«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Mamma mia che settimana. Quando chiudiamo nel pomeriggio di venerdì la sessione del Consiglio Provinciale ho solo voglia di andarmene a casa. Proverò a riassumere gli avvenimenti (quasi) seguendo un mio ordine di importanza.
Ieri sera l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a larghissima maggioranza la risoluzione con la quale allo Stato di Palestina viene riconosciuto lo status di paese osservatore non membro. Un passo storico nel processo di tutela internazionale e quale condizione per il rispetto delle innumerevoli risoluzioni internazionali sul conflitto israelo-palestinese, non a caso avversato con ogni forza da Israele. Il fatto poi che l'Italia abbia votato a favore della risoluzione è un altro aspetto importante e per nulla scontato fino a poche ore prima dell'annuncio. Al quale abbiamo contribuito in maniera sicuramente importante attraverso l'appello che ho scritto insieme ad Ali Rashid e Moni Ovadia e poi sottoscritto da autorevoli esponenti della cultura, del sindacato e della politica italiana. Ne parleremo martedì prossimo 4 dicembre, presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale (a Trento, vicolo San Marco 1) con Ali Rashid.
E' questa una settimana cruciale nelle primarie del centrosinistra. Lo scontro fra Bersani e Renzi sembra acutizzarsi non soltanto sui contenuti ma ad iniziare dalle regole e l'impressione che ne ricavo è che si voglia far saltare i ponti alle spalle dei contendenti, come se la divisione divenisse irreversibile. Come avevo previsto, si è trattato di un congresso senza averlo nemmeno convocato, al quale partecipano tutti, a prescindere dall'essere o no parte dell'impresa. Un meccanismo inquinato, so quel che dico. Ho già detto quel che penso delle primarie nel precedente "diario di bordo". Ho un'idea diversa della partecipazione democratica e della politica, che non si riduce allo schiacciare un pulsante per questo o quello. Ne parlo con un giornalista che mi chiede quel che accadrà domenica ma da un colloquio di diversi minuti non sa che ricavarne la frase "la partita è aperta". Davvero mi cascano le braccia.
Sono molto preoccupato per questa deriva plebiscitaria, come lo sono per l'esito del voto perché nel caso di una vittoria di Renzi questa deriva assumerebbe le caratteristiche della valanga. Mi convinco sempre più che in ogni caso sia necessario lavorare per quel "cambio di schema di gioco" che può venire solo dalla dimensione europea e territoriale della proposta politica. Che il PD non sa ancora fare propria e che non centra nulla con il progetto di Montezemolo.
L'assenza di un nuovo paradigma territoriale ha molto a che fare con la vicenda ILVA di Taranto. L'azienda che gestisce il più grande impianto siderurgico d'Europa, dopo aver fatto montagne di denaro (finiti in Svizzera) ora decide che i vincoli ambientali posti in essere sono troppo onerosi e decide la chiusura, lasciando ventimila persone sul lastrico. Si ripete così il ricatto infinito fra ambiente e lavoro, esito di un modello di sviluppo industrialista che portato alla realizzazione del Petrolchimico nella laguna di Venezia e lastricato la costa più bella del mondo di impianti insostenibili che con la straordinaria unicità dei luoghi non avevano nulla a che vedere. Non è facile uscirne. Bisognerebbe in primo luogo imboccare una strada (e una consapevolezza) diversa, una politica europea dell'acciaio affinché le biodiversità di questo paese divenissero un patrimonio europeo capace di dare lavoro e dignità alla sua gente. A complicare le cose arriva anche un tornado, simbolo di un clima impazzito a forza di emissioni inquinanti, e il cerchio si chiude. Sapremo essere protagonisti di una nuova visione? Temo che il confronto delle primarie non abbia affatto sciolto questo interrogativo.
L'altra faccia dell'antipolitica corrisponde al rincorrere la cosiddetta opinione pubblica. Così arriva in aula la proposta di riforma della legge elettorale che cancella l'incompatibilità fra le cariche assessorili e quelle consiliari. Si cancella una norma che aveva sicuramente rafforzato il ruolo del legislativo rispetto all'esecutivo, ma la furia di tagliare un po' di soldi ci fa fare una riforma in fretta e furia, mettendo mano a suon di colpi d'accetta alle regole elettorali. Non sono d'accordo, ma temo che un mio voto diverso possa venir strumentalizzato, facendomi passare come chi non vuol tagliare i costi della politica. E poi, lo ammetto, in campagna elettorale mi ero espresso criticamente sulla cosiddetta "porta girevole". E così alla fine voto una modifica legislativa nella quale non mi riconosco.
Sono molti i paradossi. Il giorno precedente la Lega, con una iniziativa del tutto strumentale, aveva proposto una modifica dello statuto di autonomia che si prefiggeva di indicare l'acqua come bene comune e di rendere obbligatoria la gestione pubblica del servizio idrico. Intervengo nel dibattito dicendo che sono dieci anni almeno che mi batto per considerare l'acqua come bene comune (questo consiglio ha già approvato tre anni fa un mio ordine del giorno che affermava proprio questo) e che considero quella pubblica o comunitaria la strada maestra nella gestione del servizio idrico integrato. Una strada maestra che la PAT ha intrapreso prima ancora dell'esito referendario, mettendo in condizione i Comuni che avevano fino a quel punto gestito in economia il servizio idrico di poterlo continuare a fare e nell'avviare un processo di ripubblicizzazione dell'acqua per i Comuni che l'avevano data in gestione a Trentino Servizi (interamente pubblica) poi confluita in Dolomiti Energia (a maggioranza pubblica). Una strada oltremodo rafforzata con l'esito referendario e difesa anche dalle politiche governative che l'esito referendario avrebbero voluto aggirare (stoppati in questo dalla Corte Costituzionale). Tanto che oggi si è in prossimità dello scorporo dell'acqua da DE e vicini alla costituzione di un nuovo soggetto interamente pubblico (dei Comuni) per la gestione del servizio di acquedotto che assorbirà le utenze di Trento, Rovereto e di un'altra decina di Comuni che saranno della partita. Ma tutto questo ai demagoghi non interessa. Pensano di metterci in difficoltà, anche perché con il voto di astensione dato in Commissione da PD (Margherita Cogo) e dell'Italia dei valori la proposta era passata. Ma in aula, questa manovra viene seccamente respinta, proprio ribadendo il percorso, uno dei pochi in Italia, di ripubblicizzazione dell'intero servizio idrico provinciale.
In Consiglio provinciale si discute di bilancio del Consiglio e dunque anche di quelle poche risorse che al Forum vengono assegnate per dare attuazione alla legge 11/91 che l'ha istituito indicando funzioni di grande valore che richiederebbero ben più del bilancio che peraltro oggi viene tagliato del 10%. Quella legge venne votata con il solo voto contrario del MSI. A vent'anni di distanza ci troviamo a dover prendere atto che il fascismo ha fatto proseliti, tanto è vero che ogni volta che si parla del Forum nel Consiglio (e non solo in questa legislatura) si scatena qualcosa di viscerale che quella legge vorrebbe cancellare. E che la pace diventasse un'icona da celebrare piuttosto che una prassi su cui interrogare i comportamenti e le scelte dei cittadini come della politica. Le parole che vengono pronunciate sanno di livore, falsità e cattiveria: davvero una brutta pagina per il Consiglio Provinciale. Ne parlo con il presidente Dorigatti e ne intendo parlare alla prima occasione con la maggioranza che in queste circostanze appare incerta, quasi che questi argomenti fossero altro rispetto al programma di governo.
E' avvilente che questo avvenga proprio nel giorno in cui si avvera un vecchio sogno: il Café de la Paix. Che, alla faccia di tutto questo, apre col botto. Tantissime persone ma soprattutto quello che colpisce tutti è lo spirito del luogo, la sua raffinatezza a dispetto della sobrietà (anzi, grazie ad essa...) e di un arredamento totalmente affidato al riuso, la qualità della musica e della proposta enogastronomica. Ne approfitto per ringraziare tutte le persone (ed in primis Francesca e Federico) che hanno contribuito a realizzarlo questo vecchio sogno che avevo coltivato fin dai tempi della Casa per la pace con Gigio Calzà. Vederci qui in questa serata merita davvero l'abbraccione che ci dedichiamo. Fra tanta gente, anche il sindaco di Trento Alessandro Andreatta che nel suo messaggio all'inaugurazione parla di uno spazio che grazie a questa iniziativa viene restituito alla città rendendola più ricca e bella.

La partecipazione alle primarie del centrosinistra ha rappresentato una ventata di ottimismo, come se d'incanto l'antipolitica fosse svanita. Certo, una partecipazione così massiccia anche in presenza di regole più selettive come la pre-iscrizione, sta ad indicare come la gente tenda ad appropriarsi degli strumenti che trova, specie se in fondo non sono troppo costosi, almeno sul piano del mettersi in gioco, del partecipare in maniera seria e continuativa, della conoscenza e dello studio, non dico dell'andare contro i poteri forti che pure si manifestano anche laddove il governo è amico.
Ma l'antipolitica non è affatto svanita. Potremmo dire piuttosto che le primarie sono la forma della partecipazione nel tempo dell'antipolitica. Le primarie sono lo strumento a cui si ricorre quando i meccanismi della democrazia partecipativa e della politica sono inceppati. Se oggi la politica per milioni di persone significa lo schierarsi televisivo con il personaggio più accattivante che risponde con maggiore o minore brillantezza alla domanda dell'intervistatore che ti chiede quale sia la figura di riferimento nel panorama post ideologico (come se Giovanni XXIII, il cardinal Martini o Nelson Mandela non lo fossero), possiamo dire che il processo di americanizzazione della politica italiana (e di penetrazione della cultura plebiscitaria) è ormai giunto ad uno stadio avanzato.
Non è affatto casuale che il ruolo dei partiti sia, in questo contesto, profondamente cambiato. I partiti non sono più luoghi di elaborazione (l'intellettuale collettivo si sarebbe detto un tempo), ma un apparato di consenso, dove i territori (le strutture di base e territoriali) sono diventati i terminali di macchine elettorali centralizzate che non richiedono pensiero, né tanto meno analisi dei processi sociali, bensì rapporti fiduciari e apparati di consenso. Non c'è bisogno di mettersi intorno ad un tavolo a riflettere portando le proprie esperienze, ma più semplicemente di accendere la televisione e di sintonizzarsi su Ballarò, diventato il luogo formativo dell'elettore/aderente.
Ovviamente il problema non sono certo le primarie, ma la mutazione antropologica che è avvenuta in questo paese nell'arco di un ventennio. Attenzione dunque a scambiare questa espressione di voto di natura sostanzialmente plebiscitaria (dove cioè il leader si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi collettivi in mutazione) con il confronto e la partecipazione democratica.
E, ciò nonostante, non sembri un paradosso ma le primarie possono diventare uno strumento per riattivare forme partecipative e confronto collettivo. E' ciò che almeno in parte sembra avvenire anche in queste settimane, nelle migliaia di incontri sul territorio, riattivando la curiosità e persino il piacere per la partecipazione politica. In questo è come se il Partito Democratico avesse dimostrato di avere mantenuto, forse unica eccezione in un panorama di profondo logoramento della politica, gli anticorpi rispetto ad un avanzato processo degenerativo. Sempre che le tradizionali forme della politica siano ancora in grado di dare risposta ai processi di cambiamento e di ridislocazione degli interessi e dei poteri.
Bene dunque che tremilionicentodiecimiladuecentodieci persone partecipino alle primarie del centrosinistra, ma non illudiamoci che questo di per sé sia la soluzione ad una crisi che in primo luogo è di capacità di leggere questo tempo e di indicare nuovi scenari. Per questo servono sguardi originali, a cominciare dall'elaborazione di un Novecento che ancora getta la sua ombra lunga sul nuovo secolo. Occorre ripartire dalla narrazione del territorio e dei suoi cambiamenti, di come sono andati mutando i rapporti sociali, delle moderne alienazioni e di come vorremmo immaginare un futuro diverso. E soprattutto occorre far nostra la consapevolezza che il tempo dello sviluppo senza limiti non solo è finito ma che anche in passato si reggeva sul fatto che gran parte dell'umanità dal compromesso keynesiano era esclusa.
La crisi del centrodestra è talmente profonda che probabilmente le prossime elezioni si giocheranno fra il centrosinistra e le forme del rancore. In ogni caso ci sbaglieremmo a pensare la partita vinta in partenza, perché dopo i numeri dovremmo saper dimostrare di avere qualcosa da dire.
Dovrei riferirvi degli incontri, delle riunioni, di un lavoro quotidiano che spazia fra l'Afghanistan e il Mediterraneo, dal Café de la Paix all'impegno formativo, dalla legge finanziaria alla preparazione della sessione del consiglio provinciale che prende il via mercoledì.
Alla fine della presentazione del libro di Francesco Prezzi "Trento nelle guerre d'Europa e d'Italia nella seconda metà del XV secolo" mi avvicina una signora quasi stupita che un "politico" potesse avere a che fare con la conoscenza della storia. No, l'antipolitica non è ancora alle nostre spalle.

A Firenze, nella Casa della Creatività a due passi dal Duomo, ci sono tantissimi giovani. E' curioso che il volto di Ulisse, impresso negli occhi della mia generazione attraverso lo sceneggiato televisivo del 1969, possa attrarre l'attenzione di un pubblico tanto giovane. Eppure siamo qui a parlare di Bekim Fehmiu, l'attore jugoslavo che ha donato per sempre il suo
volto al personaggio omerico. Che mentre la Jugoslavia andava in pezzi per protesta scelse il silenzio e poi, dopo la tragedia, decise con il suicidio che il suo tempo era finito come il suo paese.
E' davvero interessante come il caso s'intrecci con il tempo. Così la scelta dei ragazzi di Peja/Pec, Kraljevo e Prijedor - tre paesi
lacerati dalla guerra degli anni '90 - di dedicare, nell'ambito del progetto memoria ed elaborazione del conflitto, una mostra all'Ulisse venuto dai Balcani possa diventare l'occasione per entrare in dialogo con i loro coetanei dall'altra parte del mare, attratti dalla metafora immortale che l'Ulisse rappresenta per ogni generazione e dal fatto che la sensibilità di un'artista geniale come Vinicio Capossela abbia dedicato il suo recente lavoro "Marinai, profeti e balene" proprio a Bekim Fehmiu.
E' una bella storia, questa. E noi siamo qui, dopo Trento, nel centro di Firenze, con Vinicio e Giuseppe Colangelo, a parlare dell'Ulisse, di un uomo e di un paese che non ci sono più. Occasione per riflettere sul nostro tempo, sul Novecento che non abbiamo ancora saputo elaborare, su una guerra che ha dilaniato il cuore dell'Europa e di cui non abbiamo compreso un fico secco.
Sono spazi che ritaglio a fatica nelle mie giornate intense di lavoro, il che significa mettere in conto un andata e ritorno da Trento e Firenze in mezza giornata e, come potete immaginare, non certo all'insegna della lentezza.
Del Novecento che non passa parliamo anche la sera successiva a Rovereto, nella bella sala della fondazione Cassa di Risparmio, dove presentiamo "I giorni freddi di Novi Sad". Con noi ci sono due ospiti d'eccezione, il rappresentante della comunità ebraica della capitale della Vojvodina Goran Levi e una delle figure più importanti della letteratura bosniaca, lo scrittore Dzevad Karahasan. Devo dire che sono le sue parole a calamitare l'attenzione del pubblico presente, uno sguardo il suo che ti porta nel cuore di una città che in un libro scritto nei giorni dell'assedio definì "il centro del mondo". Perché questa è Sarajevo, senza nulla togliere ad altri luoghi che proprio nell'incontro fra culture e pensieri sono diventati simbolo di cosmopolitismo e di civiltà. E per questo stretti nell'assedio, bombardati, annichiliti. Presentare libri, un programma politico.
E' l'occasione per riflettere sul fatto che nell'incontro fra le culture il tema non è la tolleranza, bensì la capacità di non essere
indifferenti. E dunque nel sentire le sensibilità dell'altro come parte di noi, della nostra stessa storia. E per parlare della memoria, una bestia piena di insidie, nel suo oblio, nei suoi vuoti, sul suo dolore ma anche nella sua retorica o, peggio ancora, nella sua esibizione violenta, quasi fosse un'arma rivolta contro l'altro. Ed anche sulla necessità di prenderne le misure perché -
come afferma Karahasan - "rimaniamo in vita perché dimentichiamo".
Prosegue il lavoro per dare compattezza e idee alla coalizione del "dopo Dellai". Una fitta rete di incontri informali, in attesa
di metterci alle spalle le primarie, nella speranza che l'esito della consultazione di domani (domenica) non faccia saltare il PD e che, per altro verso, il progetto di Montezemolo - che con le terre alte non centra un bel niente - non pregiudichi che dopo le elezioni politiche nazionali possa prendere corpo un territorialismo dall'orizzonte europeo, progetto a cui personalmente
guardo come l'unica vera riforma della politica. Si andrà ad un appello molto trasversale al centrosinistra autonomista che punta a coinvolgere le tante persone che faticano a collocarsi nelle attuali appartenenze e ad un incontro previsto il prossimo 7 dicembre (mettetevi un piccolo segno in agenda) a Trento.
Questa settimana si è concluso l'iter della Legge Finanziaria nella prima Commissione legislativa provinciale. Il sovrapporsi di impegni ha fatto sì non potessi seguire questo passaggio, ma va bene così. Significa che ho più tempo per predisporre alcuni emendamenti e ordine del giorno che ho in cantiere per quando la Finanziaria arriverà in aula, ovvero il 10 dicembre. Ve ne parlerò nei prossimi giorni.
Infine, nel tardo pomeriggio di venerdì si riunisce un folto gruppo di soggetti che saranno gli attori di "Afghanistan 2014". I lettori più attenti del questo sito sanno del cantiere avviato già un anno fa ed ora il progetto sta entrando nel vivo. Nel 2013/2014 l'Afghanistan sarà al centro dell'attenzione mondiale ed è importante far crescere un approccio "altro" alla questione. Che poi significa smetterla con la logica di guerra e di emergenza nel guardare a questo paese. Perché il futuro dell'Afghanistan sia nelle mani degli afghani occorre che emerga tutta la ricchezza culturale prima ancora che materiale di questo paese e che ogni nostra relazione con questo territorio sia improntata a favorire il dispiegarsi di queste energie. A tal fine si sta costituendo un Consorzio di soggetti che ne saranno i protagonisti ed il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ne sarà il collante.
Imprese non facili e per questo mi vengono in mente le straordinarie parole di Altiero Spinelli quando, lasciando l'isola di Ventotene il 18 agosto 1943, pensando al progetto federativo europeo scriveva: «Guardavo sparire l'isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato le somme finali di quel che ero andato meditando durante sedici anni, avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili... nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si preparava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file... con me non avevo per ora, oltre me stesso, che un Manifesto, alcune Tesi e tre o quattro amici...».

E' bello trovare sintonie. Sabato mattina sarei dovuto essere alla Conferenza della Cooperazione trentina a Comano Terme, in un dialogo fra il più importante soggetto economico e sociale di questa terra e la politica. Non sto tanto bene e allora decido di cambiare il programma della giornata e di limitarmi all'incontro con Michele Lanzingher, direttore del Museo tridentino di scienze naturali, per un suo coinvolgimento nell'evento conclusivo del percorso sul limite del Forum. La nostra conversazione, pur avendo un oggetto specifico, spazia attorno alle domande di fondo del nostro agire individuale e collettivo. Ed è interessante cogliere una così profonda vicinanza, un sentire comune niente affatto scontato.
Sì, è bello vedere che i temi che abbiamo posto al centro di un discorso sulla pace piuttosto inedito diventino oggetto di riflessione anche in ambiti molto diversi. E' così che la 21° rassegna internazionale di satira e umorismo organizzata dallo Studio d'arte Andromeda che s'inaugura nel pomeriggio di sabato viene dedicata al tema della lentezza. Ne esce una raccolta di opere molto bella, nella quale il nostro rapporto con lo scorrere del tempo viene spaccato in quattro attraverso le opere di autori provenienti dal mondo intero. Sintonie che descrivono la connessione con le domande di questo passaggio di tempo. Ne scriverà l'amico Ugo sul Corriere del Trentino.
Lo stesso potremmo dire per l'evento di presentazione, nel pomeriggio di lunedì all'Università, del numero 11 della rivista Multiverso dedicata al tema della "Misura". "Oscillando tra assoluto e relativo, tra divinità e uomo ‘misura di tutte le cose', tra religione e scienza, si sono individuati, in una ricerca mai finita, valori, canoni, paradigmi, metriche, scale e modelli, tracciando di volta in volta ordini e dispositivi che sono stati e sono ancora alla base del nostro vivere. L'uomo, per di più, non solo misura ma è lui stesso oggetto di misura, come nelle discipline sociali e nelle diverse valutazioni di qualità o di efficienza, alle quali sempre di più viene sottoposto. Se c'è però una misura, c'è anche un fuori misura, un senza misura, fino a quello che non si può misurare: l'incommensurabile", scrivono gli organizzatori. E ancora una volta avvertiamo un forte bisogno di interrogarci, una domanda che sale verso la politica che invece appare distante, in tutt'altre faccende affaccendata.
La misura del nostro delirio quotidiano... per poi fare improvvisamente i conti con la finitezza di ognuno. Con questo pensiero mi trovo ad accompagnare, insieme a tantissimi amici, Agostino Catalano nel suo ultimo viaggio. Con Agostino avevamo più o meno la stessa età, un itinerario politico poi non tanto diverso, luoghi analoghi di frequentazione, eppure non eravamo amici. Oltre al caso, la ragione forse era riconducibile a quel 1989, nella scelta di rottura politica e culturale che compimmo in quei mesi con un pezzo della nostra storia e di cui anche Agostino era parte. Ricordo che una volta mi disse, come a rimproverarmi personalmente, che nella scelta di andarcene da DP avevamo strappato la speranza che in tanti riponevano in quel collettivo e nelle singole persone che costituivano quel gruppo dirigente. Fu così, è vero. In molti non condivisero, lacerammo una piccola storia che - negli anni della sconfitta - aveva pure rappresentato un riferimento nell'azione come nella ricerca politica. Ma in questo modo riuscimmo seppur faticosamente a rimescolare le carte e se di lì a qualche anno, di fronte all'involuzione della seconda repubblica, il Trentino non si è omologato culturalmente e politicamente al resto dell'arco alpino e alla devastazione dello spaesamento, questo lo si deve anche a quella scelta così dolorosa.
Tradimmo. Nell'incontro con i partecipanti al percorso formativo "Sponda Sud" al Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, al quale partecipano una quindicina di giovani provenienti dalle altre sponde del Mediterraneo, il tema del tradimento di li a poco ricompare. La causa palestinese è nei cuori del mondo arabo e la tragedia di queste ore a Gaza fa sì che sia ancor più sentita. Per questo, quando provo a dire che da quel conflitto se ne può uscire solo attraverso un cambio di paradigma attorno alla questione dello stato/nazione e alla capacità da parte dell'Europa di elaborare il suo Novecento, mi guardano male. E ancora di più quando provo a dire che i palestinesi, talvolta senza nemmeno esserne consapevoli, hanno preso le misure ad un conflitto senza fine andando oltre lo stato (e quelle rappresentazioni che mal sopportano). Un "oltre" che sta nella vita quotidiana, nelle relazioni intrecciate di una diaspora sparsa per il mondo, nelle opportunità economiche e di studio che queste portano con sé, nelle modalità di auto-organizzazione familiare che costituiscono vere e proprie forme di sussidiarietà (una famiglia allargata palestinese non è meno numerosa di qualche comune del Trentino...). Uno scarto sul quale riflettere.
Eppure, nella primavera araba c'è un cambio di paradigma. Ha a che vedere con l'islamismo politico, la critica radicale al nazionalismo arabo e ad una cultura politica d'importazione che non ha saputo coniugare modernità e tradizione. Eppure i giovani di Gaza, prima ancora che scoppiasse la primavera, con il loro manifesto che mandava affanculo tutti ponevano esattamente l'urgenza di uno sguardo diverso. "Vogliamo vivere" dicevano e con ciò indicavano la necessità di uscire dalla prigione ideologica (non solo quella del loro ghetto quotidiano). Ma forse a vent'anni (?) si preferisce credere che è colpa di chi tradisce, di un gruppo dirigente corrotto, di stati che hanno agitato la questione palestinese più per propaganda che altro, di una comunità internazionale che è contro di te... questo ed altro ancora. In realtà sono le categorie concettuali a non reggere più.
Alla fine mi guardano un po' meno storto, ma non sono affatto convinti. Sento Luca che è tornato da qualche ora da Barcellona. E' stato lì per qualche giorno e con i suoi giovani amici non hanno parlato d'altro. Il paradigma territoriale è il cambio dello schema di gioco, con tutte le sue insidie ma anche con la straordinaria forza di connettere in maniera virtuosa il locale ed il globale.

Nella prestigiosa cornice della "Farrari Incontri", dove le bottiglie del "Trento doc" sembrano oggetti preziosi, Vittorio Borelli presenta il suo primo romanzo "Stefana. Il profumo acre dell'est", un thriller edito dalla piccola casa editrice trentina "Silvy". Vittorio è un vecchio amico dai tempi in cui era il direttore del "Quotidiano dei Lavoratori". Nella metà degli anni '70 condividevamo oltre alla militanza politica anche l'idea, invero piuttosto irragionevole, che l'impegno politico potesse assorbire le nostre vite fin quasi ad identificarvisi.
Erano anni di profondi cambiamenti e di straordinaria passione, fors'anche per questo non ammettevano dubbi e quell'identificazione portava con sé il segno inquietante di una sconfitta che da politica sarebbe diventata personale. Vittorio ne scrisse un libro (Diario di un militante intorno a un suicidio, Feltrinelli, 1979) e se ne andò.
Il Secolo XIX, Panorama, il Sole 24 ore, il Mondo. Poi il salto in Unicredit, come responsabile della comunicazione. Infine la rivista east. In mezzo un bel libro come "Banca padrona". In tutto questo percorso non ho mai pensato a Vittorio come ad un pennivendolo. Leggendo i suoi editoriali sul Mondo scorgevi il tratto di un pensiero vivace nell'interpretare le trasformazioni, certo con lo sguardo del giornalista, diverso dal mio. Ma dove ci accomunava il privilegio di poter fare le cose che ci piacevano fare. Ed è così anche oggi, nella scelta di raccontare il mondo, in questo caso attraverso un romanzo che ci aiuta a comprendere una postmodernità che ha l'odore acre, a distanza di anni, del socialismo reale e di un imbroglio chiamato transizione. Quando avrò letto "Stefana" ne riparleremo. Intanto rimane l'emozione del ritrovarsi e la piacevole sensazione della mitezza. Cosa rara.
Al mattino seguente ci incontriamo con Mario Zambarda, Salvatore Maule e Roberto Pagliarini. Quest'ultimo ha lavorato per diversi anni come enologo in Palestina, alla Cantina Cremisan di Beit Jalla, praticamente rinata anche grazie al suo lavoro. Parliamo del Vino di Cana, di questo progetto che stiamo perseguendo da anni e che ha portato recentemente alla realizzazione di una piccola cantina ad Aboud, non lontano da Ramallah.
C'è soddisfazione per i risultati che si sono raggiunti, la qualità è migliorata decisamente tanto a Cremisan quanto ad Aboud ed ora servirebbero nuovi impianti di coltivazione delle uve autoctone che peraltro sono parte dell'antica tradizione locale, come si evince dalle zone archeologiche nei pressi del villaggio. Ciò nonostante Pagliarini appare deluso da una cooperazione che nemmeno si pone nell'ottica di costruire relazioni stabili fra le comunità e quindi guarda a noi, alla comunità trentina, per non buttare alle ortiche anni di lavoro. Insomma, ci chiede di raccogliere il testimone e di proseguire nell'obiettivo di realizzare quella rete di esperienze nel settore agricolo di cui avevamo parlato a Beit Jalla quando ancora lavorava per il VIS (l'Ong dei Salesiani).
Anche Salvatore Maule, formatore e ricercatore della Fondazione Mach (l'Istituto Agrario di San Michele all'Adige), ci chiede di assicurare continuità al lavoro avviato nella ricerca/sperimentazione di vitigni locali ed anche questo mi fa davvero piacere considerato che in passato il suo sentire tendeva più verso il pessimismo. Uno sguardo severo - sia chiaro - è sempre utile quando si avviano progetti di cooperazione internazionale, tanto è facile sbagliare o prendere abbagli.
Ci incontreremo a breve (sabato 1 dicembre, ore 10.30) alla Cantina Pravis di Lasino per fare il punto sull'insieme del programma di sviluppo rurale su cui abbiamo costruito un anno fa anche il Protocollo d'intesa fra la PAT e l'Autorità Nazionale Palestinese. E archiviata la Legge Finanziaria dovremmo mettere in cantiere una nuova visita in Palestina. Nella speranza che le notizie che arrivano in queste ore da Gaza non siano il preludio di una nuova guerra su larga scala.
Sono fuori di testa e chiusi nel vicolo cieco di un paradigma che non permette loro di trasformare in forma creativa quel conflitto. Lo dico per il Governo israeliano, che fonda la sua politica di espansione sulla sistematica violazione delle risoluzioni internazionali, annunciando nuove colonie nelle aree che gli accordi di Oslo hanno assegnato all'Autorità Nazionale Palestinese. Lo dico per Hamas che ancora pensa (o tollera) l'opzione militare nella gestione del conflitto. Lo dico per gli effetti ritorsivi che l'esercito israeliano mette in campo, quasi altro non attendesse per dispiegare carri armati e decine di migliaia di riservisti lungo i confini con la Striscia di Gaza. Lo dico infine per l'Europa (che non c'è), per l'Italia (subito allineata con la follia israeliana) e per gli Stati Uniti d'America che buttano al vento la speranza di dialogo che i palestinesi riponevano nella rielezione di Barack Obama.
In serata passo da piazza del Duomo a Trento, dove si svolge un sit-in in solidarietà con il popolo palestinese promosso attraverso facebook. Poca gente, sempre le solite facce. Ma non è questo che mi fa decidere di andarmene via dopo pochi minuti. No, non è la solitudine che talvolta accompagna le cause migliori. E' il fastidio per le ritualità, per gli slogan sempre uguali e per l'aggressività che esprimono, per quel modo di pensare che divide il mondo in forma manichea. Non sono equidistante, sia chiaro. So bene quanta ingiustizia vi sia nel vivere ammassati in un fazzoletto di terra come Gaza con una densità di 4.587 persone per chilometro quadrato. So la violenza delle colonie che occupano territori contro ogni straccio di legalità internazionale. Come so della profonda ingiustizia che la Palestina tutta ha subito con la pulizia etnica perpetrata da Israele, puntualmente documentata dallo scrittore israeliano Ilan Pappe (La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore). Equiprossimo, semmai. Ma questo non significa non interrogarsi sul fallimento delle strade sin qui seguite, non può significare il non indagare strade diverse. Negli slogan che ascolto, sento il peso di una cultura che non mi appartiene. Totalmente chiusa nella logica di guerra che continua a prevalere.
In serata mi attende ancora un incontro politico, l'indomani (sabato) una giornata piena di impegni. Avverto una stanchezza che il giorno dopo mi farà modificare tutta la mia agenda.
Dei primi tre giorni di questa settimana, vi propongo altrettante immagini.
La prima è la conversazione con Antonio. Insieme stiamo progettando l'evento conclusivo del percorso sul "Limite" del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Vi ricordate lo scorso gennaio il "Sinan Pascià" al Teatro Sociale? Bene. Quest'anno l'evento conclusivo lo abbiamo previsto per il primo giorno di primavera o giù di lì. Un titolo ancora non c'è ma stiamo girando attorno ad un concetto come "Paesaggi dentro" per descrivere un tema, quello del limite, che ha molto a che fare con i cambiamenti che attraversano il nostro immaginario prima ancora che le nostre esistenze. Per la mente ci passano brani musicali ormai dimenticati, ma che pure nella seconda metà del secolo scorso hanno raccontato le trasformazioni delle nostre città e di noi dentro questi paesaggi... parliamo dei testimoni che in quell'occasione vorremmo invitare e che ci aiuteranno a capire come è cambiato in profondità - nelle vite e nelle relazioni - questo paese, pensiamo a come sarebbe bello avere con noi alcune persone che rappresentano di questa nostra terra la diversità. Le idee non mancano. Con Antonio, pure figlio di un'altra generazione, ci sono sintonie profonde... Ne verrebbe lo spaccato di un tempo che nella trasformazione ha conosciuto la fatica dello spaesamento... l'impegno per la pace si arricchirebbe di uno sguardo inconsueto.
La seconda immagine è la brutta sala del Palazzo della Provincia di Bolzano dove si svolgono in questa seconda parte di legislatura gli incontri del Consiglio Regionale e l'amaro prendere atto dell'inutilità di un'istituzione che, almeno in queste forme, non ha più nulla da dire. E' dall'avvio di questa legislatura che, tranne qualche raro momento, siamo partecipi dell'inesorabile esaurirsi di un'assemblea regionale che va radicalmente ripensata, sgombrandola da ogni residua competenza e immaginata come un luogo di scambio e di relazione fra le nostre autonomie in una prospettiva europea. Di questo, ai margini della seduta di martedì, parliamo con Paolo e Margherita. Per riuscire almeno a lasciare, prima che questo mandato arrivi a conclusione, una proposta che possa ridare senso e dignità al luogo dell'incontro fra il Trentino e il Sud Tirolo. Avremmo, io credo, molte cose da dirci fra trentini e tirolesi. A cominciare dal condividere una narrazione sulla storia di queste terre di confine unite, pur nella profonda diversità, da un destino comune. Invece qui dentro nemmeno conosciamo i nomi di tutte le persone che compongono l'assemblea.
La terza di immagine è lo sciopero europeo. Il 14 novembre 2012 potrebbe costituire una data storica, per la prima volta i lavoratori dei 27 paesi dell'Unione (in realtà solo di 23, che pure non sarebbero pochi) incrociano le braccia per affermare i loro diritti. Ma così non sarà, perché questi diritti sembrano piuttosto confliggere fra loro tanto distanti sono le condizioni sociali, di trattamento salariale, di normative a tutela della salute e dell'ambiente di lavoro che troviamo nei paesi europei (che pure non solo quelli dell'Unione). Dobbiamo riconoscere che l'Europa sul piano del lavoro proprio non c'è. Per lo stesso lavoro, nei paesi del vecchio continente, c'è chi riceve duecento euro e chi tremila. Questi ultimi si guardano bene dal mettere in discussione quel che hanno conquistato, ma il ricatto della delocalizzazione delle imprese nelle aree dove si lavora per un pugno di euro con turni di dieci o dodici ore prima o poi arriverà (in realtà è già arrivato) e saranno (sono) dolori. A meno che i metallurgici tedeschi non pensino di potersi chiudere nel proprio guscio... mentre un'altra umanità, sempre in questa stessa Europa, si trova costretta ad accettare condizioni di semi schiavitù. Potremmo parlare della scuola, viste le mobilitazioni di questi giorni, e non sarebbe tanto diverso... Ma invece di riflettere su tutto questo, va in scena la ritualità, le parole d'ordine e le modalità sono quelle di sempre, si dice basta con le politiche di austerità come se all'orizzonte si potesse (o fosse giusto) immaginare una nuova stagione di sviluppo e di rilancio dei consumi invece di interrogarci sull'insostenibilità dei modelli economico/sociali fin qui conosciuti. Sì, occorrerebbe una visione europea, servirebbero politiche europee, sindacati europei, partiti europei... in grado di connettere territori e condizioni così diverse fra loro, nel farsi carico di tali diversità allo scopo di mettere fine al ricatto della delocalizzazione selvaggia nei lidi della deregolazione. Ma, a guardar bene, i primi a non volere l'Europa politica sono proprio coloro che questa diversità così profonda non la intendono affatto mettere in discussione. Riappaiono persino gli scontri con la polizia, scene da lotta di classe, stanchi rituali nel sonno della ragione e nel vuoto dei pensieri.

Il fine settimana si conclude con due giornate di formazione in Valmarecchia. Sottraggo questo tempo a mille altri impegni, quasi rappresentasse per me, oltre ad un impegno assunto con Gianni prima che se ne andasse, una sorta di spazio di libertà nel quale alzare lo sguardo quotidiano. Da quel che mi dicono, è così anche per chi vi partecipa.
Due i temi conclusivi, "L'Europa e il Mediterraneo" il venerdì pomeriggio, "La cooperazione per stare al mondo" il sabato mattina. Le persone presenti mi seguono con molto interesse, peccato che qualcuno dei partecipanti ai primi incontri si sia perso per strada. "Per cause di forza maggiore..." mi rassicurano Laura e Franca, "le persone che hanno seguito il percorso formativo si sono dichiarate molto soddisfatte di questa esperienza". Che per la verità non si è ancora conclusa: nella prossima primavera, in coincidenza con il periodo pasquale, si svolgerà un viaggio di studio nell'Europa di mezzo che accompagnerò. Credo che non sia facile nemmeno ricostruire il rigore dello studio, tanto si è persa la pratica dell'apprendimento permanente.
Penso che in questo passaggio di tempo la formazione (e quella politica in particolare) diventi di fondamentale importanza e che questa cosa prenda corpo in Trentino come in altre parti d'Italia mi sembra una risposta concreta proprio alla crisi della politica. Mi scrive Silvano Falocco, animatore della scuola di formazione che a Roma si è intitolata alla figura di Danilo Dolci, per chiedermi se me la sento di tenere a gennaio una giornata del loro percorso formativo. Il tema che mi viene proposto prende spunto da un passaggio di questo stesso diario: "La bellezza del passare la mano. Rottamatori e rottami: ma l'unico linguaggio è quello dello sfasciacarrozze? E' possibile trasmettere le esperienze, le passioni e le competenze in politica, senza costringere qualcuno a portarci via, a forza, dai luoghi del potere?". Tema intrigante, di particolare attualità. E, come potete immaginare, non può che farmi piacere trattare.
Vorrei che in giro per questo paese si facesse largo l'idea che il pensiero e l'agire politico possano nascere dai territori, anzi in ciascun territorio, a fronte della considerazione che oggi i partiti li sorvolano, considerandoli al massimo come dei terminali. Penso che questa sia l'unica strada per un serio ripensamento della politica. Al tempo stesso so bene quanto sia inimmaginabile un pensare/agire locale/globale non solo per i partiti che vivono come ineludibile la loro dimensione centrale, ma anche per i cittadini che non riescono a vedere altro rimedio ai mali della politica che l'affidarsi al demiurgo di turno.
La cultura autonomistica non è particolarmente diffusa. E lo stesso potremmo dire per un pensare europeo che fatica a diventare sguardo sulle cose, visione, insomma cultura politica. E' di questo gap che parlo ai miei corsisti della Val Marecchia, che mi ascoltano con curiosità perché quel che vado loro dicendo sull'Europa un po' li spiazza. Come quando spiego loro che se l'Europa politica è ancora lontana non è solo perché gli stati nazionali non vogliono cedere quote di sovranità ma anche perché i primi a non volere l'Europa sono i metallurgici tedeschi i quali sanno bene che per lo stesso lavoro c'è chi in questa Europa prende 200 euro mentre altri ne prendono 3.000.
I territori in rete sono l'opposto del localismo, ma una nuova dimensione europea. E' quel cambio di schema di cui abbiamo spesso parlato su questo blog, di cui abbiamo discusso molte volte con il presidente Dellai e con chi, fuori o dentro il PD, cerca di immaginare una nuova rappresentazione della politica.
Ho passato la settimana nel cercare di gettare ponti in un centrosinistra autonomista trentino che, dopo la scelta di Pacher di togliersi dalla mischia dei candidati alla presidenza, rischia di implodere. In assenza di un racconto condiviso di questo Trentino, dopo quindici anni di governo, non è facile trovare un comun denominatore. Come non è facile proporre una scelta condivisa di governo, quando le scelte sono condizionate dai destini personali, dalla spasmodica ricerca di visibilità, dal cavalcare gli umori di una opinione pubblica che vorrebbe cancellare la politica vista come la causa di tutti i mali, non accorgendosi che in questo modo si scassano le istituzioni (come nel caso della cancellazione dell'incompatibilità fra cariche esecutive e legislative, definita erroneamente "porta girevole"). Se poi non c'è onestà intellettuale, tutto si complica.
S'intrecciano la dimensione nazionale (le primarie del centrosinistra, la nascita del centro degasperiano, il futuro di Monti e dei tecnici, la partita che sta giocando l'Udc di Casini, la paura verso un grillismo che erode consenso ai partiti e non all'astensionismo...) e una crisi strutturale che si affronta con logiche congiunturali, con quella locale con un centrosinistra autonomista che in assenza di Dellai deve trovare un nuovo collante, un PD del Trentino che non sa riconoscere la diversità di questa terra, il venir meno di una parte delle risorse dell'autonomia, il mordere anche qui di una crisi che l'autonomia ha saputo solo attenuare, con quella regionale alle prese con un Sud Tirolo dove la crisi della SVP rischia di avere conseguenze imprevedibili...
Insomma, la situazione è complessa e rischiamo di buttar al vento questa nostra preziosa anomalia. Per questo occorre lucidità.

Esce sul quotidiano "L'Adige" una lunga intervista al presidente Lorenzo Dellai. Due pagine a cura del direttore Pierangelo Giovanetti, titolo sparato sulle dimissioni a febbraio, candidato alla Camera dei Deputati per un partito che ancora non c'è. Ad un'attenta lettura dell'intervista, in realtà le parole sono molto più caute, "se ci sono le condizioni politiche..." dice il presidente. Forse perché il flop dell'API ancora brucia.
In realtà il progetto di Casini di allargare l'area di centro non mi pare rappresenti una grande novità sul fronte politico, mentre
quello che vede coinvolti il ministro Riccardi, il presidente delle Acli Olivero e il capo della Cisl Bonanni si configura come la proposta di scomporre l'idea originaria del PD (una nuova sintesi culturale prima ancora che politica) nello schema classico di un centro (di ispirazione degasperiana) e di una sinistra socialdemocratica. Le due cose possono anche incontrarsi ma la natura dell'operazione non cambia.
Del paradigma territoriale, ovvero l'unica strada che io vedo oggi possibile per ripensare la politica, nell'intervista di ieri nemmeno una parola. E' solo la sintesi giornalistica o non è invece un ritorno al passato per giustificare l'operazione nazionale e (sempre che funzioni) una possibile collocazione governativa del presidente? E dov'è finito il progetto delle "terre alte"?
Che prenda corpo sul piano nazionale, in vista delle elezioni politiche, un nuovo soggetto politico capace di intercettare un'area
moderata e centrista in libera uscita (ma da dove?) e che guardi a sinistra, personalmente non ho nulla in contrario. Ma al tempo stesso dobbiamo dirci senza reticenze che questo progetto nasce in un orizzonte dove lo schema di gioco è quello di sempre. E non credo, ma mi posso sbagliare, che ancora funzioni. Le elezioni siciliane ci hanno fatto capire che i voti in uscita dal centrodestra non vanno certo ad aumentare né il peso del PD, né quello dell'UDC. Stanno a casa piuttosto, oppure vanno ad
ingrossare le fila del Movimento 5 Stelle che, lungi dal rappresentare un'alternativa all'astensionismo, pesca a destra e a manca.
Ci siamo detti in questi anni (anche con Lorenzo Dellai) che questo schema andava messo in discussione, rimescolando le carte e proponendo uno sguardo diverso, insieme territoriale ed europeo. Non un progetto locale, ma dei luoghi in rete con l'interdipendenza. Non è una forzatura intellettuale, è la cifra dei problemi - territoriale e sovranazionale - a suggerirlo, quando quella nazionale è ormai fuori scala se non per dei corpi intermedi tradizionali che da qui traggono la propria autoreferenzialità.
Immaginare la politica in uno scenario diverso, con discriminanti diverse. Cercando di far convergere su questa prospettiva tanto il PD del Trentino che l'UpT. E insieme tante altre persone che oggi sono prive di appartenenza ma che avvertono urgente una diversa rappresentazione politica da quella proposta dai salotti televisivi (a proposito di politica salottiera, per usare l'espressione ingenerosa di Dellai verso il PD del Trentino).
Lo scenario elettorale è forse il meno adatto per costruire soggettività politiche nuove, troppo inquinato dai destini personali. Ma staremo a vedere. Intanto, il solo annuncio di una proposta trasversale che rimetta in carreggiata la coalizione sta creando molta attenzione ed altrettanta fibrillazione.
Perdo una notte a vedere quel che accade negli Stati Uniti. Ore di trepidazione, che alla fine si concludono con un respiro di sollievo. Pensare di nuovo i fondamentalisti alla Luttwak alla Casa Bianca era davvero troppo. Ne parlo sulla home page di questo sito. Ascolto il discorso di Obama e, nonostante l'empatia di un momento tanto emozionante, penso fra me che siamo ancora ben lontani dal cambio di paradigma di cui (in molti?) sentiamo il bisogno.

Villa Lagarina, in una saletta tutta colorata che in genere ospita bambini e famiglie questa sera si raccoglie un gruppo di giovani per qualcosa di inusuale, l'avvio di un percorso di formazione politica in cinque puntate. I loro nomi sono Andrea, Daniele, ancora Daniele, Denisa, Gianluca, Jacopo, Manuel, Martina, Michele, Sandro. Hanno in genere meno di vent'anni, studiano alle superiori e all'università, qualcuno già lavora, sono impegnati a vario titolo nel volontariato locale. Le loro motivazioni nel partecipare a questo percorso formativo sono il bisogno di saperne di più verso un mondo che non conoscono, la curiosità verso una proposta di temi che cattura la loro attenzione e, più in generale, l'esigenza di un'informazione che li aiuti a stare al mondo.
Con loro ci sono anche Alessio, che di Villa è il giovane sindaco, Alessandro e Ivano entrambi assessori comunali, e Marco che è il coordinatore di "Villalagarina Insieme", lista locale da cui nasce l'idea di questo ciclo di incontri che oggi prende il via con una prima lezione dal titolo "Nuovi sguardi oltre il Novecento". Seduti in cerchio, ahimè, sono indiscutibilmente il più vecchio. Nel prendere la parola per sviluppare l'argomento, mi chiedo quanto il mio linguaggio saprà fare breccia nel loro sentire.
Dovrebbe risultare facile, per questi ragazzi che sono nati negli anni '90, oltrepassare un secolo che hanno conosciuto appena. Il problema è che tutto quel che li circonda, i messaggi televisivi, quello di cui hanno sentito parlare a scuola o nelle famiglie, tende a riportarli in un quadro di categorie dalle quali non è affatto facile uscire. Il fatto è che in assenza di elaborazione la storia non passa e nemmeno i suoi paradigmi.
Provo così a fornire loro una lettura non banale di quattro passaggi cruciali del Novecento (la Shoah, il Gulag, Hiroshima e gli anni '90) che non abbiamo sufficientemente o per quasi per nulla elaborato, ciascuno dei quali ci pone domande di straordinaria attualità in ordine a quello che Rimbaud definì "il tempo degli assassini", ad una promessa diventata demenza, al mito prometeico dell'uomo signore del mondo e alla fine di una storia che ha dato il là alla postmodernità.
Il mio è un racconto inusuale e, a dire il vero, anche i "senior" presenti mi sembrano quasi stupiti che il cambio di sguardo che propongo loro possa venire da chi è impegnato quotidianamente nel grigio presidio della politica istituzionale. Non posso accettare che la critica della politica (e della sua opacità) sia appannaggio dall'antipolitica. Che invece appare totalmente chiusa nel suo rifiuto tout court della politica.
Quando concludiamo la serata ho la sensazione che tutti, giovani e meno giovani, siano soddisfatti. Anche il mondo delle parole può dunque incuriosire? Credo che sia profondamente sbagliato asserire che i giovani non ne vogliono sapere di politica, così come sia fuorviante parlare di apatia o di superficialità nel descrivere il mondo giovanile. Credo in realtà che se la politica sta in fondo alla classifica del gradimento degli italiani sia piuttosto perché dimostra spesso di non aver molto da dire.
Ne ho parlato in mattinata con Mario Raffaelli, con il quale si è sviluppato nel corso degli anni un dialogo politico a dispetto di storie personali piuttosto lontane. Condividiamo fra le altre cose l'idea che, con la scelta di Alberto Pacher di non candidarsi per il "dopo Dellai", la coalizione del centrosinistra autonomista debba ridefinire i propri fondamentali e i partiti fare un passo indietro. E contestualmente sia urgente riprendere quel percorso di natura territoriale che venne interrotto quando il PD in Trentino si è accontentato di essere un'articolazione del partito nazionale, quasi a voler omologare l'anomalia politica che ha permesso al Trentino la sua diversità.
Un dibattito che oscilla fra sinistra e centro, Vendola e Casini, progressismo e moderatismo, non ci porta da nessuna parte. Anche perché in questa cornice tutta novecentesca le contraddizioni continuano a ripresentarsi uguali a se stesse. Occorre un cambio di sguardo che ci permetta di leggere il presente in modo diverso. Penso alla cultura del limite, ad esempio. Non è solo la consapevolezza del carattere limitato delle risorse... è la radicale messa in discussione dei concetti che hanno plasmato tanto il pensiero socialista quanto quello liberale, dallo sviluppo delle forze produttive all'uomo in conflitto con la natura, dallo stato centralistico all'idea sciagurata che corrisponde alla locuzione latina "si vis pacem para bellum".
Ecco che i temi che affronto con i ragazzi nella riflessione sul Novecento ritornano in tutta la loro attualità. E' proprio naif immaginare che la formazione possa essere una possibile risposta alla crisi della politica?

Forse è il caso, forse no. Ma il fatto che in questi giorni, dopo anni di oblio, riappaia su Rai Storia l'Odissea di Franco Rossi e l'Ulisse di Bekim Fehmiu è qualcosa di più di una coincidenza. Della mostra dedicata all'Ulisse venuto dai Balcani (che in questi giorni era a Trento e che a breve si sposterà a Firenze) se ne è parlato soprattutto nella rete e dunque è possibile che il tam tam abbia raggiunto i responsabili di quel palinsesto. Dell'incontro di domenica scorsa con la famiglia di Fehmiu e Vinicio Capossela ne avevo parlato qualche settimana fa con Aldo Zappalà, regista e collaboratore di questo prestigioso canale pubblico e chissà se questa conversazione non centri qualcosa. Ma in cuor mio spero di no. Mi piace immaginare che queste cose accadono per un sentire che s'incontra, per il trovarsi in sintonia con il proprio tempo. In altre parole, voglio immaginare che dell'Ulisse come metafora del limite si avverta il bisogno.
Mi chiama Simone Malavolti per chiedermi se, in occasione della mostra su Bekim Fehmiu a Firenze, possa andare a parlare dell'Ulisse venuto dai Balcani in un momento di riflessione con Vinicio Capossela il prossimo 21 novembre. La cosa mi fa piacere, come del resto mi ha fatto piacere che Vinicio abbia messo il mio pezzo dedicato a Bekim Fehmiu sul suo sito internet.
Sono cose che mi incoraggiano nel pensare che la pace si possa declinare in maniera molto diversa dai suoi scontati rituali. Così venerdì pomeriggio al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, nell'incontrare le ragazze di una scuola siciliana - in Trentino su invito di Docenti Senza Frontiere - parlo loro dell'impegno per dare un senso nuovo alle nostre parole oggi banalizzate. Parlo della declinazione che ne stiamo facendo attraverso la cultura del limite o la cittadinanza euromediterranea, a queste giovani che di quel mare sono figlie.
L'unico ragazzo del gruppo mi chiede come mai qui non vi sia traccia di iniziative di lotta per la pace, osservando come il materiale sparso sul tavolo riguardi piuttosto iniziative culturali. E' l'occasione per spiegare che la pace si costruisce nella cultura delle persone e delle comunità, nelle politiche di prevenzione della degenerazione violenta dei conflitti, nell'elaborazione dei conflitti. Non nell'esibizione di bandiere, anche se ciò - in fondo - sarebbe più facile ed anche appagante sul piano della visibilità mediatica.
Vedo molta attenzione anche negli insegnanti che accompagnano questi giovani. Ascoltano con una certa curiosità questa altra versione dell'impegno per la pace... Il giorno dopo li incontrerò casualmente in centro, affidando ad un caffè l'espressione della loro gratitudine per aver proposto un approccio per loro così originale.
Uno sguardo diverso. Sabato mattina sono a Cognola per il seminario internazionale sul Brasile proposto dall'associazione Tremembè e che coinvolge altre quattordici realtà del volontariato trentino che opera nel grande paese dell'America Latina, quest'anno dedicato alle politiche ambientali. Lo scorso anno fra noi c'era anche un amico che nei mesi scorsi ci ha lasciati, Alberto Tridente.
E' stata l'ultima volta che ci siamo visti, eppure quel ragazzo di 79 anni era pieno di vita e di progetti. In quella circostanza mi donò la sua autobiografia (Dalla parte dei diritti, Rosenberg & Sellier), un volo attraverso il Novecento e la storia di questo paese. Del quale è stato interprete sensibile: garzone di bottega, giovane operaio, delegato sindacale della Cisl, funzionario della FIM e di altre categorie dell'industria, segretario regionale del sindacato metalmeccanico, dirigente nazionale e responsabile internazionale della FLM. E poi il lungo tragitto politico, dalle fila del movimento giovanile della DC (lui che era di famiglia comunista), alla sinistra cattolica di Donat Cattin, al Parlamento Europeo per DP e infine nella scelta comune di partecipare al rinnovamento della sinistra italiana.
Alberto Tridente non era solo un amico fraterno, è stato un maestro. Mi ha insegnato ad avere uno sguardo sulle cose del mondo alieno alle mode, con la profondità della conoscenza piuttosto che del bisogno di conferma delle nostre aspirazioni. Quel viaggio che facemmo insieme per le strade del Messico partecipando alla campagna elettorale di Cuatemoc Cardenas, in quella tarda primavera del 1994, non fu solo una straordinaria esperienza di vita, imparai a guardare le cose in un altro modo. Era l'anno dell'insurrezione delle popolazioni indigene del Chiapas, tutti guardavano al comandante Marcos come alla leggenda di un nuovo Che, noi cercavamo di comprendere quella strana insurrezione che non rivendicava autodeterminazione e nuovi confini ma dignità e autogoverno.
Qualche anno prima, era forse il 1985, a Roma incontrammo quell'amico sindacalista brasiliano allora praticamente sconosciuto in Italia che poi divenne il presidente del grande Brasile, Luiz Inácio da Silva, detto Lula. Ma allora quasi nessuno se ne accorse e alla conferenza stampa in via Farini vennero in pochi. Sì, Alberto era anche un grande costruttore di reti e di amicizie, cose importanti perché queste sono le cose che rimangono, a dispetto dei tempi e dei ruoli.
Quando se ne andò il Consiglio Regionale del Piemonte lo ricordò come "il professor Alberto Tridente". Alberto aveva fatto le scuole elementari, ma insegnò nelle Università di mezzo mondo. Era espressione di un sapere collettivo di cui oggi si fatica a trovare traccia.
Le parole mi si spezzano in gola. L'applauso della sala è il ringraziamento a tutto quel che Alberto Tridente ci ha donato, compreso quello sguardo attento sul Brasile, molto lontano dalla lettura manichea che pure ci viene proposta in una delle relazioni del mattino. Di fronte alla complessità del processo di trasformazione di quell'immenso paese ed anche alle devastazioni ambientali che una cultura sviluppista non riesce ad attenuare, la chiave della "rivoluzione tradita" è quanto di più ottuso e fuorviante si possa proporre. Un vizio antico. Anche per questo Alberto ci manca.