E invece siamo a rincorrere i mille mal di pancia del "non nel mio giardino" disseminati sul nostro territorio. Basterebbe avere uno sguardo non provinciale per rendersene conto. Questo, ovviamente, non significa non avere anche di uno sguardo critico su ciò che non va, nella duplice consapevolezza che la cultura dello sviluppo illimitato ha attraversato anche questa terra e che gli interessi (e i poteri) forti operano anche qui.
Rispetto ai quali l'azione di governo deve saper interpretare una proposta di cambiamento, costruire cultura del limite, vincere la sfida di un progetto per il Trentino e non semplicemente temperare interessi contrastanti fra loro. Vale per i soliti noti che volevano bucare il monte Baldo per farne una centrale di "riqualificazione energetica" (che abbiamo fermato) quanto per l'irresponsabilità di chi cavalca il panico di fronte all'esigenza di costruire un biodigestore per quell'umido che oggi portiamo fuori provincia all'80% con costi notevolissimi per le casse della provincia (che non abbiamo ancora risolto). Occorre che il concetto di responsabilità, si tratti dei rifiuti come della difesa del territorio dall'invasività del profitto, diventi tratto distintivo della coalizione di governo. E invece oggi c'è una politica trasversale che cavalca e dà fiato alle paure e che poi sarebbe sostanzialmente favorevole all'operazione Marangoni sul Baldo Garda.
In altre parole, dovremmo essere portatori di una narrazione, cosa ben diversa dal lisciare il pelo per quattro voti. Perché se la politica si riduce a rincorrere il consenso, abdica alla propria funzione. Serve un filo conduttore (una visione) e contestualmente essere aperti al cambiamento, al ricercare nuove soluzioni, al trovare punti d'incontro, ovvero il contrario del mandato imperativo.
A questa visione dovrebbero concorrere tutti i fattori che costituiscono la "diversità trentina", ma l'impressione che si ha è che questi stessi fattori abbiano da tempo smarrito il senso profondo della loro stessa diversità e che gli umori abbiano preso il sopravvento anche nelle pieghe delle istanze che tale diversità dovrebbero rappresentare. Per far questo è necessario individuare uno spazio interno/esterno di pensiero da tradurre poi in innovazione progettuale, tesi politiche e azione di governo. Non contro la politica che c'è, ma nella consapevolezza che le sole linee interne appaiono non sufficienti.
Questo ed altro ci diciamo con il vicepresidente, che avverte con me tutta l'inadeguatezza del quadro presente. Quella stessa inadeguatezza che avvertiamo l'indomani, in un Consiglio Regionale dove va in scena l'ennesimo atto di un'istituzione che va radicalmente ripensata, con gli ultimi difensori della Regione, lì a rivendicare un ruolo che è ampiamente superato dalla realtà. Nessuno infatti, tranne qualche vetero democristiano alla Morandini o alla destra italiana dell'Alto Adige che ancora vorrebbero imbrigliare le istanze autonomistiche delle due province per trasformare la maggioranza tedesca del Sud Tirolo in minoranza regionale, pensa più alla regione come organismo di governo. Era il trucco insito nel primo statuto, radicalmente rovesciato dal "secondo" ma senza avere avuto il coraggio di osare di più, sbarazzando il campo da infingimenti sulle competenze per concentrarsi invece su un ruolo eminentemente politico.
Sulla Regione, il suo ruolo, il terzo statuto, verrà incaricato un gruppo di lavoro che affiancherà il gruppo consiliare nel darci una mano per mettere a fuoco una rivisitazione del ruolo dell'ente regionale in una prospettiva europea. E proprio oggi, anche in relazione alle polemiche di questi giorni seguite alle dichiarazioni di Durnwaldner sul centocinquantesimo dell'unità d'Italia, della Regione parla sul Trentino il presidente Dellai in una riflessione per molti versi condivisibile ma anche a tratti reticente, tanto sugli anni '50 che portarono al "Los von Tient", quanto sul futuro che verrà (e dunque anche su una Ragione che non può certo continuare così). Il tema è di straordinaria attualità e delicatezza, ma credo che questa debba essere la strada da imboccare per ridisegnare ruoli e funzioni in un contesto in continua trasformazione.
Il dibattito in Consiglio Regionale prosegue secondo un copione sempre uguale che non merita commenti. Decido di rispondere positivamente all'invito venuto dall'associazione degli esuli istriani e dalmati che deporranno una corona di fiori in ricordo delle vittime della tragedia delle foibe. Spero che la mia presenza qui sia riconosciuta come non estemporanea, considerato che conosco il tema e ho partecipato anche negli anni scorsi alle manifestazioni in occasione della Giornata del Ricordo. Nonostante le strumentalizzazioni che ancora continuano, credo di aver dato un piccolo contribuito affinché si potesse superare la contrapposizione ideologica che ancora segna questa tragica vicenda.
E' ormai tarda sera e torno a casa per preparare una cena come si deve per il mio amico Ali Rashid. Ce n'è bisogno perché venerdì entra in ospedale a Verona, per un non facile intervento. Con Ali seguiamo da vicino le notizie che arrivano attraverso Al - Jazeera dal Cairo dove da un momento all'altro dovrebbero arrivare le dimissioni di Mubarak. La piazza è già in festa ma alla fine il rais deciderà di aggrapparsi contro ogni buon senso al suo potere. Un film già visto, ma l'esito è ormai segnato.
In terza commissione si discute del DDL 168 della Giunta provinciale sugli appalti. Rispetto al testo presentato in Commissione qualche giorno fa, arrivano una quarantina di emendamenti, il che ti racconta della complessità della materia e della difficoltà di coniugare le prerogative (e le competenze) dell'autonomia con la legislazione nazionale (ed europea). Tanto che se oggi si è dovuti ritornare su una legge licenziata nel 2008 questo è proprio l'effetto dell'impugnativa da parte del Governo di una parte importante delle disposizioni approvate solo due anni fa.
Questo accade sempre più frequentemente, nel senso che è in atto una conflittualità permanente di attribuzioni nella quale si insinua e nasconde una burocrazia centralista che mal sopporta che aree regionali imbocchino strade diverse da quelle stabilite a Roma o Bruxelles. Se poi si va a vedere nel merito, salta fuori che non è esattamente come si vuol far credere. E' caso della privatizzazione dell'acqua, dove per qualche anno si è sostenuto (in maniera bi-partisan per la verità) che si doveva procedere nella direzione di dare in mano ai privati la gestione del servizio idrico perché lo voleva l'Europa. Balla colossale, tant'è vero che due dei tre referendum (diciamo pure quelli più ragionevoli) sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale. E' il caso anche della nostra legge sulle filiere corte, tenuta bloccata per un anno a Bruxelles per le norme sulla concorrenza. La soluzione che si è trovata alla fine è stata quella di sostituire le parole "prodotti di prossimità" con la dizione "prodotti a basso impatto ambientale". Ma voi ditemi se l'Europa deve ridursi a questo... Si capisce così anche perché non scalda i cuori.
Tornando ai lavori della Commissione, mi affido alla filosofia di fondo, ovvero quella di superare il criterio del "massimo ribasso" negli appalti (che tanti danni ha provocato) nella direzione del criterio di "proposta economicamente più vantaggiosa", nella quale si prende in considerazione un ampio spettro di vantaggi fondati sulla qualità in una ponderazione dove l'elemento qualitativo ha un peso superiore al 70%. Per il resto devi basarti su un rapporto di fiducia verso la tua amministrazione. E passare il testo approvato in Commissione a qualcuno che ne sappia più di te per un vaglio ulteriore prima che arrivi in aula. Perché - apro qui una veloce parentesi - il potere della tecnica (potremmo tranquillamente dire lo strapotere della tecnica) vale anche qui, laddove la risposta alle tue domande è molto spesso "questo non si può fare". Riservandomi eventualmente di proporre modifiche in fase di discussione in aula.
Finita la Commissione mi vedo con Mauro Cereghini, mi aggiorna sulle cose che sta facendo e parliamo della proposta di Giulio Marcon di aprire una sorta di osservatorio sulla cooperazione internazionale. Ne ho già parlato su questo diario qualche giorno fa, e non ci ritorno. Mi preme solo dire che con Mauro c'è una forte affinità di pensiero e approccio su questi temi che vorrei potessimo coltivare anche in questi anni di impegno istituzionale. Tant'è che parliamo di un riordino della legge provinciale sulla cooperazione internazionale, a proposito, anche questa fatta a pezzi dal Ministero degli Esteri che avoca a sé ogni prerogativa di "politica estera" (lo sapranno che questo concetto non esiste più?). Parlo della Legge provinciale n.4/2005. La proposta iniziale rappresentava un testo molto avanzato, prodotto di un gruppo di lavoro che si era messo in piedi in Provincia quando assessore alla solidarietà internazionale era ancora Remo Andreolli. Facevo parte di questo gruppo ristretto ed elaborammo una proposta di legge del tutto innovativa che però non fece in tempo ad arrivare in aula. Ripresa in mano nella legislatura successiva venne prima triturata dall'assessore Berasi e poi dimezzata da Roma. L'esito è che abbiamo una legge disorganica, alla quale si compensa con regolamenti che cercano di forzare la mano nella direzione che avremmo voluto, ma sempre con la spada di Damocle della Farnesina, uno dei luoghi più irriformabili del mondo.
Ci lavoreremo, anche perché dopo essermi incontrato con Mauro ho appuntamento con Mattia Civico, mio compagno di gruppo, che ha buttato giù un canovaccio per un DDL sui Corpi civili di pace. Cerchiamo insieme di capire dove incardinare una proposta di questa natura, se sulla legge sulla cultura della pace (la LP 11 del 1991 con la quale si è istituito il Forum), se sulla cooperazione internazionale o se, ancora, su quella relativa alla Protezione Civile. Certo è che i Corpi civili di pace investono la questione dell'elaborazione del conflitto, che nelle mie intenzioni dovrebbe rappresentare un elemento interessante di novità in un DDL sulla cooperazione internazionale.
Di seguito incontro Marcella Orrù, rappresentante in Trentino della Comunità Baha'i. Mi racconta dei livelli di repressione che questa comunità sconta in Iran, dove pure un tempo aveva più di un milione di fedeli. Si tratta di una comunità diffusa a livello mondiale che fa della nonviolenza uno dei tratti del loro credo. E discutiamo insieme come collocare un loro racconto nel programma della Cittadinanza Euromediterranea che ogni giorno si arricchisce di nuovi contributi e iniziative.
La giornata si chiude con una sorta di intervista sulla "politica". A rivolgermi le domande Debora Vichi, che sta lavorando ad un progetto di monitoraggio sulle forme della politica di cui abbiamo già fatto cenno in questo "blog". Per rispondere comincio dall'inizio ma diventa una storia lunga, spero non noiosa. Gli risulta difficile capire come dal fervore degli anni '70, di un mondo che cambiava con noi, ci si possa poi accontentare delle cose che oggi ti possono venire dall'impegno politico. Per descrivere tutto questo provo a raccontare dei passaggi cruciali e di come, oggi come in passato, si possano vivere le trasformazioni sull'onda di un pensiero che non rincorre gli avvenimenti. Ma forse siamo solo alla prima puntata.
La mattina se ne va nel sistemare documentazione, prima in casa e poi in ufficio. Ho aperte troppe cartelle, ciascuna delle quali meriterebbe un tempo disteso, studio, approfondimento. La mia scrivania è lo specchio di questa condizione.
Ci sono le cose del Forum, al quale dedico un tempo tutt'altro che trascurabile e spero visibile, con buoni risultati anche grazie ad uno staff che lavora in forte sintonia. Fascicoli che riguardano cose delegate ad altre persone ma che ho ancora nel cuore, ma aperte e sulle quali - di tanto in tanto - butto l'occhio. Gran parte delle cartelline colorate riguardano l'attività consiliare. Argomenti che meriterebbero un lavoro collettivo che invece non c'è, al quale supplisco talvolta con gruppi di lavoro, persone competenti che mi aiutano in vario modo. E' il Gruppo consiliare come istanza collettiva che (ancora) non c'è. Ognuno fa le sue cose e pertanto, complessivamente, c'è un discreto volume di iniziative, disegni di legge, interrogazioni, mozioni. Quel che fatica ad emergere è invece un profilo politico. Se poi entriamo nel merito di ciascun problema, mancando all'origine un confronto collettivo, vediamo che le nostre idee vanno talvolta in direzione diversa. Non ci si pesta i piedi, per così dire, e questo è già qualcosa. Ma l'esigenza di un lavoro collettivo non viene colta, l'approccio ai problemi evidenzia storie diverse e, infine, non si è ancora chiarito un aspetto di fondo, ovvero il nostro rapporto con la giunta provinciale, verso la quale c'è un atteggiamento schizofrenico, di chi dovrebbe esserne l'azionista di maggioranza e, al tempo stesso, di chi non conta su un rapporto di fiducia.
Ne ho già parlato in questo diario durante la discussione sulla finanziaria: è un nodo tutto politico, certamente legato ad una maggioranza che in questi anni non ha saputo costruire un senso comune condiviso, ma anche ad un partito, il PD del Trentino, che non ha saputo costruire sintesi culturali rispetto ai tanti percorsi che l'hanno generato. Il PD del Trentino è il partito di maggioranza relativa e dunque l'ossatura portante della coalizione, ma ciò nonostante è come fossimo con il corpo dentro e la testa fuori. Come se dovessimo mettere le mani avanti rispetto l'attuale leadership provinciale di Lorenzo Dellai. Insomma, sull'uscio.
Nel corso della riunione del Gruppo consiliare riemerge questo nodo attorno al tema della banda larga e, nello specifico, della scelta da parte della PAT di costituire una società con Telecom per portare la fibra ottica in tutte le case del Trentino entro il 2018. Obiettivo ambizioso, che metterebbe il Trentino in una posizione di avanguardia sul piano nazionale ed europeo. Ma l'accordo con Telecom scatena l'opposizione degli operatori concorrenti, polemiche giornalistiche e l'amplificazione interna. L'accordo è aperto al concorso anche di altri soggetti, ma si teme una sorta di monopolio. Preoccupazione vera qualora Telecom si sostituisse al controllo pubblico della rete, compreso il cosiddetto ultimo miglio. Ma invece che perfezionare le garanzie, si cavalcano le polemiche. Quasi che la dialettica fra governo e opposizione si svolgesse in realtà all'interno della maggioranza.
Conclusa la riunione del Gruppo consiliare mi sposto al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, dove si riunisce il Consiglio. Discutiamo delle iniziative che abbiamo messo in campo nei giorni scorsi attorno alla rivoluzione democratica nei paesi arabi e del Cafe de la Paix. Questo punto ha oggi un passaggio essenziale, quello della scelta del soggetto gestore. La scelta va verso l'associazione Cafè Culture che ha presentato un'articolata e interessante proposta di allestimento, gestione economica e culturale. E' questa una sfida molto interessante non solo per il Forum ma per la città di Trento che di un luogo caldo, bello e stimolante ha davvero bisogno. Le idee non mancano, nemmeno l'entusiasmo. Vedremo anche se sapremo coltivare questa proposta che porto con me fin dai tempi (sembrano davvero lontani) della Casa per la Pace. Ogni tanto anche i sogni nel cassetto trovano le strade per realizzarsi.

Organizzare una manifestazione in ventiquattr'ore non è facile. Eppure ce l'abbiamo fatta, attraverso il tam tam, internet, gli sms e il passa parola. Così centinaia di persone, italiani e arabi, hanno partecipato al presidio di sabato pomeriggio a Trento promosso dal Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani portando la solidarietà verso la lotta per la libertà e la democrazia ma molti di loro anche una testimonianza diretta. Divisi fra la preoccupazione e l'angoscia per le violenze e la speranza verso una straordinaria rivoluzione democratica che vuole mettere fine all'occupazione del potere da parte di regimi corrotti e illiberali. Il microfono passava di mano in mano, tanti i nomi e i paesi di provenienza, donne e uomini a rappresentare una nuova primavera araba.
Primavera inattesa, imprevista, eppure imponente, in grado di scuotere in forma nonviolenta tutto il Mediterraneo. Di una storia che procede per accelerazioni improvvise parliamo nell'incontro che precede la manifestazione e che abbiamo organizzato come Forum con il Presidente Dellai e gli esponenti delle diverse comunità arabe presenti in Trentino. Quando giovedì sera proposi di verificare la possibilità di un incontro istituzionale a così stretto giro di tempo, ero piuttosto scettico circa la fattibilità, ma invece siamo qui, nel cuore del governo provinciale, con questi nuovi cittadini che forse per la prima volta hanno l'opportunità di avere un rapporto così diretto con le massime istituzioni provinciali.
Ci vorrebbe un tempo più disteso per far emergere l'orgoglio e la preoccupazione, ma in tutti i pur brevi interventi c'è la consapevolezza di essere in un passaggio cruciale della storia, che giustamente viene assimilata al 1989 della caduta del muro. Libertà, democrazia, dignità: sono le parole che ricorrono e di fondamentalismo non c'è proprio traccia.
All'angolo fra via Oss Mazzurana e via Diaz c'è una folla di persone, gli occhi puntati sui maxi schermi che abbiamo installato nella bottega di Mandacarù in via di ristrutturazione e che gentilmente è stata concessa al Forum per tutta la prossima settimana per documentare, attraverso le immagini che arrivano dagli amici e dalle famiglie, la grande primavera politica dei paesi arabi.
Mi vengono in mente le parole di Samir Kassir, protagonista della primavera di Beirut e per questo assassinato nel 2005. Scriveva Kassir: «E' probabilmente troppo ambizioso pensare che le catene dell'infelicità stiano per spezzarsi. Il malo-sviluppo arabo si è troppo aggravato perché la felicità possa essere a portata di mano. E il persistere dell'egemonia occidentale, resa più pesante dall'occupazione americana in Itaq e dalla sempre maggiore supremazia di Israele, non consente di postulare un risveglio arabo in tempi stretti. Ma nulla - né la dominazione straniera, né i vizi strutturali delle economie, ancor meno l'eredità della cultura araba - impedisce di ricercare, malgrado le pessime condizioni attuali, la possibilità di un equilibrio. Per raggiungerlo, molte sono le condizioni necessarie, e non tutte dipendono dagli arabi. Ma anche se non si può realizzarle tutte, resta sempre possibile forzare il destino, iniziando dalla condizione più urgente e senza la quale non c'è scampo alcuno: che gli arabi abbandonino il miraggio di un passato ineguagliabile e guardino finalmente in faccia la loro vera storia. In attesa di esserle fedeli».
Erano queste le ultime righe de "L'infelicità araba", praticamente il suo testamento politico. Di lì a qualche mese, era il 2 giugno 2005, saltò in aria in un attentato i cui responsabili rimangono ignoti. E proprio il 2 giugno prossimo al pensiero di Samir Kassir dedicheremo una tappa del percorso sulla "Cittadinanza Euromediterranea" del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani.
Mentre la manifestazione si sta concludendo, c'è chi ricorda fra gli applausi che la primavera democratica del Mediterraneo non può non riguardare anche questo paese, l'Italia, nelle mani di un personaggio in fondo non molto diverso dai suoi compari di là del mare.
A Milano migliaia di persone affollano il Palasharp nell'incontro promosso dal nutrito gruppo di intellettuali riunitosi in "Libertà e Giustizia" per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Avrei voluto andarci. Mi accontento di segnalarvi l'intervento di Umberto Eco.
E' l'acqua l'elemento di questa giornata. Un interessante convegno promosso dall'Università di Trento che affronta a tutto campo il tema dei beni comuni, sotto il profilo giuridico, economico, politico. E' l'occasione per presentare il volume "I beni pubblici. Dal governo democratico dell'economia alla riforma del codice civile" che raccoglie i lavori della Commissione sui Beni pubblici presieduta da Stefano Rodotà. Ma è anche un momento per una riflessione di alto profilo nel giorno in cui il Ministro degli Interni Maroni dichiara che la data del referendum sull'acqua sarà 12 giugno 2011. Sorvoliamo sul fatto che è il Presidente della Repubblica a stabilire la data del voto (ormai in questo paese le regole sono un optional), ma anche in questo modo si cerca di minare il raggiungimento del quorum.
Quello che si svolge nella Sala della Fondazione Caritro e al pomeriggio nell'aula di Giurisprudenza, non è un confronto astratto, né accademico. E' profondamente politico, invece, perché pone il tema dell'acqua (e più in generale dei beni comuni) come paradigma di un nuovo pensiero politico e questo nonostante alcuni degli interventi rimangono chiusi nella loro sfera tecnica, quasi a dire che pensiero economico e pensiero giuridico potessero collocarsi fuori dallo spazio temporale del presente.
Il confronto investe anche il nodo di come un territorio può provare a difendersi da leggi e decreti che vorrebbero prolungare nel tempo la dittatura del mercato quale regolatore della vita. E anche per questo nel pomeriggio sono fra i relatori insieme a Michelangelo Marchesi, assessore all'ambiente del Comune di Trento.
Provo a raccogliere le idee. Non è facile, perché sono sommerso di messaggi e telefonate che riguardano la situazione nella sponda meridionale del Mediterraneo. Le immagini che giungono attraverso facebook e telefonini sono davvero drammatiche e dopo aver sentito i rappresentanti delle comunità arabe presenti i Trentino abbiamo promosso come Forum una manifestazione di solidarietà per l'indomani. Organizzare una iniziativa di solidarietà da un giorno all'altro non è così facile. Accanto a questo, l'incontro con il presidente Dellai, la proiezione permanente in via Oss Mazzurana (angolo Mandacarù) a Trento dei filmati che arrivano dall'Egitto e dalla Tunisia e che le televisioni italiane non passano, la promozione dell'iniziativa e la definizione di un appello da presentare nelle istituzioni locali. Per fortuna la rete si mette in moto.
Riesco così a concentrarmi sul tema del convegno per cercare di portare un contributo su come utilizzare le prerogative della nostra autonomia a difesa dell'acqua come bene comune sottratto alle logiche di mercato. Metterò per iscritto il mio intervento e quindi evito qui di ripetermi. Certo è che di cose in questi mesi ne abbiamo fatte e se il governo italiano non impugnerà la finanziaria avremmo creato le condizioni per la realizzazione di una azienda speciale provinciale, interamente pubblica, per la gestione del servizio idrico in Trentino. Ciò nonostante qualcuno prova a dire che l'azione della PAT è ambigua. Mi vien da sorridere, perché se riusciamo - e questo è l'intendimento votato in Consiglio provinciale - a proseguire nella gestione pubblica nei Comuni che l'hanno sempre fatto e a tornare indietro nei Comuni che si sono affidati a Dolomiti Energia attraverso lo scorporo del ramo acqua, sarebbe un risultato di grande impatto, non solo locale.
Mi viene a questo punto un'altra considerazione. Se vogliamo raggiungere il quorum del 50% dei votanti dobbiamo saper costruire una grande e straordinaria alleanza di soggetti sociali, territori, istituzioni locali, oltre le appartenenze politiche. Ma capace di coinvolgere anche la politica, perché la gente del centrosinistra è andata a firmare ai banchetti del referendum e sarebbe bene che facessero sentire la loro voce nei partiti, come è avvenuto nei giorni scorsi quando l'assemblea del PD del Trentino ha votato l'adesione al referendum e all'impegno nella campagna referendaria. Per raggiungere questo obiettivo non servono atteggiamenti settari. Lo dico perché vedo in giro le solite logiche dello spaccare il capello in quattro (nella rivendicazione di primati o nel mettere sotto accusa qualcuno) e questo non porterebbe davvero da nessuna parte. Lo dico apertamente nell'incontro serale promosso dai circoli cittadini del PD proprio sul tema dell'acqua.
Quando capiremo che Berlusconi non se ne va e che la democrazia italiana è paralizzata, forse allora proveremo a mettere l'accento sulle cose vere, avviando un percorso di ricostruzione di un tessuto civile e sociale (oggi devastato) che ci porti fuori dal tunnel nel quale ci siamo infilati.
Giornate piene di appuntamenti e incontri. Ne posso solo accennare con l'impegno di ritornarci non appena il tempo sarà meno tiranno. Bruno Dallago è preside di Sociologia, Luisa Chiodi direttrice di Osservatorio Balcani Caucaso. Mi vedo con loro per riprendere una discussione avviata un paio di settimane fa attorno all'idea di dar vita ad una scuola internazionale sullo sviluppo locale. Concetto tutt'altro che banale, anche se spesso banalizzato. E' la chiave, invece, per stare nel tempo globale senza subirlo, ma ciò presuppone la valorizzazione delle unicità in un sistema aperto. Se ne va il mattino, ma il quadro di idee che ne esce potrebbe coinvolgere istituzioni di ricerca, università, regioni in rete fra loro a livello internazionale.
Mi incontro con un giovane giornalista che sta realizzando una ricerca sul rapporto con il web attraverso una serie di interviste a testimoni privilegiati che utilizzano la rete informatica nel lavoro, nel tempo libero, nello studio, nell'impegno sociale e politico. Da un po' di tempo mi osserva attraverso questo e altri blog con i quali interagisco. Mi chiede se ho voglia di parlarne e non mi sottraggo, intanto in maniera informale, fra qualche giorno con tanto di scenografia.
Con Daniele mettiamo in cantiere un po' di appuntamenti formativi rivolti ai giovani che parteciperanno a viaggi di studio nel cuore dell'Europa. Vado al Centro di formazione sulla solidarietà internazionale dove con la direttrice Jenni Capuano e i responsabili di Mandacarù discutiamo di come avviare un'azione comune con il Forum trentino per la Pace e i Diritti umani rivolta ai Comuni trentini con l'obiettivo di coinvolgere il territorio sui temi della mondialità. Di lì a poco mi vedo con Annalisa Tomasi e Davide Dozza, Presidente onorario del Plio (Progetto Linguistico Italiano OpenOffice) per definire un'iniziativa legislativa a livello provinciale sul tema del software libero, ormai matura per uscire dalla dittatura informatica del "software proprietario". A fine giornata, la Commissione Ambiente del PD del Trentino, dove affrontiamo il quadro delle priorità di iniziativa in Trentino. Partiamo dal Parco dello Stelvio per arrivare al tema dell'acqua come bene comune, passando attraverso la questione mobilità, dei rifiuti, dell'energia ed altro ancora. Un'agenda di temi attorno ai quali riteniamo urgente avviare un'offensiva di proposta ma anche informativa,per evitare che su ognuno di questi nodi prevalgano letture manichee e decisamente fuori dalla realtà.
Come potete comprendere, trovare il tempo per raccontarle più nel dettaglio è impossibile. Così arriviamo a giovedì. E' convocata la terza commissione legislativa per l'intera giornata, ruota attorno alla nuova legge sugli appalti dopo che il governo ha impugnato la normativa provinciale (LP10/2008), cosa che avviene sempre più frequentemente a testimonianza di come le prerogative della nostra autonomia siano continuamente a rischio. Il nuovo DDL proposto dalla Giunta si propone un obiettivo ambizioso: mettere fine alla logica del massimo ribasso per introdurre il concetto di proposta economicamente più vantaggiosa. In quest'ultima i parametri della qualità dovrebbero avere una netta preponderanza rispetto a quelli del prezzo, così da favorire la qualità degli appalti. Un tema complesso, che ci porta via l'intera giornata nell'audizione delle parti sociali e nell'avvio della discussione generale.
Alle 17.30 ho convocato al Forum un incontro con un bel gruppo di persone che si occupano a vario titolo di cultura "romanì". L'intenzione è quella di inserire nel percorso sulla Cittadinanza Euromediterranea anche uno o più appuntamenti sul contributo che sinti e rom hanno dato alla formazione di una cultura europea e mediterranea di cui sono parte integrante. Intorno al Tavolo ci sono Tommaso Iori (autore di una tesi di laurea sulla storia dei sinti in Trentino), Mattia Pelli (che sta lavorando ad un DVD multimediale a partire dalla raccolta di testimonianze orali sulla vita dei sinti in Trentino), Osvaldo Filosi (responsabile di Caleidoscopio), Gianluca Magagni (animatore di Aizo, altra associazione che lavora sulla cultura romanì), Dennis Pisetta (musicista, autore di una tesi di laurea su Spatzo, poeta e musicista sinto), Marco Oberosler (che sta lavorando su questi temi per conto del Tavolo Balcani), Mattia Civico (consigliere provinciale, primo firmatario della legge sulle micro aree) e i rappresentanti del Forum. Ne verrà un programma articolato di iniziative che saranno parte integrante del nostro percorso.
Del Mediterraneo c'è una sponda in fiamme. Dopo la Tunisia è insorto l'Egitto, ma nell'opinione di molti a breve scoppieranno anche la Giordania, il Marocco, l'Algeria. Quel che sta accadendo in queste ore nella piccola Tunisia e nel grande Egitto, paese di 85 milioni di abitanti e di importanza decisiva nei precari equilibri geopolitica della regione npon può essere oscurato dalle pur gravi vicende italiane. Sgombrato il tavolo di lavoro sulla cultura romanì, mi trovo con alcuni rappresentanti delle comunità arabe in Trentino. Li ho convocati d'urgenza per vedere cosa si possiamo fare in Trentino verso una situazione che è molto più grave di quel che i media italiani descrivono. In Egitto si parla ormai apertamente di guerra civile, centinaia di morti, migliaia di feriti... e lo scenario è quel che abbiamo già visto altrove. Polizia e servizi schierati a strenua difesa del potere, l'uso di una massa di persone provenienti dalle aree più povere e periferiche del paese per assaltare i manifestanti, cecchini appostati nei luoghi strategici, saccheggi e profanazioni realizzate ad arte per gettare ombra su una rivolta pacifica e democratica, restrizione della libertà di informazione e aggressione fisica verso gli operatori dell'informazione. Decidiamo di promuovere per sabato 5 febbraio una manifestazione di denuncia e di solidarietà a Trento (l'appuntamento è per le 18.00 in via Oss Mazzurana, angolo via Diaz) dove da sabato attiveremo uno schermo che proietterà 24 ore su 24 le informazioni di prima mano che arrivano attraverso il tam tam di facebook, i telefonini, le emittenti più sensibili provenienti dalla regione.
L'ultimo appuntamento riguarda la Palestina, con l'associazione "Pace per Gerusalemme". In realtà non è un altro tema, è il simbolo di tutti gli altri, come ebbe a dire Nelson Mandela "la questione morale del nostro tempo".
Nel frattempo, nel Parlamento italiano, si sta consumando l'umiliazione delle istituzioni democratiche. Un Parlamento che accredita con il suo voto che la vicenda Ruby rappresentava un'iniziativa diplomatica per tutelare la figura di capo di stato amico e i nostri rapporti con l'Egitto è davvero oltre la dignità di questo paese, se ancora ne ha.
Mi trovo con Giulio Marcon, responsabile di "Sbilanciamoci", la campagna nazionale che cura l'indagine sulla qualità della vita nelle regioni italiane attraverso indicatori diversi da quelli tradizionali. Un lavoro iniziato otto anni fa fra l'indifferenza di molti e che oggi è diventato un punto di riferimento importante anche per istituzioni come l'Istat.
Con Giulio ci conosciamo da molti anni, da quando era portavoce dell'Associazione Nazionale per la Pace e poi presidente di ICS, il Consorzio Italiano di Solidarietà. E insieme abbiamo condiviso impegno, analisi, uno sguardo critico verso la cooperazione internazionale e l'"industria dell'umanitario".
E' un po' che non ci vediamo e quindi è l'occasione per un confronto su quel che accade in questo disgraziato paese. Più nello specifico, parliamo della presentazione del rapporto Quars 2010 in Trentino e dell'attenzione che la PAT dovrebbe mettere nella ricerca di nuovi indicatori di benessere sociale (come del resto indicato nella relazione del presidente Dellai). Marcon mi dice che con l'Istat e il suo nuovo presidente Giovannini si è avviata a questo proposito una nuova stagione di aggiornamento concettuale, nella direzione di superare definitivamente l'impostazione economicista che fino ad oggi ha caratterizzato l'indagine statistica.
Quello degli indicatori del benessere non è questione di poco conto: riguarda in primis il tema della sostenibilità e quindi della responsabilità. Investe il concetto di limite e di sobrietà, come abbiamo detto "fare meglio con meno". Un vero e proprio programma.
Parliamo di una proposta sulla quale sta lavorando: un osservatorio sulla cooperazione internazionale, una sede permanente di valutazione, ricerca e formazione su questo tema, allo scopo di introdurre anche sul piano valutativo nuovi criteri di sostenibilità e di monitoraggio della cooperazione. E' una proposta interessante, che ha molti punti in comune con l'idea che avevamo avanzato a Bagnacavallo durante la scorsa estate nell'incontro che con Mauro Cereghini avevano organizzato a chiusura del ciclo di incontri di presentazione di "Darsi il tempo".
Era l'idea di uno spazio virtuale, che abbiamo proposto di inserire nel portale di Unimondo, per sviluppare il confronto a tutto campo su una cooperazione che - per ammissione di tutti - è alla frutta e non solo perché i governi tagliano i finanziamenti. Con Giulio condividiamo che qui come altrove occorre un "cambio di paradigma" e dunque ben venga una proposta come questa se potrà servire a sviluppare un dibattito che invece appare stagnante, ognuno preso a sopravvivere nella ricerca disperata di finanziamenti per mantenere strutture diventate insostenibili. Indico a Giulio la mia disponibilità alla collaborazione per il progetto.
Propongo di dedicare l'attenzione della campagna "Sbilanciamoci" del 2012 al tema delle filiere corte, partita sulla quale avverto una sua particolare attenzione. Parliamo così della Legge provinciale approvata un anno fa in Trentino e riveduta durante l'ultima finanziaria per renderla compatibile alle direttive europee. Potrebbe diventare un punto di riferimento anche per le altre regioni italiane, oltre ovviamente per l'impatto che potrebbe avere nelle economie dei territori.
La nostra conversazione s'intreccia con le informazioni che arrivano dal Cairo, dove è in corso la più grande manifestazione mai vista in quella città, due milioni di persone che rivendicano le dimissioni del presidente Mubarak. C'è una qualche affinità fra quel che avviene nelle diverse sponde del Mediterraneo, ma questo non può che preoccuparci, e non poco. Perché l'assenza di un terreno comune di tipo costituzionale fa sì che in Italia si stia aprendo un solco profondissimo e in Egitto si spari. Quando Berlusconi tirò in ballo lo zio Mubarak a proposito del caso Ruby, non avrebbe mai pensato che di lì a poco tempo sarebbe stato accomunato al destino del tiranno.
Situazioni diverse, chiaro. Ma nel sostegno che malgrado tutto Francia e Italia hanno continuato a riversare verso i regimi dell'altra sponda c'è qualcosa di affine, fatto di affari e di delirio di onnipotenza. Il fatto è che la fine di Berlusconi non può essere disgiunta dalla fine del berlusconismo, i cui effetti dureranno ben oltre la sua caduta.