«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Non basta dire che occorrono riforme per essere riformatori. Non si è conservatori quando si propongono sguardi inediti e proposte innovative. Ma se l'orizzonte è il mercato finanziario, la crescita purchessia, un modello economico che non sa fare i conti con le vocazioni dei territori e che non s'interroga sulla sostenibilità ... allora il quadro che si presenta ripropone gli stessi paradigmi di sempre.
Certo, di fronte all'indecenza politica del berlusconismo, ogni cosa diversa - e che magari sia capace di ben coniugare i verbi - appare decente ed innovativa. Ma il tema non è quello di avere "un paese normale". Qui occorre cambiare sul serio, nelle categorie di pensiero come sul piano delle forme dell'agire sociale e politico, nelle idee come nelle scelte di governo. E questo riguarda tutti, sia chiaro. Anche un centrosinistra che non riesce a schiodarsi dall'impronta novecentesca che ancora getta la sua ombra sul nuovo secolo.
Invece cambiano le facce, ma lo sguardo (e i toni) è quello di prima. Monti, Grillo, Ingroia, Giannini, Renzi (anche se per ora un po' in disparte), Montezemolo, Meloni... l'offerta politica sembra moltiplicarsi a macchia di leopardo, i partiti proliferano all'insegna dei personaggi oppure scompaiono nel giro di una trasmissione televisiva, ma le culture politiche faticano a rinnovarsi, a proporre nuovi paradigmi. Quello territoriale, ad esempio, tanto sul piano della capacità di considerare l'amore per la terra come un discrimine politico, come nell'immaginare un diverso schema di gioco dove i partiti nazionali siano messi in discussione dalla capacità di pensiero e di azione glocale.
Provo a dire queste ed altre cose in una conversazione con Simone Casalini, caporedattore del Corriere del Trentino ma soprattutto persona intelligente, colta e non incline al clamore. Parlo dell'agenda Monti e della sua impronta culturale tutt'altro che innovativa e profondamente centralistica (anche rispetto all'Europa). Nelle venticinque cartelle del professore, il tratto territorialista proprio non c'è. C'è al contrario una visione centralistica che nei fatti mette in discussione anche la riforma del titolo V della Costituzione, quel timidissimo approccio federalista intrapreso in questi anni. Tanto da proporre un percorso di ri-centralizzazione "per riportare allo Stato le decisioni in materia di infrastrutture energetiche".
Parlo della necessità di costruire un più forte senso coalizionale, un terreno culturale condiviso in una maggioranza che non può stare insieme nel tempo solo per interesse (alla faccia di chi sostiene che i matrimoni per interesse durano di più di quelli per amore), del mio lavoro di costruttore di ponti a fronte della defaticante azione di sminamento che mi sono trovato a svolgere in questa legislatura, risultato di una cultura minoritaria (e dei rancori personali) di una parte non trascurabile del PD del Trentino.
Pongo infine la necessità di non considerare affatto conclusa la sperimentazione politica originale in questa terra, lasciando intravvedere il fatto che - finita la fase di riassetto del quadro politico nazionale - si debba rimettere in marcia la strada verso il partito territoriale (anzi al plurale, dei partiti territoriali), in una rete virtuosa di esperienze politiche locali che guardano all'Europa piuttosto che a Roma.
Ne esce un'intervista che appare con un certo rilievo e che esprime abbastanza bene, seppure in forma non compiuta, il mio pensiero. Fioccano le telefonate e i messaggi. Alessandro mi scrive: "Buona l'analisi dell'intervista di oggi". Luciano va oltre ed il suo messaggio suona così: "Congratulazioni per l'ottima intervista sul Corriere del Trentino che condivido totalmente. Finalmente una visione strategica che esce dal piccolo orticello. Mi piacerebbe parlarne magari con un caffè". A sera, nella riunione del Coordinamento provinciale dove si parla di elezioni politiche, riscontro reazioni positive. Ma nella discussione, le diverse narrazioni che attraversano il Partito Democratico del Trentino e di cui ho parlato nell'intervista emergono più forti che mai.
Torno a casa un po' sconsolato e mi ributto nella lettura. Finisco a notte fonda di leggere "Eva dorme" e devo proprio congratularmi con l'autrice Francesca Melandri. Uno sguardo italiano che pure sa cogliere in un romanzo le contraddizioni di un mondo, quello sudtirolese, verso il quale la superficialità (e l'italianità) in genere hanno prodotto stereotipi e semplificazioni. Con una sensibilità niente affatto comune l'autrice entra nelle vicende anche dolorose di una terra in un paese straniero, attraverso il racconto di una donna e della sua famiglia che s'intreccia con la storia di un popolo e della sua heimat perduta. Voglio scriverne, ma intanto ve lo consiglio proprio.
Il mio programma di lavoro di questi giorni è rimasto largamente irrealizzato. Avrei immaginato di avere tempo e voglia di scrivere diverse cose, ma evidentemente avevo bisogno di fare altro. Non che abbia staccato la spina, niente affatto. Invece mi sono dedicato all'amico Ali con il quale abbiamo trascorso alcuni di giorni di tranquillità, pur nella profonda inquietudine che lo segna (e che mi trasmette) per le sorti di un paese - la Palestina - che molto assomiglia al suo stato d'animo.
Nel nostro conversare di giorni emerge un filo di pensiero che unisce la "primavera araba" alla fase molto delicata che attraversa il vicino Oriente (e di cui ho fatto cenno nel pezzo dedicato alla Siria che ho postato ieri su questo sito). Prepariamo in questo modo i temi di un colloquio sul Mediterraneo che avremo a breve con Pierluigi Bersani. Affinché quella primavera, messa rapidamente in soffitta dallo sguardo distratto della politica, possa cercare quella cittadinanza di cui abbiamo insieme bisogno.
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