«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Spero di sbagliarmi, ma non credo affatto che le piazze di Grillo siano piene di curiosi. Certo, ci saranno anche quelli, ma il dato va colto come un segnale politico che - come del resto ci dicono i sondaggi - tende a coinvolgere un numero crescente e non trascurabile di persone.
Non nascondo la preoccupazione per l'involuzione, ancora una volta all'insegna del populismo di stampo qualunquista e autoritario, a cui sembra andare incontro questo nostro paese senza memoria. Ma sarebbe sbagliato se liquidassimo il "grillismo" (come già facemmo con il leghismo vent'anni fa) senza provare a capire la natura del danno sociale da cui trae origine.
Ho continuato ad insistere in questi mesi sul fatto che l'uscita dal berlusconismo non potesse avvenire semplicemente con un voto (peraltro incerto) che rilevasse la delusione degli italiani per le promesse mancate. Sarebbe come prendersela con il fascismo perché ha perso la guerra... Come la fine di quel ventennio avvenne solo in parte attraverso l'elaborazione collettiva di quel che aveva rappresentato il fascismo, così oggi la fine della cosiddetta seconda repubblica avviene senza un diffuso esame di coscienza dei guasti - culturali prima ancora che sociali - prodotti dal neoliberismo nella sua variante berlusconiana.
La natura del danno, dicevo. Come sia cambiato questo nostro paese negli ultimi vent'anni dovrebbe essere materia di studio prima ancora di indagine politica. Lo spaesamento, la perdita di identità sociale e l'individualismo diffuso, non svaniranno con la pure auspicabile uscita di scena del Cavaliere o con la crisi della Lega. Lo spaesamento rimane e continuerà a regalarci i suoi
frutti velenosi, come stiamo vedendo.
Nelle scorse settimane ho parlato di "diciannovismo" - quel particolare contesto di sconfitta sociale e di rancore post bellico che diede il là al fascismo - per descrivere questo nostro tempo. Quella stessa opacità di sguardo e quegli stessi umori mi sembra di coglierli in questo clima dove la politica è sinonimo di malaffare, il lavoro e la cultura sono disprezzati, la volgarità motivo di sorriso.
Un tempo polveroso, nel quale Beppe Grillo riempie ovunque le piazze. Il suo è uno sproloquio dove sotto accusa sono tutti, la politica, i sindacati, la magistratura, l'euro, lo stesso presidente della Repubblica ... la nostra stessa autonomia. Nessuno gli chiede spiegazione di un movimento di cui è padre-padrone e, laddove c'è il rischio che questo accada, come poteva capitargli sabato scorso su Sky, nemmeno si presenta.
Più ci si avvicina al voto, più questa polvere sembra crescere. Per questo vale la pena, nel corso di quest'ultima settimana di campagna elettorale, non lasciare nulla di intentato. Non perché possano svanire i guasti, ma perché l'affermarsi del centrosinistra è forse l'unica condizione per cercare di ricostruire quel tessuto sociale e culturale che rappresenta la condizione prima per uscire dal buio.
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