«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
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Due giorni di Consiglio Provinciale per esaminare question time, interrogazioni a risposta immediata che - tranne qualche rara eccezione - vengono fatte leggendo i giornali e che scorrono nel generale disinteresse; per un disegno di legge sul garante dei detenuti che sta incontrando un'ostilità politica trasversale perché - si sa - occuparsi degli ultimi specie se sono brutti e cattivi non crea consenso e che pertanto incontra l'ennesimo rinvio; per una serie di mozioni che servono più a segnare il territorio che altro. Mi scuso in anticipo per questa brutalità, ma non è così che si aiutano le istituzioni a dare buona prova di sé.
Il problema è che la politica si è inaridita. In un intervallo dei lavori sento alcuni consiglieri, anche in questo caso di diversi schieramenti, che se la ridono a proposito del fatto che dopo gli zingari, gli omosessuali e i detenuti arriveranno in Consiglio anche "le puttane". Mi chiedo con che gente ho a che fare... Abbiamo appena celebrato la giornata della memoria, ma l'odio verso i diversi è più fertile che mai. Come ho scritto in questi giorni, non s'impara mai nulla. Così quei camini non smetteranno mai di fumare...
Bisogna studiare, non inventarsi soluzioni dettate dalla necessità di trovare consenso a tutti i costi. Il gioco d'azzardo corrisponde alla povertà e alla solitudine sociale. Per la prostituzione non è tanto diverso. E le soluzioni non sono né i casinò, né i casini. Lo dico anche in relazione ad una delle mozioni discusse in queste ore e, per altro verso, al voto della Circoscrizione dell'Argentario di cui si è molto parlato in questi giorni.
Non mi stupisco, sono abbastanza grande da sapere quanto le istituzioni siano lo specchio di quel che c'è nella società ed è per questo che non nascondo la mia preoccupazione. So anche che in giro c'è di molto peggio: del resto il ventennio del signore di Arcore e del Guerriero di Pontida hanno lasciato il segno. Arida non è solo la politica.
Il problema è che la politica dovrebbe avere un ruolo pedagogico, non dovrebbe assecondare gli istinti peggiori. Ma se la politica si appiattisce sulla ricerca del consenso, perché stupirsi? In questi anni in Trentino abbiamo cercato di dare espressione alla parte migliore della nostra comunità che pure ha saputo respingere le sirene del neoliberismo, alla sua storia migliore fatta di solidarietà e mutualismo, all'impegno e alla professionalità di tante persone. Eppure non dovremmo mai dimenticare che il sapere e le intelligenze vanno coltivate con cura, così come l'autonomia e la responsabilità.
Provo a sdoppiarmi, non riesco a stare in aula senza seguire quel che vien detto ma al tempo stesso non posso gettare al vento tutto questo tempo ad ascoltare il disco rotto di interventi sempre uguali, quasi ossessivi, di chi dipinge il Trentino come una terra alla deriva. E quindi cerco di scrivere, preparare appunti, incontri e riunioni, momenti serali dove le buone cose possano coniugarsi con le buone idee.
In altre parole, cerco di coltivare qualche nuovo scenario per il dopo elezioni, sul piano delle idee come nelle relazioni con le persone che immagino possano dare un contributo significativo non solo per rendere più interessante l'anomalia trentina, ma anche per costruire un percorso politico dei territori nelle regioni italiane. E' questo il senso di un immagine, "lo zaino e la topolino amaranto", che ho proposto nella mia relazione alla scuola di formazione politica Danilo Dolci a Roma nei giorni scorsi. Vuol dire ridisegnare la politica, ma il concetto di pensare/agire globale/locale non rientra tanto facilmente nello schema mentale.
Domenica 27 gennaio, giorno della memoria. Valentina Miorandi ha lanciato l'idea di disegnare con una linea bianca lungo le vie della città di Trento il perimetro del campo di Auschwitz - Birkenau. In molti rispondono e ne esce una bella iniziativa di cui ho già scritto. Potremmo essere anche molti di più, ma anni di retorica non hanno affatto aiutato a capire che dal fascismo non si esce con un semplice colpo di spugna.
Ne è la riprova Silvio Berlusconi che, partecipando non invitato ad una delle cerimonie che si svolgono per ricordare la Shoah, se ne esce con una delle sue dichiarazioni ben studiate dando voce a quella falsa coscienza popolare che vorrebbe il fascismo come un fenomeno italiano ben diverso dal nazismo e da questi trascinato nelle leggi razziali e in guerra.
Inutile ricordare come questo rappresenti un falso storico, non ha importanza che sia stato il fascismo italiano a fare scuola in Germania, in Spagna, in Croazia, in Ungheria e altrove. E poi, chi si ricorda della Risiera di San Sabba con il suo forno crematorio... Italiani brava gente? Abbiamo ben presto rimosso il colonialismo italiano (dopo averlo sostenuto a gran voce nelle piazze), l'uso dei gas nelle guerre di conquista in Africa, il sostegno e l'addestramento degli ustaša del generale Ante Pavelić, lunga mano di Hitler e Mussolini nei Balcani nell'Olocausto e nella seconda guerra mondiale ... "Mussolini? Uno statista..." e chi lo afferma ci ha governati con ampio consenso per vent'anni.
Scandalizzarsi? Nei sondaggi il cavaliere cresce... Uso il resto della domenica per mettere per esteso gli appunti della lezione che ho svolto a Roma giovedì scorso e scrivo proprio di questo, di come in assenza di elaborazione il fascismo non passa, la storia ritorna con i suoi fantasmi, la responsabilità politica e morale di un intero paese non viene affrontata.
In compenso tiene banco la polemica attorno alla questione del Monte dei Paschi di Siena. Quando nel 2007 mi rivolsi ai responsabili del Festival dell'economia chiedendo loro di quale economia si stesse parlando se si ignoravano i devastanti processi di finanziarizzazione che avevano nei titoli derivati il loro manifestarsi più aggressivo, non ricevetti alcuna risposta. Poi la bolla scoppiò e la crisi divenne strutturale, ma nulla sul piano della finanza più aggressiva è cambiato. Non serviva essere esperti per capire che prima o poi il gioco si sarebbe scoperto. Solo che lo spettro del 1929 ha fatto sì che si salvassero le banche... e si lasciassero affondare le economie reali. Certo è che quel che è accaduto intorno alla più antica banca italiana è inquietante e ci racconta come occorrano nuove regole per mettere le briglia alla finanza.
Nei sondaggi il centrosinistra è in calo e guadagnano Monti, Grillo e Ingroia. Viva i partiti ad personam, abbasso la politica. La gente ama tutto quel che non impegna, che urla, che demolisce, che descrive il mondo in maniera manichea, che salva le false coscienze. Ovviamente mi auguro che Berlusconi non vinca, né condizioni il formarsi della maggioranza in uno dei due rami del Parlamento, ma dobbiamo prendere atto che l'Italia non è uscita affatto indenne da vent'anni di berlusconismo. Come sia cambiato questo paese dovrebbe essere materia di analisi e ricerca sociale, ma la politica sembra più intenta a rincorrere il consenso piuttosto che impegnarsi nella ricostruzione di un tessuto sociale uscito devastato da due decenni di individualismo.
Una serie di riunioni aprono la settimana. In agenda l'incontro del gruppo consiliare provinciale, la preparazione dell'incontro con Comunità responsabile del prossimo 5 febbraio, gli ultimi dettagli del programma della "winter school" sulle mafie (Trento, 7/9 marzo), l'incontro con gli assessori Gilmozzi e Olivi e il presidente di Trentino Sviluppo Diego Laner per dare attuazione alle novità introdotte in Finanziaria sull'animazione territoriale quale strumento di programmazione e di autocoscienza dei territori, la terza commissione legislativa.
Al Café de la Paix ci incontriamo con la presidente Itea Aida Ruffini, in pratica la padrona di casa, per un primo bilancio di un mese e mezzo di apertura di questo luogo fino a qualche mese fa in stato di abbandono ed ora rinato e davvero accogliente nel cuore della città di Trento. Parla da solo il dato delle persone che sono diventate soci del Café de la Paix: 4.200 iscrizioni. Beh, in poco più di un mese, niente male davvero.
Nel viaggio di ritorno da Roma avverto una stanchezza profonda. Eppure gli incontri che ho avuto e la lezione che ho tenuto sono stati positivi ed apprezzati, l'accoglienza calorosa. Ciò nonostante sento quanto sia distante il mio pensiero dal film che si svolge intorno a me.
La libreria "Le Storie" è affollata di gente, con alcune di queste persone si è sviluppato nel tempo un vero e proprio itinerario di pensiero. E' la quarta volta che mi invitano alla Scuola di formazione politica "Danilo Dolci", qui nei pressi dell'università Roma Tre dedicata a Federico Caffè, l'indimenticabile economista che il 15 aprile 1987 decise di far perdere le proprie tracce, congedandosi lasciando sul suo comodino gli occhiali, l'orologio, le chiavi e nulla di scritto che non fossero i suoi libri, i suoi articoli e le sue lezioni[1].
Silvano Falocco, che della scuola è un po' l'animatore, è fin troppo attento a quel che dico o scrivo in questo blog e così il tema che mi chiede di affrontare ha un titolo insieme accattivante e provocatorio dopo tanto parlare di rottamazione e in qualche modo connesso con la dura scelta del silenzio di Caffè: "La bellezza del passare la mano". In tempo di elezioni, un argomento possiamo dire piuttosto inusuale.
Quel che provo a dire non lascia nulla alla ricerca del consenso: sulla formazione delle classi dirigenti, sul tormentone delle regole nel ricambio dei partiti, sulla volgarità della rottamazione e sulle primarie come espressione della democrazia nel tempo dell'antipolitica. Ne approfitto anche per misurare la reazione "romana" all'idea di immaginare nuovi scenari - europei e territoriali - della politica, annunciando che in primavera allo zaino delle terre alte si affiancherà una topolino amaranto. La mia relazione è a braccio, il tempo di scriverla e la troverete sul sito. Posso dire che per oltre tre ore di conversazione non si muove nessuno e potremmo anche proseguire se Silvano non fosse così rigoroso nel rispettare i tempi. La scuola è scuola, tanto che quando propongo loro un viaggio di studio nell'"Europa di mezzo" la risposta è entusiastica. Non so quando troverò il tempo...
Dedico la giornata successiva ad una serie di incontri: con il prossimo direttore responsabile di "Terre" Sergio Bellucci, con l'amico Ali Rashid per concordare le tappe del nostro prossimo viaggio in Palestina, con il regista Aldo Zappalà per la "winter school" sulle mafie che avrà luogo agli inizi di marzo in Trentino su iniziativa del Forum e di Libera.
Nel centro di Roma sfrecciano le auto blu, fra i commenti sdegnati della gente. C'è una moltitudine di persone che ad ogni angolo chiede l'elemosina e non sono immigrati, come non lo sono le persone che esibendo un cartello gridano il loro essersi ritrovati poveri. Sono tempi di proteste solitarie. O invisibili, come quei manichini senza volto, ma con occhiali e cappello quasi ad esibire il fantasma delle loro esistenze. Quelle che si vedono fanno paura, come nel caso dei giovani fascisti che manifestano con i loro simboli cupi davanti alla sede del Monte dei Paschi di Siena.
Segno dei tempi è anche la scomparsa di molti dei luoghi storici del Novecento italiano. Rimangono le vie, certo, ma in quei palazzi di via del Corso o di piazza del Gesù... non c'è traccia di quel che rappresentavano. Passo in via Tomacelli, dove un tempo c'era la storica sede del quotidiano "il manifesto": mai come in questo caso un trasloco ha assunto un significato così simbolico, anticipando la crisi di un giornale che oggi non ha più nulla da dire. Anche il vecchio Palazzo delle Botteghe Oscure, che per tutto il secondo dopoguerra ha incarnato il PCI, appare in stato di abbandono (e abbandonato lo è in effetti da anni), come se quella storia fosse troppo ingombrante anche per qualche gruppo finanziario o immobiliare.
Quanto mi appare diversa Roma da quella che ho vissuto a metà degli anni ‘80. Nell'osservare i luoghi, i palazzi del potere come le persone che vi bazzicano attorno e che mi sembrano tutti uguali, ho come la sensazione di toccare con mano il suo declino. Il potere in realtà è da tempo altrove, anche se qui in pochi sembrano accorgersene. Occorrerebbero altri sguardi ed è la ragione per la quale ancora mi ostino a venire di tanto in tanto in questa città.
[1] "Scomparve nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987. Uscì di casa in punta di piedi per non svegliare il fratello e in una fuga priva di testimoni, protetta dalle tenebre, si dissolse nel nulla. Aveva sessantatre anni. Si chiamava Federico Caffè. Era professore fuori ruolo di Politica economica e finanziaria alla facoltà di economia e commercio dell'Università di Roma. Godeva di un grande prestigio intellettuale ed esercitava notevole fascino, soprattutto sugli studenti". Ermanno Rea, L'ultima lezione. Einaudi, 1992
Dopo una prima giornata di Consiglio regionale dove Alberto Pacher viene eletto nuovo presidente diciamo così "pro tempore" in seguito alle dimissioni di Lorenzo Dellai, un affollarsi di impegni istituzionali mi inducono a disertare la restante parte della sessione.
Fra questi, quello più rilevante è l'incontro che si svolge mercoledì mattina a Rovereto, presso la sede di Trentino Sviluppo, attorno al progetto "Terre salubri alpine" promosso dal Comune di Rovereto e che vede convergere la Federazione trentina della Cooperazione, il Museo Civico di Rovereto, il Consorzio Vini del Trentino, Trentino Sviluppo, la Provincia autonoma di Trento nonché alcuni rappresentanti di aziende e cooperative coinvolte nel progetto.
Dopo l'introduzione del sindaco di Rovereto Andrea Miorandi, tocca ad Angelo Giovanazzi, responsabile scientifico del progetto, illustrare gli obiettivi di fondo e quelli già realizzati grazie alla collaborazione con il capoluogo lagarino. La proposta è di realizzare una sorta di marchio provinciale dei prodotti del territorio trentino realizzati secondo criteri di salubrità certificati e di particolare valore nutrizionale. Un lavoro già avviato a prescindere da una dimensione provinciale nell'analisi tossicologica e nutraceutica nonché nella valorizzazione di alcuni prodotti come l'olio del Garda, il cavolo e il broccolo, alcuni vini come l'enenzio e il marzemino, una serie di prodotti del bosco.
Con la Finanziaria 2013 questo lavoro potrebbe assumere una dimensione provinciale e coinvolgere uno dei rami operativi della PAT come Trentino Sviluppo, grazie agli emendamenti che sono stati approvati e dei quali ero il primo firmatario. L'approvazione dell'emendamento sui Biodistretti alla legge provinciale sull'agricoltura e di quelli relativi al tema dell'animazione territoriale sulla legge relativa alla programmazione dello sviluppo (LP4/1998), mettono infatti la Provincia nelle condizioni di darsi nuove modalità di pianificazione del territorio. In particolare l'azione di Trentino Sviluppo dovrà abbracciare anche l'azione di sviluppo del territorio, una sorta di quarta gamba oltre a quella tradizionale di sostegno all'industria, a quella relativa all'innovazione e a quella da poco inglobata con la fusione con Trentino Marketing.
Nel mio intervento provo a delineare l'approccio avuto nel corso della legislatura verso una crisi che si configura come cambiamento strutturale del contesto economico, in particolare attraverso le diverse leggi finanziarie. Dall'approccio a difesa dell'esistente alla necessità di investire sulla qualità, affinché nel processo di ristrutturazione economica in corso la crisi possa diventare ragione di cambiamento e di riqualificazione a partire dalle vocazioni dei territori. In questa cornice si inserisce anche la proposta del Fondo strategico di cui si è molto parlato in questi mesi e che partiva da una mia proposta di mobilitazione delle risorse finanziarie regionali e provinciali a cominciae dai fondi integrativi di PensPlan.
Sottolineo l'approccio interdisciplinare di questa azione di governo che investe la programmazione istituzionale, l'agricoltura, l'industria, il lavoro, l'ambiente, la sanità e la formazione. Il che rende insieme straordinariamente interessante ma anche complesso il lavoro di coordinamento interassessorile che comporta un approccio territorialista.
Un lavoro di autocoscienza dei luoghi per nulla banale e che richiede un sistematico lavoro di conoscenza antropologica e di animazione territoriale. Così la realizzazione dei Biodistretti diviene una possibile declinazione di questo lavoro, che si integra perfettamente con il dettato della LP 15/2008 (Distretto agricolo del Garda) e della LP 13/2009 (Filiere corte ed educazione alimentare), nonché della LP 3/2011 (Fondi rustici).
A ben guardare, si delinea il significato di un organico lavoro legislativo realizzato nel corso di questo mio mandato consiliare. Un riconoscimento che viene da parte del sindaco di Rovereto e dei soggetti presenti.
Il progetto "Terre salubri alpine" emerge nell'incontro in tutta la sua valenza e potenzialità strategica, ma arrivati a questo punto occorre un impegno preciso affinché agli strumenti legislativi corrisponda una precisa volontà di governo. Oggi con noi non ci sono né l'assessore Mellarini, né l'assessore Olivi e quindi ai numerosi soggetti presenti alla tavola rotonda mi rivolgono un preciso appello per far dialogare gli assessorati competenti.
Non siamo dunque ancora in grado di definire un Accordo fra Istituzioni ed Associazioni rappresentative per lo sviluppo dell'attuazione del progetto, ma usciamo dall'incontro con una volontà comune di proseguire sulla strada tracciata.
Nonostante io sia invitato permanente alle riunioni del Coordinamento e dell'Assemblea del PD del Trentino, non facendone parte in genere non vi partecipo. Non per sufficienza, né per mancanza di senso di responsabilità, semplicemente come necessità di darsi delle priorità e il tempo per vivere.
In questi cinque anni ho guardato al PD come un possibile luogo di fluidificazione delle idee, nella speranza di costruire nuove sintesi culturali e politiche. La sua carta etica esprimeva il bisogno di una nuova visione che potesse nascere dal superamento dei paradigmi novecenteschi connessi alle storie politiche che vi confluivano. Ciò non è avvenuto e fatico ad immaginare che almeno a breve possa avvenire. Ciò nonostante si tratta di uno spazio ampio ed aperto, nel quale tenere in protezione - diciamo così - e mettere in gioco il proprio bagaglio politico culturale, almeno fin quando non sapremo costruire nuove scenari.
Non nascondo che spesso mi trovo in disaccordo con le posizioni espresse dal partito a livello nazionale, ma al tempo stesso è necessario riconoscere che in questa nostra terra la nascita del PD è stata il risultato di un significativo lavoro di scomposizione e ricomposizione al quale hanno concorso, accanto al filone storico proveniente dal PCI/PDS/DS, una parte della Margherita, i soggetti locali che hanno reso originale la sinistra trentina e infine tante persone per le quali il PD del Trentino è stata la prima esperienza politica, in un mix dove nessuno poteva vantare egemonie.
Ciò nonostante, continuo ad essere convinto che il percorso avviato nel novembre 1989 e che negli anni successivi ha ridisegnato la politica trentina non debba essere considerato concluso: l'ho detto più volte in questi mesi e l'ho ribadito anche nel mio intervento sulla legge finanziaria 2013.
Ciò detto, quello che era in ballo nello scorso fine settimana nell'accordo sul Senato e nella scelta delle relative candidature non era ininfluente, né rispetto alla necessità di valorizzare il percorso fin qui realizzato, né tanto meno rispetto alla possibilità di proseguire l'esperienza di governo dell'autonomia nella prossima legislatura, magari riuscendo ad affrontare le criticità che nel tempo si sono evidenziate. E dunque ho deciso di partecipare in questo fine settimana alle riunioni del Coordinamento dove si assumevano le decisioni più importanti, per verificare la possibilità di indicare strade nuove di fronte allo stallo in cui c'eravamo cacciati e per condividere comunque le scelte anche più impopolari in un momento non facile.
Le strade nuove (l'azzeramento che con altri avevo auspicato) non si sono potute percorrere per i vincoli che abbiamo incontrato, quelli che sono venuti da Roma come quelli (forse ancora più pesanti) che incautamente ci siamo dati (il voto dell'assemblea di Trento su tutti). Possiamo riparlarne...
Quello su cui ora però voglio insistere è la giustezza dell'esserci fatti carico della situazione che stava per precipitare verso la rottura. Nell'optare infine per il collegio senatoriale di Pergine Valsugana ci sta una scelta che ho condiviso e intendo sostenere fino in fondo, quella di prendere su di noi come soggetto politico maggioritario del centrosinistra autonomista trentino la responsabilità di tenere unita la coalizione, di scegliere di accettare la sfida del collegio forse più difficile, della consapevolezza che agli elettori del PD dei collegi di Trento e di Rovereto è richiesto un atto di maturità nel sostenere le candidature proposte dal PATT e dall'UpT, nell'obiettivo di portare in Senato sei senatori su sette (il settimo va al perdente con il resto più alto).
E, insieme, nel guardare alle elezioni di autunno senza aver introdotto un elemento di rottura che avrebbe messo in discussione un laboratorio come quello trentino a cui si è guardato e si guarda da ogni parte d'Italia. Nella consapevolezza, certo, che si poteva fare di meglio, ma anche che al punto in cui si era quello stesso laboratorio rischiava di trasformarsi nel suo opposto. Altro che calare le braghe!
In queste ore ricevo decine di messaggi e di telefonate. Elettori abituati ad essere esigenti e che mal sopportano candidature che poco corrispondono ai valori in cui credono. Emergono, certo, i limiti di una coalizione che non ha curato a sufficienza la crescita di un sentire condiviso e dove lo stare insieme si basava sulla figura di un leader come Lorenzo Dellai quale garante di un equilibrio che ora ci appare in tutta la sua fragilità. Dovremo lavorarci, e non poco. Insieme emerge anche una visione estetica, che non vuole comprendere come il PD in Trentino rappresenta, per bene che vada, un terzo scarso dell'elettorato.
E allora, come non vedere che il patto PD - SVP - Patt a sostegno di Bersani, così come l'accordo politico con l'UpT che garantisce l'orientamento degli eletti in Parlamento in continuità con l'esperienza del centrosinistra autonomista in Trentino, rappresentano un fatto storico che potrebbe rivelarsi decisivo nel conquistare la maggioranza anche al Senato dove, come sappiamo, ce la giocheremo per pochi voti?
Dovremo aver imparato che dalle macerie è più difficile ricostruire... No, non intendo prestarmi al gioco al massacro di chi punta l'indice accusatore su qualcuno. La politica è altra cosa, tanto dal diritto quanto dalla teocrazia. Politica significa imparare ad abitare le contraddizioni, per farle evolvere. Senza per questo rinunciare ad imparare dagli errori.
In queste ore la trattativa per i collegi senatoriali nell'ambito del centrosinistra autonomista sembra in un vicolo cieco. A monte, diverse visioni politiche del passato e del presente. Ed un lavoro di fluidificazione dei pensieri per trovare un senso comune sul quale purtroppo non si è investito. Sullo sfondo, il modo con cui arriveremo alle elezioni per il rinnovo del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento (e la scelta della candidatura alla presidenza).
Questa diversità non rappresenta la normale dialettica fra forze politiche che fanno parte di una coalizione trentina difforme dal quadro proposto dalle coalizioni nelle elezioni politiche di febbraio. Essendo trasversale agli stessi partiti, indica come il processo di scomposizione e ricomposizione della politica italiana e trentina sia ben lungi dall'essere compiuto. Un processo che non è affatto estraneo alle categorie del pensiero, perché se la movimentazione politica non manca, le idee sulle quali ancora si delineano gli schieramenti hanno a che fare con un passato che non passa.
Poi ci sono anche le miserie della politica, i posizionamenti personali, le furbizie, i rancori. Ma non volendo sporcarsi le mani con tali miserie, non possiamo non vedere come il confronto politico ancora fatica a darsi nuove chiavi di lettura e nuovi discrimini. "Mai con Vendola" dice Mario Monti. "Mai con Casini" dice Niki Vendola. E poi ancora: "Al Senato ce la giochiamo per pochi seggi, non possiamo fare alleanze con chi non dichiara da che parte sta" dice qualcuno del PD del Trentino a proposito della collocazione dell'UpT con Monti. Come se la storia politica del Trentino degli ultimi quindici anni non garantisse nulla e facendo finta di non vedere che una parte non trascurabile del PD, fra Monti e Vendola, sceglierebbe Monti, a prescindere dall'alleanza che lega il PD con Sinistra Ecologia e Libertà.
Se i nodi non vengono affrontati con uno sguardo diverso, non ne verremo a capo. E non è un problema di schieramenti. Nei mesi scorsi la crisi dell'Ilva di Taranto o, per altri versi, dell'assetto industriale della Sardegna sono apparsi come altrettanti nodi paradigmatici che investono il modello che pensiamo per il futuro di questo paese. O cambia lo sguardo, oppure le contraddizioni si ripresenteranno sempre uguali a se stesse, come accadde per il governo Prodi. E devo dire che il programma "Italia. Bene comune" appare un richiamo piuttosto generico e non rappresenta ancora quel cambio di paradigma di cui avremmo bisogno anche per ridisegnare schieramenti e alleanze.
Vale per Bruxelles, vale per Roma e vale anche qui, nel nostro Trentino, dove pure in questi anni abbiamo rappresentato una positiva alterità. Il non aver coltivato la cultura coalizionale, e non solo sul piano formale o dei buoni rapporti ma sul piano delle idee, nello sguardo verso i processi di cambiamento come nella ricerca di risposte adeguate, ci espone allo sfilacciamento o a prove muscolari che non ci aiutano, né in questa prossima scadenza elettorale, né guardando a novembre.
Che puntualmente si manifestano nelle trattative. Il raggiungimento di un accordo politico per i collegi senatoriali sconta queste difficoltà, oltre alla melina di chi vorrebbe farlo saltare. Per regolare conti antichi fra i rampolli della vecchia DC (non a caso ho parlato in questo diario di "rivolta dei chierici"), per una malcelata logica di autosufficienza maggioritaria, per creare discontinuità con l'era Dellai. E mentre la coalizione fatica a stare insieme, piegata dai riti di una politica che non piace certo all'opinione pubblica, prende il via a Tione l'annunciato tour di Donata Borgonovo Re che un giornale locale descrive come la Giovanna d'Arco della società civile, la piccola e coraggiosa donna che ebbe il coraggio di parlare di mafia in Trentino.
Una descrizione manichea, questa, che non aiuta di certo il Trentino ad affrontare con rigore e serenità le proprie criticità. L'ho detto e lo ripeto: descrivere il Trentino come terra di mafia, sovietizzata dall'invadenza del pubblico, dove il volontariato sarebbe il retroterra del potere dellaiano e la cooperazione come la "magnadora"... non solo è volgare ma non aiuta nemmeno a mettersi in discussione e a cambiare laddove è necessario (ed è necessario). Una narrazione del Trentino che ho dovuto ascoltare anche in occasione del dibattito sulla Finanziaria, provenienti dai banchi della parte più becera dell'opposizione. Assonanze che fanno male al Trentino.
Qualche tempo fa, quando qualcuno mi chiedeva come avrei potuto descrivere la situazione italiana la mia risposta è stata spesso (ne ho già fatto cenno in questo diario) il richiamo al "diciannovismo". Intendevo quella fase seguita alla prima guerra mondiale, segnata dal rancore per le frustrazioni della guerra e di una piccola borghesia belligerante, dalla sconfitta della classe operaia, da quel mix di radicalismo e di "sovversivismo delle classi dirigenti" (come lo definiva acutamente Antonio Gramsci) che ararono il terreno al fascismo.
Di tutto questo vedo tracce anche qui, in questa terra che sembra aver smarrito il senso di un percorso originale e della propria autonomia. Un'autonomia che richiede cura, non strappi.

In questo inverno (vedremo se sarà primavera...) serviva un po' di calore e il giardino di Paul Klee è venuto in aiuto. Lo stile rimane quello precedente e forse una maggiore facilità nel mettere a fuoco attività e commenti. I lavori sono in corso e sono graditi consigli e critiche...
Intanto, un po' di dati su questo sito. Da quando è stato attivato, poco più di tre anni fa, i visitatori unici sono stati 39.128. Nel corso del 2012 questi hanno toccato quota 18.711 (il 57,63% delle visite totali). La media delle pagine lette per visita è di poco superiore alle due e due sono anche i minuti di permanenza media dei lettori sul sito. In gran parte provengono dall'Italia (92,7%) ma anche da altri 84 paesi del mondo.
L'aggiornamento lo curo personalmente, ogni giorno. Il "Diario di bordo" ha raggiunto le 886 puntate, grosso modo millecinquecento pagine di appunti e riflessioni di fine giornata, per sentirsi meno soli. Una piccola biblioteca composta da oltre centocinquanta consigli di lettura ci aiuta ad attraversare questo tempo di profondi cambiamenti. Quasi mille gli articoli pubblicati. Più di mille sono invece gli incontri segnalati a cui ho partecipato (non proprio tutti, per la verità ma quasi). Una sezione dedicata alle attività e al confronto nel PD, un'altra al dibattito sulla cooperazione a partire dai commenti e dalle recensioni sul libro "Darsi il tempo", un'altra ancora ai percorsi annuali del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani.
Non so quanto questo spazio di parola sia utile, per me rappresenta un'opportunità per riflettere sul mio lavoro e darne conto ai lettori e a chi con il proprio voto ha voluto che li rappresentassi nel parlamento della nostra autonomia.
La sala della Circoscrizione di San Giuseppe è colma di persone. Provengono dalla città di Trento ma anche dalla Piana Rotaliana, dalla Valle di Non, dalla Valle dei Laghi e dalla Valle di Cembra: in una serata di domenica il colpo d'occhio non è affatto male. Non si capisce bene quel che si deve decidere (visto che non è chiaro a chi andranno i collegi), o forse fin troppo, visto che l'esito dell'incontro è già annunciato al mattino nella solita e insopportabile frenesia giornalistica: sarà Giorgio Tonini il candidato di Trento.
Rinnovamento? Questione di genere? Equilibrio territoriale nell'espressione delle candidature che dovrebbero uscire? Improvvisamente, tutte le questioni che sono state al centro del dibattito sulle primarie scompaiono d'incanto. Potrebbe anche non essere male se si ritornasse alla politica, ma dei nodi politici che le elezioni pongono sul piano nazionale (e sovranazionale) ma anche provinciale (proiettando le scelte del presente verso l'autunno), c'è stasera davvero ben poco.
Al posto dell'introduzione politica ci sono le dichiarazioni di voto della Val di Sole, della Val di Non, della Val di Cembra e del coordinatore cittadino di Trento a favore di Giorgio Tonini. Gran parte degli interventi mettono in rilievo come ormai il dibattito politico si stia trasformando (e qualcuno lo rileva) in una sorta di surrogato delle primarie, dopo che quelle per la Camera sono state condizionate dalle candidature nazionali e dalla composizione assolutamente squilibrata di un collegio che tiene insieme in maniera anacronistica il Trentino e il Sud Tirolo... e la scelta - giusta ma non da tutti condivisa - di non farle per il Senato come condizione ineludibile per tenere aperto il dialogo fra le forze della maggioranza trentina.
L'approccio spartitorio fa sì che la strada della piena condivisione - coalizionale e territoriale - delle candidature sui tre collegi senatoriali (come peraltro dovrebbe essere nella natura stessa del Senato delle Regioni) non venga nemmeno presa in considerazione, salvo poi sperticarsi nel considerare positivamente la candidatura di Francesco Palermo nel collegio della Bassa Atesina.
Me ne sto zitto in fondo alla sala. Sarei tentato di dire la mia, che non sono d'accordo su quasi nulla di quel che si va dicendo, che la cosa andava impostata fin dall'inizio in maniera diversa, che il peso di visioni diverse di questa terra e di quindici anni di governo richiederebbe un congresso straordinario... ma un po' la ritrosia (e forse la stanchezza nel presidiare le forme della politica), un po' il clima della serata mi inducono ad ascoltare e basta.
Ascolto tutti gli interventi e annoto qualche osservazione. La prima è che sembra quasi che l'uscita di scena di Lorenzo Dellai sia vissuta come una sorta di liberazione. "Siamo noi i principali interpreti dell'autonomia" - si dice - "e dobbiamo essere noi a dettare le condizioni". Ricordo solo per i più distratti che in Trentino il PD ha un trend elettorale inferiore a quello nazionale e che se governiamo da quindici anni la provincia è anche per effetto della peculiarità e della sperimentazione che ha caratterizzato questa terra (grazie all'incontro fra sinistra e popolarismo, non certo per il Patt aggregatosi successivamente al centrosinistra).
La seconda osservazione è connessa alla prima. Emerge una sorta di rigurgito contralistico sul piano dell'appartenenza politica, come se il PD in fase di ascesa sul piano nazionale rappresentasse l'ancoraggio più rassicurante ed elettoralmente redditizio. Se tradizionalmente la cultura federalistica aveva nella sinistra poca o nulla cittadinanza, oggi - in un contesto di crisi della politica e delle forme partecipative - il modo con cui i cittadini si rapportano alla politica sono il tifo televisivo e le primarie (che ho già avuto modo di definire "la partecipazione nel tempo dell'antipolitica"), non certo l'etica della responsabilità. Né l'Europa (se non come insieme di Stati), né i territori assurgono a paradigmi di un nuovo pensiero politico.
La terza osservazione è la vaghezza del progetto sociale. Di quanto culturalmente e politicamente innovativo si è realizzato in questi anni, dall'autogoverno alle forme partecipative e di coesione sociale, dalla sperimentazione nel rapporto fra lavoro e ambiente al salario sociale, dalla gestione della risorsa idrica con la provincializzazione dell'energia al mantenimento dell'acqua come bene comune (compreso il percorso di ripubblicizzazione di quella parte di servizio idrico finito in Dolomiti Energia), dagli interventi anticrisi agli investimenti in cultura, dall'autonomia scolastica alla cooperazione di comunità... Ho spesso l'impressione che non si sia sedimentato granché, un vuoto di memoria (o di conoscenza) che viene colmato dalla rincorsa delle emergenze e dalle lamentazioni corporative di chi non intende farsi carico di nulla. Come delle criticità che richiedono visione del futuro e rimotivazione delle persone. Nella richiesta di prove muscolari vedo l'incapacità di una proposta politico/culturale per il Trentino.
La quarta considerazione è che la scelta assunta dall'assemblea con un voto largamente maggioritario verso Giorgio Tonini determina una situazione di contrapposizione con l'indicazione emersa sabato pomeriggio nell'assemblea della Vallagarina che ha espresso la candidatura di Aida Ruffini. A testimoniare che alla fine non può che essere la politica a sciogliere questa contrapposizione, figlia - mi permetto di dire - di nodi culturali ancora largamente irrisolti.
C'era un altro modo di affrontare tutta questa partita e condivido l'appello che Luca Paolazzi mi propone sull'onda della bella candidatura di Francesco Palermo (vedi home page). C'è un grande lavorio che osservo a distanza in questo fine settimana dove invece lavoro attorno all'evento conclusivo dell'itinerario del Forum sul tema del limite e sulla nuova veste grafica di questo sito. Carino?

Le giornate sono piuttosto convulse. Non solo per gli impegni che si sovrappongono, ma anche perché, in un contesto dove la politica è spesso ridotta a mera ricerca di consenso e alla rincorsa di scadenze elettorali, il clima di queste ore non può che essere incandescente. Vorrei sottrarmi ma ci riesco solo in parte. Non voglio nemmeno passare per snob... il fatto è che
conosco fin troppo bene queste dinamiche per non guardarle con una certa distanza.
Per la verità, c'è subito qualcuno che ti richiama alla responsabilità, "in un momento così delicato - mi sento dire - c'è bisogno di una voce diversa, ecc. ecc.". Allora mettiamola così: dal 1975 in poi ho memoria di pressoché tutte le campagne elettorali, degli estenuanti incontri fra i partiti che le precedevano, delle speranze che s'infondevano come delle umane miserie che le accompagnavano. Nessuno può dirmi che è troppo comodo stare di lato a criticare.
Così, nelle ore in cui i telefoni sono caldissimi, il mio lo spengo per partecipare ad un percorso formativo rivolto ai ragazzi del servizio civile trentino. O meglio, alle ragazze, perché su una quindicina di partecipanti solo due sono i maschi. Come sempre più frequentemente accade nei luoghi dell'apprendimento permanente.
Il mio compito dovrebbe essere quello di proporre qualche suggestione ai partecipanti di un percorso che dovrebbe poi sfociare in un viaggio di conoscenza per le strade e i borghi dell'Europa di mezzo. Il titolo della riflessione che propongo è "Che cosa abbiamo imparato dalla guerra dei dieci anni?" e rappresenta una lezione di politica, ma insieme di storia, geografia, antropologia culturale. Dopo tre ore nelle quali parlo di postmodernità e di nuove guerre, di Sarajevo come metafora europea,
della banalità del male e dell'elaborazione del conflitto come condizione ineludibile per la riconciliazione, di interdipendenza e
cooperazione di comunità, ancora mi stanno ad ascoltare. Spero non si tratti solo di cortesia. Da quel che ci capisco, credo di no.
Mi rendo conto del vuoto formativo che accompagna la crescita di questi ragazzi, di come le immagini che vado loro a proporre siano totalmente estranee a quel che s'insegna nelle scuole e nelle università o di quel che i media propongono nel loro approccio quasi sempre emergenziale e in larga misura superficiale. Parlo anche di questo, dell'orzata in cui siamo immersi e nella quale tutto si confonde. Dove è difficile mettere a fuoco la natura delle contraddizioni e dei conflitti. Dove tutt'al più si è chiamati a svolgere il ruolo di comparse o di tifosi, nell'illusione di partecipare e di decidere quando i processi partecipativi e decisionali sono ben altri.
Tocco così un nervo scoperto, che mi riporta nel girone della politica alle prese con le candidature. Fioccano le lettere di protesta per le primarie disattese, per le candidature imposte da Roma, per il Trentino messo in un angolo rispetto al Sud Tirolo, per il Basso Trentino sacrificato alla realpolitik, per l'occasione mancata di valorizzare persone rappresentative della diversità di questa terra, qualcuna anche per la coalizione trentina in pericolo. Sullo sfondo i nodi irrisolti nella coalizione e nel PD del Trentino, diviso profondamente fra il rivendicare la navigazione solitaria di questi quindici anni in un nord segnato dallo spaesamento e all'opposto pensare il Trentino come la "magnadora" e il luogo dell'ingerenza del pubblico in un mercato altrimenti capace di autoregolarsi.
A sera vado all'assemblea del PD del Trentino e questi nodi irrisolti emergono come non mai, quasi che finalmente fuori dai piedi Dellai fosse arrivato il momento di prendersi la rivincita. Non ho voglia di perdere tempo né con chi pensa la politica come un viatico per fare carriera, né tanto meno con quelli che un mio caro amico definisce "i chierici traditori". Dopo i primi interventi all'insegna del "facciamo da soli" per fortuna riemerge un po' di senno. Una cosa è certa, questo partito non può certo andare senza aver risolto questi nodi alle elezioni provinciali di novembre.
Ah, dimenticavo... in questo quadro che non mi piace c'è anche una buona notizia, la candidatura di Francesco Palermo nel collegio senatoriale della Bassa Atesina. Candidatura di alto profilo e unitaria: poteva essere una strada da percorrere in tutti i collegi.

C'è un forte malumore nel PD del Trentino sulla composizione delle liste dei candidati per la Camera (partita ormai chiusa) e dei collegi uninominali per il Senato (ancora aperta). Agli effetti di una legge insopportabile (il porcellum) che pure il Parlamento uscente non ha voluto modificare (e che affida alle segreterie nazionali dei partiti la designazione e l'ordine in lista dei candidati), si aggiungono quelli di una politica che fatica a guardare oltre e troppo condizionata dal peso dei destini personali.
L'imposizione di candidature nazionali ha come effetto collaterale quello di condizionare l'esito stesso delle primarie che pure rappresentano una sorta di compensazione rispetto all'impossibilità dell'elettore di esprimere una propria preferenza. Tutto ciò si riverbera anche sul piano della presenza femminile nelle posizioni "eleggibili". Non diversamente avviene per le candidature al Senato, dove l'ingerenza romana combinata con la necessità (condivisibile ma anche avversata) di non compromettere il quadro politico della nostra autonomia (prevedendo nei tre seggi disponibili una candidatura dell'UpT e una del Patt), fa sì che il territorio sia una pura e semplice comparsa. L'imposizione romana avrebbe poi l'effetto di presidiare il seggio di Trento, lasciando il basso Trentino (dove pure il PD esprime un consenso tutt'altro che marginale) senza alcuna rappresentanza. A tutto questo si aggiunga l'effetto di penalizzazione della rappresentazione democratica del Trentino rispetto a quella del Sud Tirolo, che pur esprimendo un numero di voti assoluti ed in percentuale triplo rispetto a quelli ottenuti dal PD in Alto Adige alla fine rischia di esprimere un solo parlamentare nella figura del suo segretario...
Ce n'è abbastanza per dire che la partita è stata gestita male e non so proprio cosa accadrà nell'assemblea del PD del Trentino convocata questa sera (giovedì). Il nodo di fondo non credo sia però ascrivibile ad uno specifico di questi fattori, quanto al fatto che non è sembrata chiara la via maestra, che a mio avviso avrebbe dovuto essere la rappresentazione politica della nostra autonomia a Roma. Non dunque l'occupazione di posizioni di partito (o individuali), ma un investimento verso l'anomalia politica di questa terra, la salvaguardia del nostro territorio e il suo autogoverno. Questo a cominciare con il considerare la figura che per quattordici anni ha rappresentato la navigazione solitaria del centrosinistra autonomista in un arco alpino dominato dal centrodestra leghista, l'ex presidente Lorenzo Dellai, come un patrimonio del Trentino, di cui avrebbe dovuto farsi carico in primis il partito di maggioranza relativa che oggi si candida alla guida del paese. Nella stessa direzione si sarebbe dovuti procedere anche nel lavoro di individuazione delle candidature per il Parlamento, occasione per valorizzare il patrimonio di questa terra e invece ridottasi ad una "primaria" tutta rivolta alle dinamiche interne.
Apro qui una parentesi. Questa considerazione potrebbe venir estesa anche rispetto all'assenza di una visione politica regionale, dove da tempo si dovrebbe porre il tema di una relazione con l'esperienza politica dei Grünen del Sud Tirolo. Di fronte alla sofferenza politica dei Grünen in rapporto al quadro politico nazionale, a Bolzano si preferisce coltivarsi il proprio orticello per evitare di mettere in discussione l'attuale rendita di posizione. Io non credo che il rapporto di coalizione con la SVP pregiudichi in alcun modo l'opportunità di costruire in quella terra un laboratorio politico originale rispetto al quadro nazionale. E' forse chiedere troppo?
Ritornando al Trentino, se questa via maestra non è stata percorsa le ragioni sono probabilmente molteplici, ma ce n'è una più rilevante delle altre: la narrazione di questi quindici anni di anomalia politica trentina non è condivisa e la sperimentazione politica che si è conclusa con l'approssimarsi della fine di questa legislatura non viene considerata un patrimonio che il PD del Trentino intende rivendicare. Personalmente ritengo sia proprio questo è il nodo di fondo, che poi è continuato ad emergere in questi anni sotto il "titolo" di discontinuità, di autosufficienza, di anti-dellaismo e, più in generale, in un rumore sordo fatto di una strisciante opposizione verso la giunta di cui detenevamo (e deteniamo) la maggioranza. Ben rappresentata da chi descrive il Trentino come una terra sovietizzata dall'ingombrante presenza pubblica, che poi altro non è che il senso stesso della nostra autonomia.
Ne ho parlato più volte e ci sono ritornato nell'intervista di inizio anno sul Corriere del Trentino. E' questo un nodo politico di fondo che va affrontato sul piano congressuale ben prima delle elezioni provinciali di autunno.
Con questa settimana riprendo il diario con la sua normale continuità e, lo devo ammettere, non è così facile, perché anche questa forma di colloquio pressoché quotidiana ha un suo ritmo che è necessario assecondare e coltivare.
Questa settimana non ci sono scadenze istituzionali, ma sul piano strettamente politico rappresenta un passaggio cruciale nella definizione delle alleanze e nella presentazione delle liste elettorali. Gli schieramenti, benché ormai delineati, si perfezionano tanto sul piano nazionale che su quello locale. La partita non è affatto irrilevante, ma in cuor mio la preoccupazione più vera è quella che le elezioni per il rinnovo del Parlamento Italiano non pesino negativamente sul nostro contesto territoriale e in particolare nel compromettere la coesione (quand'anche un po' precaria) della coalizione che da tre legislature governa la Provincia Autonoma di Trento e la regione Trentino Alto Adige - Sud Tirol.
La scelta delle liste che sostengono la candidatura a premier di Mario Monti di collocarsi in piena autonomia dal centrodestra e dal centrosinistra, segnando almeno in questa fase una sorta di equidistanza dagli schieramenti maggiori, crea qualche problema in Trentino dove l'UpT è parte organica del centrosinistra autonomista. La competizione rischia di accentuare le diffidenze e di approfondire le distanze, e per questo cerchiamo dovremmo cercare di abbassare i toni e di trovare un terreno comune nella formazione di liste unitarie nei collegi senatoriali. Ma anche qui qualche problema c'è, tanto nella logica di autosufficienza presente nel PD quanto nelle rivendicazioni dei partiti di candidati di bandiera, dimostrando una diversa gerarchia di considerazione verso l'autonomia e smarrendo l'idea che per il Senato dovrebbero prevalere criteri di rappresentatività territoriale guardando oltre le appartenenze.
E qualche problema c'è pure per la Camera dove questa pessima legge elettorale fa sì che le scelte dipendano dal posizionamento in lista e non dagli elettori. Nonostante le primarie, le candidature nazionali pesano sulla composizione delle liste, così come la dimensione regionale del nostro collegio, nell'equilibrio fra due realtà che pure esprimono un peso politico molto diverso.
Un fatto rilevante di questi giorni è anche la spaccatura che i Grünen del Sud Tirolo pongono in essere con in Verdi trentini. Non era mai accaduto che alle elezioni politiche si schierassero in due formazioni e addirittura schieramenti diversi, i Grünen con Sel e con Bersani, i Verdi con Ingroia. Un'operazione - quella dei Grünen - intelligente, che ha portato alla candidatura del giornalista Florian Kronbichler. E che apre un'interessante prospettiva sul piano di una possibile riarticolazione del tessuto politico sudtirolese, se solo il PD locale sapesse mettersi in gioco oltre la propria autoreferenzialità.
Arriva anche una mail di Fabio Pipinato con la quale annuncia la sua decisione di candidarsi nella lista di Lorenzo Dellai. Fioccano le telefonate, quasi che questa sua scelta personale, legata in qualche misura anche al suo impegno aclista, avesse a che fare con la mia collocazione di dialogo nel centrosinistra autonomista trentino. Con Fabio abbiamo costruito in questi anni un intenso lavoro comune attorno ai temi della cooperazione e della mondialità, ma anche con uno sguardo politico spesso affine. E credo che questo sguardo possa aver influito in questa scelta, che io voglio leggerla anche come la volontà di "scandalizzare", di rompere le righe laddove le elezioni tendono invece ad intruppare. Una scelta che rispetto ma che non condivido, perché rischia anch'essa di lacerare piuttosto che unire. Consapevole di questo, mi preme fargli sentire la mia vicinanza e far sì che questo passaggio non pregiudichi in nulla la nostra collaborazione ed il nostro cammino di ricerca.
In mezzo a tutto questo, lavoro per preparare due momenti importanti per il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Attorno al tema annuale della cultura del limite abbiamo in particolare due cose alle quali stiamo lavorando. La prima riguarda la realizzazione in Trentino di una "winter school" sul tema delle "mafie senza confini" che verrà realizzata ai primi di marzo in collaborazione con Libera e Rai Storia. Una tre giorni dedicata alla conoscenza di un fenomeno dai tratti postmoderni e che sa interloquire come pochi altri con la globalizzazione. E insieme all'individuazione delle modalità attraverso le quali provare a tarpare le ali alle mafie anche sul piano politico amministrativo, quando la distinzione fra economia legale e criminale tende a sfumare fin quasi a scomparire.
Il secondo è rappresentato dall'evento conclusivo del percorso "Nel limite. La misura del futuro". Come con lo scorso anno per "Sinan Pascià", anche quest'anno la serata con cui vorremmo tirare le fila di oltre cinquanta momenti diversi che hanno articolato questo tema si preannuncia di grande intensità: "Paesaggi dentro". Avremmo voluto organizzarlo al Muse ancor prima che venisse aperto al pubblico, ma a quanto pare le prescrizioni relative alla sicurezza non lo permettono. Allora riproviamo con il Teatro Sociale o con altre soluzioni. Staremo a vedere, ma la sceneggiatura che sta prendendo corpo è ancora più intrigante di quella che vedeva come protagonista il navigante genovese di "Creuza de mä".
Questo inizio d'anno sa troppo di campagna elettorale. Nemmeno il tempo di qualche buona lettura, che già vieni tirato in uno scontro dai toni aspri. I media sono già stracolmi di comparsate dei personaggi che saranno protagonisti delle elezioni politiche di fine febbraio. E persino una figura pacata come Mario Monti ha imparato in fretta la faccia meno nobile della politica, dispensando giudizi a destra e a manca. Facendo emergere i tratti di una cultura, questa sì, profondamente conservatrice.
Non basta dire che occorrono riforme per essere riformatori. Non si è conservatori quando si propongono sguardi inediti e proposte innovative. Ma se l'orizzonte è il mercato finanziario, la crescita purchessia, un modello economico che non sa fare i conti con le vocazioni dei territori e che non s'interroga sulla sostenibilità ... allora il quadro che si presenta ripropone gli stessi paradigmi di sempre.
Certo, di fronte all'indecenza politica del berlusconismo, ogni cosa diversa - e che magari sia capace di ben coniugare i verbi - appare decente ed innovativa. Ma il tema non è quello di avere "un paese normale". Qui occorre cambiare sul serio, nelle categorie di pensiero come sul piano delle forme dell'agire sociale e politico, nelle idee come nelle scelte di governo. E questo riguarda tutti, sia chiaro. Anche un centrosinistra che non riesce a schiodarsi dall'impronta novecentesca che ancora getta la sua ombra sul nuovo secolo.
Invece cambiano le facce, ma lo sguardo (e i toni) è quello di prima. Monti, Grillo, Ingroia, Giannini, Renzi (anche se per ora un po' in disparte), Montezemolo, Meloni... l'offerta politica sembra moltiplicarsi a macchia di leopardo, i partiti proliferano all'insegna dei personaggi oppure scompaiono nel giro di una trasmissione televisiva, ma le culture politiche faticano a rinnovarsi, a proporre nuovi paradigmi. Quello territoriale, ad esempio, tanto sul piano della capacità di considerare l'amore per la terra come un discrimine politico, come nell'immaginare un diverso schema di gioco dove i partiti nazionali siano messi in discussione dalla capacità di pensiero e di azione glocale.
Provo a dire queste ed altre cose in una conversazione con Simone Casalini, caporedattore del Corriere del Trentino ma soprattutto persona intelligente, colta e non incline al clamore. Parlo dell'agenda Monti e della sua impronta culturale tutt'altro che innovativa e profondamente centralistica (anche rispetto all'Europa). Nelle venticinque cartelle del professore, il tratto territorialista proprio non c'è. C'è al contrario una visione centralistica che nei fatti mette in discussione anche la riforma del titolo V della Costituzione, quel timidissimo approccio federalista intrapreso in questi anni. Tanto da proporre un percorso di ri-centralizzazione "per riportare allo Stato le decisioni in materia di infrastrutture energetiche".
Parlo della necessità di costruire un più forte senso coalizionale, un terreno culturale condiviso in una maggioranza che non può stare insieme nel tempo solo per interesse (alla faccia di chi sostiene che i matrimoni per interesse durano di più di quelli per amore), del mio lavoro di costruttore di ponti a fronte della defaticante azione di sminamento che mi sono trovato a svolgere in questa legislatura, risultato di una cultura minoritaria (e dei rancori personali) di una parte non trascurabile del PD del Trentino.
Pongo infine la necessità di non considerare affatto conclusa la sperimentazione politica originale in questa terra, lasciando intravvedere il fatto che - finita la fase di riassetto del quadro politico nazionale - si debba rimettere in marcia la strada verso il partito territoriale (anzi al plurale, dei partiti territoriali), in una rete virtuosa di esperienze politiche locali che guardano all'Europa piuttosto che a Roma.
Ne esce un'intervista che appare con un certo rilievo e che esprime abbastanza bene, seppure in forma non compiuta, il mio pensiero. Fioccano le telefonate e i messaggi. Alessandro mi scrive: "Buona l'analisi dell'intervista di oggi". Luciano va oltre ed il suo messaggio suona così: "Congratulazioni per l'ottima intervista sul Corriere del Trentino che condivido totalmente. Finalmente una visione strategica che esce dal piccolo orticello. Mi piacerebbe parlarne magari con un caffè". A sera, nella riunione del Coordinamento provinciale dove si parla di elezioni politiche, riscontro reazioni positive. Ma nella discussione, le diverse narrazioni che attraversano il Partito Democratico del Trentino e di cui ho parlato nell'intervista emergono più forti che mai.
Torno a casa un po' sconsolato e mi ributto nella lettura. Finisco a notte fonda di leggere "Eva dorme" e devo proprio congratularmi con l'autrice Francesca Melandri. Uno sguardo italiano che pure sa cogliere in un romanzo le contraddizioni di un mondo, quello sudtirolese, verso il quale la superficialità (e l'italianità) in genere hanno prodotto stereotipi e semplificazioni. Con una sensibilità niente affatto comune l'autrice entra nelle vicende anche dolorose di una terra in un paese straniero, attraverso il racconto di una donna e della sua famiglia che s'intreccia con la storia di un popolo e della sua heimat perduta. Voglio scriverne, ma intanto ve lo consiglio proprio.
Il mio programma di lavoro di questi giorni è rimasto largamente irrealizzato. Avrei immaginato di avere tempo e voglia di scrivere diverse cose, ma evidentemente avevo bisogno di fare altro. Non che abbia staccato la spina, niente affatto. Invece mi sono dedicato all'amico Ali con il quale abbiamo trascorso alcuni di giorni di tranquillità, pur nella profonda inquietudine che lo segna (e che mi trasmette) per le sorti di un paese - la Palestina - che molto assomiglia al suo stato d'animo.
Nel nostro conversare di giorni emerge un filo di pensiero che unisce la "primavera araba" alla fase molto delicata che attraversa il vicino Oriente (e di cui ho fatto cenno nel pezzo dedicato alla Siria che ho postato ieri su questo sito). Prepariamo in questo modo i temi di un colloquio sul Mediterraneo che avremo a breve con Pierluigi Bersani. Affinché quella primavera, messa rapidamente in soffitta dallo sguardo distratto della politica, possa cercare quella cittadinanza di cui abbiamo insieme bisogno.