«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
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Questa diversità non rappresenta la normale dialettica fra forze politiche che fanno parte di una coalizione trentina difforme dal quadro proposto dalle coalizioni nelle elezioni politiche di febbraio. Essendo trasversale agli stessi partiti, indica come il processo di scomposizione e ricomposizione della politica italiana e trentina sia ben lungi dall'essere compiuto. Un processo che non è affatto estraneo alle categorie del pensiero, perché se la movimentazione politica non manca, le idee sulle quali ancora si delineano gli schieramenti hanno a che fare con un passato che non passa.
Poi ci sono anche le miserie della politica, i posizionamenti personali, le furbizie, i rancori. Ma non volendo sporcarsi le mani con tali miserie, non possiamo non vedere come il confronto politico ancora fatica a darsi nuove chiavi di lettura e nuovi discrimini. "Mai con Vendola" dice Mario Monti. "Mai con Casini" dice Niki Vendola. E poi ancora: "Al Senato ce la giochiamo per pochi seggi, non possiamo fare alleanze con chi non dichiara da che parte sta" dice qualcuno del PD del Trentino a proposito della collocazione dell'UpT con Monti. Come se la storia politica del Trentino degli ultimi quindici anni non garantisse nulla e facendo finta di non vedere che una parte non trascurabile del PD, fra Monti e Vendola, sceglierebbe Monti, a prescindere dall'alleanza che lega il PD con Sinistra Ecologia e Libertà.
Se i nodi non vengono affrontati con uno sguardo diverso, non ne verremo a capo. E non è un problema di schieramenti. Nei mesi scorsi la crisi dell'Ilva di Taranto o, per altri versi, dell'assetto industriale della Sardegna sono apparsi come altrettanti nodi paradigmatici che investono il modello che pensiamo per il futuro di questo paese. O cambia lo sguardo, oppure le contraddizioni si ripresenteranno sempre uguali a se stesse, come accadde per il governo Prodi. E devo dire che il programma "Italia. Bene comune" appare un richiamo piuttosto generico e non rappresenta ancora quel cambio di paradigma di cui avremmo bisogno anche per ridisegnare schieramenti e alleanze.
Vale per Bruxelles, vale per Roma e vale anche qui, nel nostro Trentino, dove pure in questi anni abbiamo rappresentato una positiva alterità. Il non aver coltivato la cultura coalizionale, e non solo sul piano formale o dei buoni rapporti ma sul piano delle idee, nello sguardo verso i processi di cambiamento come nella ricerca di risposte adeguate, ci espone allo sfilacciamento o a prove muscolari che non ci aiutano, né in questa prossima scadenza elettorale, né guardando a novembre.
Che puntualmente si manifestano nelle trattative. Il raggiungimento di un accordo politico per i collegi senatoriali sconta queste difficoltà, oltre alla melina di chi vorrebbe farlo saltare. Per regolare conti antichi fra i rampolli della vecchia DC (non a caso ho parlato in questo diario di "rivolta dei chierici"), per una malcelata logica di autosufficienza maggioritaria, per creare discontinuità con l'era Dellai. E mentre la coalizione fatica a stare insieme, piegata dai riti di una politica che non piace certo all'opinione pubblica, prende il via a Tione l'annunciato tour di Donata Borgonovo Re che un giornale locale descrive come la Giovanna d'Arco della società civile, la piccola e coraggiosa donna che ebbe il coraggio di parlare di mafia in Trentino.
Una descrizione manichea, questa, che non aiuta di certo il Trentino ad affrontare con rigore e serenità le proprie criticità. L'ho detto e lo ripeto: descrivere il Trentino come terra di mafia, sovietizzata dall'invadenza del pubblico, dove il volontariato sarebbe il retroterra del potere dellaiano e la cooperazione come la "magnadora"... non solo è volgare ma non aiuta nemmeno a mettersi in discussione e a cambiare laddove è necessario (ed è necessario). Una narrazione del Trentino che ho dovuto ascoltare anche in occasione del dibattito sulla Finanziaria, provenienti dai banchi della parte più becera dell'opposizione. Assonanze che fanno male al Trentino.
Qualche tempo fa, quando qualcuno mi chiedeva come avrei potuto descrivere la situazione italiana la mia risposta è stata spesso (ne ho già fatto cenno in questo diario) il richiamo al "diciannovismo". Intendevo quella fase seguita alla prima guerra mondiale, segnata dal rancore per le frustrazioni della guerra e di una piccola borghesia belligerante, dalla sconfitta della classe operaia, da quel mix di radicalismo e di "sovversivismo delle classi dirigenti" (come lo definiva acutamente Antonio Gramsci) che ararono il terreno al fascismo.
Di tutto questo vedo tracce anche qui, in questa terra che sembra aver smarrito il senso di un percorso originale e della propria autonomia. Un'autonomia che richiede cura, non strappi.
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